Democrazia e fascismo come momenti funzionali della dittatura di classe del capitale

‘Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico…’ Prometeo 1947.

Parte prima: delitto e castigo del proletario ribelle

Se è vero che non è saggio fermarsi alla superficie delle cose, facendosi abbagliare dal senso comune e dalle ovvietà dominanti, allora il compito dell’esploratore scientifico, che vuole svelare il sottofondo celato sotto la superficie dei fenomeni, dovrebbe essere di non avere timore di scendere in profondità. Questa premessa si collega al tema dell’inganno democratico elettorale; in altre parole al significato che rivestono nella nostra società il suffragio universale, il parlamento, e più in generale le istituzioni e gli organi che formano il corpo dell’apparato statale. Dal nostro punto di vista lo scopo dell’inganno democratico-elettoralistico è quello di consentire, in certe fasi determinate della storia caratterizzate dal ristagno dello scontro di classe, la pacifica e comoda dominazione della classe di sfruttatori sui propri servi salariati. In verità un apparato di potere statale, di fatto al servizio esclusivo dell’interesse di una parte della società, per svolgere in modo efficace il suo compito può e deve apparire invece al di sopra delle parti, trasmettendo una immagine esteriore di neutralità e imparzialità. In altre parole l’apparato, se vuole massimizzare i processi d’asservimento delle moltitudini di proletari sfruttati e inebetiti, prigionieri di una gabbia sociale di cui non intravedono nemmeno le sbarre, deve camuffare la sua natura di strumento di potere e controllo al servizio della borghesia. La stolta e demente accozzaglia d’idee correnti sulla libertà di voto e di scelta del popolo sovrano, nella repubblica nata dalla resistenza ( supinamente accettata da frazioni ragguardevoli di classe sfruttata) sono il rovescio della medaglia dell’attuale fase del conflitto sociale; una fase in cui il capitale continua ad esercitare, nonostante tutto, un rigido dominio sulle masse umane che formano la sua riserva di caccia per l’estrazione di plus-lavoro. Il risveglio dalle apparenze ingannevoli del sistema resta un esperienza limitata a poche avanguardie, una rara e preziosa conquista di pochi proletari che hanno da tempo chiuso i conti con le illusioni, e iniziato a vedere, senza schermature e camuffamenti ideologici, il vero panorama sociale di rovine che li circonda: la natura dell’orrore che si nasconde dietro il velo apparente della civiltà borghese. La violenza sociale insita nel modo di produzione della borghesia si nasconde astutamente, e al suo posto compare la costituzione nata dalla resistenza, la legge uguale per tutti, la libertà democratica, il pluralismo politico, la libertà di pensiero, la libertà religiosa, e via discorrendo. Riproponiamo un passo tratto da uno studio pubblicato nella rivista Prometeo nel 1947 (1), “Nella società moderna […] la distanza sociale tra il tenore di vita della grande maggioranza produttrice e quello dei membri delle classi abbienti è aumentata enormemente. Non è, infatti, la esistenza singola di uno o pochissimi grandi dominatori che vivano nel lusso quello che conta, ma la massa di ricchezze che una minoranza sociale riesce a destinare a scopi voluttuari di ogni genere quando la maggioranza riceve poco più dello stretto necessario alla vita[…]il quesito che dobbiamo porci nei confronti del regime di privilegio e di dominio capitalistico è quello della relazione tra l’uso della violenza bruta e quello della forza virtuale che piega i diseredati al rispetto dei canoni e delle leggi vigenti senza che si attui l’infrazione o la rivolta”.
Una sottile linea separa la minaccia repressiva latente e potenziale, dall’uso esplicito della forza da parte dello strumento statale borghese, la relazione fra i due momenti è sempre di tipo dialettico; in altre parole, la risposta violenta all’aumento della conflittualità sociale dei soggetti dominati coincide con la diminuzione del camuffamento democratico del dominio capitalista. La maschera cade quando il ricorso alle maniere forti s’impone, come una estrema ratio, per conservare l’ordine borghese. Guerra alla guerra è il motto dei buoni borghesi quando si avvicina una minaccia reale al proprio regime sociale: basti ricordare, in tal senso, il dispiegamento e l’uso della forza militare che avvenne in Italia durante il biennio rosso all’inizio degli anni venti (batterie di cannoni posizionate ai crocevia delle maggiori città, cannoneggiamenti della marina sui quartieri in rivolta nella città di Bari). La cosiddetta civiltà borghese svela in questi episodi cruenti e sanguinosi il volto nascosto sotto la maschera della democrazia parlamentare. Il senso comune opera, in questi casi, come un potente narcotico in grado di anestetizzare lo sconcerto e l’orrore per la durezza dell’intervento repressivo statale. Degli esseri umani vengono feriti o uccisi dal nostro stato, lo stato in cui figuriamo come cittadini titolari di uguali diritti garantiti dalla costituzione, ma questo è avvenuto, ci raccontano, solo per preservare i diritti della maggioranza dai furori estremistici di una minoranza. Una semplice storia di delitto e castigo, come in una favola per bambini, in questo modo la propaganda borghese presenta le azioni repressive delle forze di polizia contro i propri cittadini in rivolta. Riprendiamo un passaggio dal testo del 1947, “Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mostrare la sua potenza con le misure di tutela dell’ordine: una espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell’uso della violenza virtuale: ’la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme’. Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l’ordine borghese ed i diritti padronali fossero minacciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi ed aprirebbero il fuoco”. La finta bonomia dello stato democratico, la indolente calma delle giornate capitalistiche che trascorrono monotone e sempre uguali, non deve trarre in inganno: sotto l’apparente maschera legalitaria vive e pulsa un cuore nero violento e feroce “ La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell’ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante […]Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levano i fremiti rivoluzionari” (ibidem). Potenzialità e attualità delle energie di dominio della classe borghese sono dunque i due lati in cui si manifesta storicamente la dittatura di questa moderna classe di schiavisti, sono in altre parole le due risposte dialettiche del capitale alle fasi alterne di sottomissione o di ribellione dell’avversario di classe proletario. Citiamo ancora lo stesso testo ‘Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico […] la classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari […] ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l’assalto della rivoluzione […] fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed una azione offensiva volta ad infrangere le posizioni di partenza della organizzazione proletaria”. La borghesia capitalistica dunque, in determinate fasi storiche del conflitto di classe rompe gli indugi, mette da parte le finzioni democratiche e attacca con violenza il proprio avversario di classe, mirando in tal modo a conservare il proprio sistema di dominazione. A questo punto dell’analisi si apre lo spazio per una serie di considerazioni in merito alla mistificazione ideologica, al significato da essa rivestito nelle sconfitte dei movimenti rivoluzionari nel corso della storia.

(1) Forza, violenza, dittatura. Da Prometeo 1947.

Parte seconda: aggressione e integrazione, il riformismo come riflesso politico dei due volti del dominio borghese

Prima di tutto riprendiamo alcuni spunti di analisi ancora dal testo del 1947 “L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […] La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”. Nell’Ideologia tedesca si afferma che nelle condizioni date, appurata la schiavitù reale e non solo ideale dell’uomo nella società in cui vive, ”La liberazione è un atto storico, non un atto ideale…per il materialista pratico, in altre parole per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di mettere mano allo stato di cose incontrato e di trasformarlo…poiché non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali”. Pagina 15. Qualche pagina dopo l’argomentazione di Marx ed Engels diventa ancora più esplicita e radicale, non è nel mondo delle lotte puramente filosofiche e ideali (come sostenevano i giovani hegeliani), ma è nel campo violento dello scontro sociale di classe che si trova il motore della storia, le parole impiegate da Marx ed Engels sono le seguenti “non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia”. Pagina 30.
Quasi venti anni dopo, nel 1867, nel libro primo del Capitale ritroviamo le seguenti considerazioni, “nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza”.
Nel testo del 1859, ”Per la critica dell’economia politica”, il pensiero di Marx si sofferma sui problemi dell’antagonismo e della violenza storica “I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale[…]ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di quest’antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana”. Pagine 5-6. Partiamo dal presupposto che nessun sistema di dominio può sopravvivere a lungo solo con l’uso della forza, accanto ad essa, spesso in veste non secondaria, un ruolo importante viene ricoperto dall’adesione volontaria, il consenso, di frazioni della classe dominata ( le quali riconoscono e accettano lo status quo in cambio di effimeri miglioramenti economici). Il sistema capitalistico riesce a condurre in porto una tale ‘captatio benevolentiae’ soprattutto nei periodi di ripresa economica del ciclo di valorizzazione del capitale, mentre la cattura del consenso è più problematica nei periodi di crisi. Fatte queste premesse, ricordiamo che i socialisti riformisti andavano affermando già agli inizi del 900, di pari passo con i ripensamenti democratico costituzionali di una frazione della borghesia, che “…interessa la classe operaia che il potere esecutivo non usi la maniera forte, ed è utile ottenerlo col mezzo pacifico di un voto degli elettori e dei deputati. In questi casi, il partito proletario difende la libertà, lo statuto, la costituzione, perché la loro violazione fa comodo alla classe nemica. Da allora e da sempre, noi della sinistra rispondiamo: questa linea tattica sarebbe convincente se fossimo certi che i postulati della nostra classe potranno un giorno passare senza rompere la libertà di tutti, l’ordine legale, e la struttura costituzionale. Se questa possibilità è esclusa sarà un errore aver preparato le masse a salvare […] se stesse dall’aggressione del nemico di classe, rifugiandosi dietro i medesimi baluardi storici che sarà necessario abbattere come sola via per liberare il proletariato dall’oppressione capitalista”. Storia della sinistra comunista, primo volume.
Abbiamo sottolineato i termini aggressione e oppressione, nella citazione appena riportata dal testo, intendendo riflettere sulla loro relazione. L’aggressione, intesa come ricorso alle maniere forti da parte dell’apparato statale, è solo uno dei mezzi per perpetuare l’oppressione capitalista, in questo senso la relazione fra aggressione e oppressione è di tipo dinamico e non certo statico e lineare.
Nella storia sociale reale la conservazione del dominio, cioè dell’oppressione di una classe su un’altra, è spesso ottenuta efficacemente con l’arma dell’integrazione. Quello che sfugge al pensiero riformista, è il fatto che l’oppressione capitalista è il fine, e che il fine, secondo le circostanze, è dinamicamente perseguito attraverso l’arma prevalente dell’aggressione violenta, oppure attraverso l’arma prevalente dell’integrazione sociale ( realizzata, quest’ultima, anche con la cosiddetta redistribuzione del reddito a frazioni ‘privilegiate’ di classe operaia). Abbiamo sottolineato il termine arma prevalente, intesa come mezzo per raggiungere un fine, innanzi tutto per indicare il fatto che in certi momenti l’aggressione non esclude l’integrazione, e anzi molto spesso si può constatare la presenza simultanea di questi due aspetti nello stesso periodo storico e nello stesso tipo di società, con la prevalenza a volte di uno e a volte dell’altro. In questo senso la relazione si dimostra di tipo dinamico e discontinuo, concretizzandosi, a seconda delle fasi storiche del conflitto di classe, nella maggiore o minore prevalenza dell’integrazione o dell’aggressione. L’integrazione, al di là della sua apparenza pacifica e democratica, è solo uno strumento, un arma per perpetuare un sistema sociale basato sulla violenza sostanziale del dominio di classe. La scelta politica del riformismo socialdemocratico, nell’abbracciare l’arma prevalente dell’integrazione con i suoi risvolti parlamentari, è quindi destinata a diventare strumento oggettivo dell’oppressione capitalistica. A dire il vero, in certe vicende storiche, ad esempio durante la repressione sanguinosa dei moti spartachisti nella Germania del 1919, il riformismo ha anche utilizzato senza problemi di coscienza l’arma alternativa dell’aggressione violenta. Ripetiamo dunque che la potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela, mentre nella fase dittatoriale si toglie la custodia e si carica l’arma per fare fuoco, e l’energia borghese passa allo stato cinetico.

Parte terza: la via democratico-elettorale come ascensore per l’inferno

La via riformista propone la conquista pacifica dei poteri pubblici attraverso le elezioni, leggiamo un testo del 1953, intitolato Il cadavere ancora cammina ”La retta posizione programmatica era di rivendicare non tanto la formale conquista dei poteri pubblici ma la rivoluzionaria futura conquista del potere politico, e vanamente l’ala destra possibilista e riformista cercò di coprire (agli inizi del 900) la formula data da Marx fin dal 1848: dittatura della classe operaia”.

Le lezioni della storia fanno dire ai nostri compagni, “I problemi storici di oggi e di ieri li scioglie non la legalità ma la forza. Non si vince la forza che con una maggiore forza. Non si distrugge la dittatura che con una più solida dittatura. E’ poco dire che questo sporco istituto del parlamento non serve a noi. Esso non serve più a nessuno […] L’elezione non solo è di per sé una truffa ma lo è tanto più quanto più pretende di dare parità di peso ad ogni voto personale. Tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sotto cuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti “a braccio “ i venti milioni di elettori. Se il parlamento servisse ad amministrare tecnicamente qualche cosa e non soltanto a fare fessi i cittadini, su cinque anni di massima vita non ne dedicherebbe uno alle elezioni e un altro a discutere la legge per costituire se stesso.” Da Il cadavere ancora cammina. Anche oggi abbiamo sotto gli occhi il paradosso del riformismo democratico, consistente nella permanente ricetta della conquista elettorale dei poteri pubblici come via maestra per l’emancipazione proletaria. In cosa consista il paradosso è presto detto; esso consiste nel mettere la volpe a guardia del pollaio, nel fingere di credere che l’apparato politico statale di oppressione della classe borghese possa essere convinto, peraltro pacificamente, ad operare in maniera opposta alla sua missione originaria. Non esistendo a memoria d’uomo notizia di casi simili, si deve concludere che l’apparato statale borghese, sia nella fase di energia allo stato potenziale che in quella allo stato cinetico, sia nella fase in cui si mostra in prevalenza come arma integrazionista/democratica sia nella fase repressivo/fascista, è sempre e comunque l’espressione dell’energia totale, cioè della forza attraverso cui la borghesia continua ad opprimere i suoi servi: la sua arma privilegiata di offesa e difesa finalizzata all’oppressione. Le libere elezioni sono uno specchietto per le allodole, non solo sono una truffa, ma lo sono tanto più quanto più pretendono di dare parità di peso ad ogni voto personale, poiché tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti “a braccio “i milioni di elettori. Questo significa che in una società divisa in classi, permeata dai condizionamenti ideologici del regime sociale dominante, la cosiddetta volontà popolare espressa attraverso il voto non può che riflettere la potenza di quegli stessi condizionamenti: ne consegue che le scelte di voto delle classi dominate si orienteranno in prevalenza verso i partiti borghesi e riformisti, e qualora non dovesse, per assurdo, andare così, ci penserebbe la repressione armata a soffocare ogni velleità di cambiamento. Nel 1948 ricordavamo che “Eletto chicchessia al governo della repubblica, non avrebbe altra scelta che rinunziare, o offrirsi in servigio all’ingranamento di forze capitalistiche mondiali che maneggia lo Stato vassallo italiano”. Per questi motivi abbiamo definito, all’inizio del paragrafo, la via democratico-elettorale come ascensore per l’inferno, richiamando l’omonimo film del 1987 (angel heart). Come il personaggio di una tragedia, il nostro eroe proletario subisce a sua insaputa la congiura di forze sociali e politiche inesorabili, e bevendosi tutto il veleno del parlamentarismo democratico-riformista, non si avvede di aderire, contro i suoi stessi interessi, all’ideologia e ai comportamenti integrativi proposti dal sistema dominante. Quando talora si fa strada, attraverso la percezione nata dalla pressione dei fatti, la vera condizione servile a cui è ridotta la propria esistenza, e anche la natura demo-fascista dell’apparato statale in cui ha creduto, è spesso troppo tardi per recuperare il tempo perduto nella stolta accettazione dei miti sociali borghesi. Descrivendo un rituale avvenuto nel lontano Tibet, riferito da un giornalista inglese, la nostra corrente riassumeva nel 1953 il dramma politico-sociale di cui abbiamo finora trattato, usiamo quindi come epilogo alcuni stralci di quel documento: “ Nella notte lunare il rito aduna, forse a migliaia, i monaci vestiti di bianco, che si muovono lenti, impassibili, rigidi, tra lunghe nenie, pause e reiterate preghiere. Quando formano un larghissimo cerchio si vede qualcosa al centro dello spiazzo: è il corpo di un loro confratello steso supino al suolo. Non è incantato o svenuto, è morto […] uno dei sacerdoti lascia la cerchia e si avvicina alla salma. Mentre il canto continua incessante egli si piega sul morto, si stende su di lui aderendo a tutto il suo corpo, e pone la sua viva bocca su quella in disfacimento […] è il grande esperimento di riviviscenza dell’occulta dottrina asiatica che si attua […] Sotto la forza del magnetismo collettivo la forza vitale della bocca sana è penetrata nel corpo disfatto e il rito è al culmine: per attimi o per ore il cadavere, ritto in piedi, per la sua forza cammina. Così sinistramente, una volta ancora, la giovane generosa bocca del proletariato possente e vitale si è applicata contro quella putrescente e fetente del capitalismo, e gli ha ridato nello stretto inumano abbraccio un altro lasso di vita”. Da Il cadavere ancora cammina.

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