Crisi del capitalismo: modelli di lettura e tendenze di sviluppo

Crisi del capitalismo: modelli di lettura e tendenze di sviluppo

Il capitalismo non poteva diffondersi ed ingrandirsi senza complicarsi, e separare sempre di più i vari elementi che concorrono al guadagno speculativo: finanza, tecnica, attrezzatura, amministrazione. La tendenza è che il massimo di margine, e di controllo sociale, si allontanano sempre di più dalle mani degli elementi positivi ed attivi e si concentrano in quelle degli speculatori, e del banditismo affaristico.
Imprese economiche di Pantalone. Pagina 67.

Premessa
Continuare a definire l’attuale situazione con le categorie pure e semplici dell’economia politica è probabilmente riduttivo, la crisi, infatti, pur manifestandosi primariamente sul piano economico-finanziario globale, rivela nel suo divenire l’esistenza di processi più ampi di decadenza dell’intero sistema sociale capitalistico. Un modello di vita imperniato sui miti della crescita e del benessere diffuso, cioè su aspettative consumistiche di massa è entrato gravemente in crisi. Le mistificazioni ideologiche borghesi più grossolane vengono incrinate e rimesse in discussione, e lentamente, inevitabilmente, dal sottofondo sociale riemerge il disagio e la contestazione verso l’organizzazione economico-sociale capitalistica. Nel presente lavoro proveremo a sviluppare una analisi delle condizioni sistemiche che hanno determinato la situazione attuale, insieme a una disamina delle azioni e reazioni messe in atto dalla classe borghese internazionale e dal proletariato. In altre parole tenteremo di comprendere e descrivere le dinamiche del conflitto di classe contemporaneo, nel suo legame con le vicende passate e in vista di possibili sviluppi futuri.

Parte prima: I fenomeni concatenanti dell’economia capitalistica

Però, appena popoli la cui produzione si muove nelle forme inferiori del lavoro degli schiavi, della corvée ecc.,vengono attratti in un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti
all’estero, allora sull’orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba ecc. s’innesta l’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. Marx, ‘Il Capitale’. Libro primo

Il debito pubblico del borghesissimo stato italiano è di circa cinquecento miliardi. Se davvero il debito fosse ripartito tra i cittadini…ogni italiano avrebbe (cartelle) per… diecimila (lire). Ma ciò che è molto poco sicuro è la ripartizione uniforme dei titoli, che sono nelle mani di pochi abbienti ed accumulatori interni ed esteri, mentre lo spaventoso passivo, quello si, grava non su tutti i cittadini, ma su tutti i lavoratori, e col loro lavoro viene pagato.(…)Nello stesso modo Marx descrive il debito pubblico come uno dei fattori decisivi dell’accumulazione. Imprese economiche di Pantalone. Pagina 80.

La crisi capitalistica è una possibilità immanente allo stesso modo di produzione studiato e descritto nel testo principale di Marx, ‘il Capitale’. In questa prima parte del lavoro cercheremo di riproporre brevemente i tratti fondamentali della dinamica economico-sociale che sfocia nei fenomeni definiti con il termine ‘crisi’. In precedenza abbiamo impiegato questa dinamica studiata da Marx nel Capitale, un vero e proprio modello economico basato sull’individuazione di una sequenza di cause ed effetti, in un lavoro sulla guerra. Osservando i fenomeni correlati della concorrenza aziendale, del rapporto direttamente proporzionale tra crescita percentuale del capitale costante e diminuzione percentuale del capitale variabile, della caduta tendenziale del saggio di profitto, della conseguente concentrazione e centralizzazione dei capitali, con annessa crescita dell’esercito industriale di riserva e della povertà, abbiamo tracciato il percorso marxista che conduce alla crisi. In questo lavoro approfondiremo i dettagli economici in cui si articola la crisi del capitalismo, o meglio gli aspetti trascurati nel precedente lavoro sulla guerra, e quindi tenteremo di abbozzare delle previsioni relative ai possibili sviluppi del conflitto di classe.
La crisi economica attuale viene fatta detonare nel settembre 2008 da un tracollo generalizzato del settore finanziario-speculativo dell’economia, almeno questo è il percorso narrativo propostoci dall’interpretazione dominante. Industria, commercio, finanza e credito bancario sono aspetti strettamente connessi nel modo di produzione borghese. Tuttavia non svolgono tutti le stesse funzioni, non sono tutti immediatamente legati ai processi di sfruttamento e di asservimento delle masse umane proletarie. Riteniamo utile ricordare cosa scrive Marx sulla questione del capitale mercantile e del capitale usurario: ‘La circolazione, ossia lo scambio delle merci, non crea nessun valore. Quindi si capisce perché nella nostra analisi della forma fondamentale del capitale, che è la forma nella quale il capitale determina l’organizzazione economica della società moderna, non si sia tenuto conto alcuno, in un primo momento, delle forme popolari e per così dire antidiluviane del capitale, capitale mercantile e capitale usurario’. Marx, il ‘Capitale’, volume primo.

Dovendo spiegare il mistero del plusvalore e quindi dello sfruttamento, l’attenzione iniziale di Marx si concentra sul processo produttivo delle merci, individuando nella sostanza ‘valorificante’ del lavoro il perno della accumulazione capitalistica, ovvero la base materiale della crescita finale di valore del capitale, cioè dei mezzi di produzione anticipati (materie prime, macchinari, salari…), all’inizio di un certo ciclo produttivo. Le merci prodotte contengono una frazione di plus-lavoro non pagato, sottratto al proletario all’interno dello scambio ineguale salario contro forza-lavoro giornaliera impiegata, questo plus-lavoro è alla base del plus-valore che si manifesta nella forma di entrata monetaria nel momento della circolazione e distribuzione indirizzata al compratore/cliente, e consente inoltre al singolo capitale di combattere i capitali concorrenti. ‘La seconda fase del movimento, cioè il processo di produzione, è conclusa appena i mezzi di produzione sono convertiti in merce il cui valore superi il valore delle sue parti costitutive, e che dunque contenga il capitale originariamente anticipato e inoltre un plusvalore. Queste merci debbono ora venir gettate di nuovo nella sfera della circolazione. Bisogna venderle, realizzarne in denaro il valore, convertire di nuovo in capitale questo denaro, e così via. Questo movimento circolare che percorre sempre le identiche fasi successive costituisce la circolazione del capitale. La prima condizione dell’accumulazione è che il capitalista sia riuscito a vendere le sue merci e a riconvertire in capitale la parte maggiore del denaro così ricevuto’. Marx, il ‘Capitale’, volume primo.

Tuttavia la valorizzazione vera e propria del valore capitale anticipato dal capitalista (mezzi di produzione e salari, capitale costante e capitale variabile), pur avendo bisogno del momento della circolazione-distribuzione mercantile, non si realizza che nel momento della estrazione di plus-lavoro che si manifesta, come effettivo atto di violenza e di dominazione sociale di classe, all’interno della produzione di merci e servizi. Il primo volume del capitale è molto esplicito in tal senso: ‘ Nel capitale mercantile propriamente detto, la forma D-M-D’, comperare per vendere più caro, si presenta allo stato più puro. D’altra parte, tutto intero il suo movimento si svolge all’interno della sfera della circolazione. Ma poiché è impossibile spiegare la trasformazione di denaro in capitale, cioè la formazione di plusvalore, con la circolazione stessa, il capitale mercantile appare cosa impossibile non appena si scambiano equivalenti…Quel che vale per il capitale mercantile vale a maggior ragione per il capitale usurario. Nel capitale mercantile gli estremi,- il denaro gettato sul mercato e il denaro aumentato sottratto al mercato – sono per lo meno connessi dalla mediazione della compera e della vendita, dal movimento della circolazione. Nel capitale usurario la forma D-M-D’ è abbreviata e ridotta agli estremi immediati D-D’, denaro che si scambia con più denaro; forma incompatibile con la natura del denaro e quindi inspiegabile dal punto di vista dello scambio di merci..’

Riprenderemo in seguito quest’ultima traccia, interessante particolarmente per sviluppare un discorso sul livello finanziario della crisi, tuttavia è ancora il momento di chiarire con le parole di Marx il rapporto fra circolazione e produzione: ‘ S’è visto che il plusvalore non può sorgere dalla circolazione, e che quindi nella sua formazione non può non accadere alle spalle della circolazione qualcosa che è invisibile nella circolazione stessa…Tutto questo svolgimento di trasformazione in capitale del denaro del nostro capitalista, avviene e non avviene nella sfera della circolazione. Avviene attraverso la mediazione della circolazione, perché ha la sua condizione nella compera della forza-lavoro sul mercato delle merci; non avviene nella circolazione, perché questa non fa altro che dare inizio al processo di valorizzazione, il quale avviene nella sfera della produzione…Il capitalista, trasformando denaro in merci che servono per costituire il materiale di un nuovo prodotto ossia servono come fattori del processo lavorativo, incorporando forza-lavoro vivente alla loro morta oggettività, trasforma valore, lavoro trapassato, oggettivato, morto, in capitale, in valore auto-valorizzantesi; mostro animato che comincia a «lavorare» come se avesse amore in corpo’.

Queste considerazioni sono importanti per diradare ogni dubbio sulla fonte ultima della redditività del capitale investito, il profitto, che in ultima istanza viene generato nel processo produttivo di merci e servizi, e in ogni caso all’interno di sequenze lavorative che vedono l’impiego di forza-lavoro proletaria: ‘Ma confrontiamo il processo di creazione di valore e il processo di valorizzazione:
quest’ultimo non è altro che un processo di creazione di valore prolungato al di là di un certo punto. Se il processo di creazione di valore dura soltanto fino al punto nel quale il valore della forza-lavoro pagato dal capitale è sostituito da un nuovo equivalente, è processo semplice di creazione di valore; se il processo di creazione di valore dura al di là di quel punto, esso diventa processo di valorizzazione…Dunque con la messa in atto della forza-lavoro non viene riprodotto solo il suo proprio valore ma viene anche prodotto un valore eccedente. Questo plusvalore costituisce l’eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati,cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro(1)..
Con l’esposizione delle parti differenti avute dai differenti fattori del processo lavorativo nella formazione del valore del prodotto abbiamo di fatto caratterizzato le funzioni delle differenti componenti del capitale nel suo proprio processo di valorizzazione. L’eccedenza del valore complessivo del prodotto sulla somma dei valori dei suoi elementi costitutivi è l’eccedenza del capitale valorizzato sul valore del capitale inizialmente anticipato.
I mezzi di produzione da una parte, la forza-lavoro dall’altra, sono solo le differenti forme d’esistenza assunte da valore iniziale del capitale quando s’è svestito della sua forma di denaro e s’è trasformato nei fattori del processo lavorativo.

Dunque la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Quindi la chiamo parte costante del capitale, o, in breve, capitale costante. Invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio valore nel processo di produzione. Riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un’eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Questa parte del capitale si trasforma continuamente da grandezza costante in grandezza variabile.
Quindi la chiamo parte variabile del capitale, o in breve: capitale variabile. Le medesime parti costitutive del capitale che dal punto di vista del processo lavorativo si distinguono come fattori oggettivi e fattori soggettivi, mezzi di produzione e forza-lavoro, dal punto di vista del processo di valorizzazione si distinguono come capitale costante e capitale variabile…Le condizioni tecniche del processo lavorativo possono per esempio essere trasformate in modo che dove una volta dieci operai lavoravano con dieci attrezzi di scarso valore una massa di materia prima relativamente piccola, ora un operaio lavori un materiale cento volte maggiore, con una macchina più cara. In questo caso il capitale costante, cioè la massa di valore dei mezzi di produzione adoperati, sarebbe cresciuta di molto, e la parte variabile del capitale, cioè quella anticipata in forza-lavoro, sarebbe di molto diminuita. Eppure questa variazione cambia soltanto il rapporto di grandezza fra capitale costante e capitale variabile, ossia le proporzioni dello scindersi del capitale complessivo in componenti costanti e variabili, ma non intacca la distinzione fra costante e variabile… All’operaio, il secondo periodo del processo lavorativo, nel quale egli sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, gli costa certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino d’una creazione dal nulla’. Marx, primo volume del capitale.

Un singolo operaio può lavorare con un macchinario che gli consenta di produrre nello stesso tempo un numero maggiore di merci rispetto al passato. Il macchinario (cioè il capitale costante) evoluto tecnicamente (grazie alla continua ricerca e innovazione indispensabile a ridurre i costi di produzione e a fronteggiare la concorrenza), è superiore ai suoi predecessori ormai obsoleti, e quindi può rendere superflua una parte della forza-lavoro umana. Di conseguenza, a parità di volume annuo di produzione di merci e servizi, o magari in presenza di un volume non eccessivamente superiore a quello degli anni precedenti, si verificherà una riduzione del peso percentuale e reale del capitale variabile nei confronti del capitale costante (in altre parole una parte della forza-lavoro proletaria diventerà superflua). Se il volume d’affari e di vendite dell’impresa capitalistica dovesse impennarsi invece di 20 o 30 volte rispetto agli esercizi contabili precedenti, probabilmente, nonostante la maggiore produttività del lavoro causata dal progresso tecnico-scientifico incorporato nel capitale costante, sarebbe necessario impiegare un numero uguale o maggiore di lavoratori salariati. La legge della concorrenza spinge le imprese capitalistiche ad aguzzare l’ingegno, in vista della riduzione dei costi delle merci e dei servizi da vendere sui mercati di sbocco, attraverso il continuo miglioramento dei mezzi e dei metodi della produzione. Il momento della circolazione-distribuzione dei prodotti portatori di un plus-valore determinato dal plus-lavoro non retribuito, è quindi il completamento e la realizzazione sotto forma di vendita e susseguente incasso-entrata monetaria, della precedente creazione di plus-valore formatosi nel ‘secondo periodo del processo lavorativo, nel quale egli (il proletario) sgobba oltre i limiti del lavoro necessario (a ripagare il salario ricevuto). Mentre nella fase della produzione-estrazione di plus-lavoro che si consuma quotidianamente nelle moderne galere aziendali, il plus-valore contenuto nella merce è nella dimensione latente-potenziale, nella fase della circolazione-distribuzione esso si attualizza in forma di vendita-incasso monetario, confluendo nel calderone del conto economico della contabilità aziendale basata sul sistema della partita doppia. In questo sistema contabile la pura apparenza dei fenomeni regna sovrana, infatti il risultato economico di un esercizio amministrativo, generalmente un anno solare, si forma dalla semplice differenza aritmetica fra i costi e i ricavi annuali, fondamentalmente i costi di acquisto delle materie prime, della forza-lavoro e degli ammortamenti di macchinari, attrezzature e impianti industriali, e i ricavi di vendita delle merci e dei servizi. La merce venduta figura come perno principale dei ricavi aziendali, in seguito, sottraendo da questi ricavi totali la somma dei costi totali annuali, si ottiene l’utile d’esercizio. Volendo calcolare l’indice di redditività del capitale investito (immobilizzazioni e attivo e circolante), si usa la seguente formula: utile d’esercizio/capitale investitox100. L’aritmetica contabile della ragioneria opera con i risultati finali di un processo, cioè con il prezzo di vendita ricavato dalle merci, ignorando le fasi e la natura originaria di quel processo, che risiede nella sfera della produzione avvenuta all’interno delle galere aziendali del capitale. Gli asettici nomi dei conti aziendali mistificano e occultano il rapporto sociale di dominazione/subordinazione contenuto nel valore della merce. La merce viene descritta e registrata nella partita doppia delle aziende mercantili come ‘merci c/vendite’ o ‘merci c/acquisti’, mentre nella partita doppia delle aziende industriali viene registrata con il nome di ‘prodotti finiti c/vendite’. Un prodotto finale, un risultato composto da varie componenti di costo, che la stessa contabilità industriale analizza e scompone in forza-lavoro, materie prime, energia elettrica, con l’aggiunta di una quota di costi generali commerciali amministrativi e fiscali, al fine di fissare un prezzo di vendita in grado di coprire i costi sostenuti e ottenere un congruo profitto. Non si accenna al plus-lavoro, esso non esiste nella contabilità della partita doppia, eppure secondo Marx ‘Solo la forma per spremere al produttore immediato, al lavoratore, questo plus-lavoro, distingue le formazioni economiche della società; per esempio, la società della schiavitù da quella del lavoro salariato…Poiché il valore del capitale variabile è eguale al valore della forza-lavoro da esso acquistata, poiché il valore di questa forza-lavoro determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il plus-lavoro sta al lavoro necessario; cioè il saggio del plusvalore è p : v = plus-lavoro : lavoro necessario. I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente, l’uno nella forma del lavoro oggettivato, l’altro nella forma del lavoro in movimento. Quindi, il saggio del plusvalore è l’espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale, cioè dell’operaio da parte del capitalista..Chiamiamo plus-prodotto (surplus produce, produit net) la parte del prodotto che rappresenta il plusvalore. Come il saggio del plusvalore viene determinato non dal suo rapporto alla somma complessiva, ma alla parte costitutiva variabile del capitale, così il livello del plus-prodotto è determinato dal suo rapporto non al resto del prodotto complessivo, ma alla parte del prodotto nella quale è rappresentato il lavoro necessario. Come la produzione di plusvalore è lo scopo determinante della produzione capitalistica, così non è la grandezza assoluta del prodotto, ma la grandezza relativa del plus-prodotto a dare la misura del grado della ricchezza’. Marx, primo volume del capitale.

Le formazioni economiche che sono un espressione delle società divise in classi sociali, si distinguono solo per i metodi impiegati allo scopo di spremere al produttore immediato, al lavoratore, questo plus-lavoro.
In altre parole la loro sostanza schiavistica e dispotica non muta (se non in modo esteriore e formale), adeguandosi agli sviluppi del progresso tecnico-scientifico e alle esigenze economico-sociali della produzione relative ai vari periodi storici.
Il plus-valore trova origine nel processo produttivo delle merci, tuttavia esso non resta nelle sole mani del capitalista industriale, leggiamo di nuovo il primo libro del capitale: ‘Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è sì il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’.

Il plus-lavoro determina il plus-valore, e da esso poi discendono variegate e differenti forme di appropriazione-spartizione rivolte a diverse categorie di persone che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale; queste funzioni indispensabili al mantenimento del complesso generale della produzione sociale sono soprattutto quella commerciale-distributiva e quella creditizio-finanziaria. L’interesse prodotto da un capitale concesso in prestito, quindi l’attività di finanziamento delle imprese condotta dagli istituti di credito bancari e parabancari, rientra a pieno titolo nel novero della spartizione del plus-lavoro/plus-valore descritta da Marx. Può essere importante ricordare queste parti dell’opera di Marx, soprattutto in momenti come quello attuale, caratterizzati dalla enorme crescita del capitale finanziario e usurario, e quindi da un abnorme debito pubblico e privato (certamente abnorme rispetto a periodi storico-economici precedenti), per chiarire teoricamente che gli interessi spettanti al capitale finanziario-usurario, mercantile e fondiario, sono solo l’altra faccia del parassitismo del capitale industriale, cosiddetto ‘produttivo’, che si appropria senza requie del plus-valore, per mezzo dell’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. L’impulso alla crescita della produzione capitalistica, determinato dalla concorrenza fra i diversi capitali presenti sul mercato, abbisogna anche di mezzi finanziari presi in prestito, definiti nel conto patrimoniale delle imprese variamente con il nome di capitale di debito o di terzi, oppure con il nome di passività correnti e consolidate (in relazione alla scadenza dei debiti). Questa massa di debiti diventa comunque indispensabile, nel contesto concorrenziale dell’economia borghese, per investire in nuovi fattori produttivi e realizzare maggiori quantitativi di prodotto, in modo da ottenere -successivamente- maggiori ricavi di vendita e quindi maggiori entrate di denaro (denaro che dovrà essere ulteriormente reinvestito nella crescita del capitale aziendale per fronteggiare la concorrenza degli altri capitali, in un circolo virtualmente senza fine).

Marx:’Insieme con l’accumulazione del capitale si sviluppa quindi il modo di produzione specificamente capitalistico e, insieme al modo specificamente capitalistico,l’accumulazione del capitale. Questi due fattori economici producono, in ragion composta dell’impulso che si danno a vicenda, il cambiamento della composizione tecnica del capitale, in virtù del quale la parte costitutiva variabile diventa sempre più piccola a paragone di quella costante.Ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione,con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di accumulazione nuova. Essa allarga, con la massa aumentata della ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga scala e dei metodi di produzione specificamente capitalistici. L’aumento del capitale sociale si compie con l’aumento di molti capitali individuali. Presupposte invariate tutte le altre circostanze, i capitali individuali, e con essi la concentrazione dei mezzi di produzione, crescono nella proporzione in cui costituiscono parti aliquote del capitale complessivo sociale. Allo stesso tempo dai capitali originari si staccano polloni che funzionano come capitali nuovi autonomi. Un’importante funzione esercita in questo, fra l’altro, la ripartizione del patrimonio in seno alle famiglie capitaliste. Con l’accumulazione del capitale cresce quindi anche più o meno il numero dei capitalisti’.

La concorrenza fra capitali differenti conduce alla preponderanza del capitale costante sul capitale variabile, all’aumento della ricchezza operante come capitale e alla sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali. Questo movimento specifico dell’accumulazione espande le basi materiali dell’economia, il capitale complessivo sociale, e contemporaneamente, sotto la spinta della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, impone alla classe borghese dei continui sforzi di innovazione tecnologica e di intensificazione della produttività del lavoro (2). Abbiamo sviluppato in un precedente lavoro presente sul sito i tratti basilari inerenti alle dinamiche dell’accumulazione e agli effetti ad essa concatenati, come la concentrazione e la centralizzazione dei capitali (3), in questa ricerca abbiamo in mente di analizzare l’aspetto finanziario della centralizzazione, mostrandone il carattere bivalente di tentativo di soluzione della crisi (innestata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto) e di ulteriore aggravamento di essa. Parlando di caduta del saggio di profitto ci riferiamo alle conseguenze dell’aumento ‘storico’ del peso del capitale costante rispetto al peso del capitale variabile nella composizione ‘tecnica’ del capitale aziendale; tale variazione, immanente alle leggi dell’accumulazione capitalistica, produce un conseguente indebolimento percentuale della componente data dal lavoro salariato impiegato nella produzione, e quindi un calo relativo, percentuale, anche se non necessariamente assoluto, del plus-lavoro/plus-valore incorporato nelle merci prodotte. Pochi fondi comuni d’investimento muovono quantità enormi di denaro, il mercato finanziario è dominato da processi di centralizzazione analoghi a quelli che avvengono nella cosiddetta economia reale. Le banche svolgono un ruolo predominante nelle transazioni collegate all’investimento del capitale monetario dei propri clienti, la figura del promotore finanziario, abile venditore di opzioni di impiego dell’adorato denaro dei tanti risparmiatori amanti del rischio, assurge oramai al grado di divinità bifronte del mercato finanziario, con funzioni alternative di salvezza-arricchimento o di perdizione – impoverimento del devoto adoratore del dio denaro. Sarebbe arduo spiegare le motivazioni che spingono all’azzardo di investimenti ad alto rischio taluni risparmiatori, resta il fatto che il sistema creditizio-finanziario raccoglie il denaro dei risparmiatori per impiegarlo in successive operazioni, sia di tipo puramente finanziario-speculativo ( acquisto di titoli azionari, obbligazionari…), sia di tipo creditizio ( finanziamenti alle imprese e alle famiglie). L’utile d’esercizio di un istituto di credito è dato dalla differenza fra i costi e i ricavi di un anno, nella realtà dal saldo fra gli interessi attivi maturati sulle operazioni di impiego finanziario-speculative e creditizie, e gli interessi passivi da versare ai depositanti. Sappiamo, tuttavia, che il termine interesse, e quindi l’utile d’esercizio del settore bancario dell’economia derivato fondamentalmente dal saldo fra interessi attivi e passivi, è solo un frammento del plus-valore che il capitale industriale divide con le altre branche del meccanismo economico borghese ‘il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’.
Una parte cospicua dei depositi bancari viene impiegata nell’acquisto di titoli del debito pubblico(4) le obbligazioni, che in Italia assumono il nome di BTP, CCT, BOT. Esse si differenziano in base alla durata, e quindi al tasso di rendimento che è maggiore nei titoli dalla scadenza più lunga. Naturalmente il livello di rischio è maggiore nei titoli azionari rispetto ai titoli di stato, anche se il recente default di alcuni stati (Argentina, Grecia…) dimostra che non esistono certezze assolute di recupero del capitale monetario del depositante anche nel caso di investimenti in titoli del debito pubblico. L’analisi del ruolo delle banche e del debito pubblico contenuta nel ‘Capitale’ vale la pena di essere riportata: ‘ Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna’.

L’analisi marxista evidenzia la funzione di servizio del debito pubblico rispetto all’accumulazione originaria, successivamente svela il collegamento fra la crescita del debito pubblico e l’aumento dell’imposizione fiscale ‘il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte’. L’aumento delle imposte si traduce in uno strumento di ulteriore asservimento della forza-lavoro proletaria, in quanto l’aumento dell’imposizione fiscale riguardando soprattutto i mezzi di sussistenza, pensiamo agli ultimi aumenti dell’imposta sul valore aggiunto (L’IVA) in Italia, costringe i proletari salariati a lavorare per una durata di tempo giornaliero maggiore per procurarsi gli stessi mezzi di sussistenza: ‘Il fiscalismo moderno, il cui perno è costituito dalle imposte sui mezzi di sussistenza di prima necessità (quindi dal rincaro di questi), porta perciò in se stesso il germe della progressione automatica. Dunque, il sovraccarico d’imposta non è un incidente, ma anzi è il principio. Questo sistema è stato inaugurato la prima volta in Olanda, e il gran patriota De Witt l’ha quindi celebrato nelle sue Massime come il miglior sistema per render l’operaio sottomesso, frugale, laborioso e… sovraccarico di lavoro’. Marx, primo volume del capitale.
Sovraccarico d’imposta uguale sovraccarico di lavoro, l’equazione marxista non consente equivoci, essa è collegata al debito pubblico, cioè all’azione del capitale finanziario ‘in realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti’ Marx. Questo combinato di debito pubblico e agenti finanziatori/ creditori dello Stato si manifesta all’origine dell’accumulazione, ‘ Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria’ scrive Marx, e in effetti si ripresenta potentemente nell’attuale fase putrescente del modo di produzione capitalistico. Le banche, la bancocrazia, sono un momento importante di questa espansione del debito pubblico, e quindi della conservazione della sua funzione di schiacciamento fiscale della vita dei proletari, costretti al sovraccarico di lavoro dal sovraccarico d’imposta sui mezzi di sussistenza. Marx usa dei termini inequivocabili per descrivere il ruolo delle banche: ‘ Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro. Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694)’. Marx, primo volume del capitale.
Il capitale finanziario-speculativo accompagna dunque l’accumulazione originaria e gli sviluppi successivi del capitalismo, in modo particolare in questa fase putrescente, una fase in cui la valorizzazione del capitale, intralciata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto determinata dalla variazione della composizione tecnica del capitale, spinge i capitalisti a investire una parte della ricchezza estorta ai proletari nella sfera finanziaria. I fondi comuni di investimento, le banche, i promotori finanziari, sono gli attori tecnici principali a cui è delegato il compito di impiegare in modo speculativo la massa di capitale monetario circolante, un capitale non impiegabile con profitto nell’economia reale. L’interesse sul capitale concesso in prestito ha quindi un valore sostitutivo rispetto al profitto tradizionale, evidentemente non più realizzabile, nella sfera della produzione e della distribuzione di merci e servizi. Tuttavia, considerando la tendenza storica al calo del saggio di profitto mediamente ottenibile con l’impiego di un certo capitale, e considerando che ‘Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è sì il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale’, allora risulta anche spiegato l’abbassamento del rendimento medio del capitale finanziario, al quale si contrappone come controtendenza l’incremento del grado di sfruttamento della forza-lavoro (fonte ultima del plus-valore), realizzato anche con l’incremento del debito pubblico, il successivo aumento delle imposte e il correlato orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro.

(1).’Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto fino al quale l’operaio avrebbe prodotto soltanto un equivalente del valore della sua forza-lavoro, e appropriazione di questo plus-lavoro da parte del capitale: ecco la produzione del plusvalore assoluto. Essa costituisce il fondamento generale del sistema capitalistico e il punto di partenza della produzione del plusvalore relativo. In questa, la giornata lavorativa è divisa dal principio in due parti: lavoro necessario e plus-lavoro. Per prolungare il plus-lavoro, il lavoro necessario viene accorciato con metodi che servono a produrre in meno tempo ’equivalente del salario. Per la produzione del plusvalore assoluto si tratta soltanto della lunghezza della giornata lavorativa; la produzione del plusvalore relativo rivoluziona da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e i raggruppamenti sociali…Il capitalista paga il valore della forza-lavoro, o il prezzo di essa che si scosta dal suo valore, e riceve nello scambio la facoltà di disporre della stessa forza-lavoro vivente. Il suo usufrutto di questa forza-lavoro si divide in due periodi. Durante l’uno l’operaio produce un solo valore, eguale al valore della sua forza-lavoro, quindi produce soltanto un equivalente. Il capitalista riceve in tal modo per il prezzo anticipato della forza-lavoro un prodotto del medesimo prezzo. È come se egli avesse comprato il prodotto bello e fatto sul mercato. Nel periodo del plus-lavoro invece l’usufrutto della forza-lavoro crea valore per il capitalista senza costargli una reintegrazione di valore. Il capitalista ha gratis questa forza-lavoro resa liquida. In questo senso il plus-lavoro può essere chiamato lavoro non retribuito. Il capitale non è soltanto potere di disporre del lavoro, come dice A. Smith. È essenzialmente potere di disporre di lavoro non retribuito. Ogni plusvalore, sotto qualunque forma particolare di profitto, interesse, rendita, ecc, esso si cristallizzi in seguito, è per la sua sostanza materializzazione di tempo di lavoro non retribuito. L’arcano dell’auto-valorizzazione del capitale si risolve nel suo potere di disporre di una determinata quantità di lavoro altrui non retribuito’. Marx, primo volume del capitale.

(2). Con la divisione manifatturiera del lavoro e con l’uso delle macchine, ad esempio, viene lavorata durante lo stesso tempo una maggiore quantità di materie prime ed entra quindi nel processo lavorativo una maggiore massa di materie prime e di materie ausiliarie. Questa è la conseguenza della produttività crescente del lavoro. D’altra parte la massa delle macchine usate…del bestiame da lavoro, dei concimi minerali, dei tubi di drenaggio ecc. è condizione della produttività crescente del lavoro. Così anche la massa dei mezzi di produzione concentrati in locali, forni giganteschi, mezzi di trasporto ecc. Ma che sia condizione o che sia conseguenza, la crescente grandezza di volume dei mezzi di produzione paragonata alla forza-lavoro ad essi incorporata esprime la crescente produttività del lavoro. Marx, primo volume del capitale.

(3). ‘Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come ripulsione reciproca di molti capitali individuali. Contro questa dispersione del capitale complessivo sociale in molti capitali individuali oppure contro la ripulsione reciproca delle sue frazioni agisce l’attrazione di queste ultime. Non si tratta più di una concentrazione semplice dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, identica con l’accumulazione. Si tratta di concentrazione di capitali già formati, del superamento della loro autonomia individuale, dell’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi. Questo processo di distingue dai primo per il fatto che esso presuppone solo una ripartizione mutata dei capitali già esistenti e funzionanti che il suo campo d’azione non è dunque limitato dall’aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione. Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. È questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e concentrazione. Non è possibile qui dare uno svolgimento delle leggi di questa centralizzazione dei capitali ossia dell’attrazione del capitale da parte del capitale. Basterà un breve cenno sui fatti. La lotta della concorrenza viene condotta rendendo più a buon mercato le merci. Il buon mercato delle merci dipende, caeteris paribus, dalla produttività del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della produzione. I capitali più grossi sconfiggono perciò quelli minori. Si ricorderà inoltre che, con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, cresce il volume minimo del capitale individuale, necessario per far lavorare un’azienda nelle sue condizioni normali. I capitali minori si affollano perciò in sfere della produzione delle quali la grande industria si sia impadronita fino allora solo in via sporadica o incompleta. La concorrenza infuria qui in proporzione diretta del numero e in proporzione inversa della grandezza dei capitali rivaleggianti. Essa termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono… Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistica, si sviluppano la concorrenza e il credito, le due leve più potenti della centralizzazione. Allo stesso tempo il progresso dell’accumulazione aumenta la materia centralizzabile, ossia i capitali singoli, mentre l’allargamento della produzione capitalistica crea qua il bisogno sociale, là i mezzi tecnici di quelle potenti imprese industriali, la cui attuazione è legata a una centralizzazione del capitale avvenuta in precedenza. Oggi quindi la reciproca forza d’attrazione dei capitali singoli e la tendenza alla centralizzazione sono più forti che mai nel passato. Ma anche se l’estensione relativa e l’energia del movimento centralizzatore sono determinate in un certo grado dalla grandezza già raggiunta dalla ricchezza capitalistica e dalla superiorità del meccanismo economico, ciò malgrado il progresso della centralizzazione non dipende affatto dall’aumento positivo della grandezza del capitale sociale. Ed è questo specificamente che distingue la centralizzazione dalla concentrazione,la quale non è che un’espressione diversa per indicare la riproduzione su scala allargata. La centralizzazione può avvenire in virtù di un semplice cambiamento nella distribuzione di capitali già esistenti, cioè di un semplice mutamento nel raggruppamento quantitativo delle parti costitutive del capitale sociale. Il capitale può crescere qua fino a diventare una massa potente in una sola mano, perché la viene sottratto a molte mani individuali. In un dato ramo d’affari la centralizzazione raggiungerebbe l’estremo limite solo se tutti i capitali ivi investiti si fondessero in un capitale singolo. In una società data questo limite sarebbe raggiunto soltanto nel momento in cui tutto il capitale sociale fosse riunito nella mano di un singolo capitalista o in quella di un’unica associazione di capitalisti. La centralizzazione completa l’opera dell’accumulazione mettendo in grado i capitalisti industriali di allargare la scala delle loro operazioni. Ora, che quest’ultimo risultato sia conseguenza dell’accumulazione o della centralizzazione; che la centralizzazione si compia in via violenta, cioè con l’annessione, nel quale caso certi capitali diventano per
altri centri di gravità così preponderanti da spezzarne la coesione individuale e da attirare poi a sé i frammenti singoli, o che avvenga la fusione di una quantità di capitali già formati oppure in formazione, in virtù di un procedimento più blando, cioè della formazione di società per azioni, l’effetto economico rimane lo stesso. La cresciuta estensione degli stabilimenti industriali costituisce dappertutto il punto di partenza di una più ampia organizzazione del lavoro complessivo di molti, di uno sviluppo più largo delle loro forze motrici materiali, ossia di una progredente trasformazione di processi di produzione isolati e compiuti secondo consuetudini, in processi di produzione combinati socialmente e predisposti scientificamente.

Ma è chiaro che l’accumulazione, il graduale aumento del capitale mediante la riproduzione che dalla forma di circolo trapassa in quella di spirale, è un procedimento lentissimo a paragone della centralizzazione la quale non ha che da mutare il raggruppamento quantitativo delle parti integranti del capitale sociale. Il mondo sarebbe tuttora privo di ferrovie, se avesse dovuto aspettare che l’accumulazione avesse messo in grado alcuni capitali individuali di poter affrontare la costruzione di una ferrovia. La centralizzazione, invece, è riuscita a farlo d’un tratto, mediante le società per azioni. E mentre la centralizzazione aumenta in tal modo gli effetti dell’accumulazione e li accelera,essa allarga ed accelera allo stesso tempo i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale, che ne aumentano la parte costante a spese di quella variabile, e con ciò diminuiscono la domanda relativa di lavoro’. Marx, primo volume del capitale.

(4) ‘Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una
delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.
Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie’. Marx, primo volume del capitale.

Parte seconda: Debito pubblico, sfruttamento, prospettive.

Ove vi è un debito di stato, a grande scala, a carattere permanente e così formidabilmente progressivo, non può non esserci il gioco di una totale passività a carico della massa che lavora, e di un grosso beneficio per una minoranza di privati non lavoratori. Capitalismo dunque in atto, e in corso di progressiva accumulazione. Marx definisce il debito pubblico come l’alienazione dello stato. Lo stato non può che alienarsi ad un gruppo privato. Imprese economiche di Pantalone. Pagina 81.

Fissiamo e riepiloghiamo brevemente i termini della questione: lo sviluppo storico delle società divise in classi di oppressori ed oppressi conduce all’attuale modo di produzione capitalistico. Agli inizi di questo modo di produzione gioca un ruolo importante ‘Il debito pubblico (che) diventa una delle leve più energiche della accumulazione originaria’. Nello sviluppo successivo, con la divisione del lavoro su scala superiore determinato dalla diffusione dell’industria capitalistica e dalla concorrenza fra singoli capitali aziendali, viene incrementata la produttività del lavoro sociale e il conseguente impiego massiccio di capitale costante nella produzione (a discapito del capitale variabile). Tale modificazione della composizione tecnica del capitale aziendale determina la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, essendo il capitale variabile, cioè la forza-lavoro salariata, la vera fonte del plus-lavoro/plus-valore. Nel precedente lavoro dedicato alla guerra abbiamo individuato il collegamento (presente nello stesso testo del ‘Capitale di Marx’), fra la modificazione della composizione tecnica del capitale aziendale, la caduta del saggio medio di profitto, i fenomeni di concentrazione e centralizzazione, la creazione di un esercito industriale di riserva abnorme, l’impoverimento di massa, e la successiva, potenziale, distruzione di forza-lavoro e capitale costante in eccesso. La stessa energia del lavoro sociale evocata dal capitalismo mette in essere le condizioni per un balzo nel progresso tecnico-scientifico, cristallizzato infine nell’attuale peso preponderante del capitale costante rispetto al lavoro umano. Dentro un quadro sociale senza classi di servi e di padroni, questa circostanza significherebbe la riduzione del tempo di lavoro medio, e quindi l’impiego dei mezzi di produzione per il soddisfacimento dei bisogni umani; all’interno di questo quadro sociale, invece, significa la pura follia del lavoro morto (il capitale costante) che divora la vita del lavoro vivo proletario, all’esclusivo servizio di una minoranza sociale di parassiti.
I mezzi di produzione (il capitale costante), risultato dell’intera storia del progresso tecnico-scientifico umano, vengono impiegati contro la stessa vita della specie che li ha posti in essere, in un processo di alienazione apparentemente senza vie di uscita.
Nel precedente lavoro abbiamo approfondito gli aspetti relativi all’esigenza politico-economica borghese di sterminio e distruzione di forza-lavoro e capitale costante in eccesso, attività fondamentali per uscire dalla crisi di sovrapproduzione e far ripartire il ciclo di valorizzazione sulle ecatombi di morti e macerie post-belliche. Ora ci concentreremo sugli aspetti della guerra finanziaria e monetaria, in corso fra i vari attori economici presenti sulla scena globale del capitalismo, inoltre sulle conseguenti tendenze alla centralizzazione bancaria e finanziaria, e tenteremo di collegare queste manovre alla risposta che la borghesia mondiale è costretta a somministrare alla sempre incombente minaccia di rivolta delle moltitudini di servi salariati. In altre parole proveremo a leggere la guerra finanziario-monetaria contemporanea dei vari agglomerati capitalistici, come la fase necessaria di una generale lotta per l’accaparramento delle quote di plus-valore e l’ulteriore incremento dello sfruttamento e asservimento della classe sociale avversaria.
Datare al 15 settembre 2008 l’inizio della crisi economica attuale è una imprecisione, se non altro dal nostro punto di vista. Almeno dalla metà degli anni 70 infatti, si è sviluppata dentro il sistema una concatenazione di difficoltà economiche, cronicamente ineliminabili, per di più periodicamente soggette a picchi di recrudescenza. Quindi dal 2008 ad oggi si acutizza solo un percorso iniziato alla metà degli anni 70, ovvero alla fine del ciclo di espansione economica successivo alla seconda guerra mondiale. La centralizzazione e la crescita del capitale bancario-finanziario, dal nostro punto di vista (in questo senso discordante dalle previsioni di Hilferding), non ha significato la stabilizzazione del sistema, o addirittura la possibilità di un suo superamento indolore: infatti, permanendo la tara congenita della caduta tendenziale del saggio di profitto – e in presenza di un calo della domanda determinato dalla lievitazione di un esercito industriale di riserva impoverito – non poteva prodursi nessuna stabilizzazione economica reale (solo la guerra ha svolto, storicamente, una momentanea funzione di stabilizzazione sistemica ). I recenti contributi di studio di autori come Lapavitsas, sostengono d’altronde che la formazione di oligopoli – specialmente in campo bancario e finanziario- non comporta meccanicamente una riduzione della concorrenza. (Ripetiamolo, la crescita del debito pubblico è storicamente collegata al fenomeno della centralizzazione e alla crescita del capitale finanziario, e rappresenta, in termini di scontro di classe, la risposta borghese alla caduta del saggio di profitto ( in quanto implica un aumento delle imposte sui beni primari, e quindi un successivo inasprimento del livello di sfruttamento della classe subordinata). Generalmente, l’aumento del costo della vita è determinato dalla crescita dei prezzi di merci e servizi, dall’aumento delle imposte sul reddito da lavoro dipendente e delle imposte sui consumi. Questo combinato di aumenti di prezzi e di imposte significa – in assenza di meccanismi di adeguamento salariale come il rinnovo dei contratti o la ormai estinta scala mobile- non solo un impoverimento della classe lavoratrice, ma anche un incremento del suo grado di sfruttamento. Infatti, ammettendo dimezzata la quantità di mezzi di sussistenza acquistabile con il tempo di lavoro corrispondente al salario giornaliero ricevuto (ad esempio un ora su otto), e permanendo invariato il tempo di lavoro non retribuito, cioè il plus-lavoro (ad esempio sette ore su otto), si ottiene l’effetto di lavorare adesso sette ore e mezzo per il capitale (plus-lavoro) e mezz’ora per se stessi (lavoro necessario come contropartita del salario ricevuto).
Nel corso degli ultimi decenni i governi borghesi hanno ripetutamente adottato delle politiche economiche e fiscali classiste miranti proprio ad incrementare il grado di sfruttamento dei lavoratori, nel vano e apparente tentativo di rilanciare gli investimenti e la crescita economica, cioè il ciclo di valorizzazione del capitale industriale-commerciale. Da un punto di vista effettuale hanno soprattutto ottenuto – con la crescita dell’imposizione fiscale- le entrate monetarie per pagare gli interessi sul debito pubblico ( garantendo e assicurando in questo modo una frazione di plus-valore a quella parte del capitale complessivo di tipo finanziario-usurario). Possiamo quindi definire a pieno titolo con il termine ‘dispotismo usurario’ l’azione di ulteriore asservimento fiscale delle masse proletarie (azione condotta dall’apparato statale borghese al servizio della oligarchia finanziaria-usuraria dominante).
Le cosiddette politiche di austerità e di rigore, il ‘fiscal compact’ (o pareggio di bilancio), diventato ormai un obbligo di legge, sono la dimostrazione di una precisa volontà di garantire al capitale finanziario-usurario la quota di interessi (frammento del plus-valore) che gli spetta in quanto soggetto che svolge ‘altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale’.

Vediamo ora alcuni dati relativi ai numeri delle politiche monetarie e fiscali dei principali attori statali capitalistici. Queste politiche possono essere lette, se vogliamo fermarci alle apparenze, come delle semplici e normali operazioni di bilancio miranti a stabilizzare i conti pubblici, oppure, ed è il nostro caso, come un aspetto della guerra finanziaria infra-imperialistica connessa alla fase attuale della crisi capitalistica. Come avviene sempre in occasione delle crisi, cioè nel momento della acutizzazione delle contraddizioni interne al sistema, la lotta fra i fratelli coltelli borghesi (Marx) si inasprisce, determinando la sconfitta e il susseguente assorbimento degli attori più deboli – non solo singole imprese fallite ma anche stati ed economie nazionali – da parte degli attori più forti (in questo scenario si inserisce la possibilità della guerra come sterminio di forza-lavoro e capitale costante in eccesso, e il successivo rilancio su vasta scala del ciclo di valorizzazione).
Analizziamo ora alcune tabelle. Partiamo dall’Europa dove il debito pubblico ha mostrato mediamente una crescita rilevante, come ben evidenziato dai dati riportati in questa tabella ISTAT.
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La tabella elaborata dall’istat sulla base di dati eurostat, relativi al periodo 2007-2013, ci presenta le variazioni numeriche di alcuni parametri economici (spese, entrate, pressione fiscale, indebitamento e debito pubblico) delle amministrazioni pubbliche di alcuni paesi dell’unione europea. Al di là dei mutamenti percentuali presenti nella colonna dell’indebitamento, che sembrerebbero comunque evidenziare una minore diminuzione di questo parametro dal 2007 al 2013, colpisce molto la situazione presente nella colonna relativa al debito pubblico: in questo caso negli undici paesi considerati si passa da una media di 58,9 del 2007 a una media di 87,1 per il 2013. Anche la spesa pubblica media aumenta di 4 punti dal 2007 al 2013, mentre le entrate e la pressione fiscale in questo periodo aumentano quasi di un punto.
La lettura di questi dati numerici conferma la nostra teoria sull’aumento tendenziale del debito pubblico, espressione dei processi dissolutivi e riaggregativi del modo di produzione capitalistico in questa fase della crisi, e quindi evidenzia, in definitiva, il ruolo preponderante assunto in questi processi dall’oligarchia finanziario-usuraria contemporanea.
Possiamo ora rivolgere l’attenzione a un grafico Eurostat relativo all’andamento del debito pubblico, nel periodo 1995-2012, in sette importanti economie capitalistiche.
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Anche in questo caso si conferma la tendenza generale all’aumento del debito pubblico, il ‘consolidated gross debt’, che nel caso del Giappone presenta una curva di crescita quasi ininterrotta superiore a quella degli altri paesi, mentre nei restanti sei paesi decresce o resta stabile dal 1995 al 2001, e tende poi a crescere dal 2001 al 2007, subendo un impennata dal 2008 al 2012.
Alcuni analisti economici, anche di area marxista, rimarcano la problematicità del rifinanziamento dei titoli rappresentativi del debito pubblico italiano, ma anche del debito di altri stati, denunciando un incombente rischio di default che potrebbe innescare ulteriori fenomeni di aggravamento della crisi. A costo di sembrare cinici vorremmo esprimere le nostre perplessità rispetto a siffatte previsioni, non ci sembra, infatti, che la cosiddetta ‘rischiosità sistemica incombente’ rappresenti oggi un problema serio per la sopravvivenza del sistema, ma significhi solo (in assenza di improbabili rivolte di massa dei proletari) una ulteriore fase del processo di disgregazione e ricomposizione del capitale globale: processo finalizzato al raggiungimento di nuovi equilibri di potere (per quanto temporanei) e quindi alla spartizione del plus-valore residuo, con il risvolto aggiuntivo di un maggiore carico di sfruttamento e dispotismo per la classe operaia.
Torniamo quindi a ribadire che nessuna previsione meccanicistica e nessun volontarismo attivistico può accelerare i processi di decomposizione del cadavere che ancora cammina, il capitalismo, soprattutto quando il livello di maturità della lotta di classe è ancora debolissimo, e la potenza dei condizionamenti sistemici riesce a ridurre all’inerzia le masse anche in presenza di un peggioramento delle condizioni di vita come quello compreso nel periodo 2007-2015.
E’ anche vero che il rinnovamento dei titoli del debito pubblico non può procedere all’infinito, perché comprimendosi l’attività economica reale di produzione di beni e servizi dove si produce, fondamentalmente, anche il plus-valore – compressione causata dalla crisi da sovrapproduzione – ne soffre di conseguenza anche la frazione plus-valore destinata in veste di interesse al capitale finanziario-usurario. L’incremento dello sfruttamento realizzato con l’aumento del debito (5) e il susseguente inasprimento del carico fiscale sui beni di prima necessità, non può compensare per lungo tempo il calo del saggio di profitto (determinato dalla variazione della composizione tecnica del capitale, e quindi dalla riduzione del plus-valore, prima percentuale e poi anche reale in seguito alla crisi), conseguentemente, solo la distruzione del capitale in eccesso e lo sterminio della forza-lavoro superflua può ristabilire adeguate condizioni di valorizzazione del capitale in tutte le sue fogge e mascherature (industriale, commerciale, finanziario-usurario…). A meno che il proletariato non giochi questa volta un ruolo diverso e riesca così a scompaginare la scacchiera invariante della dominazione borghese.

(5)“Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eruzioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione”. Marx, il capitale.

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