La dissoluzione della morale sessuale borghese è opera dello stesso capitalismo

Viviamo, si dice da tutte le parti, in un’epoca di «dilagante immoralità». Vuol dire allora che la società è condannata a morte. Tutte le società di classe sorgono nella storia come portatrici anche di una «idea morale» cioè un complesso di regole che disciplinano la vita pratica degli uomini. Quando le società diventano «immorali», ciò accade perché la classe dominante, depositaria e custode – tramite la scuola, la chiesa, la polizia e la letteratura – della morale vigente si accorge che i precetti etici inculcati nelle masse sfruttate e difesi con mezzi coercitivi non ce la fanno a bloccare l’azione delle forze erosive che minano le fondamenta economiche e sociali della società. Da quel momento la classe dominante, cessa di credere fermamente, o non crede più, nei suoi decaloghi morali. Si avverte che essi sono inutili, che solo l’impiego della corruzione e della violenza può allontanare il giorno della resa dei conti. In una parola diventa «immorale» cioè si mette a vivere in contrasto con le sue stesse teorie morali.
Il disfacimento di una società inizia soprattutto nella classe dominante e si manifesta come dissoluzione morale. Ciò non significa che il processo degenerativo si svolge nel chiuso del mondo delle idee. Accade invece che le regole morali che prima presiedevano alla attività pratica si rivelino insufficienti, perché l’evoluzione economica ha modificato profondamente la realtà sociale. Consideriamo la morale sessuale, cioè l’insieme di consuetudini e di precetti morali che regolano, nella società borghese i rapporti tra i sessi.

La famiglia borghese in crisi
Fondamento della organizzazione sociale borghese è la famiglia basata sul matrimonio monogamico. Nella lotta ideologica contro l’aristocrazia feudale, folleggiante nelle dorate Versailles del secolo XVIII, la borghesia allora rivoluzionaria tuonò contro il libertinaggio dei nobili e si presentò come l’araldo del rinnovamento della famiglia e della santità del matrimonio; espresse nei confronti delle mollezze d’alcova e le perversioni sessuali dei Casanova e dei De Sade lo stesso sacro furore di indignazione che, molti secoli addietro aveva spinto i cristiani delle catacombe a maledire le scostumatezze dei patrizi romani. In una parola, la borghesia si rizzò contro l’aristocrazia feudale, dispregiatrice cinica della continenza carnale, come l’incarnazione della Virtù. Anzi, come redentrice degli stessi corrotti rappresentanti dell’ancien regime, rispecchiandosi compiaciuta nei personaggi di Giorgio Ohnet e di Octave Feuillet. Ma a che punto sono i discendenti del morigerato «Terzo Stato», puritano e regicida? Sono all’orgia. Certamente non deve accadere a caso il fatto che la decomposizione morale delle classi dominanti si manifesti nella tendenza a dare il massimo della pubblicità, per così dire, a certi atti che normalmente, specialmente se «peccaminosi», si compiono in segreto. Ad un certo stadio della evoluzione della classe dominante compare l’orgia. Ma l’esperienza storica insegna che quando tale forma di divertimento dei potentati compare, la Rivoluzione è alle porte. E ciò si comprende. La moda orgiastica esplode quando la classe dominante sente suonare la campana a morto. Non a caso i signori babilonesi amavano ornare con simboli di morte il luogo dei loro festini. Orgiasti sfrenati furono i patrizi del Basso Impero, gli incipriati aristocratici del Settecento, la nobiltà russa stretta intorno a Rasputin. E’ la coscienza della propria impotenza a frenare la disgregazione e la rovina della società che spinge la classe dominante a vendicarsi masochisticamente della paura che incute la Rivoluzione. L’orgia è l’antidoto contro la paura e la disperazione.
Però ci tocca render così giustizia agli organizzatori delle cene trimalcioniche della antichità, come agli zerbinotti e alle damine settecenteschi. Se potessero resuscitare costoro certamente proverebbero un immenso disgusto al sordido spettacolo dell’orgia borghese. Lo spirito bottegaio, conteggiatore di lurido denaro, non abbandona il borghese, nemmeno quando posa a eroe della disperazione esistenzialistica. I luoghi dove si svolgono le riunioni d’ambo i sessi, essendo d’obbligo il … costume adamitico, o i «balletti rosa», debbono puzzare lontano un miglio di casa di tolleranza. Né è praticamente possibile separare il libertinaggio dei nostri ricchi dalla prostituzione. Certamente il borghese che «pecca» sa quanto gli viene a costare in biglietti di banca… lo strappo alle regole.
Se la classe dominante si mette sotto i piedi la propria morale sessuale, i suoi lacchè intellettuali non potrebbero essere da meno. Ed ecco la pornografia che invade la letteratura e le arti, la stampa e il cinema. Principi morali che un tempo furono dei veri tabù: la verginità delle ragazze, la riservatezza delle donne maritate, la occhiuta sorveglianza dei mariti, oggi sono il bersaglio favorito della stampa specialmente quella dedicata ad un pubblico femminile. Il rigore puritano in materia amorosa fa sorridere i discendenti di Robespierre e di Cromwell. Siamo al «laissez faire, laissez aller» non solo nei rapporti tra i sessi, ma nello stesso sesso. L’adultera non ispira più le roventi invettive dei catoni. Si continua a biasimare, è vero, chi abbandona il legittimo coniuge per soddisfare una improvvisa passione omosessuale, come il caso di quella nobildonna romana; ma si bolla a fuoco come suprema barbarie il delitto passionale, per non parlare del delitto di onore, ancora in auge presso le popolazioni della ex Magna Grecia… La classe dominante tende a universalizzare l’orgia.
Tutto ciò non accade a caso. Accade perché l’evoluzione economica e sociale del capitalismo ha minato alle fondamenta l’istituzione alla quale corrispondeva la morale sessuale borghese, cioè il matrimonio.
Il matrimonio monogamico non è, come noto, una istituzione sociale esclusivamente borghese. Il capitalismo – e anche in ciò si rende evidente il suo carattere di società di classe – l’ha ereditato dal feudalesimo. che a sua volta l’aveva in comune con l’antichità classica. Ma la storia dice che è sotto il capitalismo che il matrimonio monogamico è caduto in frantumi. Il comunismo non potrà certamente ereditarlo; non si eredita un morto. Al più gli toccherà di stendere l’atto di morte che l’ipocrisia borghese, la borghesia delle orge e della prostituzione universale, si rifiuta di redigere.
Condizione necessaria della conservazione del matrimonio monogamico era la soggezione della donna all’uomo. Esso si manteneva sul privilegio del marito al quale la condizione di unico procacciatore dei mezzi di sussistenza conferiva il diritto di dare il proprio cognome alla moglie e ai figli. La incapacità della donna a provvedere al proprio sostentamento la cacciava in una posizione di inferiorità, dalla quale era pressoché impossibile evadere. Ma il capitalismo, ad un certo stadio del suo sviluppo, ha dovuto spezzare il millenario rapporto di subordinazione. Oh! non è stato indotto a ciò da un ideale morale. No di certo. L’immissione della donna nel processo produttivo è stato imposto da imprescindibili necessità economiche. La corsa al profitto ha portato alla produzione (e al consumo) di massa, e quindi all’accrescimento della mano d’opera.
Il lavoro extra domestico, il lavoro che un tempo era compito esclusivo dell’uomo ha cominciato a trarre fuori dalle pareti domestiche per prime le donne delle classi inferiori. Per lungo tempo, le classi medie hanno giudicato cosa disonorevole, o almeno sconveniente, inviare la propria figlia o moglie a lavorare dietro il banco di un negozio o la scrivania di un ufficio. Poi il processo di macinazione dei ceti medi indusse i casalinghi borghesucci a «modernizzarsi», cioè a soggiacere al potere dispotico del Capitale. Oggi, inutile dirlo, siamo al punto, nei paesi capitalistici, che il processo produttivo resterebbe certamente sconvolto, e in certe branche addirittura paralizzato, se, per ipotesi, la mano d’opera femminile, manuale e intellettuale, venisse rimandata alle occupazioni domestiche.
Le menti «illuminate» della borghesia e gli opportunisti pseudosocialisti che scioccamente li imitano, sono pronti ad inneggiare alla famiglia «moderna», dove il marito e la moglie sono egualmente «indipendenti». Ma è un fatto incontrovertibile che la lavoratrice-moglie e la lavoratrice-madre non riescono ad accordarsi nella donna-lavoratrice. Né può essere diversamente. E’ assurdo pretendere che una donna che è obbligata a lavorare per otto ore, svolgendo quasi sempre mansioni faticose e mal retribuite, possa, ritornata fra le pareti domestiche, sobbarcarsi alle pesanti faccende domestiche. Necessariamente accade che la donna lavoratrice debba trascurare le sue funzioni di madre. Ma un inadeguato impegno nell’allevamento della prole risolve senza dubbio in un danno sociale. D’altra parte, la maggiore «libertà» di azione acquisita dalla donna inevitabilmente la induce a sottrarsi alla mentalità di abitatrice di harem musulmano. E ciò rende difficile l’adempimento dei suoi doveri di moglie, anche quando non si arriva all’adulterio.
Ciò non significa che l’emancipazione della donna dalla schiavitù domestica sia fonte di corruzione come pretende il filisteo reazionario. Significa soltanto che il lavoro sotto il capitalismo, schiavizza la donna come l’uomo. Né del resto l’immissione della donna nel processo produttivo pone fine alla subordinazione della donna all’uomo. L’acquisizione del diritto al lavoro extra-domestico da parte della donna ha messo in crisi il matrimonio ma non ha liberato né l’uomo né la donna dalle pesanti restrizioni che rendono difficile la loro vita sessuale.
Il capitalismo ha distrutto il matrimonio monogamico. Anche se tale istituzione formalmente sopravvive, la sua base storica viene mano a mano sgretolandosi. Il lavoro femminile ha dimostrato ormai che tranne gli impedimenti transitori connessi alla maternità, la donna può sostituire con successo l’uomo in qualsiasi attività produttiva. Un tempo si credeva che solo alla guerra la donna fosse negata. Ma oggi anche questa estrema limitazione è caduta. Proprio come l’uomo, la donna, oltre che produrre beni economici, ha imparato anche a macellare i propri simili. Che si vuole di più.
Il capitalismo, nella sua inarrestabile corsa verso il baratro, ha determinato una evoluzione sociale alla quale la morale sessuale ufficialmente vigente non corrisponde più. Ma è incapace di sostituire nuove forme matrimoniali alle vecchie. Da questa contraddizione scaturisce la «corruzione dei costumi» che nella stessa classe dominante trova le manifestazioni più clamorose. In teoria, le regole della morale sessuale continuano a sussistere. Nel Cadice penale, specialmente in quello che delizia questa «civile» Italia, continuano a vigere articoli che sanzionano lo stato di inferiorità della donna: il marito è musulmanamente padrone dei beni e del corpo della moglie fino al punto che impone il proprio cognome anche ai bambini che la moglie ha avuto per una relazione adulterina; lo stesso adulterio viene fatto pagare alla moglie con pene maggiori che quelle irrogate per lo stesso «reato» al marito; l’attribuzione di capo-famiglia è diritto esclusivo del marito, anche quando la moglie guadagna da sola di che sostenere la famiglia, ecc. Nella consuetudine, almeno verbalmente, si continua a censurare le trasgressioni alle regole morali, ma chi lo fa con impegno e convinzione? Ciascuno avverte, più o meno chiaramente, [l] ‘inutilità della recriminazione. All’atto pratico, ci si avvede che la teoria morale non corrisponde più ai bisogni sociali. E ciò riempie di orrore e di sgomento il filisteo reazionario, il piccolo borghese che confondendo curiosamente l’effetto con la causa, scorge nell’avanzare delle sotterranee forze rivoluzionarie, la dissoluzione morale della società.

(continua)

il programma comunista, n. 8, 29 aprile – 12 maggio 1960

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