La distruzione del tempio

Vogliamo dimostrare con questa breve nota, ancora una volta, che la nostra tesi sulla decadenza della scienza nell’epoca attuale si trova contenuta nelle formulazioni della teoria marxista, fin dal primo momento in cui essa apparve nella storia.
Richiamiamo dunque la notissima definizione del capitalismo data da Marx nel III libro del Capitale: «Uno dei frutti principali della produzione capitalistica è … l’organizzazione del lavoro come lavoro sociale a mezzo della cooperazione, della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e scienza della natura» (Capitale – Cap. XV – Libro terzo).
Questa definizione corrisponde esattamente alla esaltazione illuministica della scienza e del progresso propria della giovane borghesia. Ma tutta l’opera di Marx consiste in ciò , nel dimostrare il carattere antagonistico di quest’organizzazione del lavoro come base sociale, e di questo «legame tra lavoro e scienza della natura», resi possibili dal modo capitalistico di produzione – consiste dunque nel mettere in piena luce la enorme mistificazione contenuta nell’esaltazione illuministica della scienza e del progresso.
Karl Marx formula una precisa definizione della scienza, e dell’uso capitalistico della scienza, sempre nel III libro del Capitale. «Incidentalmente osserviamo che si deve distinguere tra lavoro universale e lavoro collettivo. Ambedue svolgono la loro parte nel processo produttivo, ambedue confluiscono reciprocamente l’uno nell’altro e pur tuttavia si differenziano tra loro. Per lavoro universale si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione fra i vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti. Il lavoro collettivo presuppone la diretta cooperazione degli individui… Ne consegue che in genere è la parte più indegna e sgradevole di capitalisti monetari quella che tra il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale e dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato». (Capitale – III – Sez. I – Capit. 5 – Paragrafo IV).
Dunque il lavoro associato rende possibile e applica socialmente il lavoro universale dello spirito (dal latino spiro, respiro cioè vita) umano. Ma il lavoro associato è sottomesso al capitale e i prodotti generati dalla combinazione fra lavoro universale e lavoro associato, volgarmente fra scienza e industria, non sono prodotti specificamente umani ma sono prodotti del capitale, capitale-merce. Di conseguenza, come il capitale si sottomette il lavoro associato, così esso si sottomette il lavoro universale; come il capitale trasforma il lavoro associato in lavoro salariato, così esso trasforma il lavoro universale in scienza mercantile, e i prodotti del lavoro universale in prodotti di capitale, in capitale merce.
In questa vicenda, la figura dello scienziato può apparire eroica, ed il suo lavoro come il lavoro salariato dell’operaio, sembra tingersi dell’aureola del martirio provocato dallo sfruttamento capitalistico. Una simile concezione è tuttavia assolutamente superficiale. Si può dividere la storia del rapporto fra scienza e capitale in tre grandi fasi. All’inizio, a partire dal Rinascimento, lo scienziato deve lottare contro il monopolio chiesastico della cultura, così come la borghesia lotta politicamente ed economicamente contro il feudalesimo – in questo periodo la rivoluzione borghese appare come una liberazione, e la scienza, pur essendo un importante fattore di questa rivoluzione, non è ancora sottomessa al capitale. La vittoria della rivoluzione borghese e lo sviluppo del capitalismo portano alla sottomissione della scienza al capitale, del lavoro universale al lavoro associato. In questo periodo, che può definirsi romantico, si manifesta la lotta fra il lavoro individuale dello scienziato e lo sfruttamento di questo lavoro da parte «della categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari». Tuttavia l’accrescersi continuo della produttività del lavoro, la concentrazione dell’industria in complessi sempre più vasti, porta alla definitiva scomparsa dello scienziato indipendente, individuale, romantico. Il lavoro scientifico viene annesso al capitale non solo socialmente, ma anche tecnicamente. Grandi laboratori scientifici sorgono alla diretta dipendenza di grandi complessi monopolistici, mentre le stesse università perdono la loro autonomia e vengono sottomesse all’industria e allo Stato. In questo periodo, che corrisponde all’epoca presente, lo scienziato si trasforma in tecnico, in «esperto». Ora è chiaro che proprio questo processo utile in astratto, non può portare nelle condizioni capitalistiche che al decadimento della scienza.

* * * * *

Marx scrive nel III Libro del Capitale «Si deve tener presente che il prezzo delle cose le quali in sè e per sè, non hanno valore, in quanto non sono il prodotto del lavoro, come la terra, oppure non possono, comunque, essere riprodotte con il lavoro,come le antichità, le opere d’arte di certi maestri, ecc. può essere determinato in modo del tutto fortuito. Per vendere una cosa basta che essa possa essere oggetto di monopolio e sia alienabile» (Capitale – III – VI – 37 – pag. 29).
Il lavoro universale dello spirito umano, frutto della cooperazione tra i vivi e dell’utilizzazione del lavoro dei morti, non ha valore – i suoi prodotti non possono essere riprodotti con il lavoro. La vergogna del capitalismo, la più grande è precisamente questa – dare un prezzo anche alle cose che non possono avere un valore, come la terra e la scienza umana. Una cosa che non ha valore acquista un prezzo quando diviene oggetto di monopolio. Quali sono oggi, i monopolisti che danno un prezzo alla scienza, che alienano fraudolentemente il lavoro universale dello spirito umano? Sono gli scienziati definitivamente sottomessi al capitale. La metamorfosi dello scienziato in tecnico è la metamorfosi dello scienziato in monopolista della scienza. Come il capitale ha trovato un limite nella terra, così esso ha trovato un limite nella scienza, nello sfruttamento del lavoro universale. Il capitale ha superato questo limite, prima rendendo alienabile la scienza, così come aveva «fatto della terra un articolo di commercio», poi trasformando gli scienziati in monopolisti, in proprietari fondiari, e patteggiando con essi una rendita. Questo processo ha portato all’impoverimento della terra e alla decadenza della scienza. Gli «esperti» e i «tecnici» di oggi sono, come i proprietari fondiari, dei parassiti della società – essi monopolizzano il lavoro universale dello spirito umano per cederlo al capitale in cambio di una rendita, essi alienano il lavoro dei morti per sfruttare il lavoro dei vivi.
A ragione i rinnegati russi parlano di «classe degli intellettuali». Il lavoro degli intellettuali fa parte del lavoro universale della specie. Riconoscere agli intellettuali il monopolio su questo lavoro universale, contrattare con essi una rendita, significa in effetti farne una «classe», una classe di spregevoli proprietari fondiari.
La combinazione del lavoro universale alienato e del lavoro sociale alienato genera il capitale-merce – in esso il capitale si materializza. Come il capitale sottomette il lavoro dei vivi e dei morti nell’interno del processo produttivo, così esso domina la vita degli uomini, al di fuori del processo produttivo, metamorfosandosi in capitale-merce.
«Come l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, così nella produzione capitalistica egli è dominato dall’opera della propria mano». (Capitale – I – 7 – 23). Questa è la religione del capitalismo. Il culto della tecnica, della produzione, è il culto del dio Capitale. Questo dio è tanto più mostruoso degli dei antichi, in quanto gli dei antichi dominavano gli uomini con le idee, mentre il Capitale domina gli uomini con i prodotti delle loro stesse mani, materializza la sua potenza trasformando in merci i prodotti del lavoro umano. Come gli dei antichi si trasmutavano in mille forme nel Pantheon, così il capitale metamorfosa se stesso nelle merci. Vostok e Telstar non sono altro che incarnazioni feticistiche del dio capitale – chi crede che esse servano a distruggere i templi degli antichi dei, è in ritardo sulla storia di duecento anni. Il Pantheon è vuoto, il nuovo tempio è lo schermo televisivo, dove ruotano nel cielo i feticci del capitale.
Questo è il tempio che deve essere distrutto: sui suoi gradini il proletariato ucciderà i tecnici- sacerdoti del dio.

Nota.
Vi sono dei buoni marxisti non deviati e maturi, che alla nostra decisa tesi dello svergognamento della scienza scuotono la testa dubbiosi. E’ bene – come l’autore di questa nota – che appaiano giovani elementi che non esiteranno a mettere sotto i piedi l’insano feticcio della scienza, peste maligna del mondo contemporaneo.

il programma comunista, n. 19, 30 ottobre 1962

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