I FATTI DI PIAZZA STATUTO A TORINO (1962): UN ESEMPIO DA NON DIMENTICARE.

Nel 1961 avevano iniziato gli operai della FIAT a ribellarsi contro l’imposizione delle 52 ore settimanali e si era subito messa in moto la tipica catena, prima la Michelin, poi la Lancia, poi tutto il comparto della meccanica, in un processo che coinvolse, fino al 1962, l’intero triangolo industriale di Torino-Milano-Genova in lotte durissime.

La caratteristica fu sempre quella di una lotta che, iniziata in fabbrica, tendeva a generalizzarsi e ad uscire sulla piazza con durissimi scontri. L’attitudine comune ai sindacati ed a quelli che allora si definivano partiti operai, PCI e PSI, fu sempre quella di teorizzare e praticare l’articolazione dello sciopero fino al limite del singolo reparto, a singhiozzo, a scacchiera, selvaggio, metodo in cui la forza della classe viene ridotta a una guerriglia sparsa e disorganica. Basti pensare che gli operai della Michelin furono
lasciati a lottare soli, completamente isolati, per cento giorni e quelli della Lancia per trenta, durante i quali
ci furono ripetuti scontri con la polizia. Nella primavera del 1962, vi fu, nell’ambito di questa ondata di lotte,
un episodio estremamente significativo a Milano: gli operai dell’Alfa e della Siemens, in sciopero “articolato” da due mesi, decisero di manifestare insieme, fuori dal luogo di lavoro, per chiedere l’unificazione degli scioperi, anche in vista della stagione contrattuale per la scadenza d’autunno. Lo stesso successe con la lotta dei navalmeccanici di Genova, i quali, dopo sei settimane di sciopero durissimo, uscirono dalle fabbriche e dai cantieri trovando per tutta risposta la rabbiosa reazione della polizia.
Nel giugno del 1962, per le pressioni della base sindacale operaia, le Confederazioni sindacali dovettero anticipare la lotta per il contratto dei metalmeccanici, così la seconda ondata di scioperi esplose, imponendo questa volta un minimo di coordinamento nazionale.

La potenza della classe si manifestò tanto evidente che la borghesia, spaventata, cercò di chiudere le vertenze entro la fine del mese chiamando al tavolo di una trattativa separata CISL, UIL e SIDA, che firmarono. Successe il finimondo e i proletari torinesi offrirono forse il più alto esempio di “collera proletaria” del secondo dopoguerra.

Dopo l’annuncio della firma dell’accordo separato con la Fiat, portarono lo sciopero contrattuale in città ed alimentarono per tre giorni consecutivi, 7-8-9 luglio, la Rivolta di Piazza Statuto. Il sindacato perse completamente il controllo della situazione e, anzi, la forte rete di fabbrica del PCI fu trascinata nella lotta estrema (sconfessata dal partito).

Lo scontro fu poi ricordato come “fatti di piazza Statuto”, dai titoli dei giornali; ma oltre alla piazza suddetta, dove gli operai si erano radunati per protesta sotto la sede della UIL, esso coinvolse per tre giorni e tre notti (7, 8 e 9 luglio) l’enorme area degli stabilimenti della FIAT, dell’indotto in
periferia e molte zone della città, visto che le fabbriche erano ancora inserite nel tessuto urbano.

Fu una vera e propria rivolta urbana, con una spietata caccia all’uomo da parte della polizia e 1.200 fermi con
pestaggi che fecero più impressione delle sparatorie degli anni precedenti, cui seguirono 82 arresti, denunce, processi e licenziamenti “preventivi” in attesa della sentenza.

Quarantotto anni fa il nostro Partito pubblicò nel suo organo di stampa, “Il Programma Comunista”, un
appassionato articolo di fondo (Evviva i teppisti della guerra di classe!), che riproduciamo qui per intero, in cui esaltò correttamente il tentativo operaio di rottura della prassi suicida delle lotte interne e articolate portate avanti dalle Confederazioni sindacali. Il Partito fu l’unico ad appoggiare quel movimento contro tutti, mentre gli altri ne presero le distanze ed attraverso i loro organi di stampa (l’Unità in testa) su di esso vomitarono fiumi di veleno.

Oggi, mentre ancora impera il patto interclassista per la salvaguardia dell’economia nazionale e ben poco spazio è lasciato al conflitto, si tratta di mettere in campo la nostra forza ed usarla, perché questo è l’unico linguaggio che i nostri avversari capiscono. Riprendere questi esempi di lotta, non è solo un’operazione di memoria, serve anche a dimostrare che rompere la coltre di “rassegnazione” in cui è
stata posta la forza operaia dalle politiche sindacali degli “interessi generali” è possibile.

EVVIVA I TEPPISTI DELLA GUERRA DI CLASSE!
Abbasso gli adoratori dell’ordine costituito!
Non è mai avvenuto, nella storia del movimento operaio, nemmeno nei periodi di più vile opportunismo
di partiti e sindacati, che gli operai che insorgono contro le sopraffazioni del capitale e dei suoi lacchè, e che, ricorrendo all’arma dello sciopero, non dimenticano che questo è appunto un’arma, un’arma di guerra sociale, fossero bollati come “teppisti” e come “provocatori” da quelli che sconciamente pretendono di rappresentarli.

I peggiori riformisti potevano deplorare gli “eccessi” ai quali, secondo loro, gli scioperanti si abbandonavano; ma era prassi corrente, alla quale essi stessi si inchinavano, che lo sciopero fosse non già l’innocua manifestazione aziendale, simile a una festa di parrocchia, alla quale oggi lo si vorrebbe ridurre, ma una franca e decisa battaglia dilagante dalle fabbriche nelle vie e nelle piazze, mentre per i comunisti che portavano questo nome non per forza di inerzia storica ma per milizia vissuta, il dilagare
dello sciopero dai limiti aziendali e il suo scontrarsi come episodio della guerra di classe nelle forze dell’ordine non solo erano scontato, ma salutato con entusiasmo come un fatto sociale fecondo, perché spezzava le barriere delle convenzioni e delle gerarchie stabilite e poneva anche la più modesta battaglia rivendicativa al centro di un più vasto gioco di azioni e reazioni sociali, in cui non una singola categoria operaia ma l’insieme dei proletari erano inevitabilmente travolti e recitavano, volenti o nolenti, il ruolo di protagonisti, scrollando dal sonno i dormienti, abbattendo i confini fra settore e settore, opponendo in
forma netta e irrevocabile classe contro classe.

Era il risveglio della “santa canaglia”, e canaglia era un titolo onorifico, così come oggi teppismo è un titolo di disprezzo; e i combattenti oscuri di queste battaglie aperte erano esaltati e contrapposti al marciume dei crumiri e dei “lavoratori in colletto duro”, così come oggi si pretenderebbe che i proletari fossero tutti in colletto duro, crumiri anche quando scioperano, per distinguersi dalla “teppa” dei veri, autentici scioperanti.

Torino proletaria, che i partiti del più sconcio tradimento si sono precipitati a battezzare “teppista” con un servilismo di fronte al quale i vecchi arnesi del riformismo diventano rispettabili, ha fatto né più né meno quello che una tradizione non imbelle insegnava: ridestatasi dal lungo sonno del paternalismo vallettiano e del costituzionalismo e legalitarismo sindacale e politico dei partiti della convivenza pacifica, della democrazia, e imboccata la via dello sciopero, essa è balzata d’un salto – come già negli episodi della Lancia e della Michelin – al disopra di un trentennio di pacifismo sociale, ha ridato sangue e vita al motto marxista che lo sciopero è la “scuola di guerra” del proletariato, non una festa patronale o una celebrazione patriottica.

Violenza? Certo: non era stata violenza la firma, da parte di due sconce organizzazioni cosiddette operaie, di un contratto separato forcaiolo? Non è e non continua ad essere violenza lo sfruttamento al quale sono sottoposte le masse che affluiscono nel grande centro industriale dalle campagne e dal Sud, tallonate da una miseria che lo stamburamento degli “aiuti alle aree depresse” e delle Casse del Mezzogiorno rende ancora più amara, per un salario miserabile e duramente sudato da consumare nelle bidonvilles del neo-capitalismo, fra il disprezzo venato di razzismo dei borghesi locali (torinesi o milanesi) “evoluti” e degli incipriati figli di papà?

E’ vano il tentativo, nel quale la stampa e i partiti della costellazione democratica si lanciano concordi, di separare come due fatti diversi e contrastanti lo sciopero della Fiat e gli “incidenti” di Piazza Statuto: il primo sedicentemente pacifico, rispettoso della legalità, in frac e sparato bianco, manifestazione di “coscienza democratica” e di rispetto della legge: il secondo sconciamente piazzaiolo (secondo la versione ufficiale proclamata da tutti) e teppista.

I proletari torinesi – è il loro vanto – si sono mossi dal primo fino all’ultimo momento su un terreno di guerra di classe, davanti alla fabbrica e fuori: lungi dal mendicare il
riconoscimento del “diritto di sciopero”, se lo sono preso, questo diritto, con la forza, e lo hanno affermato come dovere! I cronisti, arrivati buoni ultimi e d’altronde consapevoli delle leggi del mestiere, si sono sbizzarriti a dipingere i fatti di piazza Statuto: nessuno ha descritto l’atmosfera di tempesta davanti ai cancelli della Fiat; nessuno ha parlato degli operai di altre fabbriche che accorrevano per una solidarietà istintiva non solo ad aiutare i fratelli finalmente in lotta, non solo a rincuorarli, ma a premere perché entrassero in lotta e poi non mollassero, né dello schieramento dei proletari decisi a picchettare gli stabilimenti gettando intorno ad essi una rete di corpi umani attraverso la quale nessun “colletto duro” potesse filtrare; nessuno ha fotografato l’immagine in carne ed ossa della divisione della società in classi inconciliabili nei viali alberati del paradiso neo- capitalistico di Valletta, una marea di proletari coi pugni serrati da una parte, le forze d’ordine e i pompieri sindacali, gli uni e le altre impotenti, dall’altra.
Non c’era il “dialogo”, non c’era la “pacifica discussione di problemi di categoria”, c’era battaglia, muta ed imperiosa. Non c’era divisione fra proletari “interessati alla vertenza” ed “estranei”: erano proletari senza etichetta di dipendenza da nessun padrone, con la sola e gloriosa qualifica di sfruttati in lotta aperta contro gli sfruttatori. Per la morale e la convenzione borghese erano, certo, dei teppisti: chi si rifiuta di subire servilmente i soprusi di una società che è una provocazione continua è, per definizione, il rappresentante della feccia. Per noi, alla Mirafiori o alla Lingotto come a Piazza Statuto, erano la santa canaglia. Sorprese, disorientate, le forze dell’ordine si affidavano ai buoni uffici dei pompieri e dei conciliatori, quelli che per somma ironia si chiamano gli “attivisti” del PCI, del PSI, della CGIL, della CISL: sembrava loro che tutto dovesse finire lì, sul posto e in una rapida sfuriata, certo deplorevole ma inevitabile e forse salutare, come un febbrone che prelude al ritorno della normalità fisica e psichica.
Non fu così.

La furia dilagò nelle strade e nelle piazze e, com’era nella sua logica di fatto sociale creativo, trascinò con sé i proletari di tutte le categorie, gli sfruttati di tutte le denominazioni, gli schiavi del miracolo economico, i beffati e gli irrisi della convivenza pacifica. Per un’inconsapevole ironia, essi si concentrarono in Piazza dello Statuto: certo involontariamente, scelsero a teatro della loro collera un “campo di battaglia” intitolato alla prima costituzione borghese italiana madre della più recente, quella che essi avrebbero dovuto e dovrebbero rispettare con affetto filiale, secondo le direttive della CGIL, con “unità e disciplina democratica” (comunicato della Camera confederale del 7 luglio, dopo gli avvenimenti). E qui, a sentire la stampa borghese, sarebbe avvenuto qualcosa come l’apocalissi, il giorno del giudizio, il diluvio universale.
Santa ipocrisia borghese! I popolani delle Cinque Giornate milanesi sradicarono ben altro che cubetti di
porfido e gli equivalenti di allora dei paletti segnaletici di oggi, infransero ben altro che vetri e cristalli, usarono ben altro che temperini o bastoni; fecero le barricate: per l’ideologia corrente, trattandosi di una battaglia risoltasi a favore della nazione e della nascente borghesia italiana, furono degli eroi. I proletari torinesi che si battevano contro il nemico nazionale di classe sono dei teppisti; essi che – troppo miti, troppo generosi – non tentarono nemmeno di erigere una barricata. Nel ’48 nazionale e borghese la “teppa” è salutata, blandita e coccolata, fin che fa comodo e salvo le successive repressioni: nel ’62
proletario diviene, logicamente, il mostro che leva la sua testa immonda!

E giù fiumi di retorica scandalizzata. “I più non erano metallurgici”: come se i proletari non metallurgici non soffrissero sotto lo stesso giogo degli altri! “La manifestazione doveva essere semplicemente sindacale”: come se esistesse lotta sindacale che non fosse lotta politica! “C’erano in mezzo dei pregiudicati”: come se l’enorme maggioranza degli sfruttati non avesse conosciuto la giustizia almeno per… un furto di gallina, e come se l’enorme maggioranza degli agghindati osservatori borghesi avesse la fedina pulita o almeno (poiché la fedina è elastica come la giustizia di classe) la coscienza netta! “Erano giovani”: come se non toccasse appunto ai giovani di dare ai vecchi le braccia muscolose e il cuore intatto, ch’essi più non hanno! Sotto sotto, corre pure una vena sprezzante di razzismo nuovo modello: “i soliti terroni”; figurarsi, non sanno nemmeno fare la loro firma e al processo è tanto se mostrano di sapere il loro nome e luogo di nascita, come chi dicesse “i soliti negri”, che poi nella stampa “d’alto livello” diventano gli incolti, gli ineducati, quelli che non hanno avuto la fortuna di andare a scuola, i non ancora castrati dalla cultura ufficiale e dal galateo, gli uomini dalla fronte bassa e dal coltello a serramanico. Dopo la retorica, i processi per direttissima e le condanne di proletari che non solo i cosiddetti rappresentanti operai non hanno difeso, ma hanno ignobilmente sconfessato.
Erano, ecco tutto, dei proletari autentici, dei senza riserve. Chi li aveva “organizzati”? Si erano organizzati da sé. La “coscienza borghese” non potrà ammettere mai che gli incolti, i diseredati, gli straccioni, sappiano difendersi e sappiano attaccare con una loro strategia istintiva, fatta di una solidarietà che lo stesso sistema di produzione borghese, contro voglia e contro ogni suo desiderio, crea e cementa in loro: non possono accettare l’idea che come per un improvviso fenomeno di liberazione di una forza compressa che trova la sua strada per erompere, quel fenomeno sul quale i grandi militanti rivoluzionari – i Lenin, i Trotskij, la Luxemburg – costruirono non soltanto gigantesche teorie; quell’ “assalto al cielo” che Marx esaltò e che è la grande forza della storia e, che è la stessa cosa, della rivoluzione. I proletari scoprano dentro di sé quelle risorse incorrotte di combattività organizzata, di solidarismo istintivo, di abilità e perfino di astuzia nel dirigersi, che hanno sempre fatto la croce delle classi dirigenti e che sono sempre stata la grande forza, la sola forza, degli oppressi, sotto qualunque regime di classe.
Per i borghesi, i proletari possono soltanto muoversi come un gregge: se il loro movimento ubbidisce a una logica, a un metodo, perfino ad una strategia, bisogna che ci sia in mezzo a loro qualcuno, e il “qualcuno” per gli idealisti borghesi può essere soltanto l’organizzatore uscito dalle scuole di partito, il provocatore formatosi all’alta accademia della polizia, magari il gesuita travestito. Chi aveva “organizzato”, per restare negli esempi della storia borghese, i popolani e le popolane del 14 luglio francese? Chi – per passare agli esempi nostri – aveva organizzato i proletari del quartiere di Vyborg o di Cronstadt nel 1905 e nel febbraio 1917? O la gloriosa canaglia della Comune parigina o berlinese?

Nessuno li aveva organizzati: appunto perciò si erano organizzati da sé. Nessuno era disposto a proteggerli: perciò si difesero. Nessuno ordinava loro di attaccare: ordinarono a se stessi di farlo. C’erano, al contrario, Coloro che, come si vanta la famosa “federazione giovanile torinese del PSI” descritta come…estremista, “tentavano di porre ordine invitando alla calma” mentre la polizia caricava: li picchiarono, come sempre, in un secolo e più di battaglie di classe, si sono trattati i cani da guardia del padrone.

Non erano soltanto metallurgici: certo, tutti i proletari avevano capito che in quei giorni si giocava il comune destino di ogni sfruttato. Non erano sempre in regola con la giustizia: per definizione, i proletari non sono mai in regola con la giustizia, se non si lasciano pecorescamente sfruttare. Erano straccioni: certo, li avete resi straccioni voi. Erano incolti: è proprio il fatto che non abbiano digerito la vostra cultura da chierichetti e da macellai che li rende la classe levatrice della storia, come rese tali i sanculotti che voi esaltate solo perché vi prepararono, inconsciamente, la tavola imbandita di due secoli di banchetti.

C’era un provocatore, in mezzo a loro? Certo, ma questo provocatore si chiama la società borghese, il capitale e i suoi sgherri, la vendita quotidiana di forza-lavoro, l’estorsione quotidiana di lavoro non pagato, l’inganno della “libertà di lavoro” e della “libertà del cittadino”, la beffa dell’eguaglianza per tutti la menzogna della democrazia e delle riforme, la realtà del miracolo economico che è, per i proletari, sinonimo di lacrime, sudore e sangue. Tutto questo li ha spinti, giovani prima e vecchi lietamente poi, meridionali e piemontesi infine uniti!

Falso che li abbia mobilitati il PCI: esso sogna il pacifico viale che conduce non al socialismo, ma alla più miserabile versione del capitalismo in termini economici, e della democrazia in termini politici. Sciocca, e peggio, infine l’accusa che li abbia mobilitati Valletta: egli non paga nulla, egli si fa pagare profumatamente l’appoggio al governo di centro-sinistra; intasca, non sborsa. Contro costoro e contro tutto lo schieramento del conformismo democratico, si sono battuti gli operai, e non ci fu neppure bisogno che gli dessero l’imbeccata quei “quattro gatti” che sono i rappresentanti fisici di correnti rivoluzionarie (oggi è venuto di moda tirar fuori ad ogni piè sospinto, secondo come gira, o gli anarcosindacalisti, o noi internazionalisti, o tutti due insieme mescolati e confusi nella stupefacente ignoranza dei coltissimi e degli intelligentissimi); bastò ad ispirarli, questo sì – e bisogna gridarlo alto e con fierezza – la tradizione accumulata in più di un secolo di lotta non codarda, di predicazione non vile, di battaglia politica,
ideologica e organizzativa a viso aperto, che ha come punto di partenza il Manifesto e faro più vicino ma non ultimo l’Ottobre Rosso.
Se questa tradizione viva nella memoria subconscia non degli individui ma della classe, e richiamata alla coscienza dalla lotta aperta e dalla sofferenza; se questa tradizione è teppista, è un retaggio da teddy-boy, ebbene, noi siamo pronti a dire con fierezza: viva i teppisti, viva i teddy-boy! Se noi che battiamo quotidianamente sul chiodo di un metodo di lotta che gli operai, nelle grandi svolte ritrovano da sé, siamo “provocatori”, ebbene; siamo pronti a gridare: viva i provocatori! Se poi, oggi, questa furia “teppista” possiamo solo esaltarla contro tutti, non dubitate: ci prepariamo a
dirigerla!

La collera proletaria si è scatenata a Torino (e si è scatenata in una misura che è solo, purtroppo, un millesimo di episodi gloriosi del passato, perfino del passato torinese: 1917! 1920!); per tutta risposta, i partiti e le organizzazioni che si dicono operaie hanno gridato, con una precipitazione degna soltanto di lacchè gallonati, allo scandalo. Apriamo le pagine del vecchio Marx nell’Indirizzo 1850 del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti: “Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione”.

I cosiddetti comunisti e socialisti di oggi non solo non ne hanno preso in mano la direzione (il che era escluso in partenza), ma si sono opposti agli “eccessi” perfino quando erano modesti sfoghi di collera santa – e li hanno sconciamente deplorati: pochi giorni dopo sedevano al tavolo delle trattative con la stessa UIL e con lo stesso padronato contro i quali si era diretta la furia proletaria. Cada sui “deploratori”, sui costituzionalisti, sugli esperti in denunzie alla polizia e alla giustizia, il disprezzo e la maledizione di tutti gli sfruttati.

Da “Il programma comunista” n. 14 del 17 luglio 1962

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