Alcune considerazioni sulla lettura meccanicista-collassista dei fenomeni sociali e politici contemporanei.

 

Ci accingiamo, dopo molto tempo, a riflettere e scrivere apertamente su alcuni errori ricorrenti nella lettura dei fenomeni sociali, errori presenti anche in ambiti che affermano di richiamarsi al marxismo rivoluzionario. Tale riflessione non ha lo scopo di esprimere scomuniche o tanto meno di incidere sul percorso seguito dagli erranti di turno, ma solo di chiarire a noi stessi e poi ai nostri lettori e compagni le caratteristiche incoerenti e oscure di certe elaborazioni politiche, i loro conseguenti esiti pratici riformisti, e quindi la potenza dei condizionamenti della società borghese perfino sul pensiero delle forze che si proclamano marxiste. Si tratta di tematiche spesso affrontate e discusse in passato dalla nostra corrente, poiché in effetti certe posizioni si manifestano nei momenti di riflusso della lotta di classe, ed esprimono sul piano teorico lo smarrimento e la confusione derivate dalle sconfitte pratiche del proletariato. Un esercito sconfitto in battaglia cerca una via di fuga e di salvezza, alle volte per riorganizzarsi e continuare la guerra, altre volte solo per tentare compromessi e patteggiamenti in vista della capitolazione definitiva. Non si tratta di giudicare tali scelte politiche con il metro della morale borghese (basata sul falso binomio fedeltà/tradimento, bene/male), ma solo di analizzare le incoerenze teoriche determinate dal secondo tipo di scelta (rispetto alla storicamente invariante dottrina rivoluzionaria), valutandone infine anche le conseguenze politiche. Non faremo nomi, non additeremo nessuno alla gogna, poiché non è nostra abitudine allestire processi politici come hanno fatto invece con noi i borghesi (nella veste liberale, fascista e stalinista), tenteremo invece di studiare le tendenze espresse in testi pubblici (di cui ci limiteremo a sintetizzare il contenuto, senza peraltro indicarne la paternità).

Partiamo dalla valutazione delle teorie del collasso, ribadite anche ultimamente in alcune importanti riviste ‘marxiste’. Si trovano in rete, infatti, dei testi contenenti – in modo più o meno completo – tali teorie ‘collassiste’. In uno di questi testi si descrive addirittura la politica economica del governo Renzi come riformista e ultra keynesiana. Nei pensieri e nelle parole contenuti nel testo, che definiremo per semplicità ‘collassista’, accade che certi provvedimenti (unanimemente riconosciuti come anti-proletari dalla maggioranza dei commentatori di orientamento marxista), siano considerati invece una sincera espressione di politiche ispirate in senso socialdemocratico (ma sappiamo bene, noi e i compagni ‘collassisti’, che la socialdemocrazia è solo una veste politica contingente, indossata in certe fasi dall’organismo capitalista) . Ci chiediamo, a questo punto, se l’incremento della tassazione reale sui redditi bassi, finalizzata a pagare l’interesse sul debito pubblico nelle mani del capitale usurario nazionale e internazionale, sia qualificabile come politica di Welfare a favore dei ceti sociali disagiati. Tuttavia, tralasciando questo piccolo aspetto, il testo in oggetto si concentra sull’ipotetico reddito di cittadinanza, sull’estensione dei contratti a tempo indeterminato e sulla distribuzione di denaro ai lavoratori dipendenti/consumatori (i famosi 80 euro).

Il governo Renzi, a detta di questa linea di pensiero, sarebbe addirittura più avanti dei sindacati nella politica keynesiana di intervento pubblico per rilanciare la crescita, e quindi risulterebbe incomprensibile la resistenza della CGIL o di altri critici sinistri. Certo, continua l’articolo, si tratta di aria fritta, poiché non ci sono le risorse, eppure queste proposte legislative dimostrano che la situazione economica italiana è veramente drammatica (per inciso, il contorto percorso di pensiero che porta alla conclusione che la crisi italiana è grave, ha veramente dell’incredibile). Dunque, provando a riassumere, la crisi da sovrapproduzione appare insormontabile, e il governo, pur tentando l’impossibile per rilanciare i consumi e di conseguenza la produzione economica, è bloccato nel suo impeto keynesiano dalla mancanza di risorse. Ora, il discorso – apparentemente – non fa una grinza, e quindi assumendo per buone le premesse, dovremmo concludere che è stata scritta e pensata una cosa intelligente e fuori dal coro delle abituali critiche di sinistra alle politiche del governo. La politica renziana avrebbe quindi uno spiccato taglio socialdemocratico (se pure fosse così, comunque funzionale agli interessi sistemici), e proprio perché le condizioni dell’economia italiana sono peggiori di quelle degli altri paesi europei, sarebbero quindi maggiori gli interventi pubblici richiesti per il risanamento. Rilanciare la crescita economica e l’occupazione, stabilizzando i precari e concedendo aumenti diretti in busta paga (80 euro) sarebbero le strade principali seguite dal governo in questa direzione, strade considerate comunque illusorie dall’articolista, poiché la crisi è cronica, irreversibile e via dicendo. Tuttavia la lettura delle politiche governative è nondimeno fallace, poiché la coloritura socialdemocratica (re-distributiva) di superficie, nasconde interventi reali come il jobs act, la riforma della scuola e altro ancora, concretamente e innegabilmente finalizzati a incrementare il grado di sfruttamento della forza-lavoro, la sua subordinazione al comando aziendale e infine alla fornitura di lavoro forzato gratuito giovanile – attraverso l’alternanza scuola/lavoro – alle imprese). Potremmo suggerire ai compagni che teorizzano una valenza socialdemocratica delle misure governative, pur essendo consapevoli che il ciclo economico vanifica già in partenza ogni tentazione redistributiva, che forse si tratta solo di espedienti politici, cioè di pura propaganda mistificatrice mirante a controllare e blandire le prevedibili turbolenze sociali sorgenti dal rifiuto del jobs act, della riforma della scuola e porcherie varie. Molto interessante risulta uno dei passaggi finali di questo articolo, che adesso proveremo a sintetizzare, cambiando la forma e lasciando intatto il senso: Quando siamo arrivati a questo punto, ogni cosa converge verso la necessità di una soluzione efficace. Tuttavia nessuno sa quale possa essere, poiché una guerra planetaria non è concepibile entro i tempi adatti a evitare il collasso. Non rimane quindi che il collasso. In definitiva, e lo abbiamo visto da diverse prospettive, la situazione per il capitalismo non è felice perché i segni di rovina sono in una fase avanzata. Il de-potenziamento del potere degli apparati statali nel governo della società è un dato reale, e i borghesi ne sono coscienti ’. Questo è lo stato dell’arte, lasciamo perdere per un momento il de-potenziamento degli stati sostenuto nelle righe appena riportate, e concentriamoci sulla soluzione drastica: ma cosa significa ‘soluzione drastica’ se viene affermato ‘una guerra planetaria non è concepibile entro i tempi adatti a evitare il collasso. Non rimane quindi che il collasso’. Quindi una guerra planetaria non è pensabile, e nemmeno la sua alternativa rivoluzionaria, come hanno insegnato le esperienze storiche passate e la dottrina marxista, invece si prevede, dobbiamo dedurre, un puro collasso del complesso sistema sociale contemporaneo. Queste improbabili letture della realtà sociale prevedono una morte per collasso automatico del sistema capitalistico (un suicidio in cui non si pone più l’alternativa guerra o rivoluzione, storicamente posta dalla nostra corrente). Un collasso, un crollo sistemico, una uscita di scena naturale, oggettiva, meccanica, come quella di un attore da tempo incamminato sul viale del tramonto. Circola da tempo sul web la storiella del nonno pestifero e insopportabile, a cui i parenti cercano di fare la pelle, eppure non ci riescono mai perché il vecchietto è assistito da una fortuna spaventosa. La parabola del collasso capitalistico, non vorremmo augurarcelo, rischia di fare la stessa fine dei tentativi infruttuosi dei parenti del nonnino indistruttibile, soprattutto se si trascura, come al solito, la dialettica oggettivo/soggettivo, economia e politica, classe e partito, subordinazione/ribellione e le molteplici relazioni storiche, documentate e presenti come attrattori (tendenze, processi) nello spazio degli eventi storici reali. I sintomi di sfacelo di cui parla il testo, li vedeva benissimo la nostra corrente negli anni 50, descrivendo il capitalismo come cadavere che ancora cammina: un cadavere tenuto in vita dalle giovani labbra dei proletari (un morto – il capitale costante- riportato in vita oscuramente, quasi magicamente, dal quotidiano sacrificio del lavoro vivo proletario). Noi siamo quindi un pochino meno ottimisti delle menti che sostengono Non rimane quindi che il collasso, infatti riteniamo che nessun collasso meccanico possa chiudere i conti con un sistema sociale con queste caratteristiche, diciamo negromantiche, se prima non si impedisce praticamente alla borghesia di continuare a sfruttare il lavoro e la vita dei proletari (ce lo ripete con molta efficacia e chiarezza un vecchio testo della nostra corrente: ’Forza, violenza, dittatura’). Per questo motivo, il lavoro politico del partito rivoluzionario, lungi dal coltivare fughe nell’immediato e nell’attivismo, è fondamentale nella complessa trama del trapasso da una formazione sociale ad un’altra, poiché la sua presenza dimostra l’esistenza di un elemento cosciente della specie umana, l’esistenza di una intelligenza e di una volontà pronte ad orientare i processi sociali in senso comunistico. Il partito rappresenta il grado di maturità raggiunto dal conflitto di classe reale, la volontà politica cosciente e la speranza di emancipazione, la memoria del passato comunista della specie, la memoria delle lezioni tratte dalle sconfitte, e la prospettiva di una società futura migliore. Infine il partito è anche l’anticipazione stessa di questo futuro già nella prassi del presente (centralismo organico). Esso è l’organo energetico della classe, nel senso che solo quando la sua forza organizzativa -formale lievita e diventa guida delle energie sociali di lotta verso la violenza rivoluzionaria (1) , è realizzabile il passaggio dalla classe in se alla classe per se, e quindi il proletariato può adempiere la sua missione storica.

(1) ‘Quando dalla invariante dottrina facciamo sorgere la conclusione che la vittoria rivoluzionaria della classe lavoratrice non può ottenersi che con il partito di classe e la dittatura di esso, e sulla scorta di parole di Marx affermiamo che prima del partito rivoluzionario e comunista il proletariato è una classe, forse per la scienza borghese, ma non per Marx e per noi; la conclusione da dedurne è che per la vittoria sarà necessario avere un partito che meriti al tempo stesso la qualifica di partito storico e di partito formale, ossia che si sia risolta nella realtà dell’azione e della storia la contraddizione apparente – e che ha dominato un lungo e difficile passato – tra partito storico, dunque quanto al contenuto (programma storico, invariante), e partito contingente, dunque quanto alla forma, che agisce come forza e prassi fisica di una parte decisiva del proletariato in lotta. Questa sintetica messa a punto della questione dottrinale va riferita anche rapidamente ai trapassi storici che sono dietro di noi’. Tesi supplementari a quelle di Napoli sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale.1966.

 

Sul cosiddetto indebolimento degli stati borghesi.

Proviamo ora, con tanta pazienza, a considerare la seguente proposizione ‘ Il de-potenziamento del potere degli apparati statali nel governo della società è un dato reale, e i borghesi ne sono coscienti ’.

Il corsivo è nostro, e ha lo scopo di ricordare l’aspetto cruciale del passaggio ai fini del significato complessivo del periodo. Quali dati a noi ancora sconosciuti consentono di fare affermazioni siffatte?

Sarebbe interessante saperlo, perché così potremmo anche noi archiviare finalmente le valutazioni contenute nel testo ormai vetusto degli anni 50: ‘Imprese economiche di Pantalone ’.

Cosa diceva quel testo ‘Poiché nella situazione storica del XVII, XVIII, XIX secolo la rivoluzione capitalista doveva avere forme liberali, nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. La differenza dipende non da fondamentali variazioni qualitative del capitalismo, ma da enorme divario di sviluppo quantitativo, come intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta. E che il capitalismo alla sua conservazione come al suo sviluppo e ingrandimento adoperi sempre meno ciancia liberale, e sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico, vista bene la linea storica, non induce ad esitare menomamente che questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria. Maneggerà questa violenza, potere, stato, e burocrazia: dispotismo, dice col termine peggiore il manifesto di 103 anni addietro; poi saprà disfarsi di tutto‘.Imprese economiche di pantalone p.63.

Abbiamo scritto, a proposito di tali considerazioni, in un lavoro pubblicato sul nostro sito:

Se abbiamo ben compreso, il capitalismo, nella fase di massima intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta, proprio a causa del suo enorme sviluppo quantitativo, e quindi delle tensioni e dei conflitti che si innescano per la contraddizione esistente fra accumulazione capitalistica e crescita della sovrappopolazione, ha il vitale bisogno sistemico di operare in forme totalitarie e burocratiche, cioè di manifestarsi con sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico ’. ‘Dalla guerra come difesa e offesa….’

Potremmo citare altri passi del lavoro teorico della corrente convergenti verso le stesse posizioni, ma ci sembra inopportuno, perché, a questo punto, vorremmo solo chiedere ai sostenitori del de-potenziamento degli apparati statali di renderci edotti sulle loro fonti, sulla documentazione, sicuramente attendibile, che li conduce a esprimere valutazioni così diverse dalle considerazioni contenute nei testi degli anni 50 e oltre. Sarebbe importante per noi avere queste informazioni, così potremmo lietamente condividere il giubilo di questi compagni quando affermano che il potere degli stati sta venendo meno, e i borghesi se ne stanno rendendo conto (Come sappiamo che i borghesi se ne stanno rendendo conto ? E’ stato fatto un sondaggio in rete, porta a porta, oppure è stato consultato un astrologo?). In fondo è proprio vero, l’esistenza del filone di pensiero meccanicista-collassista lo dimostra, l’essere umano può venire imprigionato nella cella più buia e angusta, ma il pensiero resterà comunque libero di volare in alto, nelle dimensioni della fantasia e dell’immaginazione dove nessuna gabbia può imprigionarlo. Nella realtà sociale (al di fuori del regno beato della fantasia e dell’immaginazione ) il moderno Moloch statale si rinforza ogni istante di più, proprio perché, in un processo di risposta dialetticamente determinista, deve fronteggiare il disordine sociale e le minacce politiche causate dalle leggi immanenti della economia capitalistica. Se si indebolisse, se non fosse così dispoticamente onnipervasivo, vorrebbe significare che la società classista ha smesso di esistere. Vorrebbe significare che il sistema è giunto al collasso meccanico, senza neppure il fastidioso bisogno di azioni pratiche, politiche, soggettive, accessorie e complementari all’implosione oggettiva, meccanica, della formazione economico-sociale capitalistica. Il conflitto di classe, la sua valenza di motore della storia, in quanto urto colossale di processi sociali incarnati da esseri umani reali (senzienti e volitivi), nelle interpretazioni meccanicistiche del marxismo, viene completamente azzerato e assorbito dalle meccaniche celesti della dimensione economico-strutturale. Siamo al riflesso condizionato pavloviano: dal momento che i fondamentali economici non ci sono più, ergo il sistema collassa, deve collassare, non può non collassare. (Ma già negli anni 50 era un cadavere, eppure ancora camminava…)

Marx scrive, in varie occasioni, che il capitale è il nemico di se stesso, cioè che il suo sviluppo pone le condizioni per il suo superamento, e una di queste condizioni basiche è l’esistenza del proletariato: la classe sociale storicamente destinata a chiudere i conti con il modo di produzione borghese. Quindi si parla di attori sociali umani, che operano all’interno di circostanze storiche determinate, relative a una certa struttura economica e a una certa sovrastruttura politico-ideologica. Classi sociali che entrano in conflitto e innescano giganteschi processi di mutamento sociale sulla scorta della contraddizione esistente fra il grado di sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici: rivoluzione e controrivoluzione si contendono il campo storico dei nostri tempi, ma la controrivoluzione è solo la risposta dialettica alla potenza della minaccia rivoluzionaria determinata dalle stessi leggi immanenti dell’economia capitalistica. Alcune volte può sembrare che le vicende sociali che vediamo scorrere sul rullino del tempo storico siano assolutamente inevitabili, essendo innegabile la forza dei fattori condizionanti, gli attrattori sistemici economico-sociali, svelati dall’analisi marxista. Tuttavia questa considerazione può fuorviare e allontanare dalla corretta valutazione del rapporto esistente fra dimensione oggettiva e soggettiva nella genealogia dei fenomeni storico-sociali, cioè del rapporto esistente fra volontà politica soggettiva e determinanti di causa oggettivi. A tal proposito i nostri amici meccanicisti scrivono, il comunismo diviene, non viene realizzato… è vero, a patto di ricordare che il divenire non è un semplice terremoto naturale, una semplice meccanica indipendente dalla volontà cosciente dell’uomo ( materialismo volgare con annesso finalismo), ma il movimento reale degli esseri umani (azione, volontà, pensiero), inserito in un orizzonte di circostanze storiche condizionanti (attrattori sistemici, leggi immanenti della produzione capitalistica). 
Ma queste circostanze storiche condizionanti, dipendono in gran parte dall’uomo, è l’uomo stesso ad averle poste in essere, e quindi è l’uomo che crea il Moloch capitalista, ed è l’uomo che supera questo Moloch attraverso la lotta di classe che consente il rovesciamento della prassi (vedi traiettoria e catastrofe, nella parte in cui si parla del lavoro morto, cristallizzato in capitale costante, che da elemento di asservimento dell’umanità -nella forma sociale capitalistica- si trasforma in condizione materiale di emancipazione dal tempo di lavoro -nella forma sociale senza classi, in cui la legge del valore ha smesso di essere nella forma capitalistica). Una volta tutto questo si chiamava materialismo dialettico.

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