Piccole note sulle ultime ‘controverse’ vicende di una organizzazione sindacale di base.

Ha destato qualche mal di pancia, nella schiera degli iscritti e dei sindacalisti di una organizzazione sindacale di base, o almeno di una sua parte, la recente decisione di firmare uno dei tanti protocolli capestro, escogitati dal personale politico-legislativo del capitale, per ammansire e depotenziare la conflittualità sui posti di lavoro. Questa componente basica conflittuale, determinata dalle stesse condizioni di vita e di lavoro in cui il sistema borghese ricaccia larghe fasce sociali, si sedimenta temporaneamente in forme organizzative sindacali. Questi organismi sono la risposta immediata alla violenza sfruttatrice del modo di produzione capitalistico, e nascono dall’esigenza di contrattare con i propri sfruttatori delle condizioni (economico-legali) meno intense di sfruttamento. In certi momenti del ciclo economico, cioè nelle fasi espansive, il capitale può e deve concedere degli aumenti contrattuali ( per fare crescere la domanda e disinnescare il malcontento sociale con l’aumento delle retribuzioni), tuttavia nei periodi di crisi diventa problematico reperire briciole di plus-valore da destinare agli aumenti, e quindi si passa dalla carota al bastone. Allo scopo di ribadire la nostra posizione sull’argomento riproponiamo le considerazioni svolte in un precedente lavoro, a nostro avviso tendenzialmente sempre valide per comprendere le dinamiche dialettiche sottostanti ai fenomeni alterni di ribellione e integrazione-sottomissione (di cui le vicende sindacali sono in qualche modo una espressione derivata).

 
Problemi e aspetti dell’attuale situazione delle lotte economiche: sindacato di lotta e sindacato di sistema.
Introduzione
Negli ultimi anni la situazione economica dei lavoratori ha fatto dei notevoli balzi all’indietro, anche i diritti legali sanciti dalle norme contrattuali sono stati ulteriormente ridotti, esponendo maggiormente il lavoratore ai ricatti e al dispotismo aziendale. I sindacati con il numero maggiore di iscritti cavalcano queste tendenze generali, opponendo una blanda resistenza, più di facciata che di sostanza. In realtà i sindacati di sistema, in quanto organi funzionali al mantenimento degli equilibri dell’attuale società capitalistica, svolgono necessariamente dei compiti rivolti alla conservazione dell’organismo sociale di cui sono un elemento. Non ha senso meravigliarsi, quindi, per i presunti cedimenti che questi sindacati metterebbero in atto, periodicamente, svendendo i diritti e le posizioni economiche raggiunte dai lavoratori. Il compito assegnato dal sistema capitalista a tali organizzazioni sindacali è la conservazione dei privilegi della classe dominante, agendo dall’interno della classe dei lavoratori salariati, così come il compito assegnato ad altre
organizzazioni dell’apparato statale, ad esempio esercito e polizia, è quello di conservare i privilegi della classe dominante agendo dall’esterno della classe subordinata (in veste di minaccia di violenza potenziale o attuale). Osserviamo quindi delle semplici regolarità sistemiche, dei semplici meccanismi di controllo sociale, operanti con modalità diverse, ma finalizzati al comune obiettivo di conservare un certo organismo socio-economico capitalistico. Chiediamoci perché la classe dei lavoratori salariati accetta o subisce l’operato dei sindacati di sistema, condannandosi poi a peggioramenti salariali e normativi periodici. Una prima risposta la troviamo nell’esistenza della cosiddetta ‘aristocrazia operaia ’, una frazione della classe subordinata cui il sistema riesce a
garantire condizioni economiche privilegiate rispetto al resto della classe. (1) Tale gruppo sociale riesce a condizionare con la sua visione una parte cospicua della classe, rappresentando la base sociale profonda dei sindacati di sistema: l’aristocrazia operaia può dunque essere definita una vera e propria contro-avanguardia che, a differenza dell’avanguardia proletaria, ha la funzione fondamentale di conservare il meccanismo sociale esistente. Insieme all’aristocrazia operaia agisce l’esercito industriale di riserva dei disoccupati e dei precari, la cui stessa esistenza contribuisce a rintuzzare e tenere basse le richieste di miglioramenti economici degli operai occupati. Questi due fattori rappresentano le basi sociali oggettive, interne alla classe subordinata, all’origine dei sindacati di sistema, tuttavia l’altra base sociale, anch’essa oggettiva, è invece esterna alla classe subordinata, e si trova nel campo della classe borghese; in altre parole nel bisogno di strumenti di controllo sulla classe proletaria, finalizzati alla continuità del dominio borghese. Non diciamo nulla di nuovo affermando questi concetti, tuttavia riteniamo opportuno ripeterli, proprio per fornire un quadro teorico generale alla successiva esposizione. Riportiamo una citazione da un articolo degli anni 50 ‘ New Deal e dirigenze opportuniste ’ comparso in Prometeo ’’ ..di fronte alle sue crisi interne il capitalismo reagisce in tutti i paesi, quale che sia la sovrastruttura politica, in modo unitario e con metodi di intervento, di accentramento e di dirigismo statale che accomunano democrazia e fascismo in un convergente obiettivo di difesa del regime (…) la macchina dell’intervento e della gestione economica statale ha potuto mettersi in moto solo in virtù di una preventiva corruzione opportunistica del movimento operaio (…) fu la dirigenza controrivoluzionaria di questo a fornire le armi teoriche e pratiche necessarie al tamponamento della crisi (…) il fenomeno dell’opportunismo operaio, elemento necessario della difesa capitalistica (…) assume dovunque gli stessi aspetti; ai dirigenti controrivoluzionari dei sindacati il capitalismo non chiede più soltanto di contenere nell’ambito della legalità, della riforma e della collaborazione gli urti di classe, ma di farsi promotori (…) od amministratori (…) di metodi più efficaci (…) di gestione dell’economia ‘. L’opportunismo operaio è definito come elemento necessario della difesa capitalistica, addirittura le sue figure politico-sindacali di rilievo assumono il ruolo di promotori e amministratori di metodi di gestione più efficaci dell’economia. La conservazione del regime borghese si basa dunque sul sostegno diretto e palese delle organizzazioni sindacali prodotte dalla corruzione opportunistica del movimento operaio, dal suo inglobamento nella gestione dell’economia. Abbiamo citato un articolo degli anni 50 che descriveva i processi e le tendenze del capitalismo dell’epoca; ora dobbiamo chiederci se quelle tendenze fondamentali sono cambiate, oppure si sono approfondite. La risposta è scontata, essendo il regime capitalista caratterizzato dalla logica fondamentale dell’autoconservazione, non è ammissibile che quelle tendenze siano scomparse oppure siano mutate nel loro contrario.
L’opportunismo continua a giocare una partita a favore della sopravvivenza del regime borghese, in sinergia con tutti gli altri fattori di sostegno presenti sulla scena storica contemporanea.
L’argomento dei contratti, dei sindacati più o meno combattivi, dei peggioramenti delle condizioni di vita dei lavoratori, va quindi trattato, e la sua trattazione può avere un senso politico, solo in una cornice teorica che riconosca il conflitto fra opportunismo e avanguardia proletaria, cioè solo all’interno della realtà del conflitto di classe. Bisogna comprendere e riconoscere l’importanza dei sindacati opportunisti come una semplice funzione di sistema, vedendo nella loro base sociale profonda, data dal combinato micidiale di aristocrazia operaia e esercito industriale di riserva, la causa fondamentale di questa funzione.
Osserviamo ora i principali aspetti del cosiddetto protocollo d’intesa su rappresentanza e rappresentatività, teso a dare applicazione all’accordo del 28 giugno 2011. Riportiamo un passo di tale accordo ‘ Come definito al punto 1 dell’accordo del 28 giugno 2011, la certificazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali, ai fini della contrattazione collettiva di categoria, assume i dati associativi riferiti alle deleghe relative ai contributi sindacali conferite da lavoratrici e lavoratori e i consensi ottenuti (voti espressi) dalle organizzazioni sindacali in occasione delle elezioni delle RSU ’ . Ecco, fino a questo punto sembra che fili tutto liscio, la rappresentatività è democraticamente certificata dal numero di iscritti e dal numero di voti presi dai vari sindacati alle elezioni delle RSU. Abbiamo azzardato l’uso dell’aggettivo democraticamente, anche se bisognerebbe chiedersi quale autonomia di giudizio c’è dietro il voto di un lavoratore, mediamente influenzato dalle idee dominanti della società borghese.
Ma sorvoliamo su questo fastidioso pensiero e continuiamo la lettura, stavolta del punto 3 del protocollo d’intesa ‘ Ai fini della misurazione del voto espresso da lavoratrici e lavoratori nella elezione della rappresentanza sindacale unitaria varranno esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni organizzazione sindacale aderente alle confederazioni firmatarie della presente intesa. Lo stesso criterio si applicherà alle RSU
in carica, elette cioè nei 36 mesi precedenti la data in cui verrà effettuata la misurazione ’ .
Ecco la pietra dello scandalo contro di cui sono insorte alcune anime belle del sindacalismo di ‘sinistra’. L’argomento usato contro tale capitolo dell’intesa è noto: dove finisce la libertà sindacale se solo le organizzazioni firmatarie possono presentarsi alle elezioni ed essere votate ? In questa obiezione ritroviamo il vizio fondamentale di ogni riformismo: la fuga nell’irrealtà.
Chiediamoci quale libertà sindacale può veramente esistere ed agire in contrasto con gli interessi di fondo dell’economia capitalistica dominante; nei fatti, e a dispetto delle illusioni democratiche delle solite anime candide, nei momenti di più acuta crisi economica il sistema tira i remi in barca, cercando di soffocare in anticipo, prima sul piano normativo e poi sul piano della repressione violenta, il pericolo di lotte operaie spontanee (cioè libere dalla cappa del controllo dei sindacati di sistema).
La libertà sindacale che può minacciare in questa fase l’equilibrio sistemico è solo quella che si manifesta al di fuori dei canali tradizionali, attraverso il fuoco di lotte nate in modo autonomo dal seno dell’esercito proletario, occupato o di riserva, nei momenti in cui l’impoverimento economico e il dispotismo aziendale e burocratico raggiungono vette insostenibili. In passato le lotte economiche sorte sia da iniziative autonome, sia da iniziative dei sindacati di sistema potevano – in percentuali diverse – offrire qualche miglioramento economico reale, e soprattutto formare delle avanguardie politiche comuniste. Oggi il sindacato di sistema è totalmente irreggimentato nella difesa dell’economia capitalistica, fino a diventare un vero tassello dell’apparato statale di dominio, e quindi non appare più plausibile sostenere che da esso possano partire iniziative di lotta, sia pure miranti alla semplice difesa delle condizioni economiche e dei diritti attuali dei lavoratori. (2) Il
partito comunista deve quindi rivolgere la sua attività di propaganda e proselitismo solo verso quei momenti di lotta operaia che nascono autonomamente, da parte di lavoratori occupati e inoccupati spinti al conflitto da condizioni di vita oggettivamente insostenibili. Sono questi, infatti, i proletari più capaci di liberarsi dai miti e dalle illusioni dominanti nella società capitalistica; sia attraverso le lezioni tratte dall’azione di scontro pratico con il regime borghese, sia attraverso il contatto con la conoscenza rivoluzionaria sedimentata nel partito storico e formale. Nel corso delle lotte spontanee si formeranno degli organismi sindacali nuovi, verosimilmente volti alla difesa effettiva delle condizioni di vita dei propri associati, ed è con questi organismi che il partito può interagire in modo efficace per la propria azione politica (sempre nella distinzione necessaria fra il piano della difesa economica propria degli organismi sindacali, e il piano dell’azione politica specifica del partito comunista).(3) Risibile e involontariamente comica appare la pappagallesca imitazione delle soglie di sbarramento parlamentari contenuta in questo capoverso che ora riportiamo ‘ Sono ammesse alla contrattazione collettiva nazionale le federazioni delle organizzazioni sindacali firmatarie del presente accordo che abbiano, nell’ambito di applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro, una rappresentatività non inferiore al 5%, considerando a tal fine la media fra il dato associativo (percentuale delle iscrizioni certificate) e il dato elettorale (percentuale dei voti ottenuti sui voti espressi).
Dunque, come per una par condicio con la politica parlamentare nazionale, anche i sindacati potranno aspirare a propri rappresentanti solo a patto di avere una quota di iscritti/votanti non inferiore al 5%. Un modo per tagliare le gambe in anticipo a quegli organismi sindacali nuovi, sorti nel fuoco di lotte spontanee, di cui parlavamo poc’anzi, infatti c’è sempre del metodo nelle apparenti stranezze e follie dell’apparato burocratico-poliziesco, come ad esempio questa soglia del 5%. Da una parte il sistema di dominio borghese, con questo accordo, rende più impermeabili le strutture sindacali esistenti alle infiltrazioni dell’antagonismo operaio, e dall’altra, con una legislazione a hoc, punisce severamente le azioni di lotta che vanno fuori dai canoni consentiti: blocco delle merci in entrata e in uscita, picchetti, scioperi selvaggi e atti similari. Come le guerre preventive degli americani, anche questo doppio fronte di misure svolge una funzione essenzialmente offensiva, colpendo sul nascere l’antagonismo di classe proletario nei luoghi di lavoro.(4) Continuando la lettura del protocollo d’intesa troviamo poco dopo un’altra perla di saggezza, eccola riportata ‘in assenza di piattaforma unitaria, la parte datoriale favorirà, in ogni categoria, che la negoziazione si avvii sulla base della piattaforma presentata da organizzazioni sindacali che abbiano complessivamente un livello di rappresentatività nel settore pari almeno al 50%+1 ‘ .
Cosa dire o aggiungere di più a questa citazione, la regola in oggetto – evidentemente condivisa dalle organizzazioni firmatarie dei datori di lavoro e dei lavoratori – scimmiotta anch’essa il principio maggioritario, prevedendo che basti una soglia di rappresentatività del 50%+1 per
intavolare una negoziazione, i cui esiti dovrebbero poi vincolare anche il restante 49% non partecipante. Infatti qualche riga dopo troviamo scritto ‘ I contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle organizzazioni sindacali che rappresentino almeno il 50%+1 della rappresentanza (…) saranno efficaci ed esigibili (…) Il rispetto delle procedure sopra definite comporta, infatti, oltre l’applicazione degli accordi all’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, la piena esigibilità per tutte le organizzazioni aderenti alle parti firmatarie della presente intesa ‘.
Il testo appena riportato chiarisce senza ombra alcuna che anche l’eventuale accordo firmato dal 50%+1 delle organizzazioni sindacali vale comunque per l’insieme dei lavoratori, in base al principio maggioritario che informa la nostra superiore società democratica. Il 49% per cento non firmatario dei nuovi contratti si troverà così a dovere accettare le decisioni di altri, quel 51% che ha firmato: in fondo è solo un problema di aritmetica democratica che ogni mente libera da pregiudizi ideologici potrebbe agevolmente comprendere. La libertà è partecipazione diceva il testo di una vecchia canzone, e quindi il coscienzioso proletario dovrà senza ripensamenti partecipare al voto delle rsu, a patto però che il suo candidato preferito faccia parte di un organizzazione sindacale
firmataria dell’accordo sulla rappresentatività.(5) Detta organizzazione, a cui va il convinto voto del proletario partecipante, potrà anche negoziare a patto che abbia almeno il 5% di iscritti e votanti, e infine, se proprio non riuscirà o vorrà partecipare alle negoziazioni contrattuali, non cambierà nulla, poiché i contratti collettivi nazionali di lavoro sottoscritti formalmente dalle organizzazioni sindacali che rappresentino almeno il 50%+1 della rappresentanza (…) saranno efficaci ed esigibili per tutti. Ecco servito un buon piatto per tutti i palati affamati di partecipazione e
democrazia, ecco finalmente delle regole precise che semplificano la giungla delle sigle sindacali e mettono un freno al caos rivendicativo e contrattuale. Missione compiuta, il capitale ringrazia e può tirare un sospiro di sollievo. In ultima analisi, anche allo scopo di fugare ogni residuo dubbio e ambiguità, noi riteniamo che tale protocollo d’intesa, insieme alla legislazione del lavoro e sindacale-associativa affermatasi negli ultimi 10 anni, abbia prodotto dei cambiamenti definitivi nella natura dei sindacati più rappresentativi. Tale cambiamento va nel senso della possibilità prefigurata decenni addietro dalla nostra corrente:’ “Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date
opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato”. Bene, il fatto che in un associazione di difesa economica ci siano solo lavoratori salariati, nella fase attuale non implica più una conseguente possibilità di intervento del partito, poiché si è verificata nel frattempo, per la maggioranza di queste associazioni, l’integrazione effettiva nell’apparato di potere dello stato capitalista. Questa circostanza non esclude il contatto con il singolo iscritto, e neppure la possibilità di propaganda e di chiarimento con il lavoratore che dovesse avere dei problemi sul posto di lavoro o dei ripensamenti sul valore della sua associazione sindacale di sistema. Tuttavia deve essere chiaro che il sindacato di sistema, nel suo complesso formale e statutario, è nella fase sociale attuale il primo livello formale di imprigionamento della protesta operaia, il secondo livello formale è incarnato dall’articolazione sinergica di forze di polizia, magistratura e istituti di pena.
(1)Essa rappresenta una frazione della classe operaia che è a tutti gli effetti socialmente degenerata (imborghesita) e corrotta. Corrotta non significa che “gode” rispetto al passato di un maggior benessere, in cui si concretizzano gli sbandierati “miglioramenti del tenore di vita operaio”, ma che campa poggiando sullo sfruttamento altrui e approfittando di esso per mantenere un tenore di vita nettamente più elevato del resto degli operai o per accumulare ricchezze. L’arcano del migliorato tenore di vita operaio col progredire del capitalismo, invece, è tutt’uno con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, e non vi si scopre la diagnosi fasulla di un imborghesimento dell’operaio e quindi dell’eternità del capitalismo, ma, all’opposto, quella della morte certa di esso, soffocato dall’ingorgo delle immense masse di prodotti in cerca di consumatori: “Il modo capitalista di produzione una volta instaurato non può sostenersi se non accrescendo di continuo, non la dotazione di risorse ed impianti atti a una migliore vita degli uomini con minori rischi, tormenti e sforzi, ma la massa delle merci prodotte e vendute (…)L’operaio corrotto è l’operaio che campa, come la piccola borghesia, pappandosi una quota del plusvalore estorto al resto della classe operaia dentro e fuori dalle metropoli imperialiste. Corruzione significa, in altri termini, essere pagati non occasionalmente al di sopra del valore della propria forza-lavoro, significa percepire di più di quanto serve per ricostituire quella forza-lavoro, e talora, ma non necessariamente, anche di più del valore di quanto si produce. Non significa affatto, come ritengono i nostri contraddittori, avere più beni di consumo a disposizione, ossia maggior “benessere”, in quanto la maggiorata massa di beni di consumo può corrispondere e di fatto
corrisponde ad un uguale o anche ad un minor valore e, in quest’ultimo caso, ad una maggiore erogazione di plusvalore: prima con 4 ore-lavoro producevo il controvalore del mio consumo e le altre 4 ore se le pappava il capitalismo, adesso con 2 ore-lavoro produco il controvalore di un consumo che include anche auto, stereo e lavatrice, ma il capitalismo si pappa 6 ore. Il mio “maggior benessere” consiste in un’auto, in una lavatrice ed uno stereo svalutati in più di contro ad un’estorsione accresciuta di lavoro non pagato (…)Quindi, rimettendo le cose al loro posto: una minoranza della classe operaia metropolitana (=aristocrazia operaia) è corrotta e imborghesita socialmente e ideologicamente; la maggioranza di essa non è né corrotta né degenerata (=socialmente imborghesita), ma è imborghesita solo dal punto di vista ideologico, nel senso che, pur non avendovi un tornaconto, è succube dell’ideologia borghese, ad essa veicolata da un opportunismo che recluta i suoi quadri sia tra la piccola borghesia sia tra l’aristocrazia operaia. Ecco allora la “base materiale” dell’opportunismo: l’aristocrazia operaia, che, assieme alla piccola borghesia fornisce ad esso materiale umano ed idee. Il resto della classe operaia, la maggioranza, si lascia intossicare da quelle idee non perché condivida gli stessi interessi materiali degli strati operai corrotti e del ceto medio, ma perché agisce e pensa contro i propri interessi materiali, perché agisce e pensa come una cosa della società borghese, come un attrezzo della produzione capitalista. La cosa non dovrebbe stupire quanti hanno appreso l’ABC del marxismo, e cioè che “le idee dominanti sono le idee della classe dominante” (Marx), il che significa che il proletariato, la maggioranza del proletariato professa ideologie contrarie ai suoi interessi storici ed immediati. (…). La sua base materiale sta nello sviluppo gigantesco delle forze produttive che ha alimentato la “floridezza” della produzione industriale degli ultimi 100 anni, e, in particolare, dopo il 1945, ammettendosi che essa abbia reso possibile sia la formazione di un’aristocrazia operaia nel senso proprio del termine, cioè di uno strato corrotto e in parte coincidente con il bonzume politico-sindacale, sia anche il varo di tutta una “gamma di misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato” in generale, che, pur non corrompendo la massa operaia, comunque “creano un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in un certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino”, una garanzia ben misera ed aleatoria, ma che vale a rendere il salariato “esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta” (). Queste sono le basi materiali -non certo identiche, ma tra loro parallele- dell’imprigionamento e dell’integrazione dei sindacati nello e da parte dello Stato borghese da un lato, della mancanza di reazioni da parte della massa operaia, tuttora succube degli apparati pseudo-operai affittati allo Stato e dell’ideologia collaborazionista, dall’altro.
Da 31 punti per …
(2)‘Poiché nella situazione storica del XVII, XVIII, XIX secolo la rivoluzione capitalista doveva avere forme liberali, nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. La differenza dipende non da fondamentali variazioni qualitative del capitalismo, ma da enorme divario di sviluppo quantitativo, come intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta. E che il capitalismo alla sua conservazione come al suo sviluppo e ingrandimento adoperi sempre meno ciancia liberale, e sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico (..) . Dottrina del diavolo in corpo ’, contenuto nella raccolta ‘Imprese economiche di Pantalone, pag. 62.’
(3 ). Quindi, chiosando il testo, i coefficienti utili alla Rivoluzione sono: 1) il contatto del partito con la classe;
2) la pressione dei fatti materiali; 3) la capacità del partito di affermare e proclamare la giusta prospettiva rivoluzionaria. 1 + 2 + 3 = successo della lotta rivoluzionaria (un successo che presuppone come già avvenuta la “ionizzazione sociale” verso il polo rivoluzionario, rappresentato dalle posizioni comuniste, ed anche verso il polo opposto, quello della controrivoluzione). Le “condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria” sono rappresentate “secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale” da tre elementi: 1) “il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie”; 2) la
“pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione”; 3) la “giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico” . Da 31 punti per …
(4) ‘…una illusione quella di credere che si possa indurre la classe dominante ed il suo Governo ad un regime normale, a rispettare quelle garanzie che i suoi istituti giuridici lasciano alla libertà di agire degli individui e delle collettività. Non interpretiamo il problema come quello di riportare l’avversario nella legge, nella SUA legge.
Questo vorrebbe dire avvalorare l’illusione controrivoluzionaria che l’ambiente della legalità borghese si presti alla lotta di emancipazione delle masse, e se per poco nella nostra azione noi accettassimo di unirci a quei movimenti che hanno come loro patrimonio di teoria e di tattica quel fondamentale errore, noi rovineremmo tutta la nostra propaganda tra le masse, noi cadremmo nell’equivoco di mostrare di assumere o di lasciare assumere l’impegno che se la borghesia rispetterà i limiti delle sue leggi, noi faremo dal canto nostro altrettanto.
Ciò vorrebbe dire che l’imperio dell’attuale sistema costituzionale è per noi una situazione desiderabile, vorrebbe dire dimenticare che, secondo la critica marxista, la libertà che esso ostenta di concedere non è altro che una turlupinatura ed una risorsa conservatrice. Ora in bocca ai comunisti non devono trovarsi le frasi stereopatiche e ridicole di libertà di opinione, di diritto individuale, e simili giaculatorie, care alla democrazia borghese ed all’opportunismo socialistoide. Noi dobbiamo anche evitare di incoraggiare le tendenze in taluni elementi, prossimi ai nostri cugini sindacalisti ed anarchici, a cadere nell’abuso piccolo-borghese di quelle frasi, credendo di fare con ciò del puro estremismo. I comunisti sono su ben altro terreno. Essi sanno che nei limiti convenzionali della legalità borghese non si ritornerà più. Essi dichiarano che la storia ha universalmente posto questo dilemma: o se ne esce per realizzare la dittatura aperta della controrivoluzione, o per fondare la dittatura rivoluzionaria del proletariato. Essi non si pongono come obiettivo di riaprire il periodo dei rapporti normali, politici e giuridici – che sarebbe, ove non fosse assurdo, il periodo del ristabilimento pacifico dei poteri e dei privilegi capitalistici – ma di sospingere il trapasso da esso al periodo del potere rivoluzionario del proletariato. I comunisti non dicono alla borghesia: bada che se non rientri nella tua legalità faremo la rivoluzione… per conseguirla. Essi si propongono invece di varcare i limiti del potere borghese con la loro azione rivoluzionaria.
Chi, come i socialdemocratici, intende restare sul terreno delle lotte civili, non sarà mai un nostro alleato. Per lottare contro i sistemi della reazione non c’è dunque altra via che organizzarsi per spezzarli, lottando contro di essi senza esclusione di colpi ’. Tratto da Ordine Nuovo”, 26 marzo 1921 CONTRO LA REAZIONE
(5)’Noi considerammo di fondamentale importanza per il Capitale questo imprigionamento delle associazioni economiche nello Stato riconoscendovi la risposta dialettica alla riconosciuta e ribadita necessità che il Partito influenzi la lotta sindacale come stadio indispensabile per ogni ulteriore movimento rivoluzionario. La borghesia insomma, sottomettendo i sindacati alla politica dello Stato capitalista, si difende dalla minaccia della Rivoluzione soprattutto perché in tal modo impedisce, ritarda ed ostacola così l’attività dei marxisti e degli stessi operai combattivi nelle lotte economiche (…) Nessuna illusione, dunque,
di poter “riconquistare” i sindacati tricolore e di farli risorgere come organismi di classe attraverso la semplice sostituzione dei vertici: “Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato” (potrà mai prendere vita un movimento più vasto di attacco ai poteri politici borghesi.
La Sinistra chiamerà questa mutazione “radicali modificazioni del rapporto sindacale”. Queste modificazioni radicali non dipendono da alcuna mutazione delle contraddizioni inerenti il modo di produzione capitalistico e neppure dal carattere della lotta economica del proletariato. Le modificazioni radicali si riferiscono solo all’inquadramento dei sindacati da parte dello Stato, alla loro integrazione più o meno formale nelle funzioni dello Stato borghese come manifestazione da un lato dell’attuazione della fase imperialista del Capitale, coincidente con la sua sempre maggiore concentrazione e con la corrispondente
centralizzazione politica, e dall’altro della completa integrazione politica della socialdemocrazia e dello stalinismo nella struttura politico-sociale ed organizzativa della borghesia. Questa integrazione dell’opportunismo è un fatto sociale e non solo politico: “L’opportunismo è un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità, e sarebbe follia non vederlo…” da 31 punti per …
Postilla
Abbiamo postulato la possibilità che dalle lotte operaie sorgenti al di fuori della cappa di controllo dei sindacati di sistema si sviluppino delle associazioni sindacali di lotta, realmente orientate alla difesa delle condizioni di vita dei propri associati. Abbiamo anche ipotizzato che in queste strutture formali il partito possa svolgere più agevolmente l’azione di contatto con la classe. Tuttavia questa circostanza è inevitabilmente temporanea e transitoria, poiché si deve supporre che il regime borghese non resti indifferente alla presenza di forze sindacali antagoniste, attivando ben presto delle azioni di inglobamento e di repressione. Quindi, così come un infezione viene progressivamente circoscritta dalla produzione di anticorpi, così anche l’infezione sociale del sindacato di lotta sarà rapidamente sottoposta a interventi di contenimento e sterilizzazione. Questo aspetto va attentamente considerato per non rischiare disopravvalutare le possibilità di azione politica prima sottolineate.

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