Storia e dialettica

Torniamo al contrasto tra natura e soggetto, alla nozione dell’impronta che [il soggetto lascerebbe sulla natura]. E torniamo al concetto che [è la natura a dare l’impronta a sé stessa]. Ecco sciolta una millenaria contraddizione: si deve ipotizzare prima la realtà, l’essere, o prima il pensiero? La formula di Marx, nella sua discussione su Hegel, è che pensiero ed essere sono distinti ma nello stesso tempo in unità tra loro. Il vecchio contrasto di pensiero ed essere si riduceva a questo: è esistito un momento in cui il pensiero esisteva prima dell’essere, della sostanza materiale, e poi è nata la realtà, o è esistita la realtà e dopo è nato il pensiero? La risposta di Marx, che dovremo delucidare in quello che andremo a dire adesso, è che ad un certo momento la loro relazione reciproca è talmente stretta che essi sono in unità fra di loro e quindi sono nati contemporaneamente: l’uno è nato perché c’è l’altro, l’altro perché c’è l’uno. E qui però è il dubbio che dobbiamo esaminare nel nostro ulteriore sviluppo. Tutti i tradizionali pensatori dicono: quando stabiliremo questa priorità, questa precedenza [avremo raggiunto la verità]. Essi ragionano sempre secondo gerarchie perché nascono da società gerarchizzate. Non sanno vedere altro che il padrone e il servo; il capo, quello che ha il grado superiore, e quello che ubbidisce; quindi anche nelle categorie della filosofia cercano sempre una priorità, una preminenza, una presupposizione, devono per forza presupporre una cosa per salire sull’altra. O devono presupporre la realtà per salire sul pensiero o presupporre il pensiero per salire sulla realtà. Cosa assurda perché s’è mai visto pensare senza che la realtà ci fosse e non s’è mai visto una realtà che non presupponesse “pensiero”. Comunque così ragionano. La nostra risposta esce dall’eterno enigma… Quindi non vi è più contrasto tra l’essere conoscitivo e la natura conosciuta: questo essere, essendo onnilaterale ed universale, come dice Marx, è esso stesso un pezzo inseparabile della natura. Si tratta della natura che conosce sé stessa e non di qualche viaggiatore in incognito che va a conoscere la natura”. Bordiga, 1960, ciclo di riunioni sulla teoria della conoscenza.

Premessa

Abbiamo tentato di affrontare, in un lavoro presente nel nostro sito dal titolo ‘piccoli pensieri sulla conoscenza’, le tematiche diciamo ‘filosofiche’ relative alla teoria della conoscenza, in seguito, anche nel lavoro sull’ISIS e la politica del caos americana, abbiamo affrontato alcuni temi ‘filosofici’. Nel presente lavoro diamo per assodate le conclusioni raggiunte in quei testi, e ripartiamo da un campo di indagine collegato, cioè la filosofia della storia e i concetti collegati di finalismo, meccanicismo e monismo. Su tali parole, spesso ricorrenti nei testi filosofici e non solo filosofici, sono state spese tonnellate di inchiostro e di carta, noi tenteremo di chiarire il loro significato prevalente nella teoria marxista, il loro impiego (consapevole/inconsapevole) da parte di forze politiche che, pur propugnando un superamento dell’attuale società, sottovalutano fatalisticamente la componente della soggettività e della volontà nei percorsi di mutamento. In questo modo, trascurando il ruolo del processo reale di formazione della coscienza di classe che si fa partito, partito inteso come organo energetico formale e storico-dottrinario del corpo sociale della classe sfruttata, queste forze politiche estromettono dal loro orizzonte pratico-teorico uno dei fattori determinanti del mutamento sociale. Il tema affrontato ha quindi una ricaduta politica, poiché riguarda anche la critica alle decisioni operative che derivano dalla sottovalutazione di questo fattore determinante. Nel tentativo di analisi del ruolo del partito nella conoscenza della realtà, utilizzeremo alcune tracce presenti nel ciclo di riunioni del 1960.

Partito e conoscenza

Bordiga, 1960, ciclo di riunioni sulla teoria della conoscenza: La differenza tra lo spiritualismo e il materialismo non ci obbliga a optare per l’uno o per l’altro convenzionalmente classificandoci in una schiera, come se prendessimo una storia della filosofia e classificassimo i nomi di tutte le filosofie e le dividessimo in due partiti, uno è stato per lo spirito, l’altro per la materia, andando ad ingrossare una di queste schiere. Per poi scoprire che ce ne sono stati altri, i quali sono stati per tutte e due perché alcuni sono monisti e altri dualisti. No! Noi andiamo oltre l’una e l’altra schiera; noi utilizziamo l’una e l’altra schiera; rispettiamo l’una e l’altra schiera; contendiamo con interesse immenso l’una e l’altra; facciamo contribuire l’una e l’altra, e la nostra risposta non è né di “destra” né di “sinistra”,non è quella dell’eterno contrasto, è una terza e una nuova risposta resa possibile solamente perché l’azione umana nei rapporti tra uomini e uomini e nei rapporti tra uomini e natura ha raggiunto uno stadio e un corso nuovo, che solamente a questo livello dell’evoluzione potevano essere dati. Non perché il pensiero e lo spirito umani si sono sviluppati. Marx ritorna sulla dimostrazione che questi enigmi sono risolti nel comunismo(….)Ritorniamo quindi al punto: il comunismo è il risolto enigma della storia e si considera come tale soluzione. Ciò è estremamente importante. Perché, se il comunismo è il risolto enigma della storia, l’umanità, per avere dinanzi ai suoi occhi questi enigmi già risolti, dovrebbe aspettare di essere nel comunismo,nella società comunista. Ma la società comunista per noi esiste fin da ora, essa è anticipata nel partito storico che ne possiede la dottrina.

Non la possiede in quel modo completo, in quel modo elaborato che sarà caratteristico della società futura, la possiede in modo approssimato. Il partito comunista è il solo ente che può possederla e il solo che può definirsi soggetto della rivoluzione. Non può essere che la possieda la classe e tanto meno il sindacato. Non resta che il partito, quindi, a rappresentare il cammino cosciente della specie.

La scuola della preminenza dello spirito, della coscienza soggettiva, dell’interpretazione teologica del cammino umano, ha elaborato concezioni che si sono poi stratificate nella storia, hanno costituito gli strati di quella tale geologia della conoscenza che riteniamo corrispondente alla geologia della materia fisica sulla quale appoggia tutto il mondo d’oggi. Rappresenta una delle tante arcate del ponte che unisce l’umanità primitiva a quella sviluppata e libera dal bisogno. Da questo ponte già iniziato noi prendiamo il via. Non ci possiamo ancora camminare prima di aver lanciato l’ultima arcata –perché tutti noi siamo in fondo i lanciatori di quest’ultima arcata – ma sappiamo che lo potremo fare, sappiamo che essa chiuderà gli enigmi delle società precedenti. La nostra cognizione del mondo non può dunque avere un valore di opera perfetta e conclusa, come nelle pretese di carattere scolastico, accademico, scientifico, pretese che sono sempre state caratteristiche delle ideologie conservatrici e controrivoluzionarie. Essa ha carattere essenzialmente aperto, dinamico; e soggetto di questa posizione che liquida le antiche contese ideologiche è il partito. È il partito che sovrappone ad esse una nuova teoria, una pre-coscienza della società futura; che rappresenta la coscienza soggettiva; che fa del “nostro” soggetto un’essenza non più individuale. Non abbiamo completamente abolito il soggetto riportando tutto a oggetto, abbiamo insomma ancora bisogno di un soggetto. Ma esso non è più una persona, un individuo: è un ente, il partito, il quale serve da ponte di trapasso. O meglio: serve da possente lanciatore del ponte di trapasso alla società futura(…….)’.

Abbiamo una lunga citazione, densa di concetti importanti, in cui fra l’altro ci sembra decisiva, per l’economia del nostro discorso, la sottolineatura del ruolo del partito come attore agente e custode di conoscenza (partito formale e partito storico). Infatti ‘se il comunismo è il risolto enigma della storia, l’umanità, per avere dinanzi ai suoi occhi questi enigmi già risolti, dovrebbe aspettare di essere nel comunismo,nella società comunista. Ma la società comunista per noi esiste fin da ora, essa è anticipata nel partito storico che ne possiede la dottrina’. Riprendendo i manoscritti economico-filosofici, Bordiga sostiene che il comunismo ‘è il risolto enigma della storia’, tuttavia già nel tempo sociale capitalistico, fin dentro l’alienazione dominante, si manifesta dialetticamente il suo opposto nella prassi del partito rivoluzionario, che è sintesi di storia-memoria conoscitiva e forma organizzazione-azione contingente. Un soggetto non più individuale ‘ Non abbiamo completamente abolito il soggetto riportando tutto a oggetto, abbiamo insomma ancora bisogno di un soggetto. Ma esso non è più una persona, un individuo: è un ente, il partito, il quale serve da ponte di trapasso. O meglio: serve da possente lanciatore del ponte di trapasso alla società futura’.

Un ponte di trapasso, anzi un possente lanciatore del ponte di trapasso alla società futura, questa è la chiara definizione della funzione del partito e del ruolo affidato a questa funzione nel testo del 1960. Il proletariato ha maggiori possibilità di ‘vedere’ la transitorietà e la menzogna di questa realtà sociale borghese, rispetto alle altre classi, poiché occupa una posizione sociale in cui non ha nulla da perdere. Tuttavia una buona parte della classe dominata, proprio in quanto dominata, soggiace inevitabilmente alla potenza mistificatrice delle forze sociali che la opprimono. Libera dalla potenza del velo occultante di Maya è solo quella parte minoritaria di specie umana che già nel qui e ora, vive come società comunista, perché per noi (la società comunista) esiste fin da ora, essa è anticipata nel partito storico che ne possiede la dottrina’. Questa conoscenza disalienata è posseduta da pochi, inizialmente, proprio come il piccolo granello di senape da cui sorge un intero campo di senape. Non importa, quindi, la piccolezza dell’aspetto numerico-quantitativo, cioè la dimensione formale e organizzativa di questo granello di senape, poiché le vicende storiche confermano ripetutamente l’importanza delle minoranze rivoluzionarie nei processi di mutamento e di passaggio da una formazione sociale di tipo X ad una tipo Y. Scrivevamo, nel lavoro sullo stato islamico, che Nell’apparato conoscitivo dell’umanità comunista delle origini, almeno in relazione alle tracce a noi pervenute, risulta assodata la consapevolezza che anche un’infinitesimale perturbazione, per dirla con il Lorenz, può provocare dei mutamenti giganteschi’. Questa infinitesimale perturbazione’ chepuò provocare dei mutamenti giganteschi’, in quest’epoca capitalistica, è l’energia rivoluzionaria della classe proletaria, condensata nel partito (storico/formale) che resta il solo ‘quindi, a rappresentare il cammino cosciente della specie’. Se si sottovaluta, come dicevamo nella premessa, la funzione e il ruolo del partito, si rischiano delle ricadute politiche in errori già manifestatisi in fasi precedenti della lotta di classe. Errori definiti con i termini cornice di economicismo e spontaneismo. Non esageriamo quando scriviamo queste cose, infatti è la stessa relazione del 1960 ad escludere che la classe sociale proletaria o il sindacato possano svolgere dei ruoli adeguati solo all’organo-partito. A testimonianza di quanto sostenuto riportiamo le righe dove viene espresso con molta chiarezza questo tipo di concetto: ‘Il partito comunista è il solo ente che può possederla (la conoscenza in divenire, approssimata *, mai statica ma dinamica n.c) e il solo che può definirsi soggetto della rivoluzione. Non può essere che la possieda la classe e tanto meno il sindacato. Non resta che il partito, quindi, a rappresentare il cammino cosciente della specie’. * (‘la possiede in modo approssimato‘).

Torniamo al problema posto nella premessa, e cioè il dilemma di cosa significa la sottovalutazione del ruolo del partito da parte di talune forze che affermano, nondimeno, di richiamarsi alla tradizione marxista della nostra corrente. Una concezione come quella espressa potentemente negli anni 60 da Bordiga e dal partito di cui era parte, può oggi essere rimessa in discussione in nome di pretesi cambiamenti economico-sociali sopravvenuti? Possiamo definire la nostra prassi (storico-formale) con un termine diverso da quello ‘storicamente invariante’ di partito ? In altre parole i nomi utilizzati (o non utilizzati) sono solo un fatto nominalistico, oppure implicano e sottintendono delle variabili reali, in questo caso di linea politica e di ricaduta in errori già combattuti dalla nostra corrente, da parte chi li usa o non li usa? Noi riteniamo che valga il motto latino ‘nomen omen’, e quindi la non utilizzazione del termine ‘partito’, chiaramente nell’accezione datagli dalla nostra corrente, significhi qualcosa di più di un aspetto semplicemente nominalistico. In altre parole, il non utilizzo del nome, può essere un segno rivelatore del congedo dalla dottrina storicamente invariante (sotto la forza dei condizionamenti materiali borghesi), a cui va incontro inevitabilmente, ricorrentemente, perfino una parte delle avanguardie rivoluzionarie. Il rifiuto del nome rispecchia spesso un atteggiamento politico definibile come ‘oggettivista’, o anche fatalista ed economicistico. Questi termini, tuttavia, sono sempre da prendere con le pinze, considerando la mole di dibattiti e i fiumi di parole che sono stati scritti in un senso o in un altro, e quindi anche le interpretazioni diversificate del loro significato. Difficilmente, poi, chi ricade negli errori sopraesposti, dichiara di essere un fatalista, o un economicista. Per questo motivo si fa quindi più ardua l’opera di smascheramento e confutazione delle posizioni ‘oggettivistiche’, tuttavia esistono molti marcatori che ci consentono di individuare l’errore ricorrente, anche sotto la coltre di belle parole e di apparente ortodossia. Uno di questi marcatori è appunto il non utilizzo della ‘parola chiave’ partito e programma, quando si presenta e si autodefinisce il nostro modus operandi.

Un modo ulteriore di marcare il fenomeno è dato dalla presenza, in queste posizioni, di improbabili pretese di indagare il campo storico-sociale con i metodi di indagine della scienza naturale, quindi della ambizione di conformare ogni lettura della realtà a un principio unico e ordinatore del tutto. Scrivevamo, nel lavoro sullo stato islamico: ‘la teoria del caos presenta delle reali analogie con la dialettica marxista. Questa circostanza deve spingerci a considerare la validità scientifica dell’impostazione teoretica marxista, anche alla luce delle successive elaborazioni del pensiero fisico-matematico. Gli autori del testo citato, tuttavia,si limitano a sostenere prudenzialmente che la scienza del caos potrebbe avere delle ricadute corrette anche nel campo economico – sociale, esprimendo con il condizionale la problematicità di un’omologazione meccanica e indistinta fra le due sfere (fisico – matematica ed economico-sociale) d’indagine. Sarebbe irrealistico postulare la non comunicabilità tra i due campi, tuttavia sarebbe altrettanto irrealistico pensare che il rapporto tra questi campi sia risolvibile in una semplice assimilazione acritica dei metodi e delle scoperte del campo fisico-matematico, al campo economico-sociale. Quest’errore è stato definito in passato con il termine ‘scientismo’, la sua radice, diciamo così filosofica, consiste nel tentativo di ridurre tutta la complessità del reale ad un principio unitario (fraintendendo il concetto d’Archè dei presocratici), non avvedendosi che la totalità dell’essere è identità con se stesso solo in quanto è lontananza dal nulla, vale a dire unità di essere ed esistenza: il principio comune alla totalità degli enti molteplici è l’essere in quanto realtà che esclude il niente, poiché il niente è l’impensabile (Parmenide), quindi la totalità dell’essere è la concretezza dei molteplici enti, diversi e uguali insieme, diversi come i colori dell’arcobaleno e uguali in quanto enti, in altre parole esistenza che si oppone alla non esistenza, al nulla. Il principio unitario è quindi l’essere nella differenza: cercare di ridurre e assimilare (come fa lo scientismo) il campo economico-sociale al campo fisico – matematico, dimostra la non comprensione delle leggi dialettiche di manifestazione della identità nella differenza. L’unità dialettica degli opposti (Eraclito) si riferisce al fatto che le coppie molteplici d’opposti, che formano la realtà dell’essere, sono unite dalla comune appartenenza all’esistenza, vale a dire al non-niente. Questa unità non significa negare la concretezza delle differenziazioni ontologiche di specie e di genere, raggruppando le caratteristiche specifiche degli enti in un’astratta unità indistinta, poiché in questo modo,cioè attraverso un movimento metafisico del pensiero astrattamente unificatore (scientista), si otterrebbe solo di demolire illusoriamente la concretezza dei modi di essere degli enti distinti. La prudenza degli autori del testo citato va intesa, forse, anche alla luce di queste nostre piccole riflessioni, e va rimarcata anche ai compagni che continuano a coltivare entusiasmi acritici ed ingenui verso l’appiattimento scientista del campo economico-sociale sul campo fisico-matematico. All’obiezione ricorrente che non si vede la ragione di evitare questo appiattimento, visto che tutto è materia e la realtà è una, in altre parole che il discreto è un illusione e il continuum quantistico è il solo reale, noi controbattiamo che questa affermazione ingenuamente monista cancella invece la realtà concreta dell’essere, che è tale solo in quanto identità nella differenza. Identità intesa come appartenenza all’unico piano di realtà ontologicamente possibile: l’essere. Differenza intesa come concretezza delle manifestazioni e dei modi di divenire diversi della molteplicità di enti in cui consiste la totalità reale dell’essere. Lo scientismo è un errore proprio per questa ragione, perché nell’apparente fedeltà ed aderenza ad una comprensione esatta dei fenomeni economico-sociali, con l’impiego ingenuo e acritico dei metodi fisico-matematici, in definitiva si incammina su un sentiero antidialettico foriero di successivi errori e cantonate teoriche. Le moderne teorie scientifiche del caos vanno quindi trattate con discernimento, oppure, come dicevano i latini: ‘cum grano salis ’.

Le società comuniste delle origini avevano sviluppato un apparato conoscitivo che, pur riconoscendo il continuum della realtà naturale, escludeva invece l’unificazione astratta della molteplicità tipica dello scientismo monista. I termini ricorrenti del cosiddetto pensiero ‘magico’ di quelle comunità ataviche erano basati sulla verifica sperimentale dei rapporti di somiglianza ed analogia, reversibilità e circolarità, sinergia e sintonia, riscontrati nell’esperienza della vita. L’esperienza pratica della vita, non certo una costruzione teorica astrattamente monista, aveva portato questi uomini a vedere e percepire la dialettica circolare dei fenomeni della natura. Questi fenomeni dati nell’esperienza della vita mostravano delle somiglianze e delle analogie, ma non erano per niente indistinti e indifferenziati; essi erano in relazione reciproca e quindi comunicavano sui vari livelli di esperienza: la loro unità non era nient’altro che il loro essere una rete di relazioni comunicative incessanti. Il continuum è questa relazione comunicativa incessante fra gli enti che formano la totalità dell’essere, una comunicazione incessante, mistica, della parte con il tutto (la fisica quantistica in fondo conferma la concezione vedantica della relazione fra Atman e Brahman, o il teorema di Anassimandro sulle catene della necessità che legano e riportano le parti ribelli nell’alveo del tutto).

Riportavamo poi, nelle note a piede di pagina, una citazione interessante del filosofo Husserl, relativa al percorso da lui postulato come genealogia del concetto di scienza. Adesso riproponiamo quella citazione:

«La filosofia, dal tempo della sua origine, nell’Antichità, voleva essere “scienza”, conoscenza universale dell’universo di ciò che è; non conoscenza quotidiana, vaga e relativa (doxa), bensì conoscenza razionale (episteme). Ma l’antica filosofia non raggiunge ancora la vera idea della razionalità e quindi la vera idea della scienza universale – era questa almeno la convinzione dei fondatori dell’epoca moderna. Il nuovo ideale era possibile soltanto sull’esempio della nuova matematica e delle nuove scienze naturali …Conoscere il mondo “filosoficamente”, in modo seriamente scientifico: ciò ha senso ed è possibile soltanto se si riesce a trovare un metodo per costruire sistematicamente, in certo modo preliminarmente, il mondo, l’infinità delle sue causalità…Galileo, lo scopritore della fisica e della natura fisica […],scopre la natura matematica, l’idea metodica, egli apre la strada a un’infinità di scopritori e di scoperte fisiche. Egli scopre, di fronte alla causalità universale del mondo intuitivo, ciò che da allora in poi si chiamerà senz’altro (in quanto sua forma invariante) legge causale, la “forma a priori” del “vero” mondo (idealizzato e matematico), la “legge delle legalità esatta”, secondo la quale qualsiasi accadimento della “natura” – della natura idealizzata – deve sottostare a leggi esatte ‘’. Edmund Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, EST, 1997.

Abbiamo riportato la citazione allo scopo di ricordare la continuità che unisce il bisogno di conoscenza universale della filosofia delle origini, che infatti voleva essere scienza salda e sicura (episteme), in opposizione alla vaghezza della doxa (opinione volatile),e la scienza galileiana, che pure prefigura, al di là del metodo sperimentale, una legge causale esatta di natura fisico-matematica, regolatrice del divenire di qualsiasi accadimento della natura. Tuttavia ci dobbiamo porre la domanda se sia possibile, nel divenire dialettico della realtà, confermato dalla storia e dall’esperienza, ipotizzare una conoscenza assoluta e incontrovertibile (come può essere definita ogni forma cangiante di sapere epistemico: religione, filosofia metafisica, determinismo scientifico assoluto). Iniziamo a rispondere dicendo che noi sappiamo che oggi la forma metodica predominante della scienza, il quid che la rende estremamente funzionale al potere borghese, è proprio il suo approccio ipotetico-probabilistico. Questo approccio risulta vincente perché, infischiandosene di ogni determinismo assoluto, ottiene praticamente i risultati adeguati alle richieste del capitale. In un mondo soggetto ai cambianti incessanti, ciclicamente distruttivi e ricostruttivi dell’economia capitalistica, nessuna verità definitiva può ingabbiare la ricerca ‘scientifica’ di tecnologie produttive e mezzi di dominio funzionali alla volontà di potenza del Moloch capitalista. I nuovi mezzi devono essere adeguati alle nuove situazioni economico-sociali, le quali possono richiedere nuovi approcci di indagine e nuove tecnologie, risultanti da differenti paradigma scientifici. La nostra ipotesi è che il caos e il marasma sociale della attuale fase di decadenza borghese (che non significano meccanicamente la fine del suo regime), sono produttivi, in ultima analisi, del corrispondente nichilismo e indeterminismo dominante nel campo del suo apparato conoscitivo. Tuttavia sbaglieremmo se in opposizione a tale circostanza decidessimo di optare per una forma di determinismo assoluto, sostitutivo a questo punto della religione e della metafisica, non comprendendo che questa scelta ci porterebbe solo indietro nel tempo, cioè all’incontro con precedenti forme di pensiero delle classi dominanti, basate su rapporti di dominazione più stabili e sicuri sul piano politico-economico, e quindi caratterizzati da conseguenti modi di pensiero basati sulla stabilità e regolarità del sapere epistemico. Riportiamo ancora una volta la risposta di Bordiga ai dilemmi dualistici ricorrenti nella storia delle società di classe.

‘La differenza tra lo spiritualismo e il materialismo non ci obbliga a optare per l’uno o per l’altro convenzionalmente classificandoci in una schiera, come se prendessimo una storia della filosofia e classificassimo i nomi di tutte le filosofie e le dividessimo in due partiti, uno è stato per lo spirito, l’altro per la materia, andando ad ingrossare una di queste schiere. [Per poi scoprire che] ce ne sono stati altri, i quali sono stati per tutte e due perché alcuni sono monisti e altri dualisti. No! Noi andiamo oltre l’una e l’altra schiera; noi utilizziamo l’una e l’altra schiera; rispettiamo l’una e l’altra schiera; contendiamo con interesse immenso l’una e l’altra; facciamo contribuire l’una e l’altra, e la nostra risposta non è né di “destra” né di “sinistra”,non è quella dell’eterno contrasto, è una terza e una nuova risposta resa possibile solamente perché l’azione umana nei rapporti tra uomini e uomini e nei rapporti tra uomini e natura ha raggiunto uno stadio e un corso nuovo, che solamente a questo livello dell’evoluzione potevano essere dati’. … ‘La nostra cognizione del mondo non può dunque avere un valore di opera perfetta e conclusa, come nelle pretese di carattere scolastico, accademico, scientifico, pretese che sono sempre state caratteristiche delle ideologie conservatrici e controrivoluzionarie. Essa ha carattere essenzialmente aperto, dinamico; e soggetto di questa posizione che liquida le antiche contese ideologiche è il partito. È il partito che sovrappone ad esse una nuova teoria, una pre-coscienza della società futura; che rappresenta la coscienza soggettiva; che fa del “nostro” soggetto un’essenza non più individuale’. ‘Da tutto questo arrivammo alla parte conclusiva sulla funzione comparata della scienza e della religione. Perché qui la nostra soluzione è ben diversa da quella borghese: per noi non è vero che la religione rappresenta l’ignoranza e che, comparsa la scienza, la religione scompare. La religione per noi non è che un’anticipazione della scienza, mentre è la borghesia che tratta la scienza come una nuova religione. Venimmo anche alla comparazione borghese tra arte e scienza, rispondendo all’interrogativo che si erano posti alcuni pensatori, i quali si chiedevano come mai i ritrovati scientifici fossero così frequentemente mutevoli e rinnovabili, le teorie scientifiche fossero in generale caduche e provvisorie, mentre i grandi prodotti, i grandi capolavori del pensiero artistico sono rimasti immutati e si sono trasferiti attraverso i millenni, conservando intatta la loro suggestione, la loro potenza,la loro bellezza. Svolgemmo la teoria che la spiegazione non era quella addotta, e cioè che la intuizione facesse più presto della intelligenza. La nostra teoria è che le grandi opere artistiche sono la traduzione di linguaggi emanati in epoche illuminanti, che sono epoche di rivoluzione; mentre la trasmissione dei risultati scientifici è tipica delle epoche di sonnecchiamento dell’umanità. Sarebbe il famoso: Quandoque bonus dormitat Homerus (talvolta anche il buon Omero s’addormenta). Omero sarebbe sorto, secondo la nostra spiegazione, in un’epoca rivoluzionaria. E così tutti i grandi poeti. Dante è sorto alla nascita del tempo moderno per il contesto italiano, e Shakespeare per quello inglese. E le loro opere sono rimaste immortali perché nascevano veramente in una delle epoche sviluppanti dell’umanità (quelle epoche che altri chiamano “momenti progressivi”), in quei rari momenti in cui l’umanità scatta verso nuove conquiste, mentre la scienza dipende troppo dalla tecnologia materiale. La tecnologia dipende dai rapporti delle forme di produzione. E sulla tecnologia influisce in maniera negativa, come sul suo sviluppo e sul suo rinnovamento, la conservazione delle forme di proprietà e delle forme di produzione, come delle maniere di organizzazione della società e dello Stato. Quindi viene esercitata una pressione antisviluppante, antiprogressiva; e questa stessa pressione è esercitata sulla cosiddetta scienza positiva. Ecco perché, in genere, l’arte è rivoluzionaria e la scienza è controrivoluzionaria. Feticcio della scienza e della tecnica. La scienza riprenderà certo il suo ciclo utile rispetto all’attuale ciclo negativo. Ed è qui necessario seguitare la nostra lotta contro la suggestione che ha sempre esercitato sul proletariato il preteso sviluppo della tecnica e della scienza capitalista. È un falso mito quello dello sviluppo continuo, è una completa illusione, la quale deriva soltanto da un fatto sociale, cioè che per obbligare l’umanità a soddisfare i suoi bisogni, consumando una produzione completamente inutile e per nove decimi dannosa, si vantano poi gli espedienti attraverso cui detta produzione è stata preparata. Si articolano e si ingarbugliano in maniera assurda i ritrovati di una simile scienza la quale, nella sua complicazione, è arrivata a smarrire completamente quella via unitaria che soltanto può condurre al cammino della verità. In questo pezzo di carta, al punto in cui siamo arrivati nell’esposizione, ho messo il titolo: Il feticcio della scienza e della tecnica. All’inizio di ognuno dei grandi archi, dei grandi cicli della storia, le religioni e le mistiche importanti sono nate in forma nobile, per finire poi in un’ignobile forma feticistica….Noi diciamo che arte e religione anticiparono la scienza di millenni e millenni; esse erano la scienza unica e si manifestarono ben più vere dei primi conati scientifici dei pitagorici, degli atomisti o degli eleatici; conati transitori, caduti sotto le successive conquiste fino all’inizio della società borghese, con le sistemazioni ben diverse di Galileo, di Newton, di Lavoisier. Oggi tutto è ancora rivoluzionato con nuove teorie, vantate dagli ultra-modernisti, mentre invece gli antichi risultati dell’arte-religione-scienza sono rimasti stabili. Non riteniamo, evidentemente, che l’arte sia esatta e potente come mezzo analitico quanto la scienza; ma come mezzo di sintesi ha certo anticipato la scienza, è stata una prima apparizione della scienza. Lo stesso possiamo dire della mistica antica, la quale si confonde con l’arte. La prima religione èarte, canto, danza, armonia con la natura. Le prime manifestazioni di riconoscimento di un dio – cioè di un ente primordiale come modo intuitivo di valutare la complessità dei fenomeni che il cosmo fa svolgere intorno a noi– si sviluppano in forme che hanno dell’immagine, del suono, della musica, del canto, della danza, una concezione unitaria. I primi poemi sono cantati, non sono ancora scritti. E si dice che l’aedo cieco Omero (e i rapsodi che lo rappresentavano, ve n’erano diversi), girava le città cantando le sue composizioni, anche perché non le poteva ancora scrivere, dato che la scrittura non era ancora diffusa. Esistendo solo la trasmissione mnemonica, la forma poetica e cantata si ricorda meglio e la si ripete tal quale. Anche in ciò l’arte anticipa di molto la scienza, la quale deve aspettare secoli, millenni, per utilizzare razionalmente e fissare la scrittura, per giungere alla stampa, alle macchine per scrivere, ai ciclostile con i quali noi, molto umilmente, duplichiamo i nostri testi. La trasmissione primitiva avveniva con un sistema semplice, cantando e quindi fissando in poesia la composizione. Forse il canto è nato prima della frase articolata, così come la poesia è nata prima della prosa, l’arte e la religione sono nate prima della scienza. Nulla di tutto questo è stato inutile. Anzi i grandi avanzamenti sono stati il risultato delle poche, vitali e feconde svolte che si sono periodicamente inserite nel lungo cammino percorso dall’umanità. L’arte perciò è rivoluzione. Il conformismo scientifico e accademico è feticcio, è deformazione, è lezioncina recitata a memoria, detta come la può balbettare l’alunno ignorante quando recita nozioni senza essere padrone del linguaggio umano. Cosa che avviene in tutte le scuole, in tutte le sacrestie, in tutte le accademie e le università moderne. Oggi domina il feticcio moderno della scienza e della tecnica. La mentalità per cui i proletari dovrebbero gramscianamente impadronirsi della scienza borghese, della scuola in cui la si santifica o della fabbrica in cui la si adopera è una mentalità completamente borghese, controrivoluzionaria….Avevano forse più ragione i filosofi antichi degli scienziati attuali, ma l’errore della filosofia nasce necessariamente dal fatto che essa ad un certo punto della storia ha incominciato a rinchiudersi nel cervello dell’individuo. È la scienza dell’urto delle collettività sociali, e non degli individui, che ci darà la prima traccia di verità attraverso cui la specie conoscerà sé stessa e il mondo che la circonda. Non io, non voi, non certamente gli uomini viventi di oggi, ma certo non troppe generazioni avanti, tutta l’umanità si approssimerà a verità nell’ordine dei fenomeni più complessi, cioè dei fenomeni storici e sociali, e quindi nella conoscenza del mondo fisico, senza le attuali remore ideologiche. È così che rovesciamo la piramide….Tutta questa costruzione noi la gettiamo giù di colpo. Vogliamo ricostruire su nuove la piramide della conoscenza. Vogliamo partire dalla verità del complesso più ricco di varietà, più difficile, più articolato, a prima vista più incomprensibile, ovvero dal complesso della società attuale e dalle leggi del suo divenire verso una società nuova. Riteniamo che la conoscenza umana sarà veramente tale quando l’umanità avrà portata e applicata la chiarezza in sé stessa, nel suo modo sociale di vivere. Riteniamo che solamente allora la verità si comincerà a ricostruire, ripartendo dal complesso e articolato, ormai compreso attraverso assiomi inconfutabili, e percorrendo la strada inversa, per capire finalmente la “molteplicità del reale”, della natura. Si ricostruirà tutto: psicologia, sociologia, fisiologia, biologia, chimica, fisica e matematica. L’umanità raggiungerà il suo scopo: non farà la rivoluzione perché avrà raggiunto il vero, ma raggiungerà il vero quando sarà capace di portare a compimento la rivoluzione..’

Possiamo provare a riassumere un solo punto, fra i tanti degni di attenzione, il punto in cui si accenna all’umanità che riuscirà a dileguare i dualismi e i dilemmi, solo ricostruendo la verità, attraverso la rivoluzione. In questa chiave di lettura il problema di una conoscenza integrata nella vita universale della natura, non si pone più come scelta di campo fra opposte teorie (determinismo-indeterminismo, materialismo-spiritualismo, oggettivismo-soggettivismo..), bensì si pone come realtà e metodo nella prassi rivoluzionaria, ovvero nella sintesi di azione-organizzazione e invariante dottrina storica nel partito comunista. La conoscenza olistica primordiale, non primitiva, era basata sull’esistenza di rapporti sociali di tipo comunitario, organico. Questi rapporti sociali hanno consentito alla società umana comunista di perpetuarsi per decine e decine di migliaia di anni, giungendo infine ai fasti e agli splendori della aggregazione sociale di Mohenio Daro, nel centro del sub continente indiano. Solo il ritorno a una vita sociale non alienata, solo il recupero della intuizione-percezione immediata del rapporto uomo-natura, può riconnettere la parte (specie umana) con il tutto della materia (totalità dell’essere).

Dialettica della storia

‘A tutto ciò si collega la sciocca concezione degli ideologi, secondo cui, poiché neghiamo alle diverse sfere ideologiche che recitano una parte nella storia uno sviluppo storico indipendente, negheremmo loro anche ogni efficacia storica. Alla base di ciò è la volgare concezione anti-dialettica di causa e di effetto come poli rigidamente contrapposti, l’assoluta dimenticanza dell’azione e reazione reciproca. Che un fattore storico, una volta dato alla luce da altre cause, in definitiva economiche, possa a sua volta reagire sul mondo circostante perfino sulle sue stesse cause, quei signori lo dimenticano, spesso, quasi di proposito’. LETTERA DI ENGELS A FRANZ MEHRING, 14 luglio 1893

Primo, i fenomeni sociali sono sempre sia realizzati che potenziali e cioè essi contengono in se stessi un ambito di potenzialità la cui realizzazione spiega il loro cambiamento. L’aspetto realizzato e quello potenziale possono essere contraddittori. Secondo, i fenomeni sociali sono sempre sia determinanti che determinati. Cioè essi sono connessi da una relazione di determinazione reciproca. Per semplicità espositiva, chiamiamo i primi A e i secondi B. A è determinante di B perché A è la condizione di esistenza di B in quanto B è contenuto potenzialmente in A e A causa l’emergere di B dal suo stato potenziale cosicché B diventa una istanza realizzata. B è determinato da A. B, dal canto suo, realizzandosi, diventa la condizione realizzata della riproduzione o del superamento di A, cioè del cambiamento di A. Questa nozione di reciproca determinazione presuppone una dimensione temporale. Solo ciò che si è già realizzato può causare la realizzazione di ciò che non si è ancora realizzato ma esiste solo potenzialmente (in ciò che si è realizzato). Terzo, da questi due principi segue che i fenomeni sociali sono soggetti a un movimento e cambiamento continui e cioè essi cambiano da uno stato realizzato a quello potenziale e vice versa e da uno stato determinante ad uno determinato. Ne consegue che la realtà sociale, vista dal punto di vista dialettico, è un flusso temporale di fenomeni contraddittori determinanti e determinati che emergono continuamente da uno stato potenziale per diventare fenomeni realizzati e che poi ritornano ad uno stato potenziale. La società tende a riprodursi o a superare se stessa attraverso questo movimento. Né l’equilibrio né il disequilibrio giocano un ruolo nella riproduzione della società. Essi sono semplicemente dei concetti ideologici con nessun contenuto scientifico. Alla luce del fatto che “le leggi principali che governano le crisi” sono, come tutte le leggi sociali, tendenziali e contraddittorie, è impossibile “determinare matematicamente” tali leggi. Primo, la matematica è un ramo della logica formale e nella logica formale le premesse non possono essere contraddittorie. Tuttavia, per spiegare le leggi del movimento della società è necessario iniziare da premesse contraddittorie (nel senso di contraddizioni dialettiche) ed è per questo che le leggi del movimento sono tendenziali. Secondo, anche se si conoscessero “tutti i fattori che giocano un ruolo”, sarebbe praticamente impossibile prendere tutti in considerazione. Questo è il motivo per cui i modelli econometrici, anche quelli composti di migliaia di equazioni, hanno risultati tanto disastrosi come strumenti di predizione’. 12 gennaio 2008. G.Carchedi. Università di Amsterdam

Potenza e atto, potenzialità e realizzazione, determinante e determinato: l’autore della lunga citazione è un economista e un matematico, egli scrive che è impossibile “determinare matematicamente” tali leggi (ovvero le leggi principali che governano le crisi” (che) sono, come tutte le leggi sociali, tendenziali e contraddittorie), non è niente affatto paradossale che proprio da un addetto ai lavori provenga una tale chiarezza sulla non trasmissibilità lineare dei paradigmi di indagine matematici, cioè del linguaggio matematico, al campo delle leggi sociali. Un altro conto è addentrarsi nel campo della teoria del caos, come abbiamo fatto noi in un recente lavoro, in quanto questo ambito di studi e di ricerche mostra degli involontari riconoscimenti alla dialettica marxista. Togliamo quindi dal campo della discussione ancora una volta l’illusione scientista, che vorrebbe vedere realizzata la metafisica ‘reductio ad unum’ dei piani molteplici dell’essere, ottenendo solo di produrre gravi distorsioni conoscitive dei processi presenti in potenza e in atto sul piano storico-sociale. Marx, ricorda bene Carchedi, ha studiato la matematica e il calcolo differenziale, tuttavia ha compreso che ‘per spiegare le leggi del movimento della società è necessario iniziare da premesse contraddittorie (nel senso di contraddizioni dialettiche) ed è per questo che le leggi del movimento sono tendenziali’. Mentrela matematica è un ramo della logica formale e nella logica formale le premesse non possono essere contraddittorie’. Quando parliamo, d’altronde, di dottrina storicamente invariante, alludiamo fra l’altro al riconoscimento di questa natura tendenziale delle ‘leggi’ economico-sociali, postulando certamente un ambito di manifestazione dei fenomeni, cioè di passaggio dallo stato potenziale a quello realizzato, altamente probabile, che tuttavia non ci azzardiamo a definire deterministicamente calcolabile con esattezza matematica assoluta. Noi abbiamo chiuso con gli assoluti, e proprio per questo non ci copriamo gli occhi con l’illusione di “determinare matematicamente” tali leggi’ (del divenire sociale). Dialettica e storia al centro di tutto, nessuna tentazione di sostenere una matematica sociale, poiché essa sarebbe solo l’ennesimo strumento nascosto di previsione, calcolo e ingabbiamento della soggettività e della storica missione della classe subordinata (incarnata nel partito formale-storico). Se vogliamo scambiare la dialettica storica con l’assicurazione infantile e semplicistica che le cose dovranno necessariamente andare in un verso e non in un altro, liberissimi di farlo, tuttavia non ci sembra che la conoscenza rivoluzionaria del carattere tendenziale e contraddittorio del mutamento sociale possa regredire a forme religiose (in senso deteriore, non nel senso riportato da Bordiga più sopra), senza delle gravi ricadute sul piano della linea politica e delle scelte operative susseguenti. Portiamo ad esempio di tali possibilità il caso ipotetico, astratto, di chi vorrebbe sostenere che l’attuale società capitalistica contiene, non solo in potenza, ma quasi in atto, il suo contrario dialettico: il comunismo. Nel corso della lettura critica di questa proposizione astratta, cercheremo di evidenziarne le aporie e le incoerenze iniziali e finali, mostrando che il maggiore punto di forza di questa proposizione consiste nella capacità di assorbire (nella propria irrealtà) le stesse critiche rivoltegli a causa dell’assurda negazione della dialettica potenziale/attuale (infatti è solo partendo dalla negazione di questo modo di essere dei fenomeni sociali che si può poi erroneamente sostenere che il comunismo è una realtà attualizzata da tempo nella struttura economica, mentre nella sovrastruttura politica permarrebbero elementi statali borghesi, in via di progressivo indebolimento).

Orbene, ammettiamo che si sostenga che il comunismo, inteso come struttura economica, sia già contenuto (in modo non semplicemente embrionale-potenziale ma attuale) nella realtà storica contemporanea. Se per assurdo accettassimo questa tesi, dovremmo concludere che proprio per questo motivo la sovrastruttura politico-statale si sta indebolendo, essendo essa dipendente in ultima istanza dal rapporto con la struttura. In sostegno a questa tesi potremmo portare le vicende relative alla transizione dal feudalesimo al capitalismo, sostenendo la relativa e temporanea compresenza di una struttura economica capitalistica con una sovrastruttura politico-statale feudale. Ammesso e non concesso che questa ricostruzione storica fosse vera, o verosimile ( e su questo abbiamo dei seri dubbi), perché non estendere allora una possibilità analoga anche al presente? Il problema, da un punto di vista semplicemente logico-dialettico (lasciamo perdere il piano storico reale), è che non si possono assimilare delle coppie di ‘enti’ di natura economico sociale antitetica (la struttura economica capitalistica compresente con la sovrastruttura feudale, e la struttura economica comunista compresente con la sovrastruttura statale borghese), per proporre delle successive analogie storiche, così come non si possono assimilare semplicisticamente i diversi regni della realtà (minerale, animale, umano, vegetale…) in un unico e indistinto calderone monista. Si continua a dire che il comunismo è il movimento che abolisce lo stato di cose presente: intendiamoci sul significato delle parole, per noi questa formula non significa affatto che questo stato di cose (capitalistico) risulti già abolito, ma più modestamente che il capitale crea il suo nemico sociale proletario (il quale può riuscire ad affossarlo, oppure può non riuscirci,e in questo caso si mostrerà lo scenario della mineralizzazione). Noi siamo coerenti con una concezione non finalistica della storia, e già nel vecchio lavoro sulla mineralizzazione, infatti, riprendendo il ‘Manifesto del partito comunista’, abbiamo riconosciuto le possibilità storiche alternative che si aprono a partire dai dati socioeconomici di fatto (1). Considerando che la diacronica compresenza di struttura capitalistica – sovrastruttura feudale descritta farebbe comunque riferimento a società in ugual modo divise in classi, accomunate, quindi, al di là della diversità dei rispettivi referenti sociali (borghese o feudale), dalla presenza di rapporti sociali di dominazione e subordinazione, allora come si può postulare una compresenza diacronica analoga anche per il presente storico ‘cripto e proto comunista’? Quello che storicamente potrebbe essere vero per la transizione dal feudalesimo al capitalismo (se la ricostruzione storica fosse attendibile), sarebbe di sicuro meno vero per la transizione al comunismo completo, poiché mentre la sovrastruttura statale feudale e la struttura economica capitalistica avrebbero in comune l’essere espressione di un dominio di classe, la struttura economica comunista, non essendo espressione di nessun dominio di classe, anzi essendo il termine storico di ogni dominio di classe, non avrebbe nessuna coerenza sociale e ragione di essere con la sopravvivenza temporanea di una sovrastruttura statale borghese.

La postulazione dell’esistenza in atto di due termini storico-sociali incompatibili (struttura comunista/sovrastruttura borghese),di cui uno è la negazione dell’altro, inficia e toglie già in partenza ogni fondamento storico-dialettico alla ipotesi di analogia storico-diacronica fra stato feudale/economia capitalista e stato borghese/economia comunista. Inoltre, essendo la struttura fattore condizionante rispetto alla sovrastruttura, diventa problematico postulare quello che viene postulato in merito a una sovrastruttura borghese compresente con una struttura comunista. 

Portando fino alle estreme conseguenze le premesse sbagliate, perché escludere, allora, che la sovrastruttura politico-statale che si sta indebolendo-estinguendo non possa essere, addirittura, lo stato proletario?(Se escludiamo come impossibile, a rigore di logica marxista dialettica, la compresenza realizzata e in atto di due elementi antitetici come la struttura economica comunista ‘aclassista’ condizionante e la sovrastruttura borghese ‘classista’ condizionata, allora potremmo perfino giungere a concepire tali esiti paradossali, o in mancanza di tali arditezze, limitarci a sostenere che lo stato borghese si sta indebolendo).  Nell’esperienza della vita, i livelli dialettici in cui si differenzia la materia, smentiscono, di fatto, l’unità monistica ingenuamente assimilatrice degli opposti, oppure la negazione del piano reale e potenziale dell’essere sociale. Nel divenire dialettico, che è il vero minimo comune denominatore dell’essere, cioè il vero e unico paradossale ‘monos’ esistente, la materia si scinde in coppie di opposti, negazioni e sintesi successive: in quanto tale, storicamente, è questo il movimento reale, intessuto di coppie di opposti complesse e dinamiche, potenziali e attuali, determinanti e determinate ( B è determinato da A. B, dal canto suo, realizzandosi, diventa la condizione realizzata della riproduzione o del superamento di A, cioè del cambiamento di A. Questa nozione di reciproca determinazione presuppone una dimensione temporale. Solo ciò che si è già realizzato può causare la realizzazione di ciò che non si è ancora realizzato ma esiste solo potenzialmente (in ciò che si è realizzato). Terzo, da questi due principi segue che i fenomeni sociali sono soggetti a un movimento e cambiamento continui e cioè essi cambiano da uno stato realizzato a quello potenziale e vice versa e da uno stato determinante ad uno determinato). Allora è questo lo spazio degli eventi in cui si confrontano, in una lotta per la vita e per la morte, tragicamente, quindi senza garanzie di vittoria a prescindere, le forze sociali reali. Invece il monismo scientista si dispiega come l’idea assoluta hegeliana, o se vogliamo come una riedizione della divina provvidenza, in altre parole un revival del piano di dio nella storia. Una teleologia finalistica, in cui il corso della corrente storica è già da sempre e per sempre predeterminato in modo immutabile (determinismo assoluto). Nell’operaismo la classe assurgeva a questo ruolo di sostituto dell’assoluto, nel fatalismo meccanicista, con annesso apparato conoscitivo assolutamente (infallibilmente) determinista, l’esigenza di credere in una verità stabile e consolatoria diventa la base di successive curvature ellittiche di allontanamento dal tracciato concettuale del marxismo rivoluzionario.

Vedere l’universo in un granello di sabbia, e tutto il tempo dell’Eternità nel battito di ali di una farfalla.

Queste sono le perle residuali di una saggezza orientale che declina direttamente dall’apparato conoscitivo del comunismo delle origini. Il partito storico-formale è il granello comunista infinitesimale posto dentro il meccanismo sociale mastodontico della borghesia. Solo in esso è già in atto il rovesciamento dialettico della prassi: ‘Ma la società comunista per noi esiste fin da ora, essa è anticipata nel partito storico che ne possiede la dottrina’. Bordiga.

(1)  Nella prefazione del 19 settembre 1923 a Letteratura e rivoluzione L. Trotsky scrive:
<< La fede nell’onnipotenza dell’idea astratta è ingenua. L’idea deve farsi carne per diventare una forza. Al contrario, la carne sociale, anche se ha perso del tutto la propria idea, resta ancora una forza.
Una classe storicamente superata è ancora capace di reggersi per anni e decenni con la possanza delle proprie istituzioni, con l’inerzia della propria ricchezza e con una cosciente strategia controrivoluzionaria.
La borghesia mondiale è ora questa classe superata, che combatte contro di noi, armata di tutti i mezzi di difesa e di attacco.>>

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