Jobs act: propaganda e realtà

Torniamo tristemente ad affrontare l’ennesima riforma messa in cantiere,e ahi noi, anche pienamente realizzata ( con i suoi otto decreti attuativi), dal governo Renzi. Questa riforma è segnata dalla logica esplicita, e ossessivamente seguita da tutti i governi di destra o di sinistra, per cui per aumentare l’occupazione vanno diminuite le tutele dei lavoratori a tempo indeterminato e prolungate ‘sine die’ le condizioni di estrema precarietà di tutti gli altri tipi di lavoro. In realtà aumentare l’occupazione è già in partenza una falsa bandiera, poiché la tendenza immanente dell’economia capitalistica è invece quella di sostituire, sotto la spinta della lotta per la concorrenza, il lavoro vivo (capitale variabile) con il macchinario (capitale costante). Sotto questa spinta incoercibile si sviluppano i fenomeni correlati della caduta tendenziale del saggio medio di profitto, della crescita di un esercito industriale di riserva di forza-lavoro inoccupata, e i vari problemi sociali implicati dall’esistenza di masse crescenti di senza lavoro e sottoccupati. Una vera e propria bomba a orologeria sociale che accompagna la vita della società capitalistica sia nelle fasi di crescita economica, sia, soprattutto, nelle fasi di contrazione degli investimenti nei settori industriali e commerciali (fasi caratterizzate, invece, dalla predominanza del settore finanziario-usuraio).

Parlare di jobs act senza parlare di questi aspetti basici del modo di produzione capitalistico non avrebbe senso, infatti le politiche del governo Berlusconi, del governo Monti, poi del governo Letta, e infine di Renzi non possono deviare dai parametri sistemici (economico-sociali) in cui si innesta l’azione legislativa del parlamento (d’accordo è una ovvietà, ma molti dotti osservatori e commentatori sembrano spesso dimenticarla). Struttura economico-sociale e sovrastruttura politico-legislativa, relazione dialettica di azione e reazione fra questi due piani essenziali della realtà storica, e soprattutto lotta immanente fra le classi che incarnano le forze sociali del capitale e del lavoro salariato (borghesia e proletariato). Senza questi termini di paragone minimi rischiamo di parlare a vanvera, contribuendo a rendere il ‘jobs act’ un enigma avvolto nelle nebbie di un mistero, a tutto vantaggio della disinformazione ideologica funzionale alla dittatura di classe del regime sociale borghese. Il termine che designa la riforma del lavoro del governo Renzi allude alla precedente riforma del presidente americano Obama, il quale, tuttavia, ha messo in campo degli investimenti reali in opere pubbliche (quasi 300 miliardi di dollari), che evidentemente il nostro caro leader ‘Renzi’ non può mettere in campo. Forte della sua potenza militare e della conseguente posizione di predominanza politica nel blocco imperialista occidentale (di cui è perno e fulcro), l’America può pure permettersi (per ora) di continuare a indebitarsi, tentando di applicare le tradizionali ricette Keynesiane di intervento pubblico per il rilancio della crescita economica.

Il governo e lo stato vassallo italiano, occupando una posizione differente dall’America nel quadro capitalistico globale, e quindi non potendo attualmente continuare ad indebitarsi ai livelli di un tempo, deve garantire al capitale finanziario-usuraio ( nazionale e internazionale) il pagamento regolare degli interessi sul debito pubblico. Tale mansione, corrispondente alla natura fondamentalmente classista dell’apparato statale borghese, viene da sempre esplicata operativamente con la tassazione sui beni di sussistenza e sui servizi essenziali per la vita dei proletari (servizi sanitari, scolastici…). Debito pubblico e trasformazione dell’economia agraria su base capitalistica sono uno dei momenti cruciali nella nascita del capitalismo, cioè della capacità di disporre, da parte dell’economia, di denaro e di masse umane proletarizzate e urbanizzate pronte ad essere impiegate nell’industria. La rivoluzione tecnologica capitalistica dell’agricoltura, la possibilità conseguente di ridurre i costi e il prezzo di vendita dei prodotti agricoli e dei suoi derivati (beni primari), sono alla base del successivo sviluppo della produzione industriale (di beni secondari). Questo processo storico si svolge all’interno del dominio di classe e quindi dentro la logica dello sfruttamento: alla stagnante economia feudale si sostituisce progressivamente il poderoso e impetuoso sviluppo delle forze produttive messo in atto dalla borghesia, dalla concorrenza fra le sue aziende, dalla urbanizzazione di masse di ex contadini proletarizzati.

Il debito pubblico accompagna il capitalismo già dalle sue origini, e quindi non bisogna fingere di stupirsi se sosteniamo che esso non è un problema o una disfunzione, ma anzi rappresenta una regolarità funzionale del sistema economico borghese. Nella fase attuale dell’economia, in presenza di una caduta sensibile del saggio medio di profitto (soprattutto nel settore industriale dove c’è stata una maggiore introduzione di capitale costante in sostituzione del lavoro vivo), l’apparato statale di oppressione della classe borghese si occupa di drenare ininterrottamente plus-valore, sotto forma di interessi sul debito pubblico, alla frazione di borghesia proprietaria del capitale finanziario-usuraio. L’incremento della tassazione sui beni e sui servizi primari (iva, tarsu, metano, energia elettrica, sanità, scuola) in presenza del blocco dei contratti di lavoro, o in assenza di aumenti salariali reali, significa economicamente un incremento del tasso di sfruttamento. Facciamo l’ipotesi che il salariato impieghi 1 ora di lavoro per se stesso, cioè come contropartita per il salario giornaliero ricevuto, salario da convertire poi in mezzi di sussistenza per riprodurre la propria forza-lavoro, e quindi ‘doni’ 7 ore giornaliere di plus-lavoro al capitale: se per assurdo (ma non tanto) il prezzo della vita, a causa dell’incremento della tassazione con cui lo stato borghese paga gli interessi sul debito pubblico, dovesse raddoppiare, allora vorrebbe dire che, a parità di salario e di tempo di lavoro giornaliero, il lavoratore impiega ora mezz’ora per se stesso (potendo acquistare solo la metà dei mezzi di sussistenza precedentemente acquistabili con il salario giornaliero) e 7 ore e mezza per il capitale. L’incremento dello sfruttamento avviene ora non con il prolungamento assoluto della giornata lavorativa, o con l’intensificazione dei ritmi di lavoro, ma semplicemente con la minore possibilità di acquisto dei beni e dei servizi primari indispensabili per la riproduzione della forza-lavoro (in sostanza causata dall’aumento del costo della vita determinato dall’incremento della tassazione funzionale al pagamento degli interessi sul debito pubblico). Profitto, interesse e rendita fondiaria e immobiliare sono i parametri fondamentali in cui si manifesta l’attività di sfruttamento della classe sociale borghese, i nomi e le forme che assume la ripartizione del plus-lavoro/plus-valore prodotto nell’economia ‘reale’ produttrice di beni e di servizi. La finanziarizzazione dell’economia non può tuttavia prolungarsi all’infinito, in presenza di sempre maggiore forza-lavoro espulsa dal processo produttivo dall’impiego sostitutivo di capitale costante, e quindi in presenza di una caduta conseguente del saggio medio percentuale di profitto (essendo il plus-valore una determinazione economica della determinante del plus-lavoro umano).

Infine, in prossimità del grado zero di redditività del capitale investito nei settori primari, secondari e terziari dell’economia, si apre lo scenario della resurrezione del sacro corpo del plus-valore e quindi del corollario del profitto/interesse/rendita, attraverso la provvidenziale e rituale distruzione (cronica e acuta) di capitale variabile e costante in eccesso (malattie, fame, guerre).

Il Jobs act, in questi scenari capitalistici, rappresenta il mezzo temporaneo, comunque risibile, per incrementare la produzione di plus-valore, attraverso il prolungamento delle forme di lavoro a tempo determinato, attraverso la cosiddetta formazione-lavoro e anche attraverso altre diavolerie. Si tratta di tipologie di lavoro che prevedono, a parità di orario giornaliero, un trattamento retributivo inferiore rispetto ai lavoratori impiegati a tempo indeterminato, questo avviene a causa dell’inesistenza degli scatti di anzianità (per dirne una), oppure a causa delle stesse norme contrattuali previste per questi tipi di lavoro ibridi, volutamente incasellati nelle categorie della formazione, dell’apprendistato e del tirocinio. In definitiva, con la scusa posticcia di impiegare queste categorie di lavoro (formazione, apprendistato e tirocinio), o addirittura gli studenti costretti a fornire gratis 400 ore di alternanza scuola-lavoro, l’impresa capitalistica può sottopagare una parte dei lavoratori occupati, ottenendo un momentaneo sollievo dalla maledizione della caduta tendenziale del saggio di profitto.

In presenza di una disoccupazione reale vicina al 25% (iscritti alle liste, non iscritti, precari) e con una disoccupazione meridionale superiore al 35%, con una disoccupazione giovanile meridionale (fascia dai 15 ai 24 anni ) pari al 60% della forza-lavoro, la riforma Renzi non produce nessun effetto sensibile di incremento dell’occupazione (come se poi il problema fosse quello di aumentare l’occupazione, e non quello di ridurre, evidentemente, sulla scorta del progresso tecnico-scientifico raggiunto dall’umanità, il tempo di lavoro umano, liberando l’esistenza da questo fardello a tutto vantaggio dell’ozio e della creatività).

La stabilizzazione del precariato, una delle priorità di questa riforma, non sembra sia stata al momento raggiunta. Non più di 47 i casi di stabilizzazione ingenerati dal ‘Jobs act ‘, secondo i dati di fine agosto 2015. Infatti, considerando il saldo fra i nuovi contratti a tempo indeterminato e le cessazioni di contratti precedenti, si evince un quadro diverso dalla propaganda ufficiale. La realtà dei contratti a incentivi e tutele crescenti (a tempo indeterminato) è dunque drasticamente inferiore alla propaganda, poiché il saldo fra nuove assunzioni e cessazioni è quello prima riportato. Inoltre, le assunzioni avvenute negli ultimi mesi, sono più l’effetto degli sgravi fiscali e delle de-contribuzioni elargite alle imprese con larghezza dalla riforma Renzi, che un sintomo di ripresa economica reale. Come definire, in ultima battuta, questa poco lodevole riforma del lavoro. Lo stato borghese e il suo personale politico si affannano da sempre a cercare degli espedienti per tamponare o correggere le contraddizioni, le tendenze immanenti e i correlati problemi sociali determinati dalla stessa economia capitalistica. Tuttavia la cura diventa spesso maggiore del male che pretende di curare, e in definitiva non fa altro che accelerare i processi dissolutivi e i problemi implicati nell’esistenza stessa di questa formazione sociale.

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