Siria, ottobre 2015: images (derive della violenza)

‘O stupore, i diavoli (gli infedeli) si sono insediati nelle ardenti costellazioni celesti e Siracusa è diventata loro una salda dimora…’

Ibn Hamdis, Divano, antologia poetica.

A.D 1086, una spedizione militare normanna assedia ed espugna Siracusa, dopo avere conquistato tutto il resto dell’isola. Il poeta Ibn Hamdis, ridotto in esilio, scrive dei versi per esprimere il trauma della fine del proprio mondo, assimilando nei suoi versi i conquistatori nordici a un branco di lupi spietati.

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Oggi, ottobre 2015, le dichiarazioni impotenti e stupefatte dei compari di gioco e compagni di merenda Obama (presidente USA), Erdogan ( presidente della Turchia), Stoltenberg (segretario generale NATO), Fallon (ministro inglese della difesa), esprimono lo stesso stato d’animo del poeta arabo-siracusano di fronte alla violenza di una iniziativa militare potente e decisa come quella che esercito, aviazione e marina russa stanno conducendo in Siria.

La boria, la supponenza, l’arroganza dei presunti gendarmi unici del globo, si scioglie come neve al sole di fronte all’atto di forza, un vero e proprio fatto compiuto, perpetrato senza titubanze dal concorrente apparato militare-industriale (capitalistico) russo. Efficacemente, spietatamente, l’aviazione e la marina russa bombardano giorno dopo giorno, ora dopo ora, l’invincibile armada terroristica che la coalizione atlantica non è riuscita a intaccare seriamente in oltre un anno di attacchi. Qualcosa non quadra in questo racconto, siamo proprio sicuri che i nostri valorosi eroi a stelle e strisce (e i loro alleati) intendessero davvero fare la guerra agli islamisti dell’Isis e di al Nusra? Anche una parte delle sonnecchianti e letargiche opinioni pubbliche occidentali inizia a chiedersi se quella della coalizione fu vera guerra, o solo una finzione, una mascheratura, una bugia smaccata ( paragonabile solo alla spudoratezza della bugia sulle armi di distruzione di massa possedute da Saddam Hussein). Quante bugie, quanti inganni costruiti ad arte per proteggere i propri sporchi interessi economici e di supremazia, e quanta credulità e dabbenaggine in coloro che ancora vedono il mondo con le lenti deformanti dell’ideologia fornita dal proprio blocco capitalistico di riferimento (atlantista o russo-cinese).

In poco più di una settimana l’intervento delle armi russe ha inflitto perdite di mezzi e di uomini senza precedenti alla galassia terroristica presente in Siria ( galassia innestatasi in modo autonomo ed eteronomo in quei territori, in verità espressione di autonomi conflitti interni alla classe borghese locale, e in secondo luogo espressione eteronoma del supporto del blocco capitalistico atlantico, interessato a disturbare il business e la posizione del blocco rivale).

‘Spinta dal bisogno di sempre nuovi sbocchi per le proprie merci, la borghesia si spinge su tutto il globo terrestre per invaderlo. Dappertutto essa deve stabilirsi, dappertutto essa ha bisogno di estendere le linee del commercio.

Sfruttando il mercato mondiale, la borghesia ha reso cosmopolite la produzione e il consumo di tutti i paesi. Con gran dispiacere di tutti i reazionari, essa ha tolto all’industria il suo carattere nazionale. Le antiche ed antichissime industrie nazionali furono, o sono, di giorno in giorno distrutte; esse vengono sostituite da industrie nuove, la cui introduzione è questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili; le nuove industrie non impiegano più le materie prime indigene, ma quelle provenienti dalle zone più remote, e i cui prodotti si consumano non soltanto nel paese stesso, ma in tutte le parti del mondo….

A causa del rapido perfezionamento di tutti gli strumenti della produzione e delle comunicazioni divenute infinitamente più facili, la borghesia trascina per forza nella corrente della civiltà anche le nazioni più barbare. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi e con cui ha fatto capitolare i barbari più induriti nell’odio contro lo straniero; essa costringe tutte le nazioni ad adottare le forme della produzione borghese se non vogliono morire, e le costringe a ricevere ciò che chiama civilizzazione, ossia a farsi borghesi. A dirla in una sola espressione, crea un mondo a propria immagine e somiglianza.

La borghesia ha fatto della città la signora assoluta della campagna. Ha creato città enormi; a confronto della popolazione rurale ha fortemente accresciuto la popolazione urbana, sottraendo così buona parte della popolazione all’idiotismo della vita contadina. Come ha assoggettata la campagna alla città, così ha reso dipendenti dai popoli civili quelli barbari o semibarbari, e ha sottoposto i popoli prevalentemente contadini a quelli a predominio borghese, e l’Oriente all’Occidente…

I conflitti interni alla vecchia società favoriscono in genere, in molti modi, lo sviluppo progressivo

del proletariato. La borghesia è di continuo in lotta: innanzitutto con l’aristocrazia; poi con quelle parti della borghesia stessa i cui interessi si trovano in conflitto col progresso dell’industria; e continuamente con la borghesia dei paesi stranieri. in tutte queste lotte essa si trova nella necessità di appellarsi al proletariato, e di giovarsi del suo concorso, trascinandolo nel moto politico. È essa stessa, dunque, ad offrire al proletariato gli elementi della propria cultura, il che vuol dire che gli fornisce le armi contro se stessa.

Accade inoltre, come abbiamo già detto, che, per effetto dei progressi dell’industria, intere parti della classe dominante o precipitano nella condizione del proletariato, o sono per lo meno minacciate nella loro esistenza; queste stesse forniscono al proletariato molteplici elementi di cultura.

Infine, quando la lotta di classe sta per giungere al momento decisivo, il disgregamento della classe dominante all’interno della vecchia società assume un carattere così violento ed aspro, che una piccola parte della classe dominante stessa, abbandonando i suoi, si allea alla classe rivoluzionaria, ossia a quella classe che ha nelle mani l’avvenire’. Il Manifesto del Partito Comunista , 1848.

Composizione e scomposizione di equilibri di potere interni alla classe borghese, come ricorda il ‘Manifesto’, e quindi processi di proletarizzazione di ‘intere parti della classe dominante (che) o precipitano nella condizione del proletariato, o sono per lo meno minacciate nella loro esistenza’. Borghesie nazionali che si dividono in ‘fratelli coltelli’ e si trovano, inoltre, in conflitto ‘continuamente con la borghesia dei paesi stranieri’. Queste parole, queste espressioni tratte dal manifesto, sono ancora oggi immagini pertinenti ed appropriate alla comprensione dei vari scenari nazionali e internazionali, in realtà sono immagini di una deriva della violenza, nata dentro il cuore stesso di un sistema fondato da una classe che ‘Dovunque è arrivata al potere, ha distrutto le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliache. Essa ha distrutto senza pietà tutti quei legami multicolori che nel regime feudale stringevano gli uomini ai loro naturali superiori, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo al di fuori del nudo interesse e dello spietato pagamento in contanti. Essa ha spento i santi timori dell’estasi religiosa, l’entusiasmo cavalleresco, la sentimentalità del piccolo borghese dalle limitate abitudini, immergendo tutto nell’acqua gelida del calcolo egoistico. Ha trasformato la dignità personale in un semplice valore di scambio; e alle molte e varie libertà bene acquisite e consacrate in documenti, essa ha sostituito la sola ed unica libertà del commercio, di dura e spietata coscienza. In una parola, al posto dello sfruttamento velato di illusioni religiose e politiche, essa ha messo lo sfruttamento aperto, senza pudori, diretto e brutale’.

Il Manifesto del Partito Comunista , 1848.

Oggi, ottobre 2015: potenti Moloch statali borghesi si affrontano per sopravvivere e prolungare la vita a un sistema sociale mostruoso, ma per ottenere questo doppio scopo devono contendersi con violenza il bottino di plusvalore ottenuto dallo sfruttamento della classe oppressa. Devono quindi in primo luogo intimidire e opprimere praticamente i propri schiavi salariati, e poi devono fronteggiare le brame di possesso (di risorse naturali, mezzi e uomini) dei concorrenti nazionali e imperiali. In una situazione in cui il saggio percentuale di profitto diventa sempre più magro, a causa della tendenza immanente dell’economia a sostituire al lavoro vivo il capitale costante, la lotta si fa sempre più aspra e feroce. Citiamo ancora il Manifesto: ‘Basti ricordare le crisi commerciali, le quali, per il fatto di ripetersi periodicamente, mettono in forse sempre più minacciosamente l’esistenza di tutta la società borghese. Ogni crisi distrugge regolarmente non solo una gran fetta di prodotti, ma molte di quelle forze produttive che erano state create. Un’epidemia, che in ogni altra epoca storica sarebbe parsa un controsenso, un’epidemia nuova si rivela nelle crisi, ed è quella della sovrapproduzione.

La società ricade inaspettatamente in uno stato transitorio di vera barbarie. Si direbbe che la carestia, o una guerra generale di sterminio, l’abbia privata dei mezzi d’esistenza: il commercio e l’industria paiono annientati, e perché? Perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo dei rapporti di proprietà borghese; anzi, sono diventate troppo potenti per tali rapporti, che divengono per ciò degli impedimenti; e tutte le volte che queste forze superano l’impedimento creano disordine nell’intera società, minacciando l’esistenza della stessa

proprietà borghese. Le condizioni del mondo borghese sono diventate ormai troppo anguste per contenere la ricchezza che esse stesse producono. Con quali mezzi riesce la borghesia a vincere le crisi? Da un lato, distruggendo, a seconda delle circostanze, una grande quantità di forze produttive; dall’altro, conquistando nuovi mercati e sfruttando più intensamente quelli già esistenti. Con quali mezzi dunque? Preparando nuove, più estese e più formidabili crisi, e riducendo i mezzi per ovviare a quelle future’. ll Manifesto

Le Crisi sono il momento della ritualizzazione esemplare di una deriva della violenza, nata dentro il cuore nero di un modo di produzione che incorre ciclicamente in crisi da sovrapproduzione: alle crisi si accoppia l’esigenza di distruggere il surplus di mezzi e di esseri viventi che questo modo di produzione ha creato.

La guerra, l’uccisione e lo sterminio di popolazione in eccesso (rispetto alle esigenze economiche di valorizzazione del capitale, e alla sopravvivenza politica dei rapporti sociali borghesi) sono quindi la regola e non certo l’eccezione in questa società.

Ma la violenza deve diventare immagine di terrore, se vuole avere un effetto politico sulle moltitudini di oppressi, distogliendoli così da ogni velleità ribellistica. La forza potenziale della classe proletaria deve essere intimidita dallo sfoggio di potere militare degli stati capitalistici: quindi lo stato islamico e i suoi tagliatori di teste mettono diligentemente in pratica questo precetto diffondendo in rete truculenti video di decapitazioni, mentre lo stato russo diffonde immagini e video di distruzioni di basi militari, depositi di armi e colonne di mezzi delle forze terroristiche.

Ultima, in ordine di tempo, è la diffusione in rete del lancio di 26 missili da parte della flotta russa del mar Caspio, 1500 chilometri distante dalla Siria. I missili hanno dato ulteriore dimostrazione al mondo della rinnovata potenza bellica dell’orso russo, un vero e proprio monito ai rivali capitalistici affinché tengano conto della forza che si trovano ad affrontare. Contese imperiali, ma non solo, pensiamo per un attimo a questi strumenti di guerra nelle mani del proletariato, non era questo d’altronde lo scenario evocato nell’articolo sull’imperialismo delle portaerei degli anni 50? (1)

(1) ‘La borghesia non si può abbattere nazione per nazione, Stato per Stato, ma solo attraverso la rivoluzione dei continenti e l’abbraccio insurrezionale dei proletariati al di sopra delle frontiere.
Quale garanzia di durata avrebbe uno Stato rivoluzionario del proletariato sorto in una parte qualsiasi del mondo, ove l’imperialismo americano (o del blocco avversario n.d.r) fosse in grado di maneggiare dagli oceani (o dai cieli n.d.r) le sue spaventose armi di distruzione? Per schiacciare la potenza repressiva del capitale occorrerà che il proletariato si rivolti in armi alla scala mondiale contro la classe dominante. Esiste allora una sola “via” al socialismo: quella internazionale ed internazionalista.
L’imperialismo americano, con le sue cento portaerei, non monta la guardia soltanto alla propria sicurezza nazionale. Esso monta la guardia al privilegio capitalista in ogni parte del mondo, dovunque il proletariato rappresenti una minaccia alla conservazione borghese Perché mai, di fronte alla classe nemica che unifica la sua difesa, il proletariato dovrebbe frazionare le proprie forze nell’ambito delle varie nazioni? La superba flotta navale americana, che oggi terrorizza il mondo, diventerà un ammasso di ferrivecchi se il vulcano della Rivoluzione riprenderà ad eruttare. Ma bisognerà che l’incendio, si appicchi alle nazioni e ai continenti: all’Europa, all’Asia, all’Africa, ma soprattutto all’America.
Vedremo allora che cosa diventa una super-portaerei atomica quando l’equipaggio innalza la bandiera rossa’.

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