Scienza borghese, drogatura ideologica

Nota redazionale: riproponiamo il testo ‘Scienza borghese, drogatura ideologica’ per la sua evidente chiarezza e ‘attualità’ nel tratteggiare, come in un acquerello teorico, la dimensione ideologica della scienza borghese (di ieri e di oggi). Abbiamo di recente ( agosto 2015) tentato di analizzare gli stessi argomenti in un lavoro suddiviso in sei capitoli, che troverete nel sito sotto il titolo ‘ Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’. Nella parte finale del testo che riproponiamo viene ribadita l’equazione scienza veramente umana uguale rivoluzione, in altre parole si sostiene che il cambiamento dei paradigmi scientifici e cognitivi non può avvenire sul semplice piano ideale/culturale, come se fosse possibile una graduale e progressiva presa di coscienza o ‘capitolazione’ della scienza borghese di fronte al movimento reale del comunismo. In effetti non è così, deve verificarsi un cambiamento preliminare dei paradigmi economico-sociali perché possa esserci un correlato mutamento dei paradigmi scientifici, leggiamo cosa dice il testo del 1970: ‘ I nostri scienziati odierni vogliono invece rimuovere i «lati spiacevoli» (sempre Proudhon!) del capitalismo con il giuoco del calcio, le pillole ricostituenti, i muri con pannelli isolanti, le docce e via di seguito. Sia questo esempio un piccolo spaccato del progresso scientifico oggi tanto conclamato, e un indice di misura dell’affidamento che la «scienza imparziale» dà alla borghesia di ripetere sempre con maggior monotonia le sue mistificazioni ideologiche per rincitrullire gli affamati con la promessa di spezzar loro il pane eucaristico del sapere. Chi ha ferro ha pane, diceva invece Blanqui, e solo chi ha pane ha scienza: l’unica alternativa alla scienza borghese sarà la scienza socialista, la scienza di tutta la specie umana, ma il cammino ad essa non è affatto ideologico, né teorico né culturale: è il cammino del rovesciamento della prassi, ossia dell’attività rivoluzionaria’. 

Dunque è il rovesciamento della prassi il fattore storico-materiale decisivo, e in questo senso l’articolo del 1970 si ricollega alle riunioni sulla conoscenza tenute dal partito dieci anni prima, nel 1960 (stessa impostazione e quindi stesse conclusioni). In quel lavoro veniva ampiamente sostenuto che dentro la società capitalistica solo una frazione umana di avanguardia (il partito), è collegata alla conoscenza ‘storicamente’ espressa dalle lotte di classe nei periodi di scontro più acuto con il regime sociale  borghese,  e quindi solo il partito storico-formale può già ora possedere, in modo abbastanza libero dai condizionamenti e dalle mistificazioni, un bagaglio di scienza/conoscenza non alienata e mistificata. Questo non esclude la possibilità che singole scoperte ‘scientifiche’, o singoli ricercatori, sostengano (più o meno inconsapevolmente), in una certa occasione, delle proposizioni in linea con il marxismo e la dialettica materialista. Tuttavia il testo del 1970, realisticamente, esclude che la scienza moderna (definita non a caso borghese) possa andare, in questa società, oltre un semplice piano tendenziale di estemporanee e aleatorie convergenze con  la dialettica marxista.  La stessa forma specialistica e dunque separativa del paradigma scientifico dominante esclude che ciò possa avvenire. Sostenere il contrario significa ammettere che, pur in presenza di una putrescente società borghese, è nondimeno possibile una sensibile affermazione (nel campo scientifico), di metodi, finalità e paradigmi estranei a questa stessa putrescente società borghese (come se il terreno in cui è piantato l’albero scientifico non condizionasse già in partenza la natura dei suoi frutti).  Sotto la spinta del movimento reale del comunismo (leggasi lotta di classe), la scienza borghese dovrebbe metamorfizzare la propria natura e funzione di sostegno ai concorrenti apparati industriali-militari  capitalistici, in qualcosa di diverso e opposto. Il problema che si pone, di fronte a queste ipotesi – un problema diciamo di natura fisico-sociale – è che fino a quando un determinato movimento non raggiunge un punto fisso nello spazio storico, cioè in questo caso il punto del rovesciamento della prassi, appare arduo immaginare (forse fantasticare) un cambiamento significativo dei paradigmi scientifici dominanti.  Alla fine del testo ‘Scienza borghese, drogatura ideologica’ , abbiamo pensato utile inserire come postilla il capitolo sesto, finale, del lavoro intitolato ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’, in cui si propone una analisi debitrice delle posizioni contenute nell’articolo degli anni 70.

Buona lettura

 

 

Scienza borghese, drogatura ideologica

«Alla scienza vera – scriveva un portavoce della sinistra su L’Avanguardia del 13-4-1913 – come somma dei portati, delle ricerche e dell’attività umana, noi possiamo credere, ma non riteniamo possibile la sua esistenza nella società attuale minata dal principio della concorrenza economica e della caccia al profitto individuale. Urtiamo così un altro pregiudizio comune, quello della superiorità del mondo scientifico. Si credono oggi indiscutibili le decisioni delle accademie, come nel medioevo quelle delle sagrestie. Eppure sarebbe necessario un libro e non un articolo per svelare un poco i retroscena miserabili e mercantili della scienza! Il dilettantismo più incosciente, le più audaci ciurmerie, le più vili prepotenze delle minoranze dominanti, trovano con facilità la garanzia dell’etichetta scientifica… La scienza borghese è anch’essa al pari della filosofia un ammasso di frottole. Il socialismo scientifico non può respirare questa atmosfera di menzogna».

Il comunismo rivoluzionario, ossia l’unico socialismo e comunismo marxista, stritolerà teoricamente e fisicamente i vari Kautsky che tuttora blaterano «pane e scienza!», o meglio implorano alle deità della cultura di spezzare il pane dell’eucaristia scientifica per dare «coscienza» alle «masse».

Ma per i marxisti è evidente non solo che le applicazioni della scienza e in genere le cosiddettescienze sociali, storiche («umane»), sono meri strumenti di dominazione rincoglionitrice utili al capitalismo, ma altresì che le stesse scienze pure, nella misura in cui sono costrette, per non ridursi a insignificanti constatazioni sperimentali, a darsi un inquadramento teorico, non possono non attingere dal bagaglio ideologico capitalistico. Donde i fenomeni meravigliosamente analizzati da Engels e da Lenin (Antidühring, Dialettica della natura, Materialismo ed empiriocriticismo, Quaderni filosofici) che indicano come la scienza pura od applicata non possa non mettere capo, nell’attuale ordinamento sociale, ad una forma di mistificazione ideologica, che nulla ha da invidiare al vecchio misticismo e che anzi ben spesso attinge motivi da questo medesimo riabilitando il fideismo che il preteso rischiaramento della rivoluzione borghese proclamava sconfitto per sempre.

Abbiamo voluto ripetere, alla buona ed in breve, posizioni nostre caratterizzanti ed irrinunciabili, per introdurre un esempietto grazioso che ci sembra dimostri la effettiva «serietà» dell’anche più qualificata scienza borghese contemporanea.

Lo zoologo Konrad Lorenz (popolare perché sostiene di saper conversare con le oche selvatiche) nel suo libro sull’aggressività ha ripreso, con lievi modifiche, vecchie tesi del cosiddetto darwinismo sociale, imputando appunto a questo presunto istinto universale degli animali le lacerazioni della moderna società umana, con la sola distinzione che per l’autore l’istinto dell’aggressione, utile negli animali e nell’uomo stesso come basilare espressione «mascolina», diviene nocivo allorché lo si applica su vasta scala con i mezzi forniti dall’odierna tecnologia. Sussiste quindi per il Lorenz uneccesso di aggressività, che sfugge al controllo umano, e che al massimo si può sperare d’incanalare in manifestazioni relativamente innocue come… le partite di calcio.

Non spenderemo parole per sottolineare la veramente ochesca (chiedendo venia alle oche palmipedi) stupidità di simili argomentazioni, che assimilano l’aggressività come fenomeno biologico (anch’esso, nell’uomo, più o meno distorto e diretto dall’ambiente storico-sociale), la lotta di classe ed il conflitto bellico, che discendono dalla determinazione economica dei modi e rapporti di produzione interumani storicamente determinati.

Ma, se Lorenz si ispira in qualche modo al darwinismo sociale e cioè pensa che le contraddizioni della società borghese si spieghino con una universale lotta per la vita, non è mancata nemmeno la riedizione di un complementare atteggiamento teorico che ebbe a massimo esponente il geografo e naturalista Pietro Kropotkin, ben noto anarchico. Questi alla preponderanza della lotta per la vita oppose quella di mutuo appoggio (titolo di un suo saggio), sostenendo insomma che la «natura» umana (come la natura in genere) accanto ad una tendenza alla concorrenza ed alla sopraffazione ne ha una, in ultima analisi predominante, alla cooperazione. In realtà basta a demolire tutte queste costruzioni, a parte l’esplicita confutazione di Engels, la constatazione di Marx che nel 1847 obiettava a Proudhon non essere la storia altro che storia delle trasformazioni della cosiddetta «natura umana». Inutile aggiungere che il fatto dell’esser l’uomo tale in quanto modifica l’ambiente, non toglie la determinazione biologica, cui tuttavia s’assomma quella sociale come risultante dei rapporti di produzione che scaturiscono dal modo di produzione, e dai relativi mezzi di appropriazione e trasformazione dell’ambiente esterno. Ma questa complessa dialettica, sistematicamente deformata dai cultori di etologia, come il Lorenz e come i suoi avversari Claire e W. M. S. Russell, i quali hanno pubblicato un anno fa a Londra uno scritto dal titolo Violenza: scimmie ed uomo non sospettando di ripetere con alcune modifiche superficiali le tesi kropotkiniane; ed è divertente vedere come V. Reynolds (cfr; Nature, 221, 99) ne ricavi una «filosofia progressista», opposta a quella «politicamente reazionaria» di Lorenz. È qui il caso di dire con la celebre battuta: invece pure; perché la spiegazione dei Russell vale quella dei Lorenz. Mentre questi paragonano senz’altro gli uomini alle scimmie (viva l’originalità!), i Russell li paragonano alle scimmie ingabbiate, cercando di fare dell’aggressività presa come idea in sé, dalle lotte dei cervi ai conflitti mondiali, un fenomeno «innaturale», indotto (psicoanaliticamente) da frustrazioni e provocazioni, nonché da ristrettezza di spazio e di cibo. Ed ecco che con Kropotkin viene risuscitato Malthus o meglio il neo-malthusianesimo: tutto sta … nel ridurre le nascite e nel trovare forme più eque di convivenza tra le nazioni ed in seno alle nazioni singole.

I nostri democraticissimi riscovano pure la nozione di «spazio vitale» (Lebensraum), mascherandola con un preteso universale «istinto di territorio», per cui l’eccessivo affollamento, invece di essere un risultato delle presenti contraddizioni, ne diventa una causa essenziale.

Navigando così sul fognoso oceano piccolo-borghese, si avvista l’isolotto di Proudhon, col suo giardino e l’albero di fico al quale ciascun «libero produttore» ha «diritto». I Russell sognano di «conquistare lo spazio» per salvare l’individualità compromessa, e propongono una serie di misure che paiono attinte un po’ dal «socialismo» proudhoniano e fabiano, un po’ dall’Esercito della Salvezza: limitazione delle nascite, muri isolati acusticamente, casamenti a sviluppo orizzontale anziché verticale, stanze da bagno per tutti, «riduzione» degli inquilini per ogni vano di casa popolare di slums, coree o baraccopoli, pianificazione generale della privacy universale…

Al che commenta spassosamente Reynolds: «Si tratta incontestabilmente di una filosofia socialista basilare!» Ma il fine e dotto commento comprende anche delle critiche: la limitazione delle nascite – spiega Reynolds – riduce il tasso d’incremento demografico piuttosto che la massa globale della popolazione, e la «violenza» potrebbe essere legata al sesso maschile, al cromosoma Y. Prova ne sia il gran numero di criminali con due cromosomi Y. Altro che Lombroso con la sua «antropologia criminale», altro che «l’antropologia scientifica del professore-poliziotto Ottolenghi» di cui parlava il nostro articolo del 1913!

Sia i Lorenz, sia i Russell, hanno trovato dunque la formula della salvazione: gira e rigira, tutto si riduce al vecchiotto binomio «pane e giochi da circo». A tutto ciò possiamo aggiungere, col (nientepopodimeno) premio Nobel Linus Pauling la … vitamina C, o con il duo dei «polemologi» Gaston Bouthoul e Franco Fornari, la psicoterapia preventiva anti-bellica. Il vecchio positivista Achille Loria pensava tra l’altro di sfamare le «plebi» cospargendo di vischio le ali degli aeroplani e raccogliendo gli uccelli che vi rimanevano impaniati. I nostri scienziati odierni vogliono invece rimuovere i «lati spiacevoli» (sempre Proudhon!) del capitalismo con il giuoco del calcio, le pillole ricostituenti, i muri con pannelli isolanti, le docce e via di seguito. Sia questo esempio un piccolo spaccato del progresso scientifico oggi tanto conclamato, e un indice di misura dell’affidamento che la «scienza imparziale» dà alla borghesia di ripetere sempre con maggior monotonia le sue mistificazioni ideologiche per rincitrullire gli affamati con la promessa di spezzar loro il pane eucaristico del sapere. Chi ha ferro ha pane, diceva invece Blanqui, e solo chi ha pane ha scienza: l’unica alternativa alla scienza borghese sarà la scienza socialista, la scienza di tutta la specie umana, ma il cammino ad essa non è affatto ideologico, né teorico né culturale: è il cammino del rovesciamento della prassi, ossia dell’attività rivoluzionaria.

 

il programma comunista, n. 2,  15 – 31 gennaio 1970

 

 

Postilla

Capitolo sesto (conclusivo): Paradigma e totalità

Paradigma scientifico è il termine usato nella filosofia della scienza per indicare un complesso di metodi, teorie, regole di indagine e criteri di verifica, accettato e impiegato da una comunità di ricercatori. La natura del paradigma si fonda su un fatto sociale, ovvero sulla decisione che scaturisce dalla volontà di considerare una certa prassi di ricerca, orientata su certe teorie ‘scientifiche’, la corretta metodologia di ricerca. Alla base, dunque, ritroviamo una convenzione socialmente accettata dalla comunità scientifica, o meglio dalla parte dominante degli addetti ai lavori che sono membri di questa comunità. Ma quale paradigma è probabile che venga scelto come valido per l’impiego, dalla parte che decide la sua validità, e che vive in una società capitalistica, e ne subisce dunque ogni tipo di condizionamento? Possiamo porci questa domanda, oppure dobbiamo ritenere che gli operatori del settore scientifico vivano in una sfera incontaminata dai prosaici interessi del capitale, dove sono liberi di scegliere i propri indirizzi di ricerca senza alcuna pressione e condizionamento? Come si è comportata la cosiddetta comunità scientifica, o meglio la sua maggioranza, nei regimi totalitari del ventesimo secolo? Era o non era il suo lavoro, obtorto collo, asservito alle politiche di quei regimi, e alla sottostante struttura capitalistica? Per non parlare del ruolo ugualmente importante svolto nei regimi politici democratici, con annessa e sottostante struttura capitalistica. Comunità scientifica (una parte di essa) dunque, come ‘instrumentum regni’, al pari della religione nella visione del Machiavelli. Siamo spinti a ipotizzare, di conseguenza, che il paradigma scientifico venga scelto dagli addetti ai lavori, sulla base delle esigenze di potere della classe sociale dominante in una certa fase storica (in barba ai sogni di libertà delle scienze narrati dall’ideologia liberale). Inevitabilmente, le forme sintattiche, i contenuti teorici, le metodologie di ricerca e sperimentazione che formano questo paradigma, saranno quelli rivelatisi più adatti nel tempo a soddisfare gli interessi della classe sociale dominante. Altri paradigmi, altre metodologie, rivelatesi empiricamente meno efficaci a fornire tecnologia di avanguardia all’apparato militare – industriale statale, verranno gettati nel dimenticatoio e dichiarati non scientifici. Quindi, il termine scientifico o non scientifico, è spesso solo una metafora di utile o inutile rispetto ai bisogni sistemici del capitale. Domandiamo a noi stessi, quale possibilità di sviluppo applicativo potrebbe ottenere una teoria, altamente verificabile a livello sperimentale, rivolta per giunta ai bisogni collettivi della specie umana, e quindi in contrasto con gli interessi della attuale minoranza parassitaria borghese. Probabilmente non avrebbe nessuna possibilità di sviluppo e di successivo impiego di massa. Dura lex, sed lex, questa è la dura legge del capitale, e quindi non è saggio dimenticarlo o fingere di ignorarlo, per poi sostenere l’autonomia e la neutralità dell’albero scientifico (teoria pura e sviluppi applicativi) rispetto al terreno sociale in cui  è radicato. I percorsi scientifici contemporanei sono invece, al di fuori di ogni dubbio e illusione, un elemento importante, e se vogliamo costitutivo, della attrezzatura di oppressione borghese, cioè dell’apparato di dominazione industriale – militare e scientifico capitalistico. Industria militare, eserciti, ricerca scientifica (teoria pura e connessi sviluppi tecnici), sono i tre elementi, reciprocamente funzionali, che formano l’attrezzatura di oppressione politico-statale borghese. Anche il pensiero e l’idea ‘scientifica’ in apparenza più lontani da una trasformazione applicativa, se dovessero possedere delle potenzialità applicative interessanti, si convertirebbero  prima o poi in tecnologia per il capitale. Eppure noi sosteniamo che gli echi della lunga fase storica del comunismo delle origini, insieme agli impulsi sociali delle lotte proletarie e al comunismo embrionale imprigionato nel ventre della società capitalistica, possano determinare la realtà potenziale, e a tratti anche attuale, di un diverso paradigma conoscitivo (rispetto a quello dominante). Negli anni sessanta Bordiga concepisce l’attualità di questo paradigma conoscitivo diverso, eppure antico, legato ai bisogni umani di specie, e più in generale alle ragioni della vita, come un qualcosa di presente nel partito storico, posseduto dunque dal partito, che assurge, in fondo, al rango di soggetto collettivo di conoscenza. Ma anche nei paradigmi e nelle narrazioni scientifiche dominanti, trapelano, anche se in modo frammentario, e a volte confuso, le scintille di questa conoscenza diversa e antica insieme. Un sapere disalienato, libero dalle antinomie e dai dualismi delle società divise in classi, e quindi integralmente umano e naturale, cioè finalmente, dialetticamente, sintesi autentica del molteplice nella totalità e corrispondente apertura della parte alla totalità dell’essere diveniente.

 

 

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