Progresso tecnico e conservazione capitalistica

 

 

Nota redazionale: L’articolo che riproponiamo risale al 1955, agli albori del fenomeno del cosiddetto ‘consumismo’. Il testo analizza l’automazione dei processi produttivi industriali (ma anche l’automatizzazione nel settore dei servizi amministrativi, con l’esempio del calcolatore/computatore delle buste paga). Sotto la spinta della caduta del saggio di profitto – viene ribadito –  il sistema capitalistico delle imprese  si lancia verso continue ricerche nel campo dell’ innovazione tecnologica (e dell’organizzazione del lavoro). Caduta del saggio di profitto e competizione con le imprese concorrenti sul mercato, spingono ogni singola unità produttiva aziendale a tentare di migliorare le cosiddette ‘performances’ aziendali. Il capitale costante amplia il suo peso percentuale nel quadro della composizione tecnica del capitale investito nel processo produttivo (a detrimento della parte occupata dal capitale variabile/forza-lavoro umana). Questo ultimo aspetto incrementa ulteriormente la caduta tendenziale del saggio di profitto (poiché il plus-valore si realizza solo attraverso il furto di plus-lavoro salariato) , ma intensifica pure le potenzialità/capacità produttive del complesso economico capitalistico, le quali vengono ora utilizzate per produrre maggiori quantità di merci e servizi (spesso inutili, superflui e perfino nocivi). Lungi dal diminuire la quantità oraria giornaliera di lavoro, l’automazione, all’interno del regime sociale capitalista, si traduce invece nella coazione a svolgere un maggiore carico di lavoro, al  fine di ottenere la remunerazione adeguata per l’acquisto della moltitudine di merci e servizi inutili e superflui, appena prodotti dall’economia aziendale in crisi di astinenza da profitto. Tuttavia l’aumento della parte costante del capitale impiegato nel processo produttivo aziendale-economico si traduce in una conseguente espulsione di forza-lavoro, e quindi in una minore domanda potenziale di acquisto sul mercato dei beni prodotti dalle imprese automatizzate . Un circolo vizioso, dunque, tratteggiato con maestria e cura, fondamentalmente riferito alle società e alle economie più avanzate esistenti negli anni 50 (anche se tuttora impiegabile come valida chiave di lettura di reali tendenze economico sociali). Anche in questo articolo, come in quello appena ripubblicato, dal titolo ‘Scienza borghese, drogatura ideologica‘, emerge la funzione ancillare della scienza e della tecnologia nei confronti del modo di produzione capitalistico. Un sistema economico espressione di una classe sociale dominante, al cui funzionamento e conservazione è aggiogato il progresso tecnico e soprattutto la vita dei servi salariati, condannati a offrire l’incessante tangente del plus-lavoro dentro le carceri aziendali del capitale. Le leggi ferree di questo inumano modo di produzione, dice a un certo punto l’articolo, si rispecchiano e si impongono nelle menti e nelle decisioni della stessa classe borghese (in linea con la definizione marxista del capitalista come semplice funzionario del capitale). Quindi progresso tecnico uguale conservazione capitalistica, da intendere non nel senso di una equivalenza assoluta, ma nel senso che in una società capitalistica, come abbiamo recentemente sostenuto nel lavoro ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’, la ricerca scientifica e le sue ricadute tecnologiche sono indirizzate e usate dalla struttura economica esistente, e dalla correlata sovrastruttura statale, a fini di pura e semplice auto-conservazione. Esemplare il passaggio in cui si accenna alla produzione di televisori (che non potendo essere totalmente smerciati sul mercato dei consumi privati, saranno infine riciclati ad uso militare), presagio di una sovrapproduzione che sfocia infine nella guerra (ecatombe di forza lavoro in eccesso). L’articolo è una ennesima discesa negli inferi della moderna barbarie capitalistica, a monito dei poveri ingenui che si lasciano facilmente abbagliare dai miti del progresso tecnico-scientifico, del benessere diffuso, della società democratica aperta e inclusiva. L’articolo scritto nel 1955 contiene una serie di analisi che anti-vedono i tempi del pieno sfacelo (umano/sociale) consumista degli anni 60 e 70, sfacelo continuato a livello di massa, ossessivamente, fino alla soglia della crisi finanziaria del 2008 ( e tuttora coltivato da una parte sensibile del corpo sociale).  Potenza dei condizionamenti sociali e adozione di modelli di consumo di beni inutili, presenza delle leggi ferree dell’economia borghese dentro lo stesso pensiero/azione dei capitalisti, illusioni ideologiche sul ruolo positivo del progresso scientifico-tecnologico e infine trasformazione del progresso in regresso e schiavitù.  Tutto questo ed anche altro viene affrontato nell’articolo che ci accingiamo a riproporre ai lettori.

Buona lettura     

 

 

Progresso tecnico e conservazione capitalistica 

Le meraviglie dell’applicazione delle scoperte scientifiche alla tecnica produttiva trovano permanentemente largo spazio nella stampa. Senza dubbio i frequenti «servizi» su tale argomento rispondono all’interesse immediato giornalistico di lavorare su notizie che per collaudata esperienza richiamano facilmente l’attenzione del pubblico. Altrettanto certo è che, nel duello delle opposte propagande a scopi bellici, lo sbandieramento di portentose innovazioni apportate alla macchina produttiva mira a rafforzare il prestigio dei regimi politici dominanti. Ma al di sopra degli interessi particolari di aziende giornalistiche o addirittura di Stati, la continua esaltazione dei progressi tecnologici si ispira alla suprema esigenza di conservazione sociale che è sentita prepotentemente dalla indivisibile classe dominante borghese.

Un secolo di ininterrotta marcia in avanti della tecnica industriale che oggi sta sboccando nella cosiddetta era atomica, una cosa sicuramente ha dimostrato e cioè che il dilagare del macchinismo ha favorito potentemente l’accumulazione del capitale e ha elevato il potere politico della classe borghese dominante a livelli mai raggiunti né da essa né dalle precedenti dominazioni di classe. Anche se si prescinde dal lugubre capitolo di guerre e di convulsioni politiche, cui l’imperialismo ha dato luogo, e si rimane sul terreno dei puri rapporti di produzione,  ci si avvede che il decantato progresso scientifico, il quale avrebbe dovuto finalmente asciugare il millenario sudore dalla fronte del lavoratore attenuando lo sforzo lavorativo, ha giovato non già a tutta la società, ma soltanto alla classe dominante. la produttività, enormemente accresciuta grazie all’automatizzazione di molte operazioni lavorative, non ha comportato affatto la diminuzione della giornata di lavoro, anche se ha elevato, storicamente parlando, il livello dei salari.

Confrontando i salari del lavoratore di oggi con quelli di 50 – 60 anni fa, e meglio ancora paragonando le masse dei beni di consumo aggiudicate rispettivamente al lavoratore nelle diverse epoche, non si può negare che l’accumulazione del capitale si accompagni con la ascesa dei salari. Prendiamo, ad esempio, la voce di quei consumi che gli economisti parsimoniosi a senso unico definiscono «spese voluttuarie». Fino a 25 anni fa era da milionari mangiare a suon di musica: per togliersi lo sfizio bisognava andare negli alberghi alla moda. Oggi, persino il disoccupato che vive, quando vive, di pubblica assistenza, può ingollare il magro pasto deliziandosi alla note di popolarissime orchestre della radio. Un operaio specializzato poi, è in grado, non solo a Detroit ma pur anche a Torino, di munirsi a scelta di un apparecchio di televisione o di una Fiat 600, sia pure «senza contorno».

Di fronte alle miserabili catapecchie operaie descritte dagli scrittori dell’ottocento, la moderna dimora dei salariati, anche se ricavata nei mostruosi alveari dell’edilizia sovvenzionata, appare come una terra promessa, almeno per gli impianti e l’arredamento: acqua corrente, elettricità, radio, ecc. Sono i «miracoli» della tecnica secondo i lodatori dell’ordine vigente. Certamente lo sono, pur essendo egualmente vero che senza la materiale lotta di classe il proletariato, almeno quello meglio retribuito, non ne sarebbe messo a parte. Ma il «miracolo» che il mero progresso tecnico non ha compiuto né potrà mai compiere senza la lotta rivoluzionaria per il potere politico, è proprio quello che massimamente interessa la classe proletaria, cioè l’abolizione del lavoro salariato. La stampa borghese, tutti i giorni, ha qualche novità da annunziare nel campo dell’automatizzazione della produzione. In America si è varato con la consueta sbrigatività risparmiatrice un termine che racchiude tutto il concetto: automation. Ma l’immancabile commento dei compilatori non si allontana dallo schema stereotipato della constatazione del sempre più drastico ridursi del lavoro manuale. Tutto qui, dunque?

L’abolizione del lavoro manuale è ormai prevedibile con scientifica certezza: già ora vastissime aliquote del prodotto sociale sono realizzate mediante tipi di lavorazione  in cui il movimento automatico del macchinario soverchia di gran lunga l’intervento delle braccia umane. Ma la lotta per liberare l’uomo produttore dalla condanna del lavoro muscolare non ha certamente la stessa età del capitalismo. Checché dicano i panegirici della borghesia, l’epica impresa abbraccia i millenni e precede tutta la storia delle dominazioni di classe, essendosi iniziata dai remoti tempi nei quali l’uomo riuscì a scaricare parte dello sforzo dei propri muscoli su quelli delle bestie selvatiche da poco addomesticate. Innegabilmente il macchinismo industriale che ha imparato ad utilizzare le gigantesche fonti  di energia naturali (il vapore, l’elettricità, i combustibili minerali, l’atomo) ha compiuto in pochi decenni passi che sopravanzano il cammino fatto in interi millenni. Ciò nonostante il proletariato non può considerare l’ «automation» una conquista rivoluzionaria, o un progresso di tutta la società.

La mera abolizione del lavoro manuale, la trasformazione dell’operaio in semplice controllore del movimento delle macchine, che in certe grandi fabbriche di America e d’Inghilterra è ormai fatto compiuto, può soddisfare coloro che hanno per la scienza una adorazione da idolatri. Ma per la classe operaia, la quale è estranea alle infatuazioni della «scienza per la scienza» e concepisce l’utilità sociale della scienza solo come strumento materiale della propria liberazione, l’«automation» capitalista è soltanto un ribadimento delle catene che l’avvincono allo sfruttamento salariale.

L’abolizione del lavoro manuale comporta una autentica rivoluzione sociale, non una di quelle che la stampa borghese scopre ad ogni lancio di un nuovo dentifricio, alla sola condizione che l’automatizzazione degli impianti produttivi si accompagni con la soppressione dell’istituto del salario. Infatti, sotto il capitalismo, l’ «automation», anche se spinta a vertici altissimi, non incide minimamente sui rapporti produttivi tra le classi, che sono fondati sull’economia mercantile. Finché il lavoro verrà retribuito con moneta, la classe lavoratrice salariata sarà dominata, e non dominerà, dal modo di produzione: resterà classe soggetta e sfruttata. Ora, quale effetto sociale sortiscono le innovazioni automatiche apportate alle operazioni lavorative, se non proprio quello di esasperare il carattere mercantile e monetario dell’economia borghese? L’ «automation», che non a caso prospera nel paese più mercantile del mondo, gli Stati Uniti, accrescendo enormemente la produttività sociale e quindi la massa delle merci, gonfia per ciò stesso l’offerta del mercato. Ma, essendo i mezzi di pagamento scambiati con l’erogazione di forza-lavoro, ne risulta che a maggiorati consumi non potrà corrispondere, come pretende la stampa di lorsignori, una drastica riduzione delle ore di lavoro. Sotto il capitalismo, chi non lavora, non compra.

Accade che la massa di mano d’opera resa superflua dall’automatizzazione della produzione cada nella condizioni del disoccupato, cioè dell’irregolare sociale che non può prendere parte al consumo dei prodotti fabbricati dal lavoro sociale, perché non è in grado di procurarsi la moneta occorrente. Allora, per conservare ai lavoratori, che la favolosa «automation» ha sollevato dalla condanna del lavoro manuale, la capacità di consumatori, si deve provvedere ad avviarli in nuovi rami produttivi, magari inventandoli ex-novo.

Adduciamo qualche esempio di automatizzazione realizzata negli Stati Uniti. Nella fabbrica «Westinghouse» a Columbus nello Ohio si usano 2613 macchine diverse che con l’aiuto di 450 chilometri di pedane mobili e raccordi, fabbricano una ghiacciaia elettrica ogni 30 secondi. Uno degli stabilimenti più importanti della «General Electric» che sorge a Luisville nel Kentucky, si serve di un cervello elettronico della «Remington Rand», chiamato «Univac» per computare, registrare e distribuire le paghe settimanali dei suoi 12mila operai. Uno stabilimento della «Ford Motor Company» di Cleveland (Ohio) si serve di un insieme di macchine le quali compiendo 530 operazioni diverse rendono possibile da cima a fondo la fabbricazione di monoblocchi per motori di automobili senza l’intervento di un solo uomo.

Come si vede l’ «automation», la più recente «rivoluzione» (sarà la milionesima) che ci arriva dal paese del dollaro sopprime non soltanto vasti settori del lavoro da operai, che con sfumatura spregiativa la corrente cultura definisce «lavoro manuale»  quasi che il lavoro dei muscoli non fosse controllato dal cervello, ma mette con le spalle al suolo intere categorie impiegatizie, i cosiddetti lavoratori della mente, i quali vengono soppiantati con disinvoltura da meravigliose macchine elettroniche. Abbiamo già accennato alla macchina paga-salari della «Rand». Ma essa è ancora un gingillo di fronte al «cervello elettronico» che la «International Business Machine» ha costruito e affittato al prezzo annuale di una somma equivalente a 2 miliardi e 400 milioni di lire alla «Prudential Insurance Company» che è una gigantesca compagnia di assicurazioni. Dal nolo pagato alla casa produttrice si può immaginare quale somma enorme, prima pagata in stipendi a centinaia di impiegati, la compagnia di assicurazione venga a risparmiare. Ma ciò non significa affatto che gli impiegati licenziati dalla «Prudential Insurance Company» siano stati liberati dalla condanna del lavoro, visto che dovranno ricercare altri impieghi a giornata di lavoro normale per evitare di cadere nella condizione di disoccupati. Allora è chiaro che il portentoso cervello elettronico giova unicamente agli azionisti della compagnia di assicurazione e serve unicamente ad accrescere i profitti nel bilancio aziendale.

I tipi di nuove macchine che sono destinate ad esasperare fino all’assurdo i contrasti dell’economia mercantile capitalista, sono rappresentati degnamente da una macchina da fiabe che è in vendita sul mercato statunitense.. Si tratta della «Autofab». Di essa scriveva  recentemente «Il Mattino» da cui riportiamo testualmente:

«La nuova macchina che si chiama «Autofab» è capace di montare tutti i componenti di un apparecchio elettronico abbastanza complicato come può essere quello di un ricevitore della radiotelevisione in un minuto, mentre tale operazione normalmente richiede otto ore di lavoro di un operaio specializzato. L’ «autofab» può mettere insieme centomila apparecchi televisivi al mese sotto il controllo di due operai e di un caposquadra: tutto questo restando in produzione effettiva soltanto 40 ore per settimana. L’ «autofab» consiste in una catena di montaggio senza fine, simile cioè alla catena di una bicicletta: lungo questa catena vi sono 24  «stazioni» dove sono raccolte le diverse parti che andranno a formare l’apparecchio radiotelevisivo. Queste parti vengono automaticamente inserite in un determinato punto dello «chassis» dove in precedenza sono stati punzonati i fori o ricettacoli adatti per ricevere condensatori, chiodi, trasformatori, ecc.».

Il corrispondente del «Mattino» informava inoltre che il presidente della «International Business Machines» produttrice dell’ «autofab» ha dichiarato che senza di questa non sarebbe possibile fornire tutti gli apparecchi elettronici commissionati dall’aeronautica militare.

Si potrebbe approfittare di dichiarazioni del genere per appoggiare la tesi stupida dei pacifisti i quali pretendono di spiegare la vertiginosa corsa agli armamenti con la «volontà» di guerra degli imperialisti. Al contrario la produzione bellica è soltanto un effetto delle contraddizioni dell’economia capitalista che mentre perfeziona accanitamente la tecnica produttiva , creando le favolose macchine del genere dell’ «autofab» e non può non farlo per la indistruttibile esigenza di impedire la caduta del tasso di profitto, provoca con ciò stesso l’aumento sproporzionato della produzione. Per smaltire le gigantesche masse di prodotto eruttate dalle fabbriche, il capitalismo deve contemporaneamente imporne il consumo forzoso, che ottiene allargando sempre più il campo della produzione parassitaria e superflua. L’industria degli armamenti è appunto un caso, uno dei tanti, non il solo, di produzione antisociale, cui la classe dominante deve ricorrere per impedire il fallimento economico. Allora è chiaro che per eliminare le cause della guerra, è indispensabile la soppressione del modo di produzione capitalista le cui esigenze di ferro si riflettono nella «coscienza» e nella «volontà» della classe dominante.

Le innovazioni tecniche, il radicalizzarsi dell’ «automation» lungi dall’apportare alle classi lavoratrici un alleviamento dello sforzo di lavoro, preparano tremende convulsioni sociali e indicibili sofferenze collettive perché acutizzano la contraddizione fondamentale del capitalismo che, da un lato deve quotidianamente perfezionare la tecnica produttiva per accrescere la produttività del lavoro sociale e impedire la discesa del tasso del profitto, mentre dall’altro deve combattere le conseguenze sociali della accresciuta produttività del lavoro che rende superflue vaste masse di salariati. Avviene così che si riesca a fabbricare macchine prodigiose quale è l’ «autofab» che produce centomila apparecchi televisivi in un mese sotto il controllo di due soli operai e un caposquadra e cervelli elettronici quale è il caso della «Univac» , che soppiantano centinaia e centinaia di impiegati, ma, per impedire un pericoloso abbassamento del potere di acquisto delle masse e una contrazione dei consumi, bisogna inventare nuovi rami di produzione rivolti a soddisfare bisogni artificiosi. Perciò il mondo capitalista rigurgita di una immensa moltitudine di prodotti assurdi che servono non già a migliorare le condizioni di vita della specie umana ma a mantenere in piedi il mercantilismo capitalista. Perciò la classe borghese è «bellicista» non soltanto quando costruisce missili atomici radiocomandati a gittata transcontinentale, ma lo è sicuramente anche quando, ad esempio, si drappeggia nelle pacifiche vesti di produttrice di «Fiat 600». Nulla può contestare che sotto il comune aspetto di merce e articolo di compra-vendita, missili e vetturette utilitarie, macchinette lustra-stivali e apparecchi televisivi, non si differenziano affatto. Cosa è, sul piano economico, la guerra se non un mezzo,  il più radicale di tutti, ma non il solo, con cui il capitalismo impone il consumo forzoso dei prodotti? Ma il consumo forzoso dei prodotti non è concepibile essendo questi distribuiti soltanto attraverso i canali mercantili e monetari, senza il consumo forzoso della forza-lavoro, cioè senza il lavoro forzato imposto ai salariati. Dove va a finire allora l’ «automation»?

Mentre dunque gli enormi progressi registrati nel campo della tecnica produttiva tendono a ridurre sempre più l’intervento dell’uomo nella produzione e quindi a liberare le masse dal pesante tributo di sudore e di pena pagato in ore e ore di lavoro, il capitalismo cerca di deviare le tendenze del progresso tecnico, presentando le innovazioni effettuate in tale campo come mezzi miracolosi per aumentare i consumi. Ma il proletariato non può accontentarsi degli alti salari (e cioè del frigorifero, della radio, del cinema, della televisione, della gita turistica, ecc.) che certamente non lo ripagano delle torture sociali (spettro della disoccupazione, disciplina carceraria aziendale, guerra) inflitte al corpo sociale dal capitalismo. Quello che il proletariato deve attendersi dal progresso tecnico  e dalla automatizzazione della produzione è la cancellazione del lavoro forzoso cui la civiltà ha condannato da millenni la specie umana. Per aumentare i consumi utili non è indispensabile lavorare al ritmo ossessionante capitalista, basta sopprimere il parassitismo capitalista che costringe la intera società a profondere masse enormi di forza-lavoro in produzioni assurde e folli. ma ciò non si ottiene abolendo semplicemente il lavoro manuale a cui lo stesso capitalista arriva. Al contrario, bisognerà abbattere il potere politico della borghesia che mantiene in vita il modo di produzione capitalista fondato sul lavoro salariato. Non è infatti il lavoro manuale che opprime le masse lavoratrici. Anche nel tempo avvenire in cui le macchine avocheranno a sé il campo di produzione non cesserà il bisogno naturale di esercitare i muscoli dell’organismo umano. Il lavoro che opprime le masse è il lavoro forzato salariato.

L’ automatizzazione della produzione, ponendo a disposizione della collettività il controllo completo delle energie naturali, permetterà di accrescere illimitatamente le dimensioni globali del prodotto sociale, soltanto se la rivoluzione anticapitalista avrà ridotto in frantumi il mercantilismo e seppellito la dominazione della moneta. Soltanto allora si potranno introdurre macchine ancora più potenti della «autofab», capaci magari di  produrre centomila apparecchi televisivi in una settimana anziché in un mese come avviene oggi nel paradiso-inferno del dollaro senza impiantare il tremendo problema dello smercio, della affannosa caccia al compratore. Sotto il capitalismo avviene, al contrario che non potendosi piazzare tutti i centomila  apparecchi televisivi che ogni mese l’«autofab» sforna si impiegano schiere di scienziati e di tecnici per trovare il modo di ottenere un consumo forzoso dei prodotti. E come? Vendendo gli apparecchi televisivi, opportunamente modificati, al Ministero della guerra. Nascono così missili radiocomandati i quali essendo muniti di radar e di televisione, sono in grado di darsi loro stessi l’orientamento e colpire il bersaglio prestabilito. E’ il loro progresso tecnico…

 

il programma comunista, n. 9, 7-21 maggio1955

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