SOTTO LA MOLE DEL LEVIATHAN

Nota redazionale: riproponiamo un articolo del 1952, in esso si analizzano e si smontano le tesi sulla presunta diversità del sistema socio-economico yugoslavo (autogestione, decentramento) rispetto a quello imperante nell’unione sovietica (pianificazione, centralizzazione), dimostrando come essi (questi sistemi) siano comune espressione del modo di produzione capitalistico. Sotto la mole del Leviathan statale, di cui entrambi i regimi pseudo-socialisti fanno abbondante impiego per opprimere i propri proletari, emerge invece un quadro di sostanziale coerenza con i presupposti e le condizioni di esistenza di una società puramente capitalistica. Lungi dal promuovere le autonomie e il decentramento, il testo ribadisce che ‘Col concetto marxista della società socialista nulla ha a che fare la pretesa autonomia amministrativa delle aziende di produzione, gestite da un consiglio democratico di quanti vi lavorano’.

Un po più oltre si afferma ‘La centralizzazione amministrativa economica e produttiva non solo rimane ma giganteggia in contrapposto al disordine caotico della produzione borghese. Nella misura in cui: si rompe in frantumi la macchina statale capitalistica – si attua il potere proletario – si aboliscono le classi sociali – non si avrà più a parlare di coazioni su gruppi e su singoli, e nemmeno su una amministrazione di interessi, ma di una assoluta centralizzazione che ci basterà chiamare tecnica, o anche fisica, di tutta la produzione’.

Anche l’ipotesi, periodicamente risorgente, di un ritorno al ‘bucolico’ (?) mondo della ‘produzione frammentaria dell’artigiano o della gilda autonoma’ viene smontato senza incertezze: ‘Ogni esame della tecnica produttiva del 1952 raffrontata a quella del 1874 non arreca che contributi immensi per ribadire la dimostrazione di Engels sulla progrediente interdipendenza di tutte le attività lavorative. Dal produttore isolato del medioevo, ai produttori associati sotto il dominio capitalista, e poi: negazione della negazione! Non sia per civetteria: negando la associazione di tipo borghese, l’azienda, non si ricade nella produzione frammentaria dell’artigiano o della gilda autonoma, ma si sale alla unitaria società senza classi, ove tutti, per le due ore e mezza del vecchio savio Bebel, lavorano’.

Infine, ancora più chiaro e  significativo, è il passo in cui si riconosce nella macchina stato esistente il principale ostacolo alla realizzazione dell’ora di Engels:  ‘L’ora di Engels non è ancora venuta. Essa non può suonare fino a che sono in piedi le grandi centrali statali del Leviatano capitalista’.

Riportiamo ora un passo tratto da un lavoro presente sul sito dal titolo ‘Dalla guerra come difesa e offesa alla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso’, come si può ben comprendere il contenuto della parte selezionata ha una diretta attinenza con l’argomento dell’apparato statale borghese, con la questione del suo rafforzamento o viceversa del suo presunto indebolimento.

 ‘ In ultima battuta riproponiamo alcune righe di Bordiga prese dal testo ‘Dottrina del diavolo in corpo ’, contenuto nella raccolta ‘Imprese economiche di Pantalone, a pag. 62.’, dove si postula l’inevitabile ricorrenza dell’elemento funzionale che chiamiamo burocrazia in tutte le società storiche classiste, bisogna in tal sensoCessare di presentare la burocrazia come una classe autonoma, perfidamente scaldata nel seno del proletariato, e considerarla come un vasto apparecchio legato ad una data situazione storica nell’evoluzione mondiale del capitalismo. Siamo dunque sulla buona via: la burocrazia, che tutte le società di classe hanno avuta, non è una classe, non è una forza di produzione, è una delle forme della produzione proprie di un dato ciclo di dominio di classe. In certe fasi della storia essa sembra essere sulla scena come protagonista: stavamo per dire anche noi nelle fasi di decadenza; sono invece le fasi di prerivoluzione e di massima espansione. Perché chiamare decadente la società pronta all’intervento della révolution-sagefemme, della ostetrica che farà venire alla luce la società nuova ? ’. Ancora più interessante è il contenuto del testo di Bordiga nella successiva pagina 63, in questa pagina ritroviamo delineata la forma totalitaria e burocratica della contemporanea fase capitalistica, la sua inevitabilità storica, e la sua temporanea necessità di utilizzo per la rivoluzione proletaria futura (questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria): ‘La dizione capitalismo erede delle rivoluzioni liberali (..) contiene la precisa tesi storica: è un ciclo, un corso unico di classe, quello del capitalismo, dalla rivoluzione borghese a quella proletaria, e non va rotto in più cicli senza rinunziare al marxismo rivoluzionario. Ma va detto (..) capitalismo uscito dalle rivoluzioni borghesi, non liberali. Meglio sarebbe dire dalle rivoluzioni anti feudali. Infatti è per l’apologetica borghese che il liberalismo, come ideale generale, era lo scopo e il movente di quelle rivoluzioni. Sorge Marx, a questo smentire, e per lui il fine storico di esse è la distruzione degli ostacoli posti al dominio di classe capitalistico. (..) Ne discende chiaro: ben può il capitale spogliarsi del liberalismo senza mutare natura. E ne discende anche chiaro: senso della (..) degenerazione della rivoluzione in Russia, non è l’essere passata, da rivoluzione per il comunismo, a rivoluzione per un tipo sviluppato di capitalismo, ma a pura rivoluzione capitalistica: ossia concorrente (nel senso che ne fa parte n.n.) al dominio capitalista in tutto il mondo, che in tappe successive elimina le vecchie forme feudali e asiatiche nelle varie zone. Poiché nella situazione storica del XVII, XVIII, XIX secolo la rivoluzione capitalista doveva avere forme liberali, nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. La differenza dipende non da fondamentali variazioni qualitative del capitalismo, ma da enorme divario di sviluppo quantitativo, come intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta. E che il capitalismo alla sua conservazione come al suo sviluppo e ingrandimento adoperi sempre meno ciancia liberale, e sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico, vista bene la linea storica, non induce ad esitare menomamente che questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria. Maneggerà questa violenza, potere, stato, e burocrazia: dispotismo, dice col termine peggiore il manifesto si 103 anni addietro; poi saprà disfarsi di tutto ‘. Se abbiamo ben compreso, il capitalismo, nella fase di massima intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta, proprio a causa del suo enorme sviluppo quantitativo, e quindi delle tensioni e dei conflitti che si innescano per la contraddizione esistente fra accumulazione capitalistica e crescita della sovrappopolazione, ha il vitale bisogno sistemico di operare in forme totalitarie e burocratiche, cioè di manifestarsi con sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico Anche Max Weber, trattando dei vari tipi ideali di potere, idealtipi aventi una mera funzione di mezzo per la ricerca sociologica, riconosceva che il potere prevalente ai nostri giorni è quello di tipo razionale –burocratico, il potere che calcola i mezzi adeguati per raggiungere un fine (secondo il principio economico del massimo risultato con il minimo sforzo). Il problema consiste nel fatto che questa apparente razionalità del calcolo dei mezzi in vista del fine si scontra, in seguito, con la stessa natura irrazionale del fine perseguito dal potere razionale-burocratico nella società capitalistica, il altre parole con la valorizzazione illimitata del capitale, la produzione per la produzione. Il meccanismo di dominio del capitale si orienta dunque verso l’impiego di mezzi totalitari e burocratici, inesorabili e violenti, proprio perché la pressione delle sue interne contraddizioni non può essere altrimenti controllata e arginata. Anche le figure politiche carismatiche, le superpersone che tanto spazio hanno occupato e occupano sulla scena delle narrazioni dominanti, vanno inserite in questa cornice generale di mutamento delle esigenze generali di controllo e sorveglianza riguardanti gli apparati statali capitalistici. In realtà, lungi dal determinare il corso storico degli eventi sociali, queste figure carismatiche sono prevalentemente il medium di tendenze e processi economico-sociali profondamente innestati nella società capitalista in una certa fase del suo sviluppo; in modo particolare la fase attuale del suo sviluppo che nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. In un certo qual modo esse operano come semplice personificazione della forma totalitaria e burocratica del dominio politico borghese, così come il capitalista opera come semplice personificazione del capitale, funzionario del capitale; e solo in quanto tale dirigente e dominatore della produzione’.

Infine presentiamo queste righe tratte da ‘Forza, violenza, dittatura’ ulteriormente esplicative in merito alla questione del rafforzamento degli apparati di oppressione statali:  ‘ Si possono citare esempi di zone neutre e quasi idilliache dove la forza dello stato viene maggiormente vantata come liberamente accetta da parte di tutti i cittadini, dove è mantenuta una ridotta polizia, dove gli stessi conflitti di interessi sociali tra lavoratori e datori di lavoro si esplicano con l’impiego di mezzi pacifici. Ma queste Svizzere tendono a diventare, nello spazio e nel tempo, oasi sempre più rare nel quadro mondiale del capitalismo….D’altra parte l’equivalente delle tesi marxiste sul crescere della miseria, sulla accumulazione e la concentrazione del capitale, nella sfera di fatti politici, non poteva essere altro che il concentrarsi, che il potenziarsi dell’energia racchiusa nella impalcatura statale. Ed infatti, chiusa con lo scoppio della guerra del 1914 l’ingannevole fase pacifista dell’era capitalista, mentre le caratteristiche economiche volgevano nel senso del monopolio, dell’attivo intervento dello stato nell’economia e nelle lotte sociali, fu evidente, soprattutto nella classica analisi di Lenin, che lo stato politico dei regimi borghesi assumeva forme sempre più decise di stretta dominazione e di oppressione poliziesca. In altre elaborazioni è stato stabilito in questa rivista che la terza e più moderna fase del capitalismo si definisce in economia come monopolistica e pianificatrice, in politica come totalitaria e fascista….Siamo in mano a pochissimi grandi Mostri di classe, ai massimi stati della terra, macchine di dominio la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili morali e legali, ai principi ideali di cui gracchia da mane a sera l’ipocrisia infame e venduta delle propagande… Per una chiara presentazione si è applicata la fondamentale distinzione tra energia allo stato potenziale o virtuale, ossia suscettibile di entrare in azione ma non ancora esplicantesi, ed energia allo stato attuale o cinetico, ossia posta già in movimento e determinante i suoi svariati effetti, ricordandone il senso nel mondo fisico, ed estendendo la distinzione in modo assai semplice ai fatti della vita organica e della società umana.

Si è quindi posto il problema del riconoscimento della violenza e della forza coattiva nei fatti sociali, insistendo sul criterio che essa non va riconosciuta solo quando si ha la brutale azione fisica sull’organismo dell’uomo, con il vincolo la percossa e l’uccisione, ma in tutto il campo assai più vasto in cui le azioni dei singoli sono rese coatte dalla semplice minaccia e sanzione degli atti di forza. Tale coazione sorge inseparabilmente dalle prime forme di attività produttiva associata e quindi di società cosiddetta civile e politica; essa è un fatto indispensabile nello svolgimento di tutto il corso della storia e dell’avvicendarsi delle istituzioni e delle classi. Si tratta non di esaltarla o condannarla ma di riconoscerla e valutarla nel trascorrere dei tempi e nelle varie situazioni.

La seconda parte era un confronto tra la società feudale e quella borghese capitalistica ed era dedicata alla dimostrazione della tesi (non certo nuova) che il trapasso, fondamentale nella evoluzione della tecnica produttiva e della economia, non si accompagnò ad un minore grado di impiego di forza, di violenza, di sopraffazione sociale.

Il tipo capitalistico di economia e di società è per Marx il più antagonistico che la storia abbia fin qui presentato; nel formarsi, nello svilupparsi, nel resistere alla sua sparizione esso determina un massimo prima ignorato di sfruttamento, di persecuzione, di sofferenza umana. Il massimo è tale in qualità e in quantità, in potenziale e in massa, in acutezza e in estensione, e, per tradurre nei termini etico-letterari che non sono i nostri, in ferocia e in vastità di applicazione, che ha raggiunto le masse i popoli le razze di ogni angolo della terra.

La terza parte ha trattato poi il confronto tra le forme liberal-democratiche e quelle fasciste-totalitarie del dominio borghese, mostrando l’illusione che le prime abbiano carattere meno oppressivo e più tollerante. Quando alla considerazione banale della violenza palesemente in atto si sostituisce quella dell’effettivo potenziale dei moderni apparati di stato, ossia della loro attitudine e capacità a resistere ad ogni assalto rivoluzionario antagonista, è facile sostituire alla cieca volgare opinione odierna che tripudia poiché due guerre mondiali avrebbero respinte indietro forze di reazione e tirannia, la constatazione evidente che il sistema capitalistico ha più che raddoppiata la sua possanza, concentrata nei grandi mostri statali e nella costruzione in corso del Leviathan mondiale del dominio di classe.

Constatazione che si deve chiedere non all’esame degli istrionismi giuridici pennaioleschi od oratori, più rivoltanti ora che presso i battuti regimi del Tripartito, ma alla calcolazione scientifica delle forze finanziarie, militari, di polizia, alla misura della accumulazione e concentrazione vertiginosa del capitale privato o pubblico, sempre borghese.

Rispetto al 1914, al 1919, al 1922, al 1933, al 1943, il regime capitalistico del 1947 è più pesante, sempre più pesante, nello sfruttamento economico e nella oppressione politica sulle masse che lavorano e su chiunque e qualunque cosa gli traversi la strada. Questo è vero per i «grandi», dopo la soppressione totalitaria degli organismi statali di Germania e Giappone. È perfino, e non meno, vero per lo stesso Stato italiano, battuto, deriso, vassallo, vendibile e venduto in ogni direzione, tuttavia più attrezzato di polizie e più forcaiolo oggi che sotto Giolitti e Mussolini, più eventualmente forcaiolo se dalle mani di De Gasperi passasse a quelle dei gruppi di sinistra’.

Diciamo che in particolar modo le ultime righe citate aprono uno squarcio anche sul cosiddetto fenomeno degli ‘stati falliti’. In effetti è possibile osservare che nell’ultimo decennio sono aumentati i processi di disgregazione di stati nazionali, soprattutto in medio oriente, sotto la spinta di cause endogene ed esogene, cioè di fattori socio-economici riferibili a scontri di interessi fra frazioni di borghesia nazionale (ma pure al basico conflitto fra capitale e lavoro) e ad interventi di blocchi capitalistici internazionali. Tuttavia anche dopo la seconda guerra mondiale ‘lo stesso Stato italiano, battuto, deriso, vassallo, vendibile e venduto in ogni direzione, tuttavia più attrezzato di polizie (è) più forcaiolo…che sotto Giolitti e Mussolini’.

In altre parole lo stato italiano del dopoguerra, sconfitto nel precedente scontro inter-imperialistico dalle borghesie rivali anglo americane e russe, mantiene tuttavia un attrezzatura poliziesca funzionale al dominio di classe sul proletariato nazionale. Non più in grado di competere militarmente con gli avversari borghesi anglo americani e russi, lo stato italiano mantiene comunque (anche nell’interesse dei vincitori) una rafforzata attrezzatura potenziale/cinetica di oppressione sulle masse di servi salariati proletari.

Consideriamo che lo sviluppo della società capitalistica conduce verso una situazione ‘sempre più pesante, nello sfruttamento economico e nella oppressione politica sulle masse che lavorano e su chiunque e qualunque cosa gli traversi la strada. Questo è vero per i «grandi», dopo la soppressione totalitaria degli organismi statali di Germania e Giappone’. In questa situazione è necessaria una forza di oppressione borghese potenziata, decisamente forcaiola, poiché l’incremento dello sfruttamento e il peggioramento delle condizioni di vita degli sfruttati, impongono inevitabilmente maggiori misure di controllo e repressione del conflitto sociale.

Allora possiamo ipotizzare che anche gli attuali fenomeni disgregativi che toccano talune realtà statali, non inficino, in definitiva, l’attualità di questa esigenza di maggiore controllo e repressione del conflitto sociale. Pensiamo ad esempio alle varie milizie armate che sono sorte dalla disgregazione dello stato libico (in parte ricalcanti le precedenti linee di divisione clanica e tribale, linee disegnate su differenti aree economiche territoriali), in effetti esse controllano manu militari risorse ed attività economiche, garantendo ai propri referenti capitalistici interni ed esterni la difesa dei rispettivi interessi materiali. Una parte dei proletari viene arruolata coattivamente, contro i propri interessi di classe, dentro queste milizie formalmente tribal-religiose, per combattere e morire al servizio delle frazioni borghesi concorrenti. D’altronde la disgregazione di alcuni apparati statali preesistenti, e la successiva manifestazione di centri di potere militare territoriale tribal-religiosi, è soprattutto funzionale agli interessi economici degli attori capitalistici internazionali che in vario modo hanno soffiato e soffiano sul fuoco di questi processi. L’argomento è complesso e andrebbe analizzato ed esposto in una forma più ampia e articolata in un lavoro specifico.

Ci limitiamo quindi per ora a  esporre solo alcune ipotesi interpretative, suscettibili di ulteriori conferme in un lavoro con più ampia documentazione storica.

Buona lettura

SOTTO LA MOLE DEL LEVIATHAN

Narrano i giornali che il maresciallo Tito, questo bell’esempio della generazione spontanea nella storia, al momento dello scoppio del conflitto di Corea, nel luglio del 1950, spifferò un discorso di 12.000 parole destinato non all’attualità politica del momento, ma alla esposizione della sua interpretazione del comunismo, di Marx e di Lenin. 624 deputati ascoltarono, non aggiunsero la dodici millesima parola, e votarono unanimi l’approvazione.

Va da sé che la versione titina del marxismo-leninismo venne apertamente contrapposta alla versione di Stalin, in quanto era già passato il momento in cui in Jugoslavia sarebbe stato fucilato chi avesse spezzata la “troika” ufficiale Marx-Lenin-Stalin, e si intende fucilato per ordine di Tito, approvato con 625 voti su 624.

Sventuratamente pochi e dispersi gruppi in Europa e nel mondo sono sulla linea della condanna delle deviazioni di Stalin da Lenin e da Marx; e nessuno ha voglia ed interesse di conoscerli o di discutere con essi, talché per la “grande opinione” essi restano nella fitta ombra. La polemica sarebbe per gli esperti odierni difficile e scomoda, essendo essi solo trenati a battersi col contraddittore mediante le mozioni degli orrori, mai più sul terreno della realtà e dell’esame scientifico.

Accade allora che tutto si sommuove quando di fronte a Stalin e al suo sistema si leva un accusatore che parla in nome del comunismo puro e definisce i cominformisti come rinnegati di una vecchia fede. E ti vedi allora liberali, trotzkysti, anarchici, ed altre specie della politica zoologia, inneggiare al rivendicatore e allo stigmatizzatore del sanguinario tiranno di Mosca, senza avvedersi che si tratta di autentico cappio da forca.

All’epoca di cui parliamo, due anni e mezzo fa, Stalin o chi per lui nelle non frequenti ma misurate enunciazioni di principio ogni tanto mandate in circolo, aveva già teorizzato che la dottrina del vecchio Engels sull’afflosciamento dello Stato successivo alla vittoria della rivoluzione proletaria andava riveduta. È stata una aperta affermazione di revisionismo. La tesi marxista è chiara: giusta le esposizioni classiche di Engels e di Lenin dopo la rivoluzione e la dittatura proletaria colla abolizione delle classi e la costruzione dell’economia socialista la macchina dello Stato si vuota progressivamente e scompare.

Ora la propaganda ufficiale cominformista, quando dispone di un ritaglio di tempo sottratto alla argomentazione ad hominem (costui ha torto! È un nemico della pace, della democrazia, della patria! È un fascista! dunque se scrive una frase la sintassi è sbagliata, se fa un calcoletto l’aritmetica è falsata, senza altra prova!) e si attarda sulla teoria dei grandi quesiti storici, non ha che la scelta tra le due tesi: o in Russia, dato che lo Stato si gonfia invece di svuotarsi, e si irrigidisce invece di afflosciarsi, la rivoluzione socialista non c’è – ovvero la previsione di Engels merita di essere abbandonata. Nun pazziammo! Ci mancherebbe altro che per una velleità di coerenza dottrinale, o per prendere alla lettera il concitato grido di papà Marx ripetuto da zio Vladimiro: soprattutto non fate commercio di principii! ci dessimo a smontare dei pezzi del macchinone statale moscovita, il Sovnarkom o la N.K.V.D.

E allora si prende l’ombra di don Federico per un orecchio e gli si dice con sopportazione: chi te lo faceva fare a prendere certi impegni per noi posteri? e come faremmo a pagare?

Qui si rizza il professorone di puro marxismo con la sua classe parlamentare balcanica e con sussiego rivede le bucce a Stalin e alla sua possente rete di propaganda e diffusione, che gli ha ormai revocato il posto di rappresentante nella piccola Slavia e le competenti commissioni.

Volete vedere il puro marxismo e il comunismo genuino? Venite a Belgrado: abbiamo fatto giustizia dell’esasperato centralismo, siamo federalisti e tolleranti di tutta una infinita serie di autonomie nella vita economica e sociale come in quella politica! Lasciamo a Baffone l’onta del despotismo, della Autorità senza confini, della tirannica oppressione sui popoli e classi. E tutto il piano delle riforme jugoslave viene esibito.

Poiché si tratta del vantato smontaggio del Leviatano statale, del mostro pauroso che tutto assoggetta al suo irresistibile volere, tanto che secondo Hobbes una sola via ha l’uomo per sfuggirgli: abbandonargli il campo della materiale realtà e rifugiarsi (messo nel nécessaire da viaggio il totem della sacra personalità umana) nelle sfere dell’idealismo, cominciamo dalla testa.

La Jugoslavia è uno Stato federale di sei autonome repubbliche e tutta una serie di uffici governamentali sarebbe stata trasferita da Belgrado alla periferia del paese. Questa era per l’oratore una “drastica riduzione dei poteri dello Stato”. Questo (disse con abile civetteria leniniana) conserva tuttavia il compito di tenere in uno stato di subordinazione la minoranza di sfruttatori e di nemici della nuova Jugoslavia. Evidentemente esercito e gendarmeria sono pronti ad agire contro qualunque disturbatore, poniamo i “guerriglieri” e naturalmente “patrioti” che si dice il Cominform abbia già messo in azione.

A parte questa repressione dei malversatori, si va ben oltre: decentralizzazione non soltanto economica ma anche politica e culturale, che segna la prima comparsa dell’indietreggiamento dello Stato come mezzo di compressione. Engels reincarnato, lo vedete bene!

La parte economica è la più brillante: le funzioni economiche dello Stato devono essere trasferite nelle mani dei lavoratori (perché non trasferirvi intanto lo Stato, che sta nelle mani dei Titi?), e la legislazione in quei giorni aveva già raggiunto l’obiettivo di dare veramente l’officina agli operai. Ci siamo, al vero marxismo! Le nostre (dice Tito) fabbriche e miniere saranno amministrate dagli stessi operai. Questi soltanto determineranno tempi e modalità del lavoro: un vero modello di trattamento della classe lavoratrice per tutto il mondo!

Siamo arrivati al gran grido demagogico: l’azienda ai suoi salariati! E Tito si mette in coda a una ben lunga serie: il triviale Proudhon e l’ascetico Mazzini, l’arruffone Bakunin e il cerebrale Sorel, il rinnegato Bombacci e l’incorrotto Malatesta.

A cavallo di una simile formula di cui ancora non abbiamo visto un solo esempio concreto di pratica applicazione sfuggito al fallimento o al ridicolo a tutto vantaggio del capitalismo, il disinvolto capoccia balcano si sente sulla buona pedana per dar lezione di marxismo ai moscoviti.

Il Cremlino, egli grida, si permette di seguire una via diametralmente opposta alla nostra! e assume una autorità incontrollabile come era quella delle antiche divinità, nel mondo primitivo, che era basato sulla venerazione dell’invisibile e dell’incomprensibile: questo mondo oggi è finito: oggi si vuole vedere ed udire (e allora voltati un po’ dall’altra parte)!

Troppo spesso vediamo incomodati questi antichi numi: pensiamo che lo strapotere di un fantasma inesistente non pensi quanto quello di una fisica banda di ciarlatani, sacerdotali o statali. Il Leviathan che su noi grava, e ci schiaccia ossa e giunture, è fatto di massa pesante, più che visibile e palpabile; si tratta non di fuggire nelle nebbie dell’ideale, ma di farlo saltare. Modernissimo e fisico dunque l’apparato di Stalin, tenuto su con le canne delle armi e non colla mistica: se pure con una serie infinita di mistiche hanno sempre le organizzazioni di interessi di classe coperto il tinnire dell’oro e dell’acciaio.

Stalin ha torto non perché abbia fatto delle “porcherie” da portare avanti al tribunale della storia o dell’etica. Inutile gridare, da certi pulpiti: ha strappato milioni di cittadini sovietici dalle loro case deportandoli con orribili conseguenze nel clima letale della Siberia ( in molte zone balcaniche il clima è ben peggiore) – gli operai russi sono oppressi da una mostruosa burocrazia e da una forza poliziesca interna sempre più serrata!

No, non cercheremo il bandolo di questa quistione in un ricorso ad un tribunale impalpabile, per abuso di potere, e mai più lo troveremo nelle sale della Scupcina o in quelle della ex-Reggia di Milano e della Draga.

IERI

Si tratta nel vero senso della parola di mettere i punto sugli “i”, per vedere chiaro in questa rancida faccenda delle “unioni autonome di liberi produttori” e del “potere nella fabbrica” contro il “potere nello Stato”, senza perdere altro tempo a ridere all’idea che sua sponte dei Titi ne mollino un briciolo.

Il famoso passo di Engels contenuto nell’opera tante volte ricordata: “Origine della famiglia, della proprietà e dello Stato” è così riportato in recenti riproduzioni: “La società che organizzerà la produzione sulla base di associazioni di produttori liberi ed uguali, relegherà tutta la macchina dello Stato nel posto che le spetterà allora: nel museo delle antichità, a fianco dell’arcolaio e della scure di bronzo”. Così traduce Togliatti dalla citazione data da Lenin nello scritto del 1914 su Carlo Marx.

Si potrebbe interpretare nel senso che quello che importa per poter vedere la scomparsa del macchinone statale, sia un sistema di produzione basato sulla libertà ed eguaglianza dei produttori individuali, o sulla libertà e autonomia di tante associazioni dei produttori. Si andrebbe così chiaramente fuori del seminato e verso il titismo.

Non siamo in grado di confrontare né nel testo di Engels né in quello di Lenin il genere numero e caso dei sostantivi in gioco, ma è certo per motivi di principio che la traduzione giusta è quella che troviamo in altra edizione su per giù della stessa origine. “La società che riorganizza la produzione in base ad una libera ed uguale associazione di produttori, relega la macchina statale, nel posto ecc. ecc…”.

Nel concetto marxista vi è la lotta per la liberazione di una classe e non dell’uomo: liberazione che avviene attraverso la lotta tra le classi e tende alla abolizione delle classi. Abolite queste, dato che lo Stato è l’organo della dominazione di una classe sull’altra, esso sparisce: “Invece del governo sugli uomini si avrà l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi di produzione” (Antidühring).

Col concetto marxista della società socialista nulla ha a che fare la pretesa autonomia amministrativa delle aziende di produzione, gestite da un consiglio democratico di quanti vi lavorano.

Non sembri tedioso il ripetere le citazioni di base. Il Manifesto chiude così: al posto della vecchia società divisa in classi subentra una generale associazione, in cui il libero sviluppo di ciascuno è la condizione per il libero sviluppo di tutti. La frase dottrinalmente è corretta ma è soprattutto una chiusa polemica: voi borghesi e liberali concepite la rivendicazione del libero sviluppo dell’individuo anche come diritto a soffocare lo sviluppo di un altro o di tanti altri ciascuni. Noi rivendichiamo all’opposto che tutta la considerata società formi una associazione produttiva.

La centralizzazione amministrativa economica e produttiva non solo rimane ma giganteggia in contrapposto al disordine caotico della produzione borghese. Nella misura in cui: si rompe in frantumi la macchina statale capitalistica – si attua il potere proletario – si aboliscono le classi sociali – non si avrà più a parlare di coazioni su gruppi e su singoli, e nemmeno su una amministrazione di interessi, ma di una assoluta centralizzazione che ci basterà chiamare tecnica, o anche fisica, di tutta la produzione.

Abbiamo definito nei nostri classici il socialismo come passaggio dal mondo della necessità in quello della libertà: nella nostra dottrina l’uomo isolato, anche quando si illude di una filosofica libertà, è schiavo delle determinazioni esterne e della dominazione di classe e delle leve della inesorabile macchina di governo; come collettività sociale, come classe rivoluzionaria, come partito di classe, acquista le condizioni e le forze per la emancipazione dal giogo sociale e la fondazione di una libera società organizzata da norme coscienti.

Ma prima di arrivare a tendere a questo limite supremo, occorre impiego di potere di governo e di coazione sia sui nemici di classe che su gruppi e singoli contrastanti – raggiunto quel limite, la centralizzazione della tecnica sociale rimane e costituisce il fulcro di tutto il sistema:

Manifesto: il proletariato approfitterà del suo dominio politico per togliere alla borghesia ogni capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione in mano allo Stato, ossia al proletariato stesso organizzato in classe dominante… (che razza di lettore di vangelo della domenica quel maresciallo, che volge le spalle allo Stato per andare verso il potere ai proletari…).

E poco oltre: “quando tutta la produzione sarà accentrata in mano degli individui associati, il potere pubblico perderà il suo carattere politico”.

Capitale: la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro giungono a un tale punto, che essi non possono più essere contenuti nel loro involucro capitalistico. Questo si spezza. È dunque la grande conquista della centralizzazione della socializzazione che si tratta di “liberare” dall’involucro capitalistico, che all’inizio permise di realizzarle, al temine del ciclo la soffoca e la strozza. Liberazione per noi deterministi marxisti non è il permesso dato ad ogni fesso o pazzoide candidato all’esistenzialismo di fare i capricci, per il che sussisterà sempre un istituto di cura adeguato, ma la frattura, la rottura, l’esplosione di involucri senza la quale nella data maturità di condizioni i processi naturali non conducono al loro risultato, come avviene nello scoppiare del germoglio, nel dissestarsi delle suture dello scheletro della partoriente, o nel cataclisma dei cieli da cui sorge una stella supernova.

Se questi antichi concetti non sono portati in limpida luce nulla si può intendere della storica lotta nella Prima Internazionale tra Marx e Bakunin. Quivi si scontrarono centralismo e federalismo, metodo autoritario e libertario; ma per molti decenni si equivocò generalmente sul contenuto della contesa, facendo passare gli anarchici per estremisti, i marxisti per rivoluzionari intiepiditi se non per riformisti addirittura. La discussione su libertà e autorità fu capita come discussione tra libertà e legalità; ad esempio, come punto centrale della divisione in Italia al Congresso di Genova del 1892 fu messo innanzi il metodo elettorale, colla dizione impropria “conquista dei pubblici poteri”; e rimase nell’ombra il vero contrasto. Secondo i libertari la rivoluzione doveva bensì essere la distruzione di un potere statale (e fin qui come Lenin spiegava siamo d’accordo con loro e consideriamo la distanza da essi assai meno grave che quella dagli opportunisti socialdemocratici) ma non doveva altresì essere la costituzione di un nuovo potere e di un nuovo Stato, di una dittatura dei rivoluzionari.

Ciò, dice l’anarchico, conduce a conculcare la libera volontà di individui e di gruppi. Certo, risponde il marxista, e ciò non mi preoccupa, sia perché non ho stabilito alcuna tesi che ne venga contraddetta, sia perché all’opposto è dimostrato che per altra via non si estirpa mai il potere di una classe sociale dominante. Ma ciò, dice l’anarchico, conduce anche a reprimere la libera iniziativa di qualche singolo o gruppo che non fa parte della classe dominante ma di classi povere e dello stesso proletariato. Ciò è parimenti, si risponde, inevitabile, e deriva dalle influenze secolari dell’apparato di dominio in tutte le sue forme sui componenti della classe soggetta.

Grosso equivoco è invece dire: i socialisti marxisti non erano libertari ma legalitari, in quanto non solo andavano alle elezioni, ma ritenevano che per tale via sarebbero giunti al potere proletario.

Tale deviazione gravissima è invece ben successiva alla crisi della Prima Internazionale (1871) e raggiunse il suo culmine al tempo della Prima Guerra Mondiale. Che le elezioni parlamentari non potessero condurre il proletariato al potere fu sempre cardine del metodo marxista. Le tesi anarchiche contro cui Marx si batté in una polemica insuperabile non consistettero nella proposta di non andare al parlamento elettivo, ma in questi gravissimi errori controrivoluzionari: il proletariato deve esser indifferente al movimento politico – il proletariato non deve organizzarsi in partito politico – il proletariato non deve costituire uno Stato politico dopo la rivoluzione.

Tesi non meno importante era che le coalizioni sorte dalle lotte per le rivendicazioni economiche dovevano dare una base alla lotta politica proletaria contro gli sfruttatori. In quell’epoca i libertari scartavano, non solo l’organizzazione politica, ma perfino quella economica e gli scioperi, poi invece ammisero questa, e dal principio del secolo sono sullo stesso piano dei sindacalisti rivoluzionari; commettendo tuttavia il non meno grave errore di considerare il sindacato, o altro organo economico, come capace senza il partito di condurre la lotta rivoluzionaria.

Che dovunque vi è ancora in piedi di lotta politica, partito politico e Stato politico vi sia coazione su individui e su raggruppamenti sociali e diniego di autonomia periferica, è difficile ad intendere, cosa strana per i vari Titi e Peron, e per gli esasperati liberatori della Persona, perché vedono violate le famose idee innate, la Libertà: la Eguaglianza; la Giustizia. Tale argomento non è mai dai marxisti stato preso nemmeno sul serio; ed è tra feroci sarcasmi che Marx pubblicò e commentò gli statuti bakuninisti.

“La costituzione di una società sull’unica base del lavoro unicamente associato (?) prendendo per punto di partenza la proprietà collettiva, l’uguaglianza e la giustizia…”; “una rivoluzione francamente socialista, distruttrice delle Stato e creatrice della libertà con l’uguaglianza e la giustizia…”; “la confisca (Michele, come confischi senza un fisco?) di tutti i capitali produttivi e istrumenti da lavoro a profitto delle associazioni dei lavoratori, che dovranno farle produrre collettivamente”.

È palese quanto sia arretrata e in un certo senso al di sotto dello stesso capitalismo questa concezione economica; ma ben altri sono gli svarioni su cui Marx si accanì: vi sarà una Alleanza federale di tutte le Associazioni operaie, vi sarà la Comune, la federazione delle barricate in permanenza, un Consiglio della Comune… l’autonomia federata di Associazioni, province e comuni… Tito pensava di aver letto Engels, aveva letta alla sua Scupcina Bakunin: che poi Tito lo stia applicando, ci farebbe arrabbiare anche se invece di engelsiani fossimo anarchici della più bell’acqua.

Asino! è la più gentile parola che don Carlo interpola. Udite ad esempio il commento a queste frasi di Bakunin: “Se vi è Stato vi è inevitabilmente dominio e di conseguenza anche schiavitù, ed ecco perché noi siamo nemici dello Stato… Tutto il popolo governerà e non si avranno dei governanti”.

Marx: “Se un uomo si governa da sé, non si governa, perché è soltanto lui stesso, e non un altro. Allora non ci sarà un governo, uno Stato; ma se ci sarà uno Stato, ci saranno anche governanti e schiavi! Questo può avere un solo senso: quando il dominio di classe scompare, non ci sarà più uno Stato nel significato politico attuale”.

Quanto ad Engels, che Tito pretendeva di tutelare contro le revisioni del Kremlino, egli non è meno brillante quando confuta l’orrore freudiano per l’autorità, nel limpido articoletto apparso la prima volta nel 1874 in Italia, in cui con calma e con garbo è spiegato alla luce della moderna organizzazione produttiva come “dovunque l’azione combinata, la complicazione dei procedimenti dipendenti gli uni dagli altri, si mette al posto della azione indipendente degli individui. Ma chi dice azione combinata dice organizzazione, ora è possibile avere organizzazione senza autorità?” Seguono i facili esempi di una filatura di cotone; di una ferrovia… “È dunque assurdo di parlare del principio di autorità come di un principio assolutamente cattivo, e del principio di autonomia come di un principio assolutamente buono”. E qui lo scrittore distingue tra metodo di autorità nella produzione e nella politica, spiega che anche in questa occorre impiegarlo nella rivoluzione, con la celebre frase: non hanno mai veduta una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è la cosa più autoritaria che vi sia: E accenna ancora una volta il famoso concetto della fine dello Stato: “le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico e si cangieranno in semplici funzioni amministrative veglianti ai veri interessi sociali”.

In meno di dodicimila parole abbiamo allineato moltissime citazioni, e quasi tutte notissime. Sarà il caso di riepilogare la battuta di chiodo. Per Marx, Engels e Lenin la faccenda va così:

Primo: il proletariato organizzato in partito politico assale lo Stato borghese e lo distrugge.

Secondo: il proletariato fonda il suo Stato di classe, la sua dittatura, il suo governo; si capisce con una rete di uomini e di “governanti”.

Terzo: lo Stato proletario interviene dispoticamente nella economia sociale fracassando involucri capitalistici settore per settore e azienda per azienda, abolendo il sistema di classe del salariato, e aumentando il carattere combinato, intrecciato, centralizzato, organizzato, pianificato della tecnica produttiva.

Quarto: mano mano che questo processo matura, lo Stato come apparato politico si svuota e si rende inutile, e infine scompare.

La cantonata è quella di pensare che questo svuotamento previsto da Engels, o meglio da lui formulato in modo suggestivo sulla base della costruzione marxista, conduca allo scioglimento dell’intreccio organizzato della produzione in tutto il territorio e internazionalmente, quando invece il processo va in senso opposto. L’involucro borghese fu condannato, assalito e distrutto non perché accentrava con offesa al principio di autonomia, ma proprio perché oramai impediva lo sviluppo razionale della generale centralizzazione delle attività produttive.

La cantonata è dire: torniamo da Stalin ad Engels, levando il grido: le fabbriche agli operai, i campi ai contadini, le pompe da incendio ai pompieri! Questo vale tornare a Proudhon, “all’oracolo di questi dottori in scienza sociale”, questo è il non plus ultra dei gridi proprietari, piccolo-borghesi, e controrivoluzionari. Gli antiautoritari, chiudeva Engels, o sono confusionari o traditori del proletariato: in ambo i casi servono la reazione.

OGGI

Ogni esame della tecnica produttiva del 1952 raffrontata a quella del 1874 non arreca che contributi immensi per ribadire la dimostrazione di Engels sulla progrediente interdipendenza di tutte le attività lavorative. Dal produttore isolato del medioevo, ai produttori associati sotto il dominio capitalista, e poi: negazione della negazione! Non sia per civetteria: negando la associazione di tipo borghese, l’azienda, non si ricade nella produzione frammentaria dell’artigiano o della gilda autonoma, ma si sale alla unitaria società senza classi, ove tutti, per le due ore e mezza del vecchio savio Bebel, lavorano.

A carico del prevenuto Giugasvilli Giuseppe, e sentito il procuratore della accusa Tito (ricordatevi voi come diavolo si chiamava se avete couché avec) non viene accolto il ricorso per abuso di potere dispotico ed eccesso di autorità, e non viene rivendicato lo slacciamento delle aziende industriali e agrarie russe per farle amministrare dai consigli interni; ciò dopo letta la tesi di un certo Ulianoff in materia, 1920, e richiamati i codici Carlo-Federico.

Sotto la pressione della internazionalità della tecnica e del mercato e del combinato effetto dai due fattori dialettici complementari: concorrenza e monopolio, nelle zone in ritardo e la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione delle forze di lavoro non può farsi al vecchio suono dei vaudeville democratico-illuminista: i guanti di Mosca non possono essere guanti gialli, o guanti di Parigi. Il prevenuto non risponderà nemmeno di avere dolorosamente fermato l’orologio della storia perché non segnasse l’ora Engels. L’ora Engels non è ancora venuta.

Essa non può suonare fino a che sono in piedi le grandi centrali statali del Leviatano capitalista. Queste dovranno cadere, prima che una dittatura proletaria mondiale esperimenti metodi più rigorosi di quelli di Stalin.

L’ora Engels suonerà molto più oltre e non sceglierà cronometristi balcanici. Se anche si trattasse non di un paese ove l’esigenza storica è ancora costruire capitalismo, ma di un paese della tecnica primaria pronta per costruire socialismo, mai suonerebbe l’ora della smobilitazione dello Stato fino a che in altri paesi la rivoluzione di classe fosse da combattere ancora, con tutte le forze operaie mondiali.

E che il governo russo, alla luce non dei metodi, che mai sono in assoluto buoni o cattivi, ma delle funzioni storiche, fosse davvero un governo proletario occupato a costruire capitalismo, anziché essere divenuto un governo capitalista occupato a costruirlo ed occupato a conservarlo in casa e fuori, non lo si vedrebbe soltanto dalla dichiarazione che la smobilitazione engelsiana è prematura in Russia e nel mondo, ma ferreamente vera nel nostro programma – al posto delle ventilate revisioni.

Lo si vedrebbe dal fatto che, invece di andare intorno con una carovana della pace, si manderebbero fuori le avanguardie della guerra di classe e della offensiva rivoluzionaria.

Solo dopo messa a ferro e fuoco la pace mondiale dei borghesi, possono i sognatori libertari sperare che la Rivoluzione, riletto Engels, smonti le armi rosse e faccia a meno dei rossi soldati e dei rossi sbirri.

L’abbiamo rotta con Stalin. E abbiamo scelta l’autorità.

 “Battaglia Comunista” n. 4 , 1952

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