Chaos imperium. Parte undicesima (conclusioni): traiettoria e catastrofe della società capitalistica nella invariante teoria marxista


Un professore emerito di relazioni internazionali sostiene che la terza guerra mondiale non è ancora scoppiata, ma che prevedibilmente lo farà entro una quindicina d’anni. In questo evento l’Isis però giocherà un ruolo marginale, in quanto il Califfato sarebbe in realtà soltanto il segnalatore di un disordine internazionale progressivo. Disordine causato da vari fattori determinanti, in modo particolare il declino degli Usa, la crisi finanziaria, l’implosione dell’Ue e l’ascesa della Cina. L’analisi del professore accademico è interessante, perché dimostra che anche al di fuori di una lettura marxista, possono tuttavia emergere dei dati conoscitivi coincidenti (in buona parte) con gli elementi rilevati nei precedenti capitoli. Specifichiamo subito che la crisi finanziaria, dal nostro punto di vista, deve essere intesa come un evento risultante dai processi sottostanti interni all’economia reale, cioè soprattutto dal calo della redditività degli investimenti di capitale nel settore produttivo-industriale. Tuttavia è interessante scoprire, anche nelle parole del professore, quel dettaglio spesso trascurato dai media occidentali più importanti, cioè il declino degli Usa ( e il ruolo da esso giocato nel disordine internazionale). Ci limitiamo a sospendere il giudizio sulle previsioni in merito alla data di scoppio della terza guerra mondiale, in quanto un tale evento, qualificabile come scontro militare aperto e dichiarato fra i due principali blocchi imperialisti, potrebbe accadere prima o dopo il termine indicato dal professore, o anche mantenere per lungo tempo le attuali caratteristiche di conflitto frammentato, a bassa intensità, asimmetrico, caratterizzato dall’utilizzo di pedine militari sostitutive dei due principali eserciti del capitale (Russo e Americano). Certamente, considerate le crescenti difficoltà di accumulazione allargata e valorizzazione del capitale su scala internazionale, e quindi il susseguente bisogno di distruzione intensiva di mezzi di produzione e forza-lavoro in eccesso, è ipotizzabile che l’attuale stillicidio di morti e distruzioni subisca una progressiva intensificazione nel corso dei prossimi anni. In un certo senso potremmo parlare di terza guerra mondiale in atto, anche in presenza di un sensibile salto puramente quantitativo del numero di morti, diretti e indiretti, causati dagli attuali conflitti imperialistici fra blocchi economico-militari concorrenti. Non ha molto senso invece sostenere che, considerato il numero di morti e di distruzioni causate dalle guerre locali, dal 1945 ad oggi, la terza guerra mondiale sarebbe già avvenuta. Viene infatti ignorato, in questa errata lettura del divenire capitalistico, il rapporto storicamente determinato fra i periodi ordinari di distruzione di mezzi di produzione e di esseri umani, e i periodi straordinari di distruzione degli stessi elementi, periodi che si manifestano, anche nel caso di talune patologie, come forma cronica e acuta della malattia. Il capitalismo è definibile come un sistema di relazioni economiche e sociali ‘malate’, in effetti esso può essere paragonato a un cancro distruttivo, a una malattia, con le sue fasi croniche e acute di svolgimento. Noi valutiamo che nella fase acuta si sviluppi una intensificazione quantitativa e qualitativa dei fenomeni distruttivi, connaturati alla natura stessa del capitalismo come regime sociale di oppressione di classe. Il capitale, infatti, si rivela già dalla sua nascita, grondante di sangue e fango, come un feroce regime sociale di dominazione, supportato dalla violenza di apparati militari-industriali (con annesso apporto di scienza e tecnologia), al servizio di una minoranza di parassiti borghesi. Il carattere progressivo del capitale, inteso come impulso allo sviluppo delle forze produttive (ovvero centralizzazione e socializzazione) era ormai da considerarsi esaurito già ai tempi di Marx, e quindi da un punto di vista puramente economico il capitale ha ‘ucciso’ se stesso, si è ‘auto-eliminato’, come forza economica progressiva (rispetto al modo di produzione feudale), da quasi due secoli, eppure….

Eppure il cadavere ancora cammina, per riprendere il titolo di un articolo scritto oltre sessant’anni fa, tenuto in vita solo dal proletariato, dalla sua continua sussunzione nel processo produttivo di merci, dal suo essere fonte di vita e di plus-lavoro al servizio del capitale morto, o meglio al servizio di una minoranza sociale di parassiti borghesi. Se non si comprende che l’attuale contrasto fra il grado di sviluppo delle forze produttive sociali e i rapporti di produzione borghesi esistenti, può essere superato solo seguendo la strada faticosa indicata essenzialmente nel programma comunista, scolpito dalle lotte di classe, e riflesso potentemente nelle opere di Marx ed Engels, allora è anche plausibile negare il ruolo della lotta di classe, del partito, della rivoluzione e della dittatura del proletariato, attendendo ingannevolmente la fine del rapporto sociale capitalistico sulla classica riva del fiume, contemplando soddisfatti il proprio ombelico, mentre la danza macabra del capitale continua a seminare morte e distruzione. La suddivisione del globo terrestre in blocchi imperialisti è un processo che perdurerà finché vi sarà il capitalismo. Considerando la caduta storica del tasso mondiale di profitto, la lotta imperialista non può che diventare più estrema, mentre le crisi (sia nella sfera finanziaria, sia nella sfera produttiva), tendono a diventare sempre più gravi e devastanti. I blocchi imperialisti agiscono al pari di predoni affamati che si disputano una preda. E tuttavia questa preda (il bottino di plus-valore) diventa dopo ogni crisi sempre più evanescente, e quindi sempre più feroce diventa la contesa per la sua conquista e spartizione da parte dei predoni borghesi.

L’imperialismo è definito da lenin come fase suprema del capitalismo, esso si manifesta a livello geo-politico come un insieme di contese, finalizzate alla spartizione mondiale del bottino di plus-valore, il cui risultato è determinato dalla dinamica dei rapporti di forza fra le potenze capitalistiche. La lotta per l’accaparramento di plus-valore che osserviamo normalmente nella accanita concorrenza fra le imprese di un settore produttivo nazionale, viene spostata ad una scala globale nella fase imperialistica del modo di produzione borghese. Questo spostamento avviene sotto la spinta del grado sempre più

elevato di concentrazione di capitali e di produttività del lavoro, cioè a causa delle leggi immanenti di sviluppo dell’economia capitalistica, leggi che impongono ai maggiori colossi aziendali la necessità di muoversi oltre i confini dell’economia nazionale per predare sempre nuove porzioni di plusvalore (sia impiegando forza-lavoro con retribuzioni più basse rispetto a quelle esistenti nell’economia nazionale di origine, e quindi de-industrializzando e de-localizzando, sia giocando sul vantaggio di vendere sul mercato internazionale le merci prodotte in un processo produttivo nazionale ad alta componente di capitale costante, al prezzo medio ottenuto dall’incontro con le merci prodotte in un processo produttivo ad alta componente di capitale variabile). In effetti la stessa deindustrializzazione e delocalizzazione fungono da distruzione creatrice del capitale, cioè fungono da controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto e alla sovraccumulazione di capitale ( ma anche la svalorizzazione del capitale immobiliare va in questo senso).

Abbiamo sostenuto, sulla scorta dell’analisi di lenin, che l’imperialismo è una fase del capitalismo che accomuna le varie aree geo-economiche del globo in un solo gioco feroce di dominazione. Tuttavia le borghesie nazionali, e i loro apparati statali di riferimento, sono vivi e vegeti, e quindi è ancora una volta da escludere la rinascita del teorema kautskyano in qualunque veste precedentemente analizzata (governo occulto mondiale, imperialismo globale). In senso derivato è anche da escludere che esista un fattore meccanico di auto-distruzione o di collasso dell’organismo capitalistico. La putrefazione incalzante del cadavere che ancora cammina (in assenza della rivoluzione proletaria), incide solo nei rapporti di forza tra le potenze imperialiste. Possiamo tentare di prevedere, allora, per ogni singolo imperialismo, le linee di tendenza nella lotta per la spartizione del bottino sempre più povero (almeno percentualmente) di plus-valore globale. Uno degli strumenti utilizzati storicamente dal capitale per sopperire alla caduta del saggio medio di profitto nei settori produttivi è stato ed è l’incremento del debito pubblico.

Il debito pubblico, e il correlato aumento delle imposte gravanti sul reddito dei proletari, indispensabili per pagare gli interessi ai possessori del debito (fondi comuni, banche…), funge, a parità di retribuzione, da potente fattore di incremento del tasso di sfruttamento reale, e quindi come un miracoloso rigeneratore di plus-valore, quindi come una controtendenza parziale rispetto alla legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Tuttavia, a un certo livello quantitativo, la valorizzazione del capitale nella sfera finanziaria del debito pubblico, ma anche in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, diventa un fattore di ulteriore squilibrio, accelerando, come scrive Marx, le crisi periodiche dell’economia capitalistica. Gli stessi debiti sovrani iniziano ad essere esposti al gioco della speculazione, come una volta accadeva principalmente in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, cosicché enormi masse di capitale fittizio vagano per i circuiti finanziari mondiali alla ricerca di valorizzazione, determinando in certi casi il temutissimo e famigerato default di interi bilanci statali. Potremmo suggerire una comune origine capitalistica, intesa come concatenazione di fattori endogeni ed esogeni, sia nella ‘incruenta’ genealogia del fallimento finanziario di uno stato sotto l’attacco della speculazione, sia nella disgregazione territoriale cruenta di uno stato sotto l’attacco delle mire imperialiste esogene, e delle lotte borghesi endogene (Siria, Libia, Iraq,Yemen, Ucraina). Quando la FED ha acquistato una massa ragguardevole di debito federale, ha evidentemente tentato di calmierare il rendimento dei propri titoli del debito pubblico, e anche la BCE ha fatto lo stesso con i titoli pubblici di alcuni soci statali europei, rivendendoli poi alle varie banche nazionali. Queste misure hanno avuto l’obiettivo di proteggere i debiti sovrani dall’assalto della speculazione del capitale fittizio internazionale, e quindi in definitiva da un elemento interno allo stesso sistema economico di cui i debiti sovrani sono una parte. In questa dinamica apparentemente paradossale, in realtà si consuma una ulteriore lotta fra i fratelli coltelli borghesi per suddividere su nuove basi il bottino di plus-valore, e garantire l’intatto privilegio di uno stile di vita parassitario alla frazione di borghesia vincente. Così è accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008, trasferita dall’America sull’Europa, con il conseguente netto peggioramento della situazione economico-sociale soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo.

La tempesta perfetta della speculazione finanziaria, in altre parole prelude sempre, storicamente, a una ridefinizione dei rapporti di forza fra le potenze capitalistiche nella lotta ‘esistenziale’ per l’accaparramento del bottino di plus-valore.

La finanziarizzazione generale dell’economia, tuttavia, potrebbe anche segnalare il declino del ruolo egemonico dell’America. Infatti, se osserviamo i movimenti per la creazione e il consolidamento di accordi di tipo monetario-commerciale fra Russia, Cina, India e altri paesi dell’area euroasiatica, in sinergia con molti paesi sud-americani, africani e mediorientali, emerge una forte tendenza a sostituire lo yuan cinese al dollaro, come valuta di riferimento nelle transazioni commerciali internazionali. L’America, d’altronde, nel dopoguerra possedeva l’egemonia in almeno tre campi: produzione, finanza e potere militare, mentre oggigiorno mantiene un incerto vantaggio solo nel campo militare. Di conseguenza è facile comprendere la definizione di chaos imperium attribuitagli, derivando la sua attuale importanza geo-politica solo dalla possibilità di continuare ad esercitare un efficace controllo economico-militare sulle risorse petrolifere globali, e quindi un derivato controllo sull’economia globale. Le attuali vicende mediorientali dimostrano come sia difficile, tuttavia, continuare ad esercitare militarmente il controllo sulle risorse energetiche altrui, quando il proprio apparato militare è reduce da decenni di invasioni, occupazioni e conflitti per il controllo di queste risorse, e al contempo ritornano sulla scena i vecchi nemici imperiali (Russia), in associazione ai nuovi competitori economici globali (Cina).

L’imperialismo contemporaneo dunque assume in parte le vecchie forme della accumulazione originaria: espropriazione, saccheggio e spartizione conflittuale delle risorse mondiali.

L’America è fortemente indebitata, la sua bilancia dei pagamenti è in corso di deterioramento, il dollaro viene tendenzialmente affiancato dallo yuan come valuta di riserva globale, e tuttavia il pieno collasso dell’economia americana coinvolgerebbe di sicuro molti creditori (cioè possessori di quote del debito pubblico a stelle e strisce), fra cui la stessa Cina (ma anche molti fornitori di beni internazionali). In sostanza quello che accade quando fallisce un impresa, e le banche e i fornitori rischiano di perdere i crediti in essere verso quella determinata impresa. Si comprende quindi il perché dell’appoggio continuo, e in certi casi momentaneamente antieconomico (pensiamo alle sanzioni contro la Russia), di certi paesi europei, alle avventure dell’imperialismo americano. Questi paesi sono evidentemente legati a doppio filo al carrozzone americano dagli investimenti finanziari (possesso di titoli del debito pubblico) e da ulteriori transazioni e accordi commerciali fra imprese multinazionali. Non essendoci una reale ripresa economica sulla base di una sensibile accumulazione allargata del capitale, a causa della caduta storica del saggio di profitto mondiale, allora resta solo l’accumulazione per saccheggio ed espropriazione ‘manu militari’ delle altrui risorse energetiche (ma anche delle vie di trasporto di esse).

Ripetiamolo, stiamo ipotizzando un ritorno su scala maggiore delle forme originarie di accumulazione del capitale, i dati economici mostrano infatti una tendenza del capitale monopolistico-finanziario a reinvestire parte dei profitti ottenuti nel settore industriale secondario nazionale, nelle aree economiche del mondo dove vi è abbondanza di plus-valore, depredando direttamente i capitali (risorse energetiche, risorse umane a basso costo, capitale costante), i capitalisti locali e i loro stati nazione, attraverso la potenza militare accumulata nel corso del tempo (vale sia per l’America che per la Russia). Questa tendenza dell’imperialismo contemporaneo si concretizza anche attraverso la disgregazione degli stati, che lungi dal determinare un fenomeno di imperialismo globale, in realtà accentua l’aspra lotta fra blocchi militari-economici concorrenti. L’accumulazione allargata tradizionale ( e il relativo reinvestimento dei profitti nell’azienda che li ha prodotti) permane, tuttavia, principalmente a livello nazionale, mentre a livello internazionale si assiste a una parabola di ritorno alla forma originaria di accumulazione ‘primitiva’ per espropriazione (previa disgregazione e ricomposizione funzionale ai nuovi padroni degli originari apparati statali di difesa del capitale nazionale depredato, spesso in accordo con una frazione di borghesia locale). Considerazioni ulteriori: sappiamo che la base della produzione di plus-valore è il capitale produttivo (in primis quello del settore industriale). Anche l’imperialismo contemporaneo, pur compiendo delle ardite parabole di ritorno alle forme originarie di accumulazione per espropriazione, non può prescindere dalla legge di base della produzione di plus-valore, e quindi è esso stesso produzione di plus-valore (in prima istanza) e poi, ma in seconda istanza, attività di rapina di plus-valore ad altri capitali (deboli militarmente, e quindi incapaci di difendere il proprio bottino). Questo significa, dal punto di vista della lotta di classe e del suo soggetto sociale principale, che è ancora il proletariato industriale a rappresentare la punta di lancia fondamentale, mentre sono da considerare con molto scetticismo le infatuazioni per soggetti diversi e variamente definibili ( Occupy wall street, movimenti no qualcosa, rivolte sottoproletarie urbane e via discorrendo, generalmente esaltate dagli eredi dell’area di autonomia).

Ripetiamo ancora una volta che il capitale ‘produttivo’ per accumularsi e combattere la diminuzione tendenziale del saggio di profitto, ha bisogno di continue innovazioni dei mezzi produttivi (e delle merci da offrire ai consumatori). Come conseguenza diretta di questo doppio processo di accumulazione e di lotta contro la caduta della redditività del capitale investito, l’economia capitalistica è condotta a sfruttare in modo sempre più intenso, sia la forza-lavoro e sia le risorse del pianeta, mentre deve anche aumentare la quantità delle merci prodotte e immesse sui mercati di sbocco. Infatti, diminuendo la percentuale di plus-valore incorporata in una singola merce, sarà necessario produrre e vendere maggiori quantitativi di merci per conseguire lo stesso profitto, cioè il profitto precedente alla diminuzione della percentuale di plus-valore/plus-lavoro incorporati nella singola merce. Ma di questo passo si giunge ben presto alla saturazione dei mercati, sia per l’eccesso di merci che sono sfornate a ritmi vulcanici, sia per la paludosa natura stessa dei mercati, che non sono in grado di assorbire, ai prezzi proposti dalle imprese in vista di un certo profitto, l’intero quantitativo di merci offerte (vulcano della produzione e palude del mercato). Allora il capitalismo cerca mercati di sbocco più ricettivi per le merci prodotte, al di fuori dell’ambito nazionale, ma cerca anche forza-lavoro internazionale disposta ad accettare salari più bassi della forza-lavoro nazionale. Il capitalismo soppianta i modi di produzione ‘residuali’ ancora presenti in qualche nicchia geografica, e trasforma le economie agrarie autoctone di autoconsumo in agricoltura capitalistica intensiva, spesso condotta su base mono-colturale. Questi processi rendono inoltre disponibile allo sfruttamento di fabbrica una massa umana di ex contadini proletarizzati, i quali, in assenza di piena possibilità di lavoro nelle imprese industriali del proprio paese, si mettono in cammino verso le aree capitalistiche dove maggiori sono le richieste di forza-lavoro a basso costo. Per ovviare alla tendenza storica rappresentata dalla caduta del saggio di profitto, l’impresa capitalistica deve riuscire ad aumentare la produttività del lavoro umano, applicando ritmi e metodi più intensi ed efficienti nei reparti e negli uffici, inoltre deve aumentare i quantitativi globali di merci prodotte, cercando in tutti i modi di venderle. Tuttavia, la domanda globale di acquisto che si incrocia sui mercati con l’offerta di merci prodotte dalle imprese tende a calare, poiché i bassi salari, ma soprattutto la disoccupazione crescente, conseguente alla variazione della composizione organica del capitale, tolgono reddito e potere di acquisto alla platea di potenziali clienti e consumatori delle merci. Come un cane che si morde la coda il capitalismo mette in atto dei processi contraddittori, e quindi, per reagire alla caduta tendenziale del saggio di profitto, sviluppa delle controtendenze economiche (soprattutto l’aumento della produttività del lavoro e della quantità di merci prodotte), ma questi rimedi suscitano a loro volta un eccesso di merci, forza-lavoro, e capitale costante che incidono ulteriormente sulla redditività degli investimenti. La crisi si manifesta quindi nella sfera della circolazione delle merci, come incapacità di vendere il prodotto sui mercati, e quindi come blocco della triade D-M-D’. Ma dietro questo blocco nella sfera della circolazione si cela la variazione nella composizione organica del capitale aziendale, cioè la sostituzione progressiva di capitale variabile (le risorse umane) con capitale costante (mezzi tecnici di produzione). Le risorse umane espulse dal processo produttivo perdono buona parte del precedente reddito e potere di acquisto, la domanda globale si deprime, e quindi si inceppa la indispensabile fase di trasformazione del plus-valore incorporato nelle merci durante la produzione, e offerte nella sfera della circolazione-distribuzione, in ricavo di vendita, entrata monetaria, profitto. Alla fine anche gli spazi internazionali in cui vendere e trasferire merci e capitali, depredare e rapinare risorse energetiche e sfruttare forza-lavoro, si riducono progressivamente, costituendo un ulteriore limite all’accumulazione e valorizzazione del capitale. Lo sbocco distruttivo intensificato/acutizzato di merci, di forza-lavoro in eccesso e capitali sovraccumulati, come sosteniamo da sempre, si configura a questo punto quale percorso obbligatorio della ripresa economica. La distruzione creatrice e rigeneratrice, il bagno di giovinezza, la morte e rinascita del Moloch capitalista, incombono ricorrentemente sull’orizzonte del destino socio-economico del modo di produzione borghese. E’ questa la traiettoria e catastrofe dell’economia capitalistica, definita con limpidezza nell’invariante teoria marxista, essa non va confusa però con il superamento de facto di questa economia, ma con la possibilità che a un certo punto della traiettoria si sviluppi (sotto la spinta del peggioramento delle condizioni materiali di vita del proletariato) la rinascita di una forte opposizione politico-sociale al regime borghese, capace di trasformare a sua volta l’imminente catastrofe in un evento di segno opposto.

Postilla

Parliamo spesso di declino americano e di corrispettiva ascesa di un polo egemone politico economico a guida russo-cinese, proviamo ora a fornire alcuni dati numerici delucidativi. Guardiamo alla produzione di acciaio, anche non assolutizzando questo parametro è comunque significativo scoprire il divario esistente fra area asiatica (di cui la Cina è circa il 75%) e gli Stati Uniti.

Acciaio

Fonte World Steel Association (dati espressi in milioni di tonnellate)

Si può notare il forte divario fra l’area asiatica e il resto del mondo, tuttavia è anche interessante, per le evidenti implicazioni di tipo militare-industriale, constatare la sostanziale omogeneità nella produzione di acciaio fra Nord America e CIS, cioè sostanzialmente la Russia. L’America investe cinque volte di più della Russia in spese militari, tuttavia la produzione di acciaio (materia importante nella industria militare) è quasi identica. Allora dove vanno a finire le maggiori spese sostenute dall’America? Possiamo ipotizzare che la numerosa serie di basi militari americane in giro per i vari continenti assorbano una quota sensibile del budget di spesa dichiarato. Sono i costi della ormai declinante egemonia unica globale, un fardello destinato ad aggravare le difficoltà di bilancio della superpotenza statunitense.

Proviamo a confrontare e analizzare alcuni dati numerici percentuali risalenti al periodo compreso fra l’inizio e la fine della seconda guerra mondiale, con una proiezione fino al 1979. Capitalismo senile: Europa e USA (imperialismo egemonico) presentano nel 1937 i seguenti dati relativi alla produzione di acciaio. Europa 38,4% del totale mondiale, USA 38,1% del totale mondiale. Nel 1945, Europa 13,3% del totale, mentre Gli USA 63,9% del totale. Nel 1979, Europa 18,8% del totale, mentre Gli USA 16,9% del totale. Negli anni 1937/1945 il capitalismo giovane del Giappone, del blocco orientale, e infine del resto del mondo presenta rispettivamente i seguenti dati: 4,3%-1,8%; 13,6%-11,2%; 2,3%-10,2%. Al 1979 invece: Giappone 15%, Blocco orientale 28%, resto del mondo 21,2%. Uno dei primi aspetti emergenti dal quadro numerico è l’impennata della produzione percentuale di acciaio degli USA nel 1945, e il netto calo di essa fino al 1979, ma addirittura l’ulteriore calo percentuale in base ai dati del 2014. Quando si parla di declino americano, almeno in base al dato della produzione di acciaio, non dovrebbero dunque esserci troppe obiezioni o sofismi. Nel 1979 il blocco orientale passa dal 11,2% del 1945 al 28%. Ma nel 2014, considerando una produzione mondiale di 1608 milioni di tonnellate, e considerando che Asia e CIS producono rispettivamente 1081 e 109 (la Cina ha prodotto ben 779 dei 1081 milioni di tonnellate dell’Asia) si potrà calcolare che CIS più Cina ci danno 779+109= 888 milioni di tonnellate, che rapportati al totale mondiale rappresentano in termini percentuali 100:r= 1608:888 100*888/1608= 55,22% del totale mondiale. Mentre unione europea e Nord America, con i loro 166 e 119 rappresentano, 100:r=1608:(116+119) 100*235/1608=14,61% del totale mondiale. Se nel confronto fra blocchi imperiali concorrenti giocassero solo queste cifre percentuali, allora non ci sarebbe neppure una partita; tuttavia l’accumulo di potenza pregressa di un area economica capitalistica come quella Nord Americana (nella sua interconnessione simbiotica con l’area economica europea), condensata infine in un determinato apparato militare industriale, ipoteca per certi versi (ma non oltre certi limiti) il corso ulteriore di crescita delle economie capitalistiche più giovani. Storicamente le contese fra blocchi imperialisti collimanti con le crisi belliche mondiali, non hanno potuto impedire al capitalismo più decrepito la sua decadenza. Nel 1913 l’Inghilterra (con i suoi 7,78 milioni di tonnellate di acciaio, superata dai 17,84 della Germania, fu infine comunque messa fuori gioco dai 31,8 dell’America, che si sostituì dunque alla vecchia potenza coloniale inglese, nonostante l’Inghilterra fosse uscita vincitrice nella prima guerra mondiale). La stessa Francia, vincitrice nella prima guerra mondiale, fu destinata a crollare in 6 settimane, nel 1940, di fronte all’attacco tedesco ( la Francia nel 1940 produceva 4,4 milioni di tonnellate di acciaio, contro i 21 milioni della Germania).

L’ironia vuole che l’imperialismo (in modo particolare quello espressione dei capitalismi senili) cercando di cambiare un rapporto determinato (con il confronto bellico a bassa intensità e quindi cronicizzato o su vasta scala e quindi acutizzato) si dimostra alla fine come lo strumento d’esecuzione del determinismo economico-sociale. Infatti le guerre locali scatenate dal 1945 ad oggi, ma anche i due confronti mondiali precedenti, hanno solo avuto l’effetto di accelerare il tramonto delle vecchi glorie senili, a vantaggio delle nuove leve capitalistiche. Ecco dunque svelato il procedere paradossale delle sovrastrutture statali di dominio borghese, che mentre tentano di invertire la marcia del declino mondiale della propria area economica di riferimento (la propria struttura economico-produttiva), scatenando guerre finalizzate alla rapina di risorse, capitali e plus-valore in altre aree economiche, in realtà non possono sfuggire alle leggi tendenziali della struttura economica capitalistica, poiché ogni nuova ordalia bellica accelera le tendenze al declino dei capitalismi più vecchi a tutto vantaggio delle giovani potenze borghesi.

Cina
Dati macroeconomici cinesi

Questa tabella evidenzia alcuni dati macroeconomici relativi all’economia cinese, anche in questo caso emerge in modo netto l’incremento delle esportazioni dal 2010 al 2014, espresso in miliardi di dollari. Un dato da non trascurare è l’incremento del debito estero passato dai 558,3 mld del 2010 ai 929,7 mld del 2014. Piccola cosa, tuttavia, se pensiamo che il debito estero dell’America, al 31 gennaio 2014 era di 5.832,70 mld. Quasi sei volte quello della Cina. Mentre il debito pubblico dell’America, sempre al 31 gennaio 2014, veleggiava sui 17.293 mld. Il particolare curioso, alla luce delle attuali ‘divergenze’ fra blocchi imperiali, è che la Cina possiede ben 1.273,50 mld di debito pubblico americano, mentre la stessa Russia ne detiene 131,80 mld. Bisogna ricordare che sia la Russia che la Cina stanno vendendo, negli ultimi anni, in modo graduale, la propria quota di titoli del debito pubblico americano.

orob

Infine proponiamo una immagine del progetto OBOR, risalente al 2013, una sorta di nuova via della seta che dovrebbe ridurre i tempi e in ultima analisi i costi complessivi del trasporto di merci dalla Cina ai paesi europei. Tale progetto è in fase di impianto, e tenderebbe a coinvolgere vari paesi dell’Asia centrale, l’Iran, l’Iraq, la Siria e la Turchia. Il progetto avrebbe lo scopo di sostituire in parte il commercio marittimo, maggiormente oneroso e lento, e soprattutto esposto al rischio del blocco navale da parte del rivale americano. E tuttavia le attuali turbolenze internazionali, concentrate soprattutto in Siria e Iraq, ma anche il ruolo particolare svolto in esse dalla Turchia, non aiutano di sicuro ad accelerare i tempi di realizzazione di questo progetto.

Riproposta

SUA MAESTÀ L’ACCIAIO

Nel corso di una vita di uomo è stato dato assistere tre volte alla preparazione di un conflitto armato avente per scena tutta la terra.

La terza guerra mondiale non è in atto ancora, ma forse nove persone su dieci la considerano certa. Se anche avesse ragione la decima, è sicuro che siamo nel periodo di aperta preparazione; per una volta si avvererebbe l’antico monito che si evita la guerra preparandosi ad essa. Un tale evento non è fuori della storia; si verifica quando uno dei contendenti è così prepotente ed armato che l’altro alza le mani in alto senza lottare, o dopo pochi assaggi e schermaglie. Getta la spugna e prende la borsa, si direbbe sul ring.

Non occorre dunque impegnarsi in profezie sulla terza guerra e subordinatamente sulle chances di avere un posto attorno al quadrato vita natural durante, per avere il diritto di trarre conclusioni dalla diretta esperienza della volgente “terza preparazione”.

Come sempre i guidatori delle grandi propagande lavorano, purtroppo con successo, a far sì che sugli scenari di primo piano le folle ravvisino cause e colpe del pericolo di guerra in fattori ideali, morali, sopratutto nazionali, nel fatto che non solo certi determinati governi e classi dominanti, ma certi determinati popoli, nazioni, razze perfino, presi da una indomabile sete di dominio e di sangue, provochino, minaccino, si accingano ad aggredire il resto del mondo, ove invece masse, folle, élite, uomini di stato sarebbero propensi alla pace, al disarmo, al commovente generale idillio.

Tutti fanno spade e cannoni, ma tutti dichiarano che se non ci fossero quegli altri, i cattivi, i crudeli, i figli del Maligno, sarebbero pronti a dedicarsi esclusivamente alla coltura dei rami di olivo, all’allevamento delle colombe.

Duro lavor negli anni, e non lieve (come al buon poeta della borghesia giacobina sembrava il minare il Vaticano) ma durissimo, è quello di gettare luce su ciò che sta dietro le quinte, le scene, le chiuse porte del tempio di Giano, liberandosi dai bestiali odi di razza e di nazione, per collegare la guerra alle sue vere e materiali cause economiche e sociali, allo svolgersi del processo produttivo e ai rapporti e contrasti di classe.

Ieri

Non di Marte, di Thor, o di Michele Arcangelo ci occuperemo qui, ma di un Dio antico quanto loro, tremendo più di loro al tempo moderno, l’Acciaio.

Al tempo di Marx non era ancora l’acciaio l’indice espressivo del modo di produzione capitalistico, utile al confronto dello sviluppo industriale tra i vari paesi. Serviva meglio il numero dei fusi per i telai da cotone. Il Medio Evo aveva vestiti gli uomini di acciaio ed avuta una fioritura di armerie e fabbriche di corazze e lame. La borghesia, dandosi l’aria di aborrire gli eccessi di quella crudele e sanguinaria età, preannunziava l’era civile in cui si sarebbero vestiti delle stesse lane e cotonine i ci-devant baroni e i nudi aborigeni della Papuasia. Egalité, fraternité.

Da allora il marxismo non credette a questo, e denudò la sotto-struttura feroce e sanguinaria del modo capitalistico di organizzare il mondo, scrivendo le leggi dell’orbita che esso avrebbe descritto verso sempre maggiore potenza di classe, prepotenza, oppressione, e distruzione delle masse umane. L’analisi e la prospettiva nostre stanno in piedi da allora; non potevano essere più pessimiste sullo svolgimento dell’epoca borghese. Questa non poteva dare loro conferme più piene di quelle che ha date.

Dobbiamo arrivare al 1880 perché le statistiche della produzione mondiale di acciaio divengano eloquenti: epoca di pace, e l’acciaio serviva a fare macchine e locomotive, navi ed aratri, lo si sa bene. Parlino tuttavia un poco le cifre.

Seguiremo sei soli paesi, perché tutti gli altri, all’incirca, non aggiungono che l’ultimo decimo alla massa prodotta nel mondo. Saranno i big six, e per il 1880 ce ne bastano quattro soli. Troviamo in prima linea la cotoniera Inghilterra, con un milione e trecentomila tonnellate annue di acciaio, subito dopo gli Stati Uniti di America con 1.200.000, la Germania, staccata, con 700, la Francia con 400. Totale 3.600.000 tonnellate. Le cifre nelle varie fonti variano non poco, ma bastano quelle arrotondate al nostro fine.

Passano oltre trent’anni di pace borghese, di civile progresso, di giuggiolismo liberale e riformista, di ironie cretine di tutti i revisionisti prolifici di analisi e di prospettive, cangianti colle stagioni della moda, a carico delle fallite visioni catastrofiche di Marx. Giungiamo alla piena epoca della concentrazione e dell’imperialismo, all’epoca di Lenin, alla gestazione della Prima Guerra Mondiale nel turpe ventre del capitalismo.

Nelle statistiche del 1913 la quantità del 1880 è divenuta nientemeno che venti volte maggiore. La popolazione della terra sarà cresciuta del 25%; la sua soddisfazione con consumi utili, i cibi, le case, il vestiario, e mettiamoci un poco di quell’acciaio (sebbene un aratro pesi meno delle zappe che rimpiazza, una fresa delle lime, e così via, tenendo conto che i pennini di acciaio hanno sostituito tutte le penne di oca con vantaggio della produzione di fesserie) concediamo che si sia raddoppiata; negando sempre alla borghesia anche nella fase iniziale di aver accresciuto il vero benessere. La sproporzione tra i due rapporti resta paurosa. Può essa non avere influenza sullo svolgersi degli eventi mondiali? Non basta una causa di tanta mole, prima e significativa ma non certo unica nel quadro della virulenza del Capitale, al prorompere di effetti imponenti? No, occorre il babau, il cattivaccio, il tiranno da tragedia, l’orda dei barbari che proviene, chi sa come, dal di fuori di questo magnifico mondo dell’economia borghese!

Della nuova cifra di 71 milioni di tonnellate annue di acciaio già la parte maggiore, nel 1913, la producono gli Stati Uniti: 31 milioni. Dopo 33 anni, venti volte di più. La Gran Bretagna, a primato perduto, con 10 milioni e poco più ha fatto un balzo minore. Intanto l’industrialismo capitalista ha fatto passi da gigante nel terzo grande, la Germania, che si è posta tra i due primi con oltre 19 milioni aumentando 27 volte. La Francia ha poco più di 5 milioni. Dobbiamo allineare due altri personaggi: la Russia, con forse 5 milioni, il Giappone, che si limita a 200.000 tonnellate, pure essendo stato vincitore di quella.

I possessori di queste masse metalliche organizzate in mostri semoventi si guardano ferocemente nella contesa di giacimenti minerari, di carbone, di petrolio e di mercati di consumo; con l’altezza delle cifre della produzione cresce il concentramento in grandi aziende, l’alleanza internazionale tra gruppi di queste, la pressione sulle masse lavoratrici dell’industria, sulle popolazioni dei paesi non industriali. Lenin ricalcola, da osservazioni, le posizioni previste dalla teoria sull’orbita che, coerentemente al progredire di questi dati di produzione, vede crescere la pressione del potere borghese, lo smascheramento della dittatura di classe, il carattere schiavistico della oppressione salariata e della “civilizzazione” delle razze non bianche. Non fa una nuova analisi; dimostra che vige in pieno la prima, quella di Marx, che ci deve servire, a noi classe, a noi partito, fin quando scriveremo nel registro delle letture da osservazioni: in tutto il mondo, il capitalismo è stato ucciso; e poi ancora: il sozzo suo cadavere è stato rimosso. Non è una nuova tappa del capitalismo, ossia una tappa diversa e imprevista, è la più recente, e in certe traduzioni del titolo la suprema fase, quella che più avvicina alla esplosione, quella che da tanto tempo era attesa, quella che non occorreva per aumentare il nostro odio, già integrale, ma per alimentare la nostra speranza.

Sono quelle cifre con troppi zeri che preparano la guerra e prendono il posto delle varie Elene e dell’incriminamento ingenuo delle varie Troie. Un solo, immenso troione ha fatto il sinistro lavoro: il capitale.

Con le nuove cifre, il concorrente più affamato di sbocchi e di colonie economiche e politiche, la Germania, può in Europa guardare da pari a pari i suoi rivali. La produzione tedesca pareggia quella di Inghilterra Francia e Russia messe insieme. Siamo alla prima guerra imperialista. La guerra in epoca capitalistica, ossia il più feroce tipo di guerra, è la crisi prodotta inevitabilmente dalla necessità di consumare l’acciaio prodotto, e dalla necessità di lottare per il diritto di monopolio a produrre altro acciaio. Sono gli inevitabili sbocchi del modo borghese di produzione, le fatalità tanto rimproverate dalla saggezza dei caca-dubbi pseudo-scientifici alla ardente prosa di Carlo Marx.

Ma come il finto pacifismo borghese era stato sbugiardato dalla discesa in campo – poi documentata come freddamente premeditata dagli stessi governanti – della pretesa non militarista Inghilterra, un secondo evento viene a mutare tutto il rapporto delle forze, allorché l’altro campione della “neutralità”, del “non intervento”, del tipo di civiltà “non militare”, getta nell’incendio della lotta i suoi trenta milioni di tonnellate, perché anche questi non potevano più dormire. La Germania è schiacciata.

La “storia del lupo” si racconta per i fessi, democraticamente fortissimi, tutta diversa. La guerra non ci sarebbe stata se non fosse esistito un popolo, quello tedesco, imbevuto di spirito bellicoso, militare, nazionale, imperiale, e se i fumi più ubriacanti di questo “spirito” non fossero saliti al malato cervello di un unico paranoico, megalomane, frenetico despota, che a un dato giorno scosse il cordone del campanello e invece di chiamare per il caffelatte gridò alla storia: la guerra sia! Trattossi allora di Guglielmone di Hohenzollern, di cui tutto si disse, per elevare teoremi di questa forza, che per volontà di un solo sodomita milioni di virili guerrieri sguainarono il brando. Dateci la scampanellata, il passaggio della frontiera belga e il siluro nello scafo del Lusitania, e le avverse tonnellate di acciaio, in numero di cinquanta milioni contro venti, sono assolte davanti agli uomini e a Dio, in virtù della loro buona intenzione tradita di essere cinquanta milioni di tonnellate di latte-miele.

Lo “spirito” guerriero e i fumi della sua volatilizzazione sono privi di peso e non si possono mettere sulla bilancia della statistica. È perciò molto comodo e facile farne i protagonisti, attribuirli in massa ad una nazione e ad un governo, e dichiararne immune il proprio regime e il proprio paese. Noi ci teniamo sul solido, e seguiamo con le cifre dell’acciaio. Non è lo spirito, buono o cattivo, che governa il mondo, ma la forza degli agenti materiali.

La Germania fu bensì vinta ma non occupata né disarmata. Gli altiforni e i convertitori si rimisero al lavoro in tutto il mondo. Subito dopo la guerra le cifre ripresero a salire ovunque, e alla vigilia della crisi del 1929 avevano superato l’anteguerra: nei sei paesi considerati 108 milioni contro i 71 del 1913. La crisi butta giù la produzione nel 1932 a soli 40 milioni circa. La crisi economica è stata potente, ma la crisi politica la ha preceduta nel suo acme, e il capitalismo mondiale le ha superate. I suoi centri di direzione ne sanno abbastanza sull’analisi e la prospettiva: prima di un’altra crisi al tempo stesso economica e politica, un’altra guerra generale.

Al 1938-1939 il fragore delle acciaierie batte il suo pieno. Siamo ben oltre i 100 milioni di tonnellate annue. La Germania ha fatto del suo meglio: oltre 23 milioni, molto più del 1913. L’Inghilterra è sullo stesso piede di 10, ma forzerà nel ’39 a quasi 14 milioni, la Francia forzerà pure da 6 a 8,5. La Germania le sovrasta di nuovo, ma vi è un altro personaggio, la Russia. La rivoluzione antifeudale nei suoi complessi sviluppi non poteva non tradursi storicamente in indice acciaio: sono già 18-19 milioni di tonnellate ad oriente del “nuovo pazzo”, Hitler. Ad oriente più ancora era il Giappone, ma col solo indice di 5 milioni. Era Hitler, col suo stato maggiore di gente straordinariamente in gamba, tanto pazzo da non fare i conti con la cifra americana, che da 29 milioni di tonn., con una frustata che era una erotica carezza alle casseforti dei siderurgici, si era portata a 47? Anche un pazzo avrebbe levato le mani e calate le brache. Il freddo lucido e rigido Dio non volle, e la guerra, ancora, fu.

Oggi

Vinta dagli “spiriti buoni” la Seconda Guerra, il trattamento da fare alla criminosa e turbolenta Germania si decide a Yalta (febbraio 1945) e si conferma a Potsdam (2 agosto). Picchiando sul popolo folle e sulla sua sinistra gerarchia nazista, i convenuti assicurano il mondo che non sarà mai più turbata la pace, e non vi sarà una terza guerra. Impedito che vi sia in Germania un governo e una industria, non vi potranno più nel mondo essere aggressioni: pacifisti, i governi e le razze anglosassoni slave e latine potranno vivere in pace. E allora? Chiusura delle acciaierie di tutto il mondo, salvo la piccola percentuale per le pennine da scrivere e i tondini del cemento armato? Adagio, Biagio!

Già nella Conferenza tenuta a Mosca il 30 ottobre 1943 vi era stata la solenne Dichiarazione sulle atrocità, a seguito della quale vi fu la gara di impiccagioni, di cui non abbiamo le statistiche, tra russi e occidentali. Non è servibile quella ricetta per le atrocità denunziate dai due lati oggi in Corea?

Si fece un elenco di 858 fabbriche da smantellare o saccheggiare (pare che i russi la abbiano capita meglio, portando via tutto l’acciaio strumentato), e si pose un limite solenne al culto della demoniaca deità siderurgica: la Germania non avrebbe potuto produrre più di 7,5 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, di diritto, e di fatto se ne autorizzarono 5,8. Ciò, si disse, contro la media normale di 14, ma in effetti contro il massimo già ricordato di 23. Con ciò il mondo dell’economia industriale ci ha dato atto che del suo potenziale meccanico tre quarti almeno li riconosce destinati ad ammazzare.

Grave errore sarebbe trarne la conseguenza che i cento e più milioni di tonnellate mondiali delle vigilie di guerra, una volta privato lo spirito teutonico di testa e di scheletro, potevano limitarsi ad una trentina: ciò significherebbe ammettere che il capitalismo possa pianificare la vita dell’umanità, mentre non può altro pianificare che la distruzione e l’oppressione.

Già nel 1946 la corsa è ripresa; accentuata nel 1947 quando è incominciata la nuova “tensione”, ha ricevuto in questa fine del 1950 una ulteriore tremenda accelerazione di cui le cifre metteranno spavento quando saranno note. Almeno 125 milioni di tonnellate hanno nel 1947 prodotto i sei grandi paesi, benché il Giappone sia sceso ad un milione soltanto. La Gran Bretagna era al suo massimo del 1939: 13 milioni (lasciamo fuori sempre gli anni di guerra guerreggiata in cui la produzione siderurgica “frie e magna” come si dice in Napoli). La Francia al limite 1938 di 6 milioni, la Germania schiacciata a 3 milioni soli, la Russia per il 1945 a circa 21 milioni, col piano ’46-’50 fissato in 24,5 milioni annui, ossia un quarto in più dell’altro anteguerra. E gli Stati Uniti? Contro i 29 milioni 1932, e 47 milioni 1939, ne hanno prodotti nel 1946 ben 60, nel 1947 ben 77, nel ’48 ottantadue, e in questi ultimi tempi hanno dato il via ad una frenesia industriale che per lo meno li porterà a produrre tanto acciaio quanto alla vigilia della seconda guerra ne produceva il mondo intiero.

Fermiamoci a supporre per un momento che invece delle due guerre, che hanno impresso questo po’ po’ di terremoto alla curva del fenomeno esaminato, vi fosse sempre stata la pace borghese, la pace industriale. In circa trentacinque anni la produzione era divenuta venti volte tanto, sarebbe divenuta ancora venti volte maggiore dei 70 milioni 1915, toccando oggi 1400 milioni. Ma tutto questo acciaio non si mangia non si consuma non si distrugge, se non ammazzando i popoli. I due miliardi di uomini pesano circa 140 milioni di tonnellate, produrrebbero solo in un anno dieci volte il peso di acciaio. Gli dei punirono Mida trasformandolo in una massa di oro, il capitalismo trasformerebbe gli uomini in una massa di acciaio, la terra l’acqua e l’aria in cui vivono in una prigione di metallo. La pace borghese ha dunque prospettive più bestiali della guerra. Ma ritorniamo alla realtà.

Dalla parte dell’imperialismo americano e dei suoi agenti e servitori si deplora severamente la sciocchezza commessa a Yalta, e si reclama a gran voce la ripresa della tedesca industria di guerra. Fallito il tentativo di intesa colla Russia alla Conferenza di Mosca dell’aprile 1947, cominciò Marshall a protestare all’Università di Harvard (oggi lo hanno richiamato al potere) e finalmente in agosto si convenne di elevare il limite di produzione tedesca a 11,6 milioni di tonnellate.

Adesso una violentissima campagna americana, contro sempre più deboli resistenze franco inglesi, tende al riarmo della Germania, alla riattivazione di tutta la sua industria pesante, alla formazione di un vero e proprio esercito.

Una delle ultime notizie è quella che le grandissime acciaierie Krupp di Essen non verranno più demolite, come il programma prevedeva.

La cosa non può non produrre emozione tra i parigini, almeno tra quelli che ricordano i colpi della famosa Bertha, il primo cannone che, lanciando all’altezza della stratosfera grossi proiettili con una gittata di 120 km, dal fronte del 1914 cominciò a far piovere a ritmo cronometrico colpi a catena sulla “città fortificata”, sul “campo trincerato” di Parigi. Ma, tanto, con i modernissimi brevetti i proiettili possono fare un viaggio solo tra Mosca e Nuova York scavalcando il polo, mentre il pianeta gira sotto di sguincio.

È chiaro che i capi dell’industrialismo e del militarismo americano calcolano che per battere in Europa le forze russe occorre il contributo delle fabbriche e delle divisioni tedesche. Gli stessi elementi, è chiaro, sarebbero utili per le armate russe. Nulla di strano in questo, come nulla di strano nel fatto che i due compari, a Yalta, pianificando di disarmare i tedeschi, non si impegnassero al disarmo reciproco.

Quella che ne esce male è la storia del lupo; ma senza limiti è la pagata impudenza dei suoi giullari.

Quando tutte le radio predicavano dalle capitali alleate perché i “partigiani” e le “resistenze” di tutti i paesi non lesinassero vittime alla “causa della civiltà e della libertà”, tutte in perfetta intonazione promisero che una volta dispersi i tedeschi guerre non se ne sarebbero avute più. Tutte caricarono la responsabilità del militarismo mondiale sul sistema di governo tedesco, sull’ideologia tedesca, sul popolo tedesco, sulla razza tedesca. Tutte proposero la soffocazione dello “spirito” tedesco di aggressione, e spesso giunsero a proporre lo sterminio, la estinzione del popolo e della razza in toto.

Su questa folle linea la gran parte del movimento proletario barattò pietosamente i suoi principii, le sue tradizioni, la sua organizzazione, la sua forza, quel tanto di armi e di uomini che avrebbe potuto mobilitare sul piano della guerra sociale.

Ed oggi, dopo appena cinque anni dalla fine della guerra e della seconda orgia di collaborazione nazionale e militare tra proletari e borghesi, tra servi e padroni, siamo già a leggere titoli come questi: Per la salvezza della libertà europea è indispensabile l’armamento della Germania!

Ah! Branco ignobile di porci del potenziale di centomila cavalli! Fino a questo punto arriva la sicurezza che vi inspira l’ingenuità, l’amnesia, la credulità delle masse! Da quarant’anni ci avete ammorbato con questi tedeschi, con il delenda Carthago, gridato senza soste contro tutto quanto sapeva di teutonico, colla bugia, colla farsa, coll’infamia della difesa contro le aggressioni! Più ancora; sono in fondo duemila anni che scocciate. Nella violenta campagna per la preparazione della prima guerra europea e mondiale, uno dei tanti da questo gregge suino di traditori tirò fuori e tradusse nientemeno che la Germania di Tacito, vero opuscolo di propaganda militarista ad uso dei romani, con tutte le descrizioni atte a suscitare odio di razza su questi uomini irsuti e villosi in perenne ricerca di guerra e di strage, tra riti feroci e sacrifizi osceni ai loro iddii tenebrosi. Per avventura a quel tempo ancora non avevano invaso l’impero, ed erano proprio i latini che avevano portato tra quei popoli la loro brama di conquista e di dominio. L’ira di Tacito veniva da qualche dura sconfitta delle imbattute legioni.

Il nuovo imperialismo mentisce quanto l’antico, e quanto l’antico aggioga i combattenti al suo carro di oppressione, suscitando l’odio insensato contro uomini di altra lingua o di altro vello e colore.

Gioca impavido col suo apparato di inganni, forte dei mezzi di mobilitazione degli “spiriti” che gli dà il monopolio della stampa, della scuola, della radio e di tutti i mezzi di propaganda. Ride delle masse che gli sono state vendute dai capi traditori, e soffia loro a distanza di pochi mesi, ieri: attendi nel bosco il soldato tedesco armato, e in nome della libertà piantagli nella schiena un coltello; oggi: riarma il soldato tedesco che al fianco tuo combatterà per quella stessa santissima libertà!

Tanto luminosa e diritta sarebbe stata la via storica per colpire le manovre dei “mangiatori di acciaio”, per svergognare il carattere universale e internazionale dell’imperialismo, per indurre le masse chiamate ad armarsi a volgere le bocche delle armi prima contro terra e poi contro il fronte interno degli sfruttatori in tutti i paesi, nella fraternizzazione di tutti gli oppressi di ogni lingua e colore – tanto più appare irreparabile la colpa di quelli che la bandiera proletaria hanno volta in bandiera nazionale e che, dopo tanti e così tremendi nefasti dell’inganno patriottardo e razzista, parlano, nel movimento della classe lavoratrice, di motivi e fini nazionali.

Questa politca di disfattismo è “progressivamente” più disastrosa, secondo che, dal sanguinoso obiettivo di una prossima campagna di guerra, volge a quello di una mentita apologia della mostruosa pace tra le acciaiate centrali capitalistiche; o ancora a quello irreale, assurdo, ma ancora più osceno, di una convivenza tra poteri del capitalismo negriero e poteri della rivoluzione dei lavoratori.

“Battaglia Comunista” n° 18 , 1950

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