Tavole immutabili della teoria comunista del partito

Testo marxista fondamentale

Nella seduta conclusiva della riunione della Spezia e con maggiore diffusione nel resoconto (per cui si veggano i nn. 15, 16,17 e 18 del 1959 di «Programma Comunista») si svolsero temi essenziali a cui dette occasione lo studio dei «Manoscritti economico filosofici
» di Carlo Marx. Si rilevò che di questo testo le varie edizioni e traduzioni in più lingue non sono conformi, e soprattutto non lo sono nell’ordine degli argomenti e dei capitoli, il che si deve alla difficoltà
della ricostruzione del testo originario. I testi in tedesco, inglese, francese ed italiano di cui si dispone non solo non sono concordi per alcuni passi particolarmente importanti, ma non presentano tutti lo stesso materiale. Nella utilizzazione di esso, tutto di esso, tutto di grande significato, ci tenemmo non ad una ripresentazione teorica e nemmeno ad un commento a piè di pagine, ma cogliemmo alcuni punti che si mettono in evidenza nelle questioni che oggi, ancora e soprattutto, travagliano il movimento della classe proletaria, e ciò sempre a sostegno della tesi che il partito di questa non avrebbe deviato ed errato se, invece di andare alla sterile ricerca di nuovi veri, nuovi corsi, e nuovi corpi di dottrina e di programma, si fosse riportato alle tavole lapidarie su cui fu fondato. A differenza dalla comune opinione, nel sistema coerente di esse non va annoverata con peso minore del « Manifesto dei comunisti» e del «Capitale» questa opera con cui il nascente partito comunista scolpì la sua antitesi di principio con la filosofia critica borghese e le sue grandi costruzioni tedesche della prima parte del secolo XIX. Tra questa prima azione di assalto dottrinario alla ideologia della classe capitalistica e quelle che seguirono nel campo della critica della economia e della storia contemporanea non esiste alcuna soluzione di continuità, ed è leggenda creata dai travisatori del marxismo quella che tra queste tappe si inserisca una romanzata conversione di Carlo Marx, che dall’idealismo hegeliano in gioventù professato sarebbe passato alla dottrina, da lui scoperta o fondata, del materialismo storico. La nostra ricerca mira a stabilire che questo svolto non si è mai verificato, ma che in Marx, ossia nella voce per cui si esprimeva il nascere della nuova dottrina storica di classe, l’apprendimento la critica e la confutazione del sistema hegeliano furono simultaneo processo. Tale coerenza ed unità di costruzione furono rivendicate dalla grande scuola per tutta la vita di Marx e di Engels, come per tutta quella di Lenin e dei leninisti non adulterati; e per noi, ultimi allievi e cocciuti credenti nei testi medesimi, che ad ogni passo difendiamo quali vere posizioni di combattimento, lo sono ininterrottamente fino ad oggi e lo dovranno
essere fino a quando la rivoluzione comunista avrà vinto. Poiché appunto la nostra rivendicazione e agitazione non è di docenti scolastici ma di uomini di parte, e non si ordina in tesi di programmi a stile accademico, sarà utile ricordare al lettore lo schema del resoconto della Spezia che si fermò per queste chiare ragioni su
punti di vivente controversia con i disgustevoli odierni traditori del marxismo; proprio quelli che, rivendicandolo come proprio credo, turpemente lo bestemmiano.
Dalla proprietà al comunismo
Poiché è stato merito indiscusso di Hegel, come di tutta la moderna critica che è il riflesso ideologico della rivoluzione liberale borghese, di rompere la immobilità delle contrapposizioni metafisiche dei contrari proprie degli antichi regimi feudali (Dio e Diavolo,
Bene e Male) e introdurre nella vita del pensiero, e quasi senza saperlo e volerlo nella storia dell’umanità, la luce vitale del movimento, la Battaglia che Marx inizia contro il maestro come contro gli allievi più o meno degeneri (fatta grazia al solo Feuerbach) si imposta rizzando le stesse macchine di offesa della scuola da sfatare, quali armi conquistate a un nemico. La esercitazione classica della manovra, che aveva intuito la luce della dialettica ma purtroppo senza uscire dall’inganno idealistico e mistico, consisteva in un primo movimento in cui il soggetto, la coscienza, esce di sé stessa. Marx, al fine proprio di annientare la inconcludenza del sistema individuale e soggettivistico delle parti essenziali della costruzione hegeliana (Logica e Fenomenologia), adotta per un momento lo schema stesso del doppio movimento. Ma non è più un soggetto pensante e cosciente di tutti i tempi che sul piano astratto si dedica allo sport di uscire da sé stesso (alienazione, esteriorizzazione) al fine di guardarsi di lì fuori, e verificare: io davvero esisto! – e poi rientrare nello stesso personale ricettacolo di cervello per salire questo scalino delle certezze, che al vertice della mistica piramide sarà, chi sa come e perché, il sapere «Assoluto». È invece un essere fisico, palpabile e reale, il lavoratore del tempo capitalistico, che compie questo esperimento tragico di estraniarsi da sé stesso. E Marx pone il problema del secondo movimento, del vero ritorno, domandandosene la meta.
Perciò mostrammo che lo schema hegeliano sembra accettato ed applicato, ma è in effetti da Marx radicalmente trasposto, rivoluzionariamente, al fine di distruggere la applicazione
che Hegel ne fece. La metamorfosi che l’uomo del tempo moderno, il proletario salariato, subisce nella economia della proprietà privata, è una uscita dalla essenza umana, cui furono più vicini i membri di società primitive. Alienato dalla mercede per cui ha venduto sé stesso, il suo tempo e il suo lavoro, il proletario si è estraniato da uomo; è una pura merce, un oggetto fisico senza vita. Noi diamo questa chiave, per il rivoluzionario scioglimento da Marx la prima volta in queste pagine descritto. Per ridiventare da non sé stesso, sé stesso; da non uomo, uomo; il lavoratore estraniato non tenderà a riconquistare la sua persona, il suo individuo di prima, chiudendo un ciclo inutile e stupido che non avrebbe altra prospettiva che una seconda ed eterna auto-vendita per schiavo, ma riconquisterà, con la sua classe, e per tutta la società e la specie umana, la qualità di uomo, non più come individuo singolo, ma come parte della nuova umanità, del comunismo. Il quadro della società nuova è da questo momento tracciato, e questo modello è valido fino al tempo storico della sua attuazione futura. Tutto il ciclo viene descritto nel suo termine ultimo di cui sarà bene ripetere la formula insuperata. La vittoria, sulla subìta estraniazione che dell’uomo vivo fece l’infamia della proprietà privata, così è formulata: «Il comunismo, positiva abolizione di quella estraniazione dell’uomo da sé stesso che è la proprietà privata, quindi effettiva conquista dell’essenza umana da parte dell’uomo e per l’uomo; quindi ritorno completo, cosciente, raggiunto attraverso la intera ricchezza dello sviluppo passato, dell’uomo per sé quale uomo sociale, ossia quale uomo umano. Questo comunismo è come completo naturalismo = umanismo, come completo umanismo = naturalismo; esso è il vero scioglimento del completo umanismo = la natura e tra uomini ed uomini, la vera soluzione del contrasto tra esistenza ed essenza, tra realtà oggettiva e coscienza soggettiva, tra libertà e necessità, tra individuo e specie. Il comunismo è il risolto enigma della storia, e si considera come tale soluzione».
Abbiamo riportato questi passi in una migliore traduzione perché in essi incorsero errori, anche di stampa. Nella loro potenza di sintesi essi contengono le innumeri tesi che vanno opposte alle infamie dei revisionismi; ma non in questo momento vogliamo sviluppare
queste tesi una ad una. La tesi centrale della invarianza opposta alla eresia dell’arricchimento del comunismo marxista esce trionfante. I balzi della conoscenza umana sono scioglimenti rivoluzionari di storici enigmi. Un qualunque problema può essere risolto per tentativi
tappe e gradi. Di problemi si pasce la imbecillità riformista. Ma l’enigma una volta per sempre sciolto da una rivoluzionaria illuminazione, non si richiude più in un mistero. In questa concezione del corso della storia il passato non fu un errare nella tenebra; è attraverso tutta la ricchezza delle sue rivoluzioni che la via al comunismo si è aperta.
Contro l’immediatismo
Potemmo mostrare che anche secondo questo testo viene battuto il dilagante – oggi persino tra gruppi antistalinisti – immediatismo. La presentazione ossia falsificazione staliniana anche di questo testo voleva farne uscire la condanna di Marx a Proudhon come
una difesa della moderna indecente disuguaglianza dei salari in Russia. Con citazioni decisive mostrammo che Marx imputa a Proudhon non la eguaglianza dei salari come programma sociale ma la conservazione dei salari, che vanno nel comunismo soppressi.
Rimandiamo il lettore a quelle citazioni da cui risulta la fallacia sia della pretesa dei russi di vivere in socialismo – e andare verso il comunismo! – mentre la loro forma economica più avanzata è immersa nel salario monetario; sia di quei pretesi marxisti che sono rimasti alla richiesta operaistica di far salire il tono pecuniario del salario a danno del profitto padronale. Ci interessa far vedere che il nostro termine immediatismo – valido a battere insieme stalin-krusciovisti e falsi sinistri comunisti – è vecchio di cento anni. Esso è introdotto da Marx nella critica alla prima forma incompleta del «comunismo rozzo» su cui lungamente ci fermammo. In questa prima formulazione del programma della classe operaia la soppressione della proprietà privata appariva come la sua generalizzazione e il suo completamento. La giusta critica di Marx vuole mostrare come la formula: nessun proprietario e nessun proletario, appare prima ingenuamente come quella: tutti proprietari e tutti proletari. Questo è proprio l’errore dei russi con la loro «proprietà di tutto il popolo» nonché degli ouvriéristes de gauche tipo Socialisme ou Barbarie con la loro rivendicazione: gestione della fabbrica agli operai, e tutti operai. Il testo dice: «Il fisico, immediato, possesso, vale per il comunismo rozzo quale solo scopo della vita e dell’esistenza; la determinazione dell’operaio non viene soppressa, ma estesa a tutti gli uomini, il rapporto della proprietà privata rimane come rapporto della società umana al mondo delle cose». La confutazione è tanto chiara per russi e per sinistroidi piccolo-borghesi, che va pensato che le loro tesi imbelli (e così è di fatto) esistevano cento anni fa, e il marxismo ne sciolse per sempre l’enigma. Ma sia gli uni che gli altri immediatisti si dichiarano occupatissimi a costruire qualcosa di meglio del marxismo classico, con le lezioni, di cui sono in vantaggio sul giovane Carlo, in cui noi giuriamo, di un secolo di storia. Invece li accieca ancora la fame del possesso immediato che generò le formule la terra ai contadini e le fabbriche agli operai, e simili vili parodie della grandiosità del programma del partito comunista rivoluzionario.
La soppressione del danaro
La tesi del comunismo integrale è che è forma di proprietà privata e quindi di disumanazione dell’uomo non solo quella che si ha quando il capitalista spende il suo profitto e il terriero la sua rendita, ma anche quando il proletario spende il suo salario. Solo per tale via sono condannabili tutte le forme spurie in cui trionfa il possesso immediato, e che i falsi comunisti luridamente esaltano.
Ogni economia il cui mezzo è la moneta è economia di alienazione dell’uomo e di spregio della sua umanità. Le pagine di questo testo, tratte da commenti e passi di massimi poeti come Goëthe e Shakespeare, da noi riportate, sono pagine incendiarie. Il denaro degrada l’uomo ad essere peggio che bestia. Ma anche qui il falso stalinista ha imperversato. Il danaro è la conciliazione degli impossibili, scrisse Marx commentando la frase del tragico inglese che il danaro costringe i contrari a baciarsi. È desso, noi dicevamo, che costringe Krusciov e Eisenhower a baciarsi… La traduzione stalinista così riportò il passo: «Il danaro… scambia le caratteristiche e gli oggetti gli uni con gli altri, anche se si contraddicono a vicenda». In questa forma anodina la inesorabile condanna del danaro si riduce ad una vaga ripetizione della «legge del valore di scambio» che gli stalinisti pretendono regga la economia socialista, dato che regge certo l’economia russa. Ma Marx squalifica il danaro appunto in quanto squalifica la legge del valore. Il passo inizia con le parole: «Poiché il danaro, in quanto concetto esistente ed in atto del valore, permuta, scambia tutte le cose, così esso è la generale invenzione e confusione di tutte le cose, e anche il
mondo rovesciato, la confusione ed inversione di tutte le qualità naturali ed umane». E così segue: «Colui che può comprare il coraggio, quegli è coraggioso anche se è un codardo. Poiché il
danaro si scambia non con una determinata qualità, con una determinata cosa, o forza essenziale umana, ma con tutto il mondo umano e naturale oggettivo, così esso – dal punto di vista del suo possessore – scambia ogni caratteristica (come sopra la codardia)
con ogni altra qualità ed oggetto anche ad essa contrari (come il coraggio, o il ferro del sicario); quindi egli è il conciliatore degli impossibili; egli costringe i contrari a baciarsi». A questo passo segue quello che mostra come nel pieno comunismo si scambia solo fedeltà con fedeltà, amore con amore, gioia con gioia. E ad esso precede la serie di spietate antitesi: «Il danaro muta la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, l’odio in amore, la virtù in vizio; il servo in padrone, il padrone in servo, la stupidità in intelligenza, l’intelligenza in stupidità». Ne traemmo la tesi incontestabile che dove è danaro ivi non è socialismo e comunismo, come non ve ne è, di gran lontano, in Russia. Svolgemmo lungamente lo squarcio di Marx che precede quello sul comunismo integrale e riguarda la forma preliminare del comunismo «grossolano». Non sviluppiamo le nostre osservazioni sulla relazione con l’attività culturale sociale che potrebbero fare equivocare senza i chiarimenti che demmo e torneremo a dare circa il contenuto della conoscenza umana e sociale nel corso delle lotte rivoluzionarie storiche. Fondamento della nostra critica fu il ribadire che le pretese intellettuali della Russia di oggi non tolgono che la sua
ideologia sia ancora molto peggiore di quella che Marx analizza nel comunismo rozzo. Questo era, oltre un secolo addietro, un primo passo effettivo contro la alienazione dell’uomo dovuta alla forma capitalistica; nella Russia di oggi è all’opposto un ritorno ed un
appoggio alla conservazione della forma capitalistica.
Soppressione della famiglia
Meritò lungo commento questo squarcio sul comunismo grossolano per quanto riguarda la condanna che Marx qui dà della prima affermazione di comunione delle donne, malamente intesa come indistinta proprietà del sesso maschile sul femminile. Marx
stabilisce qui che lo stesso rapporto, per cui l’uomo della classe lavoratrice è alienato nelle forme proprietarie, trova la sua misura storica nel grado di abiezione e di alienazione sessuale della donna.
Sarebbe audacia suprema tentare di dedurre da questa tesi profonda una giustificazione, ad uso del Kremlino (è tempo di giubilare la vecchia frase ad usum delphini) della forma
della famiglia monogama e perfino ereditaria, come forma socialista! Se non vi fosse altro immenso materiale per scolorare la Russia odierna di ogni residua tinta socialista, basterebbe l’episodio, che ricordammo come di atroce «attualità», del gioco delle coppie
al vertice per cui, con decenza assai minore che nelle classiche dinastie ereditarie, gli Stati moderni usciti con pretese di rinnovamento dalla Seconda Guerra Mondiale si fanno
pubblicitariamente rappresentare dalle famiglie… sovrane, con Presidente, Moglie o prole. L’umiliante spettacolo valeva allora per il binomio Stati Uniti-Russia; è valso poi più di recente e con strani sapori di gustosa parodia per il binomio Russia-Italia. Molteplici sono in questo testo di Marx i passi valevoli a mostrare che il programma della società comunista elimina la istituzione famiglia come le istituzioni di Stato e di Religione, ben vive in Russia, con un completo sconvolgimento della giustificazione che finisce col darne il sistema hegeliano. Il preteso mai esistito hegelianismo di Marx si è rifugiato proprio al Kremlino. La discussione teorica del punto è vasta e suggestiva. Abbiamo il diritto di far seguire alle tesi economiche secolari: non salario, non danaro, non scambio, non valore, le non meno secolari ed originali tesi sociali (ben diverse da quelle borghesi che sembrano orecchiarle): non Dio, non Stato, non famiglia.
Invidia ed emulazione
Un altro punto che valse a ribadire la nostra rampogna alle sinistre involuzioni strutturali russe è quello della invidia che Marx rimproverava al primo ingenuo comunismo rozzo, per cui il povero appetisce i beni del ricco e dipinge il suo fine come un frammento della proprietà di quello, conseguito attraverso un generale livellamento. Questa invidia Marx la dimostra una espressione della concorrenza economica motrice del mondo borghese. Ma che altra origine ha mai la recente ammissione sovietica dell’incentivo del guadagno personale, trasformabile in peculio accumulato individuale e familiare, specie nelle campagne? Tale motore è, alla fine, alla base della formula internazionale di gara tra gli Stati, di emulazione pacifica, nella quale sono vilmente naufragati gli ultimi avanzi della
concezione comunista dello svolgimento del brigantesco mondo contemporaneo. La lotta di classe, la visione rivoluzionaria, la dittatura del proletariato, la descrizione programmatica di una società tanto radicalmente diversa da quella borghese, naufragano
in una livida e miserabile invidia di poteri, che tutti parimenti si costruiscono sulla alienazione dell’uomo.
Marx ed Hegel
Il primo scritto edito di Marx è la sua lettera al padre del 10 novembre 1837. Studente a Berlino all’età di appena 19 anni il giovane mostra di avere nella testa un vulcano rivoluzionario e si rovescia nel suo studio da un settore sull’altro: materie di diritto, poesia, letteratura, filosofia, ed in una lettera che occupa nella stampa sedici pagine mostra al padre tutto sé stesso, parla di nottate bianche ed agitate e chiude quando gli occhi gli bruciano e la candela è consumata fino alla base. Sarebbe ridicolo presentare Carlo Marx come un enfant prodige e un sapiente mostruosamente precoce; sarebbe nello stile stupefattore che oggi sempre più dilaga. La gioventù della sua generazione si trova su di una trama storica incandescente, specie in Germania dove la rivoluzione borghese, grandiosamente svoltasi in Inghilterra e in Francia, urta in resistenze esasperate del vecchio regime e nell’impotenza della borghesia liberale. Nella mente del giovanissimo studente, figlio di una famiglia agiata e che ancora discute se dopo la laurea sarà un impiegato amministrativo o un magistrato, si incrociano le ondate mosse da una sotto-struttura di doppia rivoluzione. Non è con la frase banale che siamo in presenza del Genio, quello che «viene ogni cinquecento anni», e nemmeno di una mente eccezionale per acume e cultura scolastica profonda, incrociata con una formidabile potenza critica, che si risponde all’impressione che nelle fasi di mefitico paludismo storico come quella presente i giovani di quella età, anche forniti di mezzi economici familiari che li pongono in grado di studiare con tutte le più facili risorse, al confronto sono appena arrivati ad imparare a nuotare nella pipì. Secondo la dottrina che oggi prende il nome di Marx, e di cui siamo seguaci per ragioni di schieramento di parte che ci ha schiaffati come doveva, noi vediamo nella tormentata lettera non il riflesso di un sapere o di una potenza di ingegno mostruosamente sopra la media, ma una intuizione che senza ancora sussidio pieno di informazione culturale e di allenamento critico, e ad uno stato di quasi subcoscienza, esprime la determinazione di un ambiente. Il brano della fremente lettera, ultima, tra centinaia di fascicoli che si confessano bruciati e centinaia di altri scritti pensando giovanilmente alla pubblicazione, che l’autore avrebbe potuto immaginare stampata per essere discussa dopo centoventi anni, che interessa la quistione del rapporto con Hegel, è questo. «Partendo dall’idealismo che, sia detto di passaggio, io avevo confrontato coi dati di Kant e di Fichte ed avevo con quelli alimentato, ero giunto a cercare l’idea nel reale stesso. (Si può già osservare che quelli, Kant e Fichte, ed Hegel che viene ora, avevano cercato la chiave del reale nell’idea. La spallata sovversiva del giovanile vigore è subito dopo espressa con foga retorica). Se gli dei avevano un tempo ‘planato’ al disopra della terra, essi ne erano ora divenuti il centro». «Io avevo letto dei frammenti della filosofia di Hegel, di cui la grottesca rocciosa melodia non mi garbava troppo. Volli ancora una volta tuffarmi nel mare, ma col progetto ben stabilito di trovare la natura spirituale tanto necessaria, concreta e ben fondata quanto la natura fisica; di non più esercitarmi a giochi di scherma, ma di portare alla luce la perla preziosa». Marx racconta di avere dopo digerito e riscritto per suo conto il sistema di Hegel, affrontando «infiniti rompimenti di testa» ma che un tale lavoro a cui teneva immensamente lo aveva «gettato, come una falsa sirena, nelle braccia del nemico». Segue un periodo di rabbia e nervosismo e la necessità di una cura all’esaurimento. Marx penetra allora in un «club di dottori» che erano allievi della scuola hegeliana, ove traverso discussioni violente e contraddittorie «si attaccò sempre più solidamente a quella filosofia a cui aveva pensato di sfuggire»… «Ma tutto quello che era sonoro vi era taciuto; io fui preso allora da un vero furore di ironia, il che d’altra parte doveva facilmente prodursi dopo che avevo rinnegato tante cose».
Determinismo che opera
La spiegazione che si tratta del giovane studioso che si forma sui libri è quella stupida e convenzionale. Il buttarsi sui libri di qua e di là non è che un pericolo a cui sfuggono solo uomini dotati di una salute fisica (come l’adolescente Carlo intuiva, essa coincide col vigore del muscolo cervello) a tutta prova, e guidati da circostanze esterne di cui non si possono accorgere. Nel cenacolo della sinistra hegeliana si conduce una lotta tra le influenze del potere dinastico feudale prussiano che vuol fare del cavaliere Hegel un suo funzionario, anche dopo morto, e la giovane borghesia che di quel patrimonio culturale
tanto copioso tenta di fare la bandiera rivoluzionaria del liberalismo tedesco. Marx è determinato, senza ancora essere stato uomo di partito, tanto a partecipare all’assalto contro lo Stato tradizionale prussiano, quanto a sferzare e svergognare una borghesia
impotente nel suo conato di imitare Cromwell o Robespierre; la sua mente non si è meno alimentata di storia che di filosofia e letteratura – si è anche nutrita di scienze naturali, ma non sa ancora che il suo cammino sarà di «imparare» la economia, frutto vivo di borghesie che avevano saputo vincere una rivoluzione. La nostra ricostruzione è semplice ed ingenua. Marx era nato, come avrebbe potuto
nascere il suo coetaneo della porta accanto, materialista e nemico degli idealisti. Per adempiere il compito in cui era gettato di demolire l’idealismo borghese, una prima esigenza era di conoscerlo. D’altra parte ogni tanto la destra dispotica prussiana dubitava del suo Hegel e lo trattava da «cane morto». In queste ondate, che riempiranno i decenni della maturità di Marx, la sinistra dei dottori si vede colpita dalla censura e dalla reazione di polizia. Marx non rinunzierà, dopo avere rotto con essa clamorosamente, a fustigarla a sangue. Ma non solo userà per frustarla la sua più alta comprensione del misterioso ed oscuro maestro, rabbiosamente conquistata nella notte di rompicapo, quanto eviterà di unirsi ai demolitori di Hegel davanti ai quali il vecchio ispiratore della Germania borghese e l’ala sinistra dei suoi allievi sono almeno fino al 1848 un fronte unico.
Non è posizione personale e tanto meno intellettuale, ma chiara linea politica del partito proletario che frattanto si sarà formato e che nel « Manifesto dei comunisti» invoca la caduta del regime feudale e dinastico tedesco prussiano come prepara la battaglia di classe anti-capitalista del giovane proletariato tedesco, giovane quanto Marx e non meno tormentato dal multiplo fronte dei suoi nemici naturali, al cui abbraccio di sirene sarà ancora per un secolo ed oltre tanto difficile sottrarsi. La nostra formulazione, ostica a molti, che Marx non faceva da solo il suo sforzo mentale, ma per effetto di fattori sociali, la troviamo nello stesso testo dei manoscritti verso la fine del capitolo su «proprietà privata e comunismo». Valga il vero. «Anche quando io svolgo da solo una attività scientifica, che raramente posso adempiere in immediata comunità con altri, io pure sono attivo socialmente, poiché sono attivo come uomo sociale. Non soltanto il materiale della mia attività mi è dato come prodotto sociale – come la stessa lingua nella quale lo studioso è attivo – ma la mia stessa esistenza è una attività sociale, perché quello che io faccio da me stesso, lo faccio per la società, e avendo di me la coscienza che sono un essere sociale».
Filosofia ed economia
Al testo del 1844 i vari editori premettono un brano che può servire di presentazione storica. Marx spiega che prima di addentrarsi nello studio della economia politica, che egli in queste pagine contrappone apertamente ad ogni attività puramente filosofica, di cui la
rivoluzione proletaria e comunista vale il definitivo superamento, egli aveva già stese seppure non pubblicate due opere critiche del sistema di Hegel, che si sanno scritte nel 1841-42, sulla Filosofia dello Stato e sulla Filosofia del Diritto. Il contenuto di queste opere che non possiamo qui richiamare è apertamente demolitore di queste parti essenziali dell’opera del filosofo. Ad esempio è in esse che viene abbattuta la illusione della eternità ed immanenza dello Stato e del Diritto, propria del pensiero borghese moderno, e soprattutto la identificazione dello Stato come universale assoluto davanti alle forme particolari e dipendenti della società civile, della chiesa, della famiglia. Marx getta qui le basi del suo sistema storico che culminerà nella teoria della dittatura proletaria e della morte dello Stato nella società senza classi, in quanto distrugge il colossale errore hegeliano e mostra che lo Stato è forma derivata secondaria e transeunte della storia. Marx rinvia la pubblicazione di questi suoi lavori ritenendo urgente intavolare il dialogo tra gli economisti e i filosofi. Egli dall’altro lato tiene da parte i lavori di critica alla sinistra hegeliana che vedranno la luce in seguito, come quello monumentale sulla Ideologia tedesca scritto con Engels ed Hess e destinato, come è noto, alla critica dei topi. Questa premessa di Marx è nello stato di un appunto quasi informe ed occorre leggervi con sagacia. Egli ha questa frase: non vuole confondere la critica diretta contro la speculazione con la critica dei diversi argomenti. Nella seconda categoria allude evidentemente ad esposizioni di fatti economici sociali e storici cui procederà come lavoro della sua nuova nascente scuola, nella prima alle fiere rampogne rivolte ai Bauer, Stirner, Vogt e simili contro le presuntuose derisioni dei quali difende il solo successore serio di Hegel che per lui era Feuerbach, che compie il passo dall’idealismo al materialismo, facendo, solo, più e meglio di Hegel, sebbene in forma ancora incompleta. Per chiarire questo passaggio storico teorico ricorriamo al paragone con la polemica, che abbiamo citata in altro campo recentemente, tra Galileo ed i peripatetici. Innovatore quanto Marx, e quanto lui polemista formidabile, Galileo tiene di fronte ai suoi contraddittori una posizione duplice. Da una parte si sforza di spianare ad essi la via verso nuovi argomenti di cui li sa digiuni, come l’astronomia la cinematica e la dinamica. Nel dialogo (peccato che Marx abbia bruciato il suo Cleantes in cui narra di avere trattato di scienza della natura e del pensiero) l’autore è Salviati, il buon apprenditore delle nuove scienze Sagredo, il timido rimasticatore del verbo aristotelico Simplicio. Quando Salviati si rivolge a Sagredo gli apre le vie del nuovo metodo sperimentale. Ma quando si rivolge a Simplicio che sa solo speculare, ossia masticare i sacri testi, gli fa quel tale discorso che lo mette a terra. Tu non sai fare la critica della osservazione sensoriale del mondo esterno, e credi di arrivare prima col logo che credi di avere nella testa. Ebbene io accetto di maneggiare non l’esperienza ma la ginnastica mentale del tuo logos e ti dimostro lo stesso che tu leggi in Aristotile – che fesso non fu – una piramidale fesseria. Marx, questo boxeur del muscolo cervello, si offre lo stesso sollazzo, ma non vuole confondere i due piani dell’argomentare. Per noi, suoi seguaci proletari e comunisti, tratta gli argomenti del mondo reale fisico, naturale umano, avendo per sempre deposto ogni misticismo idealistico. Per i Simplicii che stavano ad Aristotile come Bauer e soci ad Hegel egli accetta la loro arma. Questa è la «speculazione», il lavoro nella testa sapiente, la cecità al vero fisico e la introspezione nelle profondità tenebrose del cerebro cogitante.
Ebbene, dirà il nerboruto Carlo, accetto la sfida con l’arma scelta da voi, e sul terreno della speculazione, del metodo di Hegel e anche del fraseggiare hegeliano, non mi sarà difficile ridurvi a fantocci spagliati. Ma questa esercitazione in cui per necessità polemica il lazzo
satiresco sarà frequente e acerbo, la voglio tenere distinta dal lavoro della dottrina del partito, a cui nulla preme se seguitate a spremervi nell’onanismo speculativo. Una sola citazione, dalla «Ideologia tedesca», Parte Terza, contro Sancio (Max Stirner): «La filosofia e lo studio del mondo reale stanno tra loro come l’onanismo e l’amore
sessuale». Anche nelle parolacce, non siamo arricchitori!
I manoscritti economico-filosofici tuttavia si chiudono col capitolo «Critica della dialettica hegeliana». Esso va letto con circospezione e vi si troverà sotto la specie di un impiego intelligente del formulario di Hegel, la definitiva ed inappellabile condanna del suo sistema.
Gli eterni enigmi
Tuttavia anche nella parte economico-sociale, dopo la descrizione del comunismo pieno, prima della fine del capitolo su «Proprietà privata e comunismo», vi sono brani che si riferiscono al problema filosofico, o meglio alla uscita dalla problematica tradizionale del filosofare.
Siamo nei passi che fanno seguito a quello sulla scienza non personale ma sociale. E siamo già in piena demolizione dell’hegelismo. Per Hegel dopo una tortuosa deduzione dall’autocoscienza del singolo si giungerebbe alla «coscienza universale». Tutto il capitolo finale sarà diretto a smantellare il vertice della iridescente piramide idealista e chiuderà con due citazioni della Enciclopedia perché ne risalti l’assurdità, fino al famoso aforisma: «L’Assoluto è lo spirito, questa è la suprema definizione dell’Assoluto». Che vuol dire assoluto? Vuol dire sciolto da, o quell’aggettivo sostantivato dice che la pretesa suprema conquista è sciolta da ogni base fisica e naturale. La intuizione geniale fece dire ad Hegel, come rivoluzionario del pensiero, che ogni reale è razionale e ogni razionale è reale, ma il conformista professore prussiano finì nello spiritualismo più mistico
ed irreale. Invece di intendere che l’uomo non cerca l’assoluto perché non è rintracciabile «allacciabile», pretese che nella sua persona professionale lo aveva trovato una volta per sempre, e la ricerca era finita! Qui Marx contrappone alla coscienza universale nel senso di Hegel, che «al giorno d’oggi è un’astrazione della vita reale e come tale si contrappone in forma ostile alla vita», la conquista che l’uomo fa col suo ritorno ad uomo sociale che lo riscatta dalla alienazione infame dovuta alla proprietà privata. «La mia coscienza universale non è altro che la forma teoretica di ciò di cui la comunità reale, l’essere sociale, è la forma vivente». La parola teoretica non ha nulla più di mistico e metafisico. La realtà e la vita della natura e della umana specie sono fatti fisici, e la loro impronta, fatto anche fisico, nel cervello non più individuale ma sociale, è la teoria. L’idea pretende di essere stata data prima del fatto. La teoria si dà dopo i fatti,come soprastruttura di essi.Ecco il materialismo storico. 

Segue nel testo la tesi che non vi sarà più motivo di distinguere tra la vita individuale dell’uomo e la sua vita generica, ossia di specie. La coscienza del singolo, antico filosofema, è stata tolta di mezzo. «Con la coscienza di specie (Gattungsbewusstsein va tradotto così e non coscienza del genere, che è una stalinata del genere…) l’uomo constata la sua reale vita di società, e non fa altro che ripetere la sua esistenza nel suo pensiero, come inversamente l’essere di specie si constata nella coscienza di specie, e nella sua generalità, come essere che pensa; ha esistenza reale» (così traduciamo für sich ist). Si svolge la completa abolizione della persona singola, soprattutto come soggetto di attività pensante. L’Uomo, per quanto sia un individuo particolare… «è tuttavia la totalità, la ideale totalità, la soggettiva esistenza della società che essa stessa pensa e sente». Siamo sulla soglia della caduta degli eterni enigmi e contrasti. «Pensiero ed essere sono dunque distinti, ma nello stesso tempo, sono in Unità tra di loro» (in Einheit è molto più forte che uniti, come nella versione a.u.k.). Una millenaria contraddizione è sciolta. Si deve ipotizzare prima la realtà, l’essere, o prima il pensiero? Se vi era realtà senza pensiero, chi ne sapeva nulla? Vecchio trucco che approdava a detronizzare l’uomo ed introdurre sua santità il Padreterno, o il professore Assoluto Spirito; che ne resta ormai? Oggi vi si rimedia colle popolazioni di esseri astrali che avrebbero pensato prima della nostra umanità, che forse non ne captò i radiomessaggi… Sembra venuto il momento di togliere di mezzo un altro imbroglio dualista, che tormentava il buon Simplicio, quello tra il nous e l’aistesis greci, la mente e il senso. Ricordate? L’occhio mi dice che il bastone nell’acqua è spezzato, ma dico che non lo è perché la mente me lo chiarisce. Il senso inganna, il pensiero trova la verità. Ma era il pensiero, o il senso di un altro uomo che guarda nell’acqua o il mio stesso altro senso, il tatto? Ora vedremo che dopo avere stabilito che la ragione non è dote personale ma sociale, faremo lo stesso anche del senso e dell’esperienza. Che il senso fosse individuale era una illusione stupida determinata dal rapporto storico della proprietà privata. Ecco che economia e storia ci servono ad uscire dai vecchi trucchi filosofici! «La proprietà privata ci ha resi così ottusi ed unilaterali che un oggetto è considerato nostro solo quando lo abbiamo (non quando lo sentiamo) e quindi quando esso esiste per noi come capitale o è da noi immediatamente (oh disgraziati immediatisti) posseduto,
mangiato, bevuto, portato sul nostro corpo, abitato etc., in breve quando viene da noi utilizzato… Al posto di tutti i sensi fisici e spirituali è quindi subentrata la semplice alienazione di tutti questi sensi, il senso dell’avere». Marx potrebbe richiamare il suo termometro sessuale e dire che per la psicologia borghese non è gioia quando si ama una donna ma quando la si possiede! Ma dopo la soppressione della proprietà privata, nel comunismo, «l’uomo si appropria del suo essere onnilaterale in maniera onnilaterale, e quindi come uomo totale. Tutti i rapporti umani che l’uomo ha col mondo, e quindi vedere, udire, odorare, gustare, toccare, pensare, intuire, sentire, volere, agire, amare, in breve tutti gli organi che costituiscono la sua individualità, come gli organi che sono nella loro forma immediatamente organi comuni, sono nel loro oggettivo comportarsi, ovvero nel loro comportarsi verso l’oggetto, l’appropriazione di questo, per la effettualità umana; il loro rapporto con l’oggetto è la constatazione della effettualità umana. Questa manifestazione è tanto multipla quanto le determinazioni e le attività umane, l’agire ed il patire (altro classico contrasto)dell’uomo, perché le sofferenze prese nel senso umano sono un godimento proprio dell’uomo».

 
Giù la personalità: ecco la chiave
Tutti questi mirabili risultati, che apporterà la rivoluzione comunista e che sono intuiti nella dottrina del comunismo, perfetta dal 1844, tutti questi scioglimenti di enigmi «esplosi nella storia una volta per sempre», si rendono possibili nel loro meraviglioso effetto per la uscita dal millenario inganno dell’individuo solo di faccia al mondo naturale, stupidamente detto dai filosofi esterno. Esterno a che? Esterno all’Io, questo supremo deficiente; ma esterno alla specie umana non è più lecito dire, perché l’Uomo specie è interno alla natura stessa, è parte del mondo fisico. Testé nella splendida espressione che una manifestazione massima dell’uomo, la più alta, è il patire, ché se non soffrisse non conoscerebbe la gioia a cui è proteso nella vita e nella storia, è stata tolta di mezzo la base stessa di tutte le «grammatiche», ossia l’attivo e il passivo, il soggetto e il
complemento oggetto. Altrove dice Marx che i filosofi hanno perfino fatto soggetti di tutti i predicati. La filosofia da migliaia di anni sgrammatica, accecata dalla follia di tutto riferire all’Ego, questo stolto fantasma. In questo testo possente l’oggetto e il soggetto divengono, come l’uomo e la natura, una cosa stessa. Anzi tutto è natura, tutto è oggetto; l’uomo soggetto, l’uomo «contro natura» sparisce, con la illusione dell’io singolo. Questo è dato leggere in queste pagine, tanto più grandi in quanto è evidente la frettolosità rivelatrice (per noi non vi è più creazione se non la passione) con cui una forza determinatrice ha costretto a stenderle. Abbiamo visto che quando da singolo diventa di specie, lo spirito, povero assoluto, si va a dissolvere nella natura oggettiva. Ai cervelli singoli, misere macchinette passive, abbiamo sostituito il cervello sociale. Di più, Marx ha superato i sensi corporali, singoli, nel senso umano, collettivo«La soppressione della proprietà privata rappresenta quindi la completa emancipazione di tutti i sensi e di tutte le facoltà umane; ed è una tale emancipazione, proprio in quanto quei sensi e quelle facoltà, sia soggettivamente che oggettivamente, sono divenuti umani. L’occhio è divenuto occhio umano, come il suo oggetto è diventato un oggetto sociale, umano, svolgentesi dall’uomo per l’uomo».
Non occorre più notare che questo uomo grammaticalmente singolare sta per la unitaria pluralità degli uomini, la umanità, la specie sociale (quando libera dalla peste proprietaria). Anche il singolare e il plurale dei grammatici sono travolti dall’onda rivoluzionaria. «Perciò i sensi sono diventati immediatamente, nella loro prassi, dei teorici». Perciò, perché non più sensi soggettivi, personali. O peripatetico Simplicio, eccoti il ponte che ha colmato l’aristotelico abisso tra il senso e la mente! «Il bisogno e il godimento hanno perciò perduta la loro natura egoistica (corsivo di Marx, che ogni tanto ci scavalca), e la natura ha perduta la sua mera utilità, da quando l’utile (del privato singolo ceffo) è divenuto l’utile umano». «Parimenti i sensi e lo spirito degli altri uomini (nel testo: dell’altro uomo) sono diventati la mia propria appropriazione. Oltre questi organi immediati (immediato vale individuale; perciò immediatismo vale anticomunismo) si formano quindi organi sociali, nella forma della società».

 
Leggi: impersonali
«S’intende che l’occhio umano (collettivo) gode in modo diverso
dall’occhio rozzo, inumano, l’orecchio umano in modo diverso
dall’orecchio rozzo, etc.». Come può godere da occhio umano quello soggettivo dell’operaio che si vede gettare in mano poca moneta, l’orecchio che ne ode il suono schiavizzante? Salario e moneta
inchiodano l’occhio e l’orecchio, perciò lo spirito, alla disumana rozzezza, che vige in Russia. Il testo con il suo eccetera è volato su altre sommità; noi abbiamo concluso come l’oggi determina.
Altri ponti su abissi
«Si vede come il soggettivismo e l’oggettivismo, lo spiritualismo e il materialismo, l’agire ed il patire, per la prima volta nello stato sociale (il comunismo: programma della società comunista) perdano la loro opposizione, e quindi perdano la loro esistenza fatta solo di tale contrapposizione. Si vede come lo scioglimento delle opposizioni teoretiche sia possibile soltanto in una maniera pratica, solo a mezzo della energia pratica degli uomini (solo con la rivoluzione), e come questa soluzione non sia per nulla un compito della conoscenza sola, ma sia anche un compito effettivo della vita, che la filosofia non poté sciogliere, proprio perché essa intendeva questo compito soltanto come compito teoretico». Il miracolo non avviene ogni qual volta un soggettivo individuo, la cui sterilità isolata è fuori di dubbio (si chiamasse egli Marx Carlo) svolge la prassi di far vibrare le proprie natiche (sus valientes pasadoras di Sancho Max Stirner, l’Unico). La tesi si può scrivere così: una sola pratica umana è immediatamente teoria: la rivoluzione. La conoscenza umana avanza per rivoluzione. La conoscenza umana avanza per rivoluzioni sociali. Il resto è silenzio. Si tratta infine di togliere di mezzo Dio, ma non per accendere i moccoli, che erano sui suoi altari, dentro l’ignobile ricettacolo della scatola cranica del pensatore. La saldatura unitaria tra uomo e natura ha abolito ogni dualismo, ogni inessenzialità tra uomo e natura, tra spirito e mondo. Per effetto della tradizione del passato proprietario, non è facile liberarsi della domanda: poiché la natura ha avuto un corso prima dell’uomo, la sua origine non si può spiegare senza un Creatore. Il nostro ateismo non ha nulla di comune con quello a cui pervennero gli idealisti borghesi immanentisti, che noi riduciamo a vuoti trascendenti. «Dal momento che la essenzialità dell’uomo e della natura è diventata praticamente sensibile e visibile (col superare l’inganno dualista di due essenze non comparabili, quella dello spirito e del mondo materiale), dal momento
che è diventato praticamente visibile e sensibile l’uomo per l’uomo, come esistenza della natura, e la natura per l’uomo, come esistenza dell’uomo, è diventato praticamente improponibile il problema di un essere estraneo, superiore alla natura e all’uomo, dato che questo problema implica la inessenzialità della natura e dell’uomo».
Nella proprietà privata, occorse dirsi atei per assumere che esisteva l’uomo, affare diverso dalla materia naturale. Rimesso l’uomo nella natura come sua parte integrante, ci sono diventati tanto inutili la religione, che afferma Dio, quanto l’ateismo che lo nega. In pensione Dio, e la sua Negazione! Con entrambi, dal 1844, in pensione Hegel.
«Il programma comunista» n. 5 del 1960

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