Variamente opinabile: la conoscenza marxista storicamente invariante e il tentativo di una sua negazione come percorso di auto-negazione

Variamente opinabile: la conoscenza marxista storicamente invariante e il tentativo di una sua negazione come percorso di auto-negazione

Sintetizziamo in forma libera alcune recenti critiche al concetto di invarianza.

In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante.

La riflessione non è il rifiuto del marxismo rivoluzionario! Marx ed Engels, Lenin e Trotsky, hanno modificato i loro pareri, per tutta la vita, e non hanno mai avuto punti di vista ossificati.

Marx ed Engels non hanno mai sostenuto che la loro conoscenza era universale e che le loro posizioni erano definitive. Invece, hanno cambiato le loro analisi… per tutta la vita, seguendo così le trasformazioni della realtà … Rimasero costantemente al corrente delle nuove scoperte (scientifiche) e delle trasformazioni del mondo capitalista…

In contrasto con questo approccio, molti attivisti e pensatori attuali che invocano Marx , pensano che quest’ultimo abbia detto tutto sul funzionamento del sistema capitalistico, tutto ciò che riguarda la crisi del sistema, tutto ciò che riguarda l’uomo e la società umana….

(Invece) Karl Marx e il suo inseparabile amico Friedrich Engels non hanno mai visto il mondo come un’entità fissa, o la realtà del capitalismo come una semplice ripetizione identica a se stessa, invece, hanno modificato i loro pensieri in base alle conoscenze avanzate, agli studi storici, scientifici e filosofici del loro tempo. Invece alcune tendenze politiche di estrema sinistra cercano un pensiero eterno, un modo filosofico di mettere la parola fine alla ricerca critica tipica del marxismo….

Dalla morte di Marx e Engels il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo…’.

Una prima osservazione, dal tono generale della critica contenuta nelle righe precedenti, si oppone (proviamo a schematizzare noi) alla invarianza marxista , l’argomento classico del ‘panta rei’. In altre parole ci sarebbero dei pensatori marxisti incapaci di adeguare le proprie analisi ai cambiamenti del mondo, il quale è un continuo divenire. Ma allora se si intende il ‘panta rei’ come l’impossibilità di concepire realtà stabili, almeno temporaneamente stabili (cioè storicamente invarianti), la conseguenza è che il pensiero deve ammettere il carattere illusorio di ogni conoscenza umana. È l’argomento di Nietzsche, il quale tuttavia al dionisiaco, informe, ‘panta rei’, oppone l’apollinea apparenza di forme stabili, frutto della volontà di potenza. Andremmo lontano, di questo passo. Limitiamoci a dire che se assolutizziamo il tutto scorre eracliteo, come fanno i critici dell’invarianza, giungiamo direttamente al nichilismo, o meglio allo scetticismo totale, inteso come affermazione della totale inconoscibilità dell’essere. Tuttavia questa è pur sempre la posizione di una certezza, perché volendo negare la conoscibilità del reale, si sostiene nondimeno di conoscere un qualcosa di certo, fisso e stabile, cioè la non conoscibilità del reale, solo che a questo punto se nulla è davvero conoscibile, come si fa a sostenere di conoscere la non conoscibilità del reale? In altri termini la proposizione negatrice alla fine nega perfino se stessa, questo esito senza ulteriori sviluppi proposizionali è l’aporia in cui si chiude il tentativo di negazione (sul piano logico-ontologico) dell’invarianza. I critici non si rendono conto di muoversi su un terreno filosofico insidioso, disseminato di spoglie di precedenti diatribe e polemiche filosofiche millenarie, anche più antiche della filosofia presocratica. Spostiamoci sul piano storico-sociale. Una formazione sociale possiede dei caratteri invarianti, o se vogliamo degli aspetti prevalenti e ricorrenti, e fintanto che non trapassa in qualcosa di altro tipo (negazione della negazione), è sensato ipotizzare una conoscenza essenzialmente invariante (riferita ai suoi caratteri prevalenti), intesa quindi come conoscenza delle leggi tendenziali dei suoi invarianti (prevalenti) processi di esistenza socio-economici. Il ‘panta rei’ non viene negato dall’invarianza storica della dottrina marxista, bensì riaffermato nel suo essere flusso e forma, potenza e atto, e quindi non semplice orizzonte caotico, ma successione di sistemi ordinati in orizzonti di eventi guidati da attrattori, leggi tendenziali ( è la modernissima teoria del caos a convergere su questo assunto dialettico). In definitiva l’errore dei critici della parola ‘invarianza’, è nel non riuscire a cogliere il significato che essa assume nella concezione marxista: essa è ‘storica invarianza’, e quindi non significa il ritorno a verità assolute, ossificate e cristallizzate, sottratte alla vita reale, storica, degli esseri umani. L’invarianza postulata nel testo degli anni 50 (‘La invarianza storica del marxismo’) è innestata anch’essa nel ‘panta rei’ della storia, non certo in un limbo teorico astratto, come invece pensano i critici. D’altronde, ritornando ai termini apollineo e dionisiaco, presi a prestito da una fonte ‘filosofica’, Nietzsche, (diciamo) distante dai nostri orientamenti (per molti versi), ritroviamo la contraddizione dialettica fra forma (Apollo) e flusso (Dioniso), risolta nella sintesi unitaria che si manifesta nella nostra esperienza di vita. Nell’ambito della fisica moderna ritroviamo una analoga distinzione fra il concetto di discreto (apollineo) e il concetto di continuo (dionisiaco). I critici, nel tentativo di confutare il concetto di invarianza, assolutizzano invece, proprio loro, uno dei poli della relazione dialettica fra forma e flusso, cioè il flusso. Invece l’invarianza è stata definita, nel testo degli anni 50, ‘storica’, in altre parole non assoluta, ma relativa alla conoscenza di un certo modo di produzione, cioè alla comprensione delle leggi tendenziali di sviluppo della sua specifica struttura e sovrastruttura, e quindi, in definitiva, una conoscenza relativa a un certo tipo di società e di lotte di classe sorte nel fiume della storia. D’altronde, seguendo il percorso di pensiero dei critici, si rischierebbe di ricadere nella vecchia dicotomia Kantiana fra il mondo come fenomeno e il mondo come noumeno (la cosa in sé). Infatti, attribuendo alla realtà storica gli attributi di inconoscibilità della cosa in sé (in quanto assolutamente invariante), a noi ‘invariantisti incalliti’, incapaci di sollevarci alle altezze del caos dionisiaco, resterebbe il semplice possesso dell’illusorio mondo ‘fenomeno’, composto di realtà discrete, stabili, fisse. La conoscenza marxista storicamente invariante, ci permettiamo di dire, non dovrebbe essere considerata il semplice pensiero di Marx ed Engels, o di Lenin, ma in senso materialistico dovrebbe porsi come il frutto di una accumulazione di saperi ed esperienze lungamente incubati nella società, come segno, traccia e memoria della conoscenza ottenuta dall’esperienza storica della lotta di classe.

Le lezioni apprese nei momenti di massima intensità dello scontro pratico con l’avversario non devono essere dimenticate, in nome dell’assioma per cui ‘il mondo è cambiato quasi in ogni aspetto, anche se è ancora capitalismo’. Allora se il mondo è ancora capitalismo (nella sua essenza socio-economica), a dispetto dei suoi cambiamenti ( puramente formali), questo deve necessariamente significare che questo mondo può essere conosciuto e criticato sulla base delle esperienze pregresse (vittorie e sconfitte). Questo significa che è possibile fare delle previsioni, basate sulla conoscenza storicamente invariante (sintetizzata nel marxismo), che non è una metafisica o la fine dell’attività di indagine critica e di pensiero, ma la bussola che ci consente di navigare nel mare dell’apparente caos capitalistico. C’è un ordine e una geometria nel caos, le leggi tendenziali di sviluppo del modo di produzione capitalistico sono state svelate, esse formano, nel marxismo rivoluzionario, la più efficace approssimazione conoscitiva (quindi non la verità assoluta) alla realtà sociale. Un modello euristico, inevitabilmente contenente astrazioni e generalizzazioni, proprio in quanto modello, e tuttavia in grado di fornire un valido strumento di lotta alla classe oppressa. Esso è astratto e concreto insieme, poiché individua le invarianti caratteristiche degli attrattori sistemici, ovvero lo scheletro e gli organi che formano l’organismo socio-economico capitalistico, senza i quali non potrebbe neppure esistere. Questo sistema sociale di oppressione in definitiva può pure cambiare pelle o abito, parafrasando i critici, ( ‘In ogni caso, un tale pensatore “marxista” , afferma che il marxismo è invariante, mentre per noi il mondo reale è variante) mentre restano invarianti, necessariamente, fin tanto che il capitalismo esiste e se ne riconosce l’esistenza storica, le leggi tendenziali del suo divenire.

 

 

Postilla: Assoluti temporanei e verità storicamente invarianti…

 Ci viene posta da alcuni lettori la richiesta di chiarire meglio il senso della Invarianza storica del marxismo, e la implicita negazione di una verità assoluta ad essa imputabile. Le domande e le critiche sono sempre benvenute, perché spesso aiutano a correggere o a chiarire certi aspetti lasciati in ombra all’interno di una certa analisi. Nel caso specifico ci viene suggerito di considerare se per un certo tempo storico, quella legge che noi indichiamo come approssimazione conoscitiva invariante, possa invece essere vista come una verità assoluta, destinata poi ad essere sostituita, in un tempo storico successivo, da altre verità assolute. Il problema è che il concetto di assoluto fa riferimento (in filosofia e teologia) a una realtà, a un ente, che trascende il tempo e lo spazio. Eterno, immutabile, senza origine e senza fine, a-spaziale e a-temporale (Riprendendo in questo senso i caratteri dell’essere/logos della scuola eleatica. Questa scuola, tuttavia, poneva accanto al logos immutabile, almeno nel poema filosofico del suo capostipite, Parmenide di Elea, un piano di realtà ‘umano’, esso stesso parte di questo logos, in cui ‘tutto è pieno, unitamente di luce e di notte oscura’). La verità delle leggi invarianti di cui parliamo noi è dunque storica, specifica del divenire di una certa società, e quindi di un certo modo di produzione. Non ci sembra opportuno usare, almeno dal nostro punto di vista, una categoria filosofica, l’assoluto, per descrivere le leggi storicamente invarianti. Preferiamo definirle in questo modo, e non con il nome di ‘assoluti temporanei’ perché il termine ‘assoluto’ è troppo legato a determinati significati antitetici alla realtà storica, e quindi il suo impiego potrebbe creare confusione e fraintendimenti metafisici (anche se ‘assoluti temporanei’ in fondo allude a un paradosso dialettico). La nostra posizione negatrice di verità assolute potrebbe rischiare di sfociare nel relativismo? In fondo le leggi invarianti indicano anch’esse delle verità permanenti, entro un certo arco di tempo storico (quindi, riconosciuta questa analogia, il quesito non dovrebbe più sussistere). Il relativismo, inteso invece in senso deteriore, indica la mancanza di conoscenze invarianti, indifferentismo, nichilismo: tuttavia è anche vero che vari sistemi morali hanno caratterizzato e tuttora caratterizzano gruppi sociali differenti, società diverse, individui particolari. L’esperienza documentata e tangibile dimostra che ci sono stati sistemi di valori diversi nel corso della storia umana, e che anche nel tempo storico attuale esistono diversi sistemi di valori, relativi a situazioni socio economiche determinate. Il nostro intento è quello di provare a scoprire e spiegare le correlazioni fra la vita sociale reale e questi differenti modi di pensare e di valutare le cose (determinismo politeista?). Banalmente proviamo a lumeggiare i rapporti di interazione dialettica fra struttura e sovrastruttura, tipici di una certa formazione sociale, relativa a un certo tempo storico.

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