Chi siamo e cosa vogliamo

Chi siamo e cosa vogliamo

IL PROGRAMMA DEL PARTITO

Il Partito Comunista Internazionale è costituito sulla base dei seguenti princìpi stabiliti a Livorno nel 1921 alla fondazione del Partito Comunista d’Italia (Sezione della Internazionale Comunista).

1. Nell’attuale regime sociale capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto tra le forze produttive e i rapporti di produzione, dando luogo all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra proletariato e borghesia dominante.

2. Gli odierni rapporti di produzione sono protetti dal potere dello Stato borghese che, qualunque sia la forma del sistema rappresentativo e l’impiego della democrazia elettiva, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.

3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito di classe. Il partito comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e decisa del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici volgendoli dalle lotte per interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta generale per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il partito ha il compito di diffondere nelle masse la teoria rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali d’azione, di dirigere nello svolgimento della lotta la classe lavoratrice assicurando la continuità storica e l’unità internazionale del movimento.

5. Dopo l’abbattimento del potere capitalistico il proletariato non potrà organizzarsi in classe dominante che con la distruzione del vecchio apparato statale e l’instaurazione della propria dittatura, ossia escludendo da ogni diritto e funzione politica la classe borghese e i suoi individui finché socialmente sopravvivono, e basando gli organi del nuovo regime sulla sola classe produttiva. Il partito comunista, la cui caratteristica programmatica consiste in questa fondamentale realizzazione, rappresenta, organizza e dirige unitariamente la dittatura proletaria.

6. Solo la forza dello Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte le successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale, con le quali si effettuerà la sostituzione al sistema capitalistico della gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

7. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, andrà eliminandosi la necessità dello Stato politico; il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

La posizione del partito dinanzi alla situazione del mondo capitalistico e del movimento operaio dopo la seconda guerra mondiale si fonda sui punti seguenti.

8. Nel corso della prima metà del secolo ventesimo il sistema sociale capitalistico è andato svolgendosi in campo economico con l’introduzione dei sindacati padronali tra i datori di lavoro a fine monopolistico e i tentativi di controllare e dirigere la produzione e gli scambi secondo piani centrali, fino alla gestione statale di interi settori della produzione; in campo politico con l’aumento del potenziale di polizia e militare dello Stato ed il totalitarismo di governo. Tutti questi non sono tipi nuovi di organizzazione sociale con carattere di transizione fra capitalismo e socialismo, né tantomeno ritorni a regimi politici pre-borghesi: sono invece precise forme di ancora più diretta ed esclusiva gestione del potere e dello Stato da parte delle forze più sviluppate del capitale.

Questo processo esclude le interpretazioni pacifiche evoluzioniste e progressive del divenire del regime borghese e conferma la previsione del concentramento e dello schieramento antagonistico delle forze di classe. Perché possano rafforzarsi e concentrarsi con potenziale corrispondente le energie rivoluzionarie del proletariato, questo deve respingere come sua rivendicazione e mezzo di agitazione il ritorno illusorio al liberalismo democratico e la richiesta di garanzie legalitarie, e deve liquidare storicamente il metodo delle alleanze a fini transitori del partito rivoluzionario di classe sia con partiti borghesi e di ceto medio che con partiti pseudo-operai a programma riformistico.

9. Le guerre imperialiste mondiali dimostrano che la crisi di disgregazione del capitalismo è inevitabile per il decisivo aprirsi del periodo in cui il suo espandersi non esalta più l’incremento delle forze produttive, ma ne condiziona l’accumulazione ad una distruzione alterna e maggiore. Queste guerre hanno arrecato crisi profonde e ripetute nella organizzazione mondiale dei lavoratori; avendo le classi dominanti potuto imporre ad essi la solidarietà nazionale e militare con l’uno o l’altro schieramento di guerra. La sola alternativa storica da opporre a questa situazione è il riaccendersi della lotta interna di classe fino alla guerra civile delle masse lavoratrici per rovesciare il potere di tutti gli Stati borghesi e delle coalizioni mondiali; con la ricostituzione del partito comunista internazionale come forza autonoma da tutti i poteri politici e militari organizzati.

10. Lo Stato proletario, in quanto il suo apparato è un mezzo e un’arma di lotta in un periodo storico di trapasso, non trae la sua forza organizzativa da canoni costituzionali e da schemi rappresentativi. La massima esplicazione storica del suo organamento è stata finora quella dei Consigli dei lavoratori apparsa nella Rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, nel periodo della organizzazione armata della classe operaia sotto la guida del solo partito bolscevico, della conquista totalitaria del potere, della dispersione dell’assemblea costituente, della lotta per ributtare gli attacchi esterni dei governi borghesi e per schiacciare all’interno la ribellione delle classi abbattute, dei ceti medi e piccolo borghesi e dei partiti dell’opportunismo, immancabili alleati della controrivoluzione nelle fasi decisive.

11. La difesa del regime proletario dai pericoli di degenerazione insiti nei possibili insuccessi e ripiegamenti dell’opera di trasformazione economica e sociale, la cui integrale attuazione non è concepibile all’interno dei confini di un solo paese, può essere assicurata solo da un continuo coordinamento della politica dello Stato operaio con la lotta unitaria internazionale del proletariato di ogni paese contro la propria borghesia e il suo apparato statale e militare; lotta incessante in qualunque situazione di pace o di guerra, e mediante il controllo politico e programmatico del partito comunista mondiale sugli apparati dello Stato in cui la classe operaia ha raggiunto il potere.


NEL SOLCO DELLA GRANDE TRADIZIONE MARXISTA

Basato su questo programma, il Partito Comunista Internazionale rivendica nella loro integrità i capisaldi dottrinari del marxismo: il materialismo dialettico quale sistema di concezione del mondo e della storia umana; le dottrine economiche fondamentali contenute nel Capitale di Marx quale metodo di interpretazione dell’economia capitalistica; le formulazioni programmatiche del Manifesto dei Comunisti quale tracciato storico e politico dell’emancipazione della classe operaia mondiale. Rivendica altresì l’intero sistema di princìpi e metodi di cui la vittoriosa esperienza della rivoluzione russa, l’opera teorica e pratica di Lenin e del partito Bolscevico negli anni cruciali della presa del potere e della guerra civile, e le classiche tesi del II Congresso dell’Internazionale Comunista, rappresentarono la conferma, la restaurazione e il conseguente sviluppo, e al quale danno oggi un più netto risalto le lezioni della tragica ondata revisionista iniziatasi nel 1926-27 sotto il nome di “socialismo in un solo paese”.

Questa ondata, che solo convenzionalmente si lega al nome dell’individuo Stalin, trasse origine dalla pressione di forze sociali obbiettive giganteggianti in Russia in seguito alla mancata estensione a tutto il mondo dell’incendio rivoluzionario dell’Ottobre 1917 – pressione cui non si credette di dover opporre in tempo un argine programmatico e tattico che, se anche non avesse potuto impedire la sconfitta, avrebbe resa meno difficile e tormentata la rinascita del movimento comunista internazionale – ondata che ha avuto effetti di gran lunga più letali del morbo opportunista che travagliò la breve esistenza della Prima Internazionale (deviazioni anarchiche), di quello che precipitò la Seconda nel baratro dell’adesione all’union sacrée e quindi alla guerra imperialistica nel 1914 (gradualismo, parlamentarismo, democratismo). Così oggi, nel nuovo millennio, la situazione del movimento operaio appare mille volte più critica che nei giorni del crollo vertiginoso della II Internazionale allo scoppio della Prima Guerra modiale.

La Terza Internazionale era nata nel 1919 con un programma che, ristabilendo i cardini della dottrina marxista, rompeva irrevocabilmente con le illusioni democratiche, gradualiste, parlamentari e pacifistiche, della Seconda (naufragate del resto nel più ignobile sciovinismo e bellicismo durante la guerra). Nulla toglie all’immenso apporto storico di Lenin di Trotzki e della vecchia guardia bolscevica, il riconoscimento che, in una certa misura, il pericolo di un’involuzione dell’Internazionale Comunista si profilò fin dall’inizio, sia nel metodo troppo affrettato di costituzione dei partiti comunisti, in specie nell’Europa occidentale, sia nella tattica troppo elastica adottata per “conquistare le masse”. Questo metodo e questa tattica, per gli artefici dell’Ottobre Rosso, non significavano e non dovevano significare in nessun caso l’abbandono dei principi-base della conquista violenta del potere, della distruzione dell’apparato statale borghese parlamentare e democratico, dell’instaurazione della dittatura proletaria diretta dal Partito. La loro applicazione poteva non sortire effetti disastrosi se la rivoluzione, come si sperava, fosse rapidamente divampata in tutto il mondo. Ma, come ammonì la Sinistra fin dal II Congresso nel 1920, rischiavano di avere le conseguenze più negative sulla compagine malferma di partiti spesso raccogliticci, non sufficientemente immunizzati contro la possibilità di recidive socialdemocratiche non appena l’onda fosse rifluita, come purtroppo accadde, riportando a galla non solo e non tanto gli uomini, quanto le malattie incancrenite di un passato fin troppo recente.

La Sinistra, fra il 1920 e il 1926, invocò la definizione di una piattaforma programmatica e tattica unica per tutte le sezioni dell’Internazionale; mise in guardia contro i pericoli insiti nell’applicazione del “parlamentarismo rivoluzionario” nell’Occidente impestato di democrazia da oltre un secolo, ma soprattutto si oppose alla tattica del “fronte unico politico” prima, del “governo operaio” (e operaio-contadino) come equivoca formula di riserva in luogo dell’inequivocabile “dittatura proletaria” poi. Deplorò il metodo dell’adesione diretta all’Internazionale di organizzazioni indipendenti dal partito comunista locale e dell’accettazione di partiti “simpatizzanti” e respinse la prassi dell’infiltrazione in partiti pseudo-operai o addirittura borghesi (come il Kuomintang) e, peggio ancora, dei “blocchi”, sia pure temporanei, con partiti sedicenti affini o contingentemente schierati su posizioni solo in apparenza “simili”. Il criterio al quale la Sinistra si ispirò allora fu e rimase poi il seguente: il rafforzamento dei partiti comunisti dipende non da manovre tattiche o da sfoggi di volontarismo soggettivo, ma dal corso rivoluzionario oggettivo, che non ha alcuna ragione di ubbidire ai canoni di un progresso lineare e continuo. La presa del potere può essere lontana o vicina, e nei due casi, ma soprattutto nel primo, prepararvisi (e prepararvi uno strato più o meno vasto di proletari) significa respingere ogni azione suscettibile di far ricadere l’organizzazione comunista in un opportunismo analogo a quello della II Internazionale, cioè in una rottura dell’inscindibile legame fra mezzi e fini, tattica e princìpi, obiettivi immediati e obiettivi ultimi, il cui risultato non può essere che il ritorno all’elettoralismo e al democratismo in politica, al riformismo in campo sociale.

A partire dal 1926, il contrasto si trasferì direttamente sul piano politico e terminò nella rottura fra l’Internazionale e la Sinistra Comunista in Italia. Le due questioni sul tappeto erano il “socialismo in un solo paese” e, a breve distanza, l’”antifascismo”. Il “socialismo in un solo paese” è una doppia negazione del leninismo, perché contrabbanda come socialismo quello che Lenin chiamava «sviluppo capitalistico all’europea nella Russia piccolo-borghese e semimedievale», e perché svincola i destini della rivoluzione russa da quelli della rivoluzione proletaria mondiale. È la dottrina della controrivoluzione: all’interno, essa giustificò la repressione contro la vecchia guardia marxista e internazionalista, a cominciare da Trotzki; fuori dai confini dell’URSS, favorì lo schiacciamento delle correnti di sinistra da parte delle frazioni di centro, spesso dirette sopravvivenze socialdemocratiche, «capitolanti su tutta la linea di fronte alla borghesia» (Trotzki).

La principale manifestazione di questo abbandono dei cardini programmatici della lotta comunista mondiale fu appunto la sostituzione della parola d’ordine della presa rivoluzionaria del potere con quella della difesa della democrazia contro il fascismo, quasi che le due forme di governo non rispondessero al comune obiettivo della conservazione del regime capitalistico di fronte al pericolo di una nuova ondata rivoluzionaria del proletariato, alternandosi al timone dello Stato a seconda delle imperiose esigenze della dinamica della lotta fra le classi. Il fenomeno si manifestò non soltanto nella III Internazionale dopo la caduta del bastione tedesco in seguito alla vittoria di Hitler nel 1933, ma nella stessa opposizione “trotzkista”, che riprese la parola d’ordine della “difesa della democrazia contro il fascismo” sia pure presentandola come “fase” o “tappa” da percorrere prima di essere in grado di porre le rivendicazioni massime del proletariato rivoluzionario. In entrambi i casi, essa portò alla distruzione della classe operaia come forza politica distinta con obiettivi antitetici a quelli di qualunque altro strato sociale, alla mobilitazione dei proletari dei diversi paesi per la difesa prima degli istituti democratici, poi della “patria”, alla rinascita e all’esasperazione degli odi sciovinistici; infine, allo scioglimento anche formale dell’Internazionale Comunista e al temporaneo annientamento di qualunque anelito alla sua ricostruzione.

Aggiogata la classe operaia al carro sanguinoso della guerra imperialista 1939-1945, le esili forze del comunismo internazionale e internazionalista, se e dove erano sopravvissute, non furono perciò in grado di influire in alcun modo sulla situazione: il grido di “trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile”, primo annunzio nel 1914 della rivoluzione russa del 1917, cadde nel vuoto e nel disprezzo. Il dopoguerra non solo non mantenne le “ingenue” speranze di un’espansione del comunismo rivoluzionario sulla punta delle baionette russe, ma vide il trionfo di un neo-ministerialismo anche peggiore di quello delle destre della II Internazionale, perché esercitato nel periodo più difficile della ricostruzione capitalistica a favore della restaurazione dell’autorità dello Stato (disarmo dei proletari inquadrati nelle formazioni partigiane), del salvataggio dell’economia nazionale (prestiti della ricostruzione, accettazione dell’austerità in nome dei “superiori interessi” della nazione ecc,) e più tardi, nelle “democrazie popolari”, a favore del ristabilimento di un ordine gabellato per “sovietico” (Berlino, Poznan, Budapest).

Chiuso il periodo di collaborazione aperta al timone dello Stato, i partiti “comunisti” affiliati al Cremlino si videro ricacciati ai margini di una “opposizione” puramente parlamentare dagli alleati di guerra e di “pace” in un mondo sempre più bardato di acciaio, poliziesco e fascista; ma, lungi dal ritrovare la via maestra di Lenin (cosa che d’altronde non avrebbero potuto fare neppure se, per ipotesi, l’avessero voluto) precipitarono sempre più nel baratro di una completa revisione della dottrina marxista, fino ad arrivare al fondo di non prevedere e non propugnare più la fine né del capitalismo, esaltato al contrario nella forma del commercio internazionale, né del parlamentarismo borghese, che anzi si trattava di difendere contro gli attacchi della borghesia dimentica del suo passato “glorioso”. Si cessò infine – molto prima della “apertura al mercato” dei paesi dell’Est – di preconizzare lo sviluppo di quella pretesa lotta fra “campo socialista” e “campo capitalista” alla quale lo stalinismo aveva finito per ridurre la lotta di classe, poiché su scala internazionale la parola d’ordine divenne: “Coesistenza e competizione pacifica!”. Oggi quei partiti hanno cambiato di nome, non potendo più tollerare nemmeno quella definizione di “comunisti”, che da tanto gli pesava.

La “coesistenza” e il confronto economico non poteva che portare, col tempo, alla liquidazione anche dello stalinismo. Per il nostro partito, quindi, l’abiura dallo stalinismo nei paesi del blocco dell’Est non è stata una sorpresa, anzi esso la prevedeva in quanto inevitabile e definitivo superamento, sul piano economico, di ogni separazione dal mercato mondiale e di quell’autarchia necessaria ai paesi arretrati per il loro primo sviluppo dell’industria capitalista nazionale tale da portarla a competere con quella delle vecchie potenze capitaliste.

Se ancora non è crollata la menzogna di una Russia “nazional-comunista”, come sarebbe stata nel periodo staliniano e fino al 1989, nel concreto sviluppo storico è divenuto quello ormai un paese anche dichiaratamente capitalista, con i produttori proletarizzati e con ben accetto tutto il lerciume economico, politico, sociale e morale di una vera e compiuta “democrazia”. Il tradimento stalinista del comunismo e la sua collaborazione col marcio capitalismo atlantico e occidentale, se ha ridotto a fredda cenere il fulgore della rivoluzione comunista del 1917 che fece tremare il mondo, ha però strappato la Russia alla sua inerzia semi-feudale attuando la sua accumulazione primitiva capitalistica col ferro e col fuoco e con gli orrori di tutti i precedenti storici. Non abbiamo quindi assistito nei paesi dell’Est ad un ritornodal socialismo al capitalismo, tantomeno ad un fallimento del primo, ma al trapasso da una fase arretrata ad una decadente del medesimo capitalismo mercantile e salariale. È oggi fallito in Russia solo il tentativo di mascherare per socialismo un capitalismo grandeggiante. Il prevalere di questo in tutti gli angoli del pianeta non è prova della sconfitta del comunismo ma, al contrario, la miglior premessa per la sua vittoria futura. La grande Rivoluzione di Ottobre, proletaria, internazionalista e comunista, da allora continua ad illuminare il cammino verso una nuova più potente, e vincitrice, Rivoluzione.

È dal fondo di questo precipizio che, anticipatore della riscossa proletaria, si leva il grido: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!» e «Dittatura del proletariato!». È il nostro grido.


PER LA RESTAURAZIONE DELLA TEORIA RIVOLUZIONARIA MARXISTA

Ritorno al ’catastrofismo’

Sul piano della dottrina generale dell’evoluzione storica e sociale, la degenerazione politica ormai completa del vecchio movimento comunista ha portato al rinnegamento della visione “catastrofica” di Marx: né i contrasti di classe, né gli urti fra Stati, sfoceranno più – si diceva – in una lotta violenta, in conflitti armati. Fondamentalmente, la prospettiva era insieme quella di una pace internazionale battezzata coesistenza pacifica e quella di una pace sociale garantita dalla parola d’ordine conservatrice e reazionaria di una “democrazia nuova” poggiante sulla “pianificazione democratica”, sulle “riforme di struttura”, e sulla “lotta contro i monopoli”. In realtà, il “comunismo” staliniano, e ancora più quello post-staliniano, non era che un’apologia del Progresso, nella misura in cui esaltava l’aumento della produzione e della produttività; non era che un’apologia del Capitalismo, nella misura in cui esaltava l’incremento dei commerci.

Oggi, quando la rigidità della “coesistenza pacifica” ha ceduto il passo ad una situazione internazionale fluida, che cerca nuovi assestamenti in vista del prossimo conflitto mondiale, i partiti opportunisti pseudo-operai non sono più distinguibili nemmeno formalmente da quelli di dichiaratamente di “destra”. Di fronte a questa rincorsa al tradimento di ogni principio di classe, le posizioni marxiste rimangono invariate: sotto il capitalismo, aumento della produzione e della produttività significa sfruttamento crescente del lavoro da parte del capitale, aumento smisurato della parte non pagata del lavoro, del plusvalore. Il consumo operaio, la “riserva” che la classe lavoratrice si costituisce sotto forma sia individuale sia sociale (assistenza contro le malattie e la vecchiaia; legislazione familiare, ecc.), possono crescere; ma di altrettanto crescono l’assoggettamento del produttore al capitale e l’insicurezza della sua condizione, legata agli alti e bassi dell’economia di mercato. L’antagonismo di classe non è per nulla attenuato; anzi, è spinto al massimo.

Estensione del commercio significa estensione del dominio dei paesi sviluppati sui paesi sottosviluppati e progressivo inasprirsi della naturale concorrenza fra paesi sviluppati. Legando i diversi popoli, i diversi continenti nelle maglie di un’economia sempre più mondiale – nel che è una reale, anche se involontaria, conquista – essa presenta dialetticamente un aspetto “negativo” che tutti i suoi apologeti fingono di ignorare: la preparazione di crisi commerciali, quindi finanziarie e industriali, il cui sbocco, oggi come ieri, non può essere che la guerra imperialistica. Del resto, una parte crescente delle forze produttive viene oggi sprecata non certo nella produzione dei “beni e servizi” che il “commercio onesto” e “ad interesse reciproco”, caro agli opportunisti d’occidente e d’oriente, “elargirebbe” a tutta l’”umanità”, ma nella produzione di armi distruttive la cui funzione è ancor più economica (settore di accumulazione per assorbire la sovrapproduzione) che militare.

Il capitalismo è riproduzione senza fine del capitale; scopo della produzione capitalistica è il capitale stesso. L’accrescersi oltre ogni limite naturale della produzione di merci, spinta a folle velocità, genera non maggiore benessere alla specie umana, al contrario, una serie di catastrofiche crisi di sovrapproduzione che sconvolgono la vita sociale in tutto il pianeta. Di queste crisi – negate per decenni da tutti i teorici borghesi e ritenute invece ineluttabili dal marxismo autentico – la classe operaia è la prima vittima portandone il peso con disoccupazione, riduzione dei salari e intensificazione dei carichi di lavoro.

Per il capitalismo la guerra è la necessaria conseguenza della sua periodica crisi di sovrapproduzione. La guerra capitalista è quindi inevitabile. Solo le smisurate distruzioni provocate dalle guerre mondiali moderne consentono al capitalismo di poter poi riprendere il suo ciclo infernale di ricostruzione-accumulazione. Le contemporanee guerre mondiali imperialiste – benché sempre celate dietro paraventi “umanitari”, “democratici”, “pacifisti”, “difensive” – sono in realtà necessarie ai vari capitalismi per ripartirsi gli esausti mercati, per ridividersi i continenti. Sono guerre quindi per la conservazione del capitalismo, sia su questo piano economico, sia in quanto provvedono, nella crisi, ad eliminare la parte di forza lavoro eccedente le ridotte capacità di impiego produttivo. Sono immani macelli di schiavi che il capitale non è momentaneamente in grado di mantenere. O guerra o rivoluzione, non c’è altra strada.

L’atteggiamento comunista rivoluzionario nei confronti della guerra denuncia come tragica illusione quella di voler coniugare capitalismo e pace ed afferma che solo l’abbattimento del potere borghese e la distruzione dei rapporti di produzione fondati sul capitale potrà liberare l’umanità da simile ripetuta condanna. Sulla linea di Marx e di Lenin proclama la tattica dell’antimilitarismo di classe, della fraternizzazione ai fronti, del disfattismo rivoluzionario al fronte e nelle retrovie, che vengono a capovolgere la guerra fra gli Stati in guerra fra le classi.

Per la contraddizione materiale di fondo che inficia tutti i movimenti del pacifismo legalitario e interclassista, che condannano la guerra ma nei limiti del presente regime, il comunismo prevede che, per la loro matrice di classe borghese, quando saranno costretti a scegliere fra Guerra e Rivoluzione opteranno necessariamente per la prima. Con Lenin li riteniamo fattore di inganno e di disturbo nel sano orientamento di battaglia del proletario e uno strumento ausiliario del militarismo per trascinare i proletari alla guerra. Sono infatti i pacifisti che, addebitando all’”aggressore” di turno quegli orrori sulle popolazioni che le guerre imperialiste sempre e inevitabilmente provocano, vengono infine a chiedere agli Stati borghesi che lo “fermino con qualsiasi mezzo”, e ai proletari di massacrarsi a vicenda per quel menzognero ideale di “pace”, “democrazia”, “civiltà”, ecc.

Di fronte poi agli argomenti più classicamente riformistici del post-stalinismo, le posizioni del marxismo rivoluzionario restano quelle che erano al tempo della socialdemocrazia: il capitalismo moderno non è affatto caratterizzato (Engels lo constatava già!) dall’”assenza di piano”; e la “pianificazione” da sola, quale che essa sia, non basta affatto a caratterizzare il socialismo. Neppure la scomparsa (più o meno reale) della figura sociale del capitalista, che si voleva caratterizzasse la società russa di ieri, basta a provare l’abolizione del capitalismo stesso (Marx lo constata già!) poiché il capitalismo non è altro che la riduzione del lavoratore moderno alla condizione di salariato e, dove questa sussiste, continua a sussistere quello.

L’apologia del capitalismo e il riformismo di stampo socialdemocratico, la cui fusione era caratteristica del “comunismo” di marca russa o cinese, anche peggiore del riformismo classico, si alleano ad un disfattismo che, in quanto riflesso psicologico e ideologico della disgregazione della forza rivoluzionaria del proletariato, sterilizza perfino la rivolta che questa apologia e questo riformismo suscitano in certi ambienti operai. Esso consiste, prima di tutto, nel negare alla classe operaia ogni possibilità di superare la concorrenza esasperata che oggi la divide, di ribellarsi al dispotismo dei bisogni creati dalla prosperità capitalistica, di sfuggire all’incretinimento generato dall’organizzazione borghese del benessere, degli svaghi, della “cultura”, per costituirsi in partito rivoluzionario; e in secondo luogo consiste nell’ammettere, implicitamente o esplicitamente, che il progresso negli armamenti abbia trasformato in un monopolio per sempre indistruttibile il normale possesso del potenziale militare della società da parte della classe dominante. Tutte queste posizioni equivalgono all’abdicazione di ogni speranza rivoluzionaria di fronte all’onnipotenza di fatto, ma per noi storicamente transitoria, del capitale.

Le ritroviamo tali e quali in ogni epoca di reazione politica e sociale (rispetto superstizioso della potenza militare del nemico, già combattuto da Engels al tempo dei cannoni e fucili “convenzionali”; disprezzo o sdegno filistei per l’”ottusità”, “ignoranza”, “mancanza di idealismo” degli operai, già combattuto da Lenin e da tutti i militanti rivoluzionari), ma ciascuna di esse si crea delle ragioni proprie ed imperiose per credervi (la bomba atomica e all’idrogeno o, come nelle elucubrazioni marcusiane e simili, il potere inguaribilmente corruttore della “società dei consumi”!). Strumento centrale di questa intimidazione morale sono i potenti mezzi di comunicazione che ripetono all’ossessione che la società presente è il “male minore” possibile.

Anche in questo, le posizioni marxiste restano quelle di sempre: il capitalismo divide ma nello stesso tempo concentra e organizza il proletariato; e alla fine la concentrazione ha il sopravvento sulla divisione. Il capitalismo corrompe e infiacchisce ma, senza volerlo, educa rivoluzionariamente il proletariato; e alla fine tale educazione ha il sopravvento sulla corruzione. In effetti, tutti i prodotti sofisticati delle “industrie del piacere” sono altrettanto impotenti a lenire il crescente malessere della vita sociale (sia urbana sia rurale), quanto i tranquillanti della medicina moderna sono impotenti a restituire all’uomo della società capitalistica l’armonia nei rapporti con se stesso e con gli altri, che la “vita moderna” – vale a dire capitalistica – distrugge. Assai più che in questo genere di corruzioni, la forza del capitale risiede, oggi come ieri, nello schiacciamento del produttore con la lunghezza della giornata, della settimana, dell’anno e della vita di lavoro. Ma il capitalismo deve, per forza di cose, limitare storicamente questa lunghezza; lo fa in modo lento, meschino, con continui passi indietro, ma non può non farlo, e gli effetti di ciò, come previdero Marx ed Engels, saranno necessariamente rivoluzionari, se si pensa che d’altra parte esso è parimenti obbligato ad istruire (nello stesso tempo in cui li inebetisce) quelli che diverranno i suoi “becchini”. Dunque, sia la prospettiva quella della prossima esplosione di una crisi tipo 1929 che riduca alla condizione di proletario l’”operaio imborghesito” di oggi, o quella di una lunga fase storica di espansione e “prosperità”, la dialettica stessa della società attuale impedisce a chiunque non pratichi apertamente il disfattismo di dedurre (come vanno facendo da punti di vista diversi maoisti, castristi, guevariani ecc.) dalla disorganizzazione del proletariato una condanna storica definitiva, un’impotenza “sociologicamente determinata” alla ricostituzione del Partito e dell’Internazionale di classe, e quindi la necessità che altri strati sociali o categorie sociologiche (contadini, studenti e via dicendo) ne prendano il posto all’avanguardia della rivoluzione sociale.

A maggior ragione è assurdo credere che, con la superiore potenza sociale che lo sviluppo stesso del capitalismo conferisce alla classe salariata, questa sia divenuta impotente a realizzare il primo compito di ogni rivoluzione sociale della storia: il disarmo del nemico di classe, l’appropriazione totalitaria del suo potenziale militare.

Ritorno al ’totalitarismo’ rivoluzionario

Sul piano politico e sociale, la vittoria finale del democratismo sulla dottrina rivoluzionaria del proletariato nel vecchio movimento comunista è giunta a presentare la “resistenza al totalitarismo” come scopo del proletariato e di tutti gli strati sociali oppressi dal capitale.

Questo orientamento, la cui prima manifestazione storica fu l’antifascismo di anteguerra e di guerra, non ha risparmiato nessuno dei partiti legati a Mosca (poco importa se svincolatisi dal suo controllo, come quello cinese) sfociando nella negazione del partito unico, forma indubbiamente comunista e leninista all’origine, come necessaria guida della rivoluzione e della dittatura proletaria. Mentre nelle “democrazie popolari” del cosiddetto “campo socialista” il potere era nelle mani di “fronti” popolari o nazionali, ovvero di partiti o “leghe” che esplicitamente incarnavano un blocco di più classi, i partiti “comunisti” operanti nel “campo borghese” avevano fatto solenne abiura della dottrina della violenza rivoluzionaria di classe come unica via al potere e della dittatura esercitata dalla classe attraverso il solo partito comunista come unica via per mantenerlo, e promettevano ai corteggiatissimi interlocutori socialisti, cattolici ed altri un “socialismo” gestito in condominio da più partiti rappresentanti il “popolo”. Accolto favorevolmente da tutti i nemici della rivoluzione proletaria, che nel “comunismo” di ispirazione stalinista respingevano tutto ciò che ricordava il folgorante Ottobre rosso, questo orientamento era non soltanto disfattista, ma illusorio. Come il proletariato non rivendica per sé nessuna libertà nel quadro del regime dispotico del capitale e quindi non fa propria la bandiera della democrazia né “formale”, né “reale”, così rivendica come parte integrante del suo programma la soppressione di tutte le libertà per i gruppi sociali legati al capitale nel quadro del regime dispotico che, preso il potere, esso imporrà alla classe vinta. Se la borghesia maschera la propria dittatura dietro la finzione democratica – secondo cui sull’arena politica si scontrerebbero non già classi antagoniste ma individui liberi ed eguali fra loro “dialoganti”, e questo scontro sarebbe di opinioni anziché di forze fisiche e sociali divise da insanabili contrasti – i comunisti che, dal tempo del Manifesto, “non hanno nulla da nascondere” proclamano apertamente che la conquista rivoluzionaria del potere, necessario preludio alla palingenesi sociale, significa nello stesso tempo il dominio totalitario dell’ex classe oppressa, incarnata dal suo partito,
sull’ex classe dominante.

L’antitotalitarismo è una rivendicazione di quelle classi che si muovono sulla stessa base sociale della classe capitalistica (disposizione privata dei mezzi di produzione e dei prodotti), ma che ne sono invariabilmente schiacciate; è l’ideologia – comune ai variopinti movimenti di “intellettuali”, “studenti” ecc., da cui la scena politica è periodicamente infestata – della piccola e media borghesia urbana e contadina aggrappata a quei miti della piccola produzione, della sovranità dell’individuo e della “democrazia diretta” che sa condannati dalla storia, ma che pur tenta disperatamente di salvare. Esso è quindi insieme borghese ed antistorico, e per questi due motivi antiproletario. La rovina della piccola borghesia sotto i colpi di maglio del grande capitale è storicamente inevitabile, e socialmente costituisce – alla maniera capitalistica, brutale e lenta nello stesso tempo – un passo avanti verso la rivoluzione socialista in quanto rende operante il vero ed unico apporto storico del capitalismo: la centralizzazione della produzione, la socializzazione dell’attività produttiva.

Il proletariato, che nel ritorno (quand’anche fosse possibile) a forme di produzione meno concentrate non può non vedere un allontanamento dall’obbiettivo storico suo proprio di una produzione e di una disposizione dei prodotti completamente sociali, non riconosce come suo compito né la difesa dei piccoli borghesi contro i grandi (gli uni e gli altri egualmente nemici del socialismo) né l’adozione in politica di quel pluralismo e “policentrismo” che non ha nessuna ragione di accettare sul piano economico e sociale.

Come era ed è reazionaria la parola d’ordine della “lotta contro i monopoli” in difesa della piccola produzione, così sono reazionari tutti quei movimenti che – sia per riflesso delle ideologie piccolo-borghesi, sia per malintesa reazione al corso degenerativo della rivoluzione russa (interpretato come effetto, non della mancata estensione internazionale della rivoluzione proletaria e dell’abbandono dell’internazionalismo comunista, ma dell’instaurazione fin dall’inizio di una dittatura totalitaria, quindi antidemocratica) – vedono il processo rivoluzionario come una graduale conquista di isole di “potere” periferico ad opera di organismi proletari indifferenziati a base aziendale esprimenti una fantomatica “democrazia diretta”, (teoria gramsciana e ordinovista dei consigli di fabbrica, vaneggiamenti attuali di svariati “poteri” operai od altri). Ignorano il problema centrale della conquista del potere politico, della distruzione dello Stato capitalistico, e quindi anche del partito come organo centralizzatore della classe. Altri presentavano come “socialismo” già realizzato un sistema basato su una rete di aziende “autogestite” ciascuna elaborante il suo piano attraverso analoghi organi di “decisione dal basso” (teoria iugoslava dell’autogestione), distruggendo così alla radice la possibilità di quella «produzione sociale regolata dalla previsione sociale», in cui Marx indicava «l’economia politica della classe lavoratrice», e che è solo realizzabile superando l’autonomia delle cellule produttive di base dell’economia capitalistica e il «cieco dominio» del mercato in cui essi trovano l’unico, caotico e imprevedibile, elemento connettivo.

Prima o dopo la presa del potere, in politica o in economia, il proletariato rivoluzionario non fa, né può fare, nessuna concessione all’antitotalitarismo, altra versione di quell’antiautoritarismo idealistico ed utopista che Marx ed Engels denunziarono nella lunga polemica con gli anarchici e che Lenin in Stato e Rivoluzionedimostrò convergere con il riformismo gradualista e democratico. Nei confronti dei piccoli produttori, il proletariato socialista non userà la ferocia di cui il capitalismo ha dato prova in tutta la sua storia; ma, nei confronti della piccola produzione e dei suoi riflessi politici, ideologici e religiosi, la sua azione sarà infinitamente più decisa, rapida e insomma totalitaria. All’intera specie umana la dittatura proletaria risparmierà la massa infinita di violenze e di miseria che sotto il capitalismo costituisce il suo pane quotidiano, ma potrà farlo appunto in quanto non esiterà ad impiegare la forza, l’intimidazione e, se necessario, la più decisa repressione contro qualunque gruppo sociale, piccolo o grande, che la ostacoli nell’adempimento della sua missione storica.

Concludendo, chiunque associ la nozione di socialismo ad una forma qualsivoglia di liberalismo, democratismo, aziendismo, localismo, pluripartitismo o, peggio, antipartitismo, come facevano in vario modo le correnti “antirusse” sviluppatesi in seno al movimento operaio per effetto della bieca controrivoluzione borghese stalinista, si mette da sé fuori dalla storia, fuori dalla via che porta alla ricostituzione del Partito e dell’Internazionale totalitariamente comunisti.

Ritorno all’internazionalismo

Dal 1848, cioè dall’apparizione di quello che non a caso si intitola, senza specificazioni nazionali, il Manifesto del Partito Comunista, il comunismo e la lotta per la trasformazione rivoluzionaria della società sono per definizione internazionale ed internazionalisti: «Gli operai non hanno patria»; «L’azione unita almeno nei paesi civili è una delle prime condizioni dell’emancipazione del proletariato».

All’atto della sua costituzione nel 1864, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori iscrisse nei suoi statuti generali il riconoscimento che «tutti gli sforzi per raggiungere il grande fine dell’emancipazione economica della classe operaia sono finora falliti per la mancanza di solidarietà tra le molteplici categorie di operai in ogni paese e per l’assenza di una unione fraterna fra le classi operaie dei diversi paesi» e proclamò con forza «che l’emancipazione degli operai non è un problema locale né nazionale, ma un problema sociale che abbraccia tutti i paesi in cui esiste la società moderna e la cui soluzione dipende dalla collaborazione pratica e teorica dei paesi più evoluti». Nel 1920 l’Internazionale Comunista, nata dalla lunga lotta della sinistra internazionalista mondiale per la trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile, sia nella più democratica delle repubbliche sia nel più autocratico degli imperi o nella più costituzionale e parlamentare delle monarchie, riprese e fece propri gli statuti della Prima internazionale. Proclamò che «la nuova Internazionale dei Lavoratori è costituita per l’organizzazione di azioni comuni dei proletari dei diversi paesi che mirano all’unico fine dell’abbattimento del capitalismo, l’instaurazione della dittatura del proletariato e di una repubblica internazionale dei Soviet per la completa eliminazione delle classi e per la realizzazione del socialismo, questo primo stadio della società comunista» aggiungendo che «l’apparato organizzativo dell’Internazionale Comunista deve assicurare agli operai di ogni paese la possibilità di ricevere in ogni momento il maggior aiuto possibile dai proletari organizzati degli altri paesi».

Il filo di questa grande tradizione è stato rotto nel primo interguerra dall’azione congiunta della teoria e della prassi del “socialismo in un solo paese” e della sostituzione della lotta per la democrazia contro il fascismo alla lotta per la dittatura proletaria. La prima direttiva ha svincolato le sorti della rivoluzione vittoriosa in Russia da quelle del movimento rivoluzionario proletario in tutto il mondo, condizionando gli sviluppi di quest’ultimo ai mutevoli interessi diplomatici e di potenza dello Stato sovietico. La seconda, dividendo il mondo in paesi fascisti e democratici, ordinando ai proletari inquadrati nei regimi totalitari di battersi contro il loro governo non per la conquista rivoluzionaria del potere ma per la restaurazione degli istituti democratici e parlamentari, e ai proletari inquadrati nei regimi democratici di difendere i propri governi e, se necessario, scendere per essi in guerra contro i propri fratelli dall’altra parte della frontiera, ha legato il destino della classe operaia a quello delle rispettive “patrie” e dei loro istituti borghesi.

La dissoluzione dell’Internazionale Comunista nel corso della seconda guerra mondiale fu la logica risultante di questo capovolgimento di dottrina, di strategia e di tattica. Dal nuovo massacro imperialistico uscirono nell’Europa orientale degli Stati che si dicevano socialisti, ma che proclamavano e difendevano rabbiosamente la propria “sovranità” nazionale; che si dicevano fratelli, ma erano isolati da frontiere gelosamente custodite; che si dicevano membri di un “campo socialista”, ma erano divisi da contrasti economici per risolvere i quali, allorché essi raggiungevano un punto di estrema tensione, non restava che l’impiego della bruta forza (Ungheria, Cecoslovacchia) o che, dove l’intervento militare non era possibile, davano luogo a lacerazioni profonde come nel caso della Cina e della Iugoslavia. A loro volta i partiti non ancora giunti al “potere” rivendicavano il possesso di una propria “via nazionale al socialismo” (che poi era per tutti un’unica via di abiura della rivoluzione e della dittatura proletaria e di completa adesione all’ideologia democratica, parlamentare e riformista) e si presentavano, in un’orgogliosa difesa della propria autonomia dagli altri partiti “fratelli”, come gli eredi delle più pure tradizioni politiche e patriottiche delle rispettive borghesie, pronti a raccogliere – nella frase di Stalin – la bandiera che queste si erano lasciate cadere di mano.

Già allora l’internazionalismo era stato ridotto ad una frase ancor più vuota e retorica della parola dell’”affratellamento internazionale dei popoli” che Marx nella Critica al programma di Gotha violentemente rinfacciava al Partito Operaio tedesco come «presa a prestito dalla lega borghese per la libertà e per la pace». Nessuna solidarietà internazionale era possibile – e nessuna effettiva solidarietà internazionale si è infatti mai più verificata neppure in momenti di alta tensione sociale (scioperi di minatori in Belgio, di portuali in Inghilterra, rivolte di proletari negri dell’industria automobilistica americana, sciopero generale francese 1968, ecc.) – da quando si proclamò che ogni proletariato e partito “comunista” avevano da risolvere, e erano i soli “competenti a risolvere”, i loro particolari problemi, e ciascuno di essi si eresse, nel proprio angolino “privato”, a difensore delle istituzioni e tradizioni patrie, dell’economia nazionale, e addirittura dei “sacri confini”. A che pro’, del resto, un internazionalismo non a parole ma “di fatto” (Lenin) se il messaggio dei “partiti nuovi” al mondo era quello della coesistenza pacifica e della gara emulativa fra capitalismo e “socialismo”?

Il movimento proletario rinascerà nella pienezza dei suoi connotati storici alla sola condizione di riconoscere che unica è in qualunque paese la via della sua emancipazione, e unico dev’essere – nella dottrina, nei principi, nel programma, nelle norme pratiche di azione – il suo partito, non ibrido incontro di programmi disordinatamente discordanti «ma superamento sicuro ed organico di tutte le particolari spinte destate dall’interesse di gruppi proletari, distinti per categorie professionali e per appartenenze nazionali, in una forza sintetica agente nel senso della rivoluzione mondiale» (Piattaforma politica del Partito, 1945).

* * *

L’abdicazione del movimento comunista ai suoi compiti rivoluzionari internazionali si rispecchiò altrettanto crudamente nel completo e vergognoso abbandono della classica posizione del marxismo di fronte alle lotte insurrezionali dei popoli coloniali contro l’oppressione imperialistica, lotte che nel secondo dopoguerra avevano assunto aspetti di estrema violenza nell’atto in cui il proletariato delle metropoli imperialistiche veniva codardamente aggiogato al carro della “ricostruzione” borghese. Di fronte alle lotte armate dei popoli coloniali che già nel primo dopoguerra squassavano l’imperialismo, nel 1920 il secondo congresso dell’Internazionale Comunista e il primo congresso dei Popoli d’Oriente delineavano la grandiosa prospettiva di una strategia mondiale unica che saldasse il disfattismo dell’insurrezione sociale nelle metropoli capitalistiche alla rivolta nazionale nelle colonie e semicolonie. Questa rivolta, politicamente diretta dalle giovani borghesie coloniali, perseguiva bensì l’obiettivo borghese dell’unità e dell’indipendenza nazionale, ma, in una congiuntura politica che «mette all’ordine del giorno in tutto il mondo la dittatura del proletariato» (Lenin), da un lato, l’intervento attivo nella lotta dei giovani partiti comunisti politicamente e organizzativamente indipendenti alla testa di gigantesche masse operaie e contadine, dall’altro, l’offensiva del proletariato metropolitano contro le cittadelle del colonialismo, avrebbero reso possibili lo scavalcamento dei partiti nazionalrivoluzionari e la trasformazione di rivoluzioni originariamente borghesi in rivoluzioni proletarie, secondo lo schema della rivoluzione in permanenza tracciato da Marx e attuato dai bolscevichi nella semifeudale Russia del 1917. L’asse di questa strategia era e non poteva non essere il proletariato rivoluzionario dei paesi “più civili”, cioè economicamente più avanzati, perché la loro vittoria ed essa sola avrebbe consentito ai paesi economicamente retrogradi del mondo coloniale di superare l’handicap storico della loro arretratezza: padrone in Occidente del potere e dei mezzi di produzione, il proletariato metropolitano ne avrebbe resa partecipe l’economia delle ex colonie mediante un “piano economico mondiale” che, unitario come quello cui già tende il capitalismo, non avrebbe, diversamente da questo, voluto nessuna oppressione o conquista, nessuno sterminio o sfruttamento; e i popoli coloniali, grazie alla «subordinazione degli interessi immediati dei paesi rivoluzionariamente vittoriosi agli interessi generali della
rivoluzione in tutto il mondo», sarebbero giunti al socialismo senza dover passare attraverso gli orrori di una fase capitalistica tanto più feroce quanto più costretta a bruciare le tappe per portarsi a livello con le economie più evolute.

Nulla di questo poderoso edificio è stato lasciato in piedi dall’opportunismo, fin dagli anni 1926-27 in cui si giocarono le sorti della rivoluzione cinese. Nelle colonie, i partiti sedicenti comunisti, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, lungi dal «mettersi alla testa delle masse sfruttate» per accelerarne il distacco dal blocco informe di più classi costituitosi sotto la bandiera dell’indipendenza nazionale, si sono messi a rimorchio della borghesia indigena e perfino di classi e potentati feudali “antimperialisti” o, quando hanno preso il potere, hanno rivendicato il programma politico della democrazia costituzionale, parlamentare e pluripartitica “dimenticandosi” di «mettere in primo piano la questione della proprietà» e di procedere almeno alla confisca senza indennità delle immense terre dei proprietari fondiari (vitalmente legati alla borghesia commerciale e industriale e, per il suo tramite, allo stesso imperialismo), mai ponendo il giovane ma agguerrito e concentratissimo proletariato locale all’avanguardia delle masse contadine e semiproletarie, viventi da secoli in una abietta miseria, per scrollare insieme il giogo del capitale. Nelle metropoli imperialistiche, d’altra parte, essi avevano abiurato i principi della rivoluzione violenta e della dittatura proletaria e, caduti ancora più in basso dei riformisti della Seconda Internazionale, si sono limitati, in Francia durante l’ultima parte della guerra di indipendenza algerina come in America durante la guerra nel Vietnam, a invocare “pace” e “trattative”, e a chiedere ai rispettivi governi quel «riconoscimento formale e puramente ufficiale della uguaglianza e indipendenza» delle giovani nazioni che la Terza Internazionale aveva bollato a fuoco come ipocrita parola d’ordine dei «democratici borghesi che si camuffano da socialisti».

La conseguenza di questo completo smarrimento della prospettiva marxista delle doppie rivoluzioni è stata ed è che le gigantesche potenzialità rivoluzionarie racchiuse in moti grandiosi e spesso cruenti, il cui onere è stato sempre e soltanto sopportato da milioni di proletari e contadini poveri, sono andate sprecate: nei paesi formalmente indipendenti, sono oggi al potere delle borghesie avide, corrotte e succhione, tanto più disposte a riallearsi con il “nemico” di ieri, l’imperialismo, quanto più coscienti della minaccia che sale dalle masse sfruttate delle città e delle campagne; mentre il capitale non scalfito nelle ex metropoli rientra nelle terre, dalle quali era stato ignominiosamente costretto a levare i tacchi, attraverso gli “aiuti”, i prestiti e il commercio delle materie prime e dei prodotti finiti. Nello stesso tempo la paralisi del movimento rivoluzionario proletario e comunista nelle cittadelle dell’imperialismo dava una parvenza di giustificazione storica alle degeneri teorie maoiste, castriste e guevariane, che additavano in fantomatiche rivoluzioni contadine, popolari o libertarie l’unica possibile via di uscita dalla palude mondiale del riformismo legalitario e pacifista. A tanto ha portato e doveva portare l’abbandono della via maestra dell’internazionalismo.

Ma come, rinnegato dai partiti che si richiamavano a Mosca o a Pechino, l’internazionalismo è destinato a risorgere perché radicato nei fatti di un’economia e di un regime di scambi sempre più mondiali, così la fine dell’ipoteca nazionale, che nelle colonie cementava il fronte unito di tutte le classi, la loro industrializzazione forzata, la rapida trasformazione delle loro strutture politiche e sociali, non possono non rimettere dovunque all’ordine del giorno la questione della guerra di classe e della dittatura proletaria, e additano fin da oggi al Partito Comunista Internazionale il compito di aiutare la giovane classe operaia autoctona del cosiddetto Terzo Mondo a scindere definitivamente il proprio destino dagli strati sociali al potere, e a prendere il posto che si è duramente conquistato nell’esercito mondiale della rivoluzione comunista.

Ritorno al programma comunista

Sul piano programmatico, la nostra concezione del socialismo si distingue da tutte le altre in quanto postula la necessità d’una preliminare rivoluzione violenta, la distruzione di tutte le istituzioni dello Stato borghese, e la creazione di un nuovo apparato statale diretto, in senso opposto, da un partito unico: quello che avrà preparato, unificato e condotto alla vittoria gli assalti proletari al vecchio regime.

Ma, come rigettiamo la concezione di un graduale e pacifico passaggio dal capitalismo al socialismo senza rivoluzione politica, cioè senza distruzione della democrazia, così noi respingiamo la concezione anarchica che limita i compiti della rivoluzione all’abbattimento del potere di Stato esistente. La rivoluzione politica apre per il marxismo ortodosso una nuova epoca sociale della quale importa ridefinire le grandi fasi:

1) Fase di transizione

Politicamente, essa è caratterizzata dalla dittatura del proletariato; economicamente, da una sopravvivenza delle forme specificamente legate al capitalismo: una distribuzione mercantile dei prodotti, anche se della grande industria, e in certi settori, soprattutto agricoli, una produzione di tipo parcellare. Queste forme non possono essere superate che in virtù di misure dispotiche del potere proletario: passaggio sotto la sua gestione di tutti i settori a carattere collettivo (grande industria, grande agricoltura, grande commercio, trasporti, ecc.); messa in opera di un vasto apparato di distribuzione indipendente dal commercio privato, ma sempre funzionante, almeno in un primo tempo, secondo criteri mercantili. In questa fase, tuttavia, il compito della lotta militare prevale su quello della riorganizzazione economica e sociale, a meno che, contro ogni previsione ragionevole, la classe abbattuta all’interno e minacciata all’esterno rinunci ad ogni resistenza armata.

La durata di questa fase dipende da una parte dall’importanza delle difficoltà che la classe capitalistica riuscirà a creare al proletariato rivoluzionario, dall’altra dall’ampiezza dell’opera di riorganizzazione che è in ragione inversa dello stadio raggiunto dall’economia e dalla società in ogni settore e in ciascun paese e che quindi si presenta più semplice nei paesi più evoluti.

2) Fase del socialismo inferiore (o fase socialista)

Essa deriva dialetticamente dalla prima. I suoi caratteri sono i seguenti: lo Stato proletario dispone ormai di tutto il prodotto scambiabile, anche se sussiste ancora un settore di piccola produzione; è questa la condizione per passare a una distribuzione che non è più monetaria, ma conserva ancora un carattere di scambio, poiché l’assegnazione dei prodotti ai produttori dipende dalla loro prestazione di lavoro, effettuandosi tramite i buoni di lavoro che ne sono l’attestato. Tale sistema differisce sostanzialmente da quello del salariato che inchioda il trattamento del lavoratore al valore della sua forza-lavoro scavando un abisso crescente fra la vita degli individui e le possibilità e le ricchezze sociali: poiché fra i bisogni e la loro soddisfazione non si interpone più nulla, salvo l’obbligo del lavoro per tutti gli individui validi, ogni progresso della società, che sotto il regime capitalista si erige in potenza ostile alla classe produttrice, al proletariato, diviene immediatamente un mezzo di emancipazione per tutta la specie. Si ha tuttavia ancora a che fare con forme direttamente ereditate dalla società borghese: «La stessa quantità di lavoro che il produttore ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra… Domina qui lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di cose di valore uguale… L’uguale diritto è qui perciò ancora, sempre, secondo il principio, il diritto borghese; benché principio e pratica non si azzuffino più, mentre lo scambio di equivalenti, nello scambio di merci, esiste solo nella media, non per il caso singolo. Malgrado questo progresso, questo ugual diritto reca ancor sempre un limite borghese… il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro» (Marx, Critica del Programma di Gotha). Soprattutto, il lavoro continua ad apparire come una costrizione sociale, tuttavia sempre meno opprimente nella misura in cui le condizioni generali del lavoro migliorano.

D’altra parte, il fatto che lo Stato proletario disponga dei principali mezzi di produzione permette (dopo la soppressione draconiana di tutti i settori economici inutili o antisociali, che è cominciata già nella fase transitoria) uno sviluppo accelerato dei settori sacrificati dal capitalismo, che sono soprattutto la casa e l’agricoltura; ancor più, permette una riorganizzazione geografica dell’apparato produttivo, che porta alla soppressione dell’antagonismo fra città e campagna e alla costituzione di una sola unità di produzione su scala almeno continentale. Esso permette egualmente l’integrazione dei piccoli produttori nella produzione sociale, grazie ai vantaggi che lo Stato proletario consentirà loro, purché accettino il passaggio a forme più evolute e concentrate di produzione, quando disporrà del monopolio effettivo della produzione industriale.

Infine, tutti i progressi così realizzati costituiscono l’abolizione delle condizioni generali che, da una parte, inchiodano il sesso femminile a un lavoro domestico improduttivo e meschino, e dall’altra confinano tutta una frazione dei produttori ad attività puramente manuali, facendo del lavoro intellettuale un privilegio sociale e consegnando tutto il patrimonio delle conoscenze scientifiche ad una sola classe della società. Così si profila, oltre all’abolizione delle classi nei rapporti rispettivi coi mezzi di produzione, la scomparsa dell’attribuzione fissa di determinati compiti sociali a determinati gruppi umani.

3) Fase del socialismo superiore (o fase comunista)

Nella misura in cui assolve questi compiti, per i quali è nato e che trascendono la sua funzione storica di prevenzione e repressione dei tentativi di restaurazione capitalistica, lo Stato tende a scomparire in quanto Stato, cioè in quanto dominio sugli uomini, per divenire un semplice apparato d’amministrazione delle cose. Questa estinzione è legata alla scomparsa di classi distinte e opposte in seno alla società, e quindi si realizza con la trasformazione del contadino (o artigiano) più o meno parcellare in vero e proprio produttore industriale. Così si arriva allo stadio del comunismo superiore, caratterizzato da Marx in questo modo: «In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione che soggioga gli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto fra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro è divenuto non soltanto mezzo di vita ma il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte del diritto borghese può essere superato e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni!».

Questo grande risultato storico oltrepassa la distruzione degli antagonismi fra gli uomini i cui effetti erano l’inquietudine, l’insicurezza «generale, particolare, perenne» (Babeuf), destino dell’uomo nella società capitalista; è la condizione d’un reale dominio della società sulla natura, quello che Engels chiamava «il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà», in cui lo sviluppo delle forze umane diventa per la prima volta un fine in sé dell’attività umana. È allora che nella prassi sociale si compie la soluzione di tutte le antinomie del pensiero teorico tradizionale, «fra esistenza ed essenza, oggettivazione e affermazione di sé, libertà e necessità, individuo e genere» (Marx), cosicché il comunismo merita la qualifica che gli applicarono i fondatori del socialismo scientifico di «enigma finalmente risolto della storia».


 

RICOSTRUZIONE DEL PARTITO COMUNISTA SU SCALA MONDIALE

La ricostruzione a scala nazionale e internazionale di un partito politico proletario capace di assicurare la continuità della politica rivoluzionaria non potrà divenire un fatto storico effettivo se le forze d’avanguardia del proletariato dei paesi avanzati e sottosviluppati non si orienteranno intorno alle posizioni cardinali sopra definite. Il comunismo ortodosso si distingue da tutte le varietà di estremismi più o meno socialisteggianti, perché nega che l’evoluzione della società moderna escluda la riproduzione di un tale fenomeno storico, ossia che le stesse leggi che nella fase attuale, sostanzialmente fascista, del dominio capitalista determinano l’esaurirsi delle lotte politiche fra partiti borghesi, rendano anche il proletariato incapace di costituirsi in partito rivoluzionario. Esso afferma, al contrario, che proprio l’eclissarsi delle opposizioni, anche formali, fra destra e sinistra classiche, fra liberalismo e autoritarismo, tra fascismo e democrazia, fornisce la miglior base storica allo sviluppo di un partito decisamente comunista e rivoluzionario. La realizzazione di questa possibilità è legata non solo all’esplosione inevitabile d’una crisi aperta a scadenza più o meno breve, e sotto qualsivoglia forma, ma all’aggravarsi oggettivo dei contrasti sociali nelle stesse fasi di espansione e prosperità. Chiunque esprima il minimo dubbio su questo punto dubita, in realtà, delle prospettive storiche della rivoluzione comunista. Ciò si spiega con l’ampiezza del rinculo che la degenerazione della III Internazionale, la seconda guerra imperialistica, la estensione mondiale e il conseguente rafforzamento del capitalismo hanno determinato, ma non fa che tradurre il momentaneo trionfo del capitale, fin nel pensiero dei suoi “becchini”. Ora, lungi dall’assicurare l’eternità del regime, questo trionfo in realtà prepara, ritardandola, l’esplosione rivoluzionaria più violenta della storia.

* * *

Lo sviluppo del partito non può obbedire a regole formali del tipo di quelle che molte opposizioni anti-staliniste hanno rivendicato sotto il nome di “centralismo democratico” e che consistono nel pretendere che il suo giusto orientamento dipenda dalla libera espressione del pensiero e della volontà della “base” proletaria e dal rispetto delle regole democratiche e dei canoni elettorali nella designazione dei responsabili ai diversi livelli. Pur non negando che il soffocamento delle opposizioni e le irregolarità di procedura siano effettivamente serviti a liquidare in Russia e nel mondo la tradizione rivoluzionaria comunista, il nostro partito definisce e ha sempre definito questa liquidazione, essenzialmente, come la liquidazione di un programma e di una tattica che l’eventuale ritorno alle sane norme organizzative, richiesto dai trotzkisti, non sarebbe affatto bastato ad impedire. Allo stesso modo, per il futuro, più che ad uno statuto comportante un uso largo e regolare del meccanismo maggioritario, noi ci affidiamo ad una definizione senza equivoci e senza concessioni dei fini e dei mezzi della lotta rivoluzionaria. O il partito riesce a selezionare nel proprio seno degli organismi evidentemente atti ad applicare senza esitazioni il suo “catechismo”, o bisogna revocarne in dubbio la stessa esistenza. In tal caso, è questa selezione che si deve realizzare, non un modello qualsiasi di funzionamento interno. Tale è il contenuto della formula centralismo organico, che la nostra corrente prima e il partito oggi ha sempre contrapposto e contrappone a quella del centralismo democratico. Essa pone l’accento sull’unico elemento veramente essenziale, che è il rispetto non della maggioranza, ma del programma; non dell’opinione individuale, ma della tradizione storica e teorica del movimento. A questa concezione corrisponde una struttura interna – che i fautori impenitenti delle libertà individuali o collettive poterono bollare come dittatura di comitati e perfino di individui – che in sostanza realizza la condizione sine qua non della persistenza del partito come organismo rivoluzionario: la dittatura dei princìpi. Realizzata questa condizione, la disciplina della base alle decisioni del centro è ottenuta col minimo di attriti, mentre una vera e propria dittatura di individui diviene necessaria allorché la tattica del partito si emancipa dall’autorità del programma, suscitando tensioni e urti di cui si viene a capo solo in virtù di misure disciplinari, come accadde nell’Internazionale ancor prima della vittoria di Stalin.

Lo sviluppo storico del partito di classe manifesta, in qualunque epoca avvenga,  «lo spostamento di un’avanguardia del proletariato dal terreno dei movimenti spontanei suscitati da interessi parziali e di gruppo, a quello di un’azione proletaria generale». Questo risultato è favorito non da una negazione di questi movimenti elementari, ma al contrario da una partecipazione dell’organismo, anche se embrionale, del partito alle lotte fisiche del proletariato. L’opera di propaganda ideologica e di proselitismo, che segue naturalmente alla fase infrauterina di chiarificazione ideologica, non può quindi disgiungersi da un intervento nei movimenti rivendicativi che, senza mai attribuire il valore di un fine in sé alle “conquiste” sindacali, obbedisca a una doppia preoccupazione: fare di questi movimenti un mezzo per acquisire l’esperienza e l’allenamento indispensabili a una reale preparazione rivoluzionaria mediante una critica spietata delle previsioni, dei postulati e dei metodi dei sindacati e dei partiti di collaborazione di classe che li controllano; e, in uno stadio più avanzato, realizzare la loro unificazione e il loro superamento rivoluzionario nell’esperienza vivente, spingendoli alla loro realizzazione piena e completa.

Negli ultimi decenni i sindacati ufficiali si sono mostrati sempre più impermeabili ad ogni tentativo di unificare e generalizzare le lotte, e sempre più resistenti alle spinte rivendicative provenienti dalla base. Le lotte più decise ed efficaci sono state quelle dichiarate e condotte al di fuori del controllo delle centrali sindacali. Gli organismi nati da queste lotte, che il Partito ha sostenuto e sostiene con ogni mezzo, ove presente, sono una ricchezza di esperienza per i proletari. Anche se non si può escludere in assoluto che, in un momento di forte mobilitazione, la classe operaia possa riuscire ad utilizzare alcune strutture periferiche e di categoria dei sindacati tradizionali per un’azione di classe, attualmente tali sindacati si presentano più come agenzie dello Stato borghese in seno alla classe operaia che come organi di lotta economica, e risultano a tale scopo inutilizzabili.

* * *

Se è vero che, oggi, tutti i problemi relativi allo sviluppo del partito si pongono nella cornice storica di una crisi ideologica e pratica senza precedenti nel movimento internazionale socialista, ciò malgrado l’esperienza passata basta a stabilire una legge: la ricostituzione della potenza offensiva della classe operaia non può essere il risultato di una revisione, di un aggiornamento del marxismo, o, meno che mai, della “creazione” d’una pretesa dottrina nuova, ma può essere solo il frutto di quella restaurazione del programma originario che, di fronte alle deviazioni della Seconda Internazionale, era stata assicurata dal partito bolscevico e che, di fronte a quelle della Terza, fu assicurata dalla Sinistra marxista italiana in condizioni generali anche peggiori. Quali che siano i settori in cui la lotta per il comunismo è destinata a rinascere, quale che sia il tempo che ce ne separa, il movimento internazionale futuro non può che essere il punto d’arrivo storico della lotta sostenuta da questa corrente, ed è probabile che anche fisicamente essa vi abbia da sostenere un ruolo decisivo. È perciò che nella fase attuale la ricostituzione di un embrione di Internazionale può prendere una sola forma: l’adesione al programma e all’azione del Partito Comunista Internazionale e la creazione di legami organizzativi con esso tali che rispondano al principio del centralismo organico e siano esenti da ogni forma di democratismo.

* * *

Il comunismo è una esigenza mondiale, assoluta, della società odierna. Presto o tardi, le masse proletarie torneranno all’assalto delle fortezze del capitalismo in una immensa ondata rivoluzionaria. La distruzione di queste fortezze, la vittoria del proletariato, può verificarsi soltanto se la tendenza alla ricostituzione del partito di classe si approfondisce e si estende al mondo intero. La costituzione del partito mondiale del proletariato: ecco il fine di tutti coloro che vogliono la vittoria della rivoluzione comunista, contro la quale lottano già le forze coalizzate dell’Internazionale borghese.

Tratto da ‘il programma comunista, 1969

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