Prospettive economiche capitalistiche per l’esercizio amministrativo 2016

Analisi di alcuni dati socio-economici e calcoli previsionali di sviluppo

Quinto capitolo: Prospettive economiche capitalistiche per l’esercizio amministrativo 2016

Mettiamo insieme alcuni tasselli del mosaico socio-economico capitalistico su scala globale, opera ardua, anche se ci proviamo lo stesso, per poi abbozzare delle previsioni per i prossimi dieci mesi. Secondo il Fondo monetario internazionale il crollo del prezzo del petrolio (crollo causato dai giochi geopolitici fra i blocchi imperiali concorrenti ma anche da un vero e proprio calo della domanda, calo collegato alla riduzione della produzione industriale e quindi al perdurare della crisi economica), la frenata della crescita cinese, e infine la politica di rialzo dei tassi di interesse della Federal Reserve americana, sono i principali fattori che condizionano negativamente l’economia mondiale. Il FMI fa il suo mestiere, e quindi presenta come cause delle difficoltà dell’economia capitalistica, quelle che sono invece delle semplici conseguenze delle leggi tendenziali di esistenza della stessa economia capitalistica, di seguito schematizzate: accumulazione, riproduzione allargata del capitale, concorrenza fra capitali aziendali, concentrazione, centralizzazione, variazione della composizione organica del capitale e preponderanza del capitale costante, caduta tendenziale del saggio medio di profitto, sovrapproduzione di merci, sovraccumulazione di capitali, forza-lavoro in eccesso, esigenza di una distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso (1). Lo schema racchiude l’origine dei fenomeni indicati invece dal FMI come cause della congiuntura economica negativa, le cause proposte dal FMI sono dei semplici effetti derivati dalle interiori contraddizioni del modo di produzione capitalistico. A noi interessa poco, in questa sede, rimarcare il velo illusorio in cui è racchiusa la ‘scienza’ del FMI (2), mentre appare più interessante, dal nostro punto di vista, riprendere le sue stesse previsioni al ribasso della crescita economica globale per il 2016. I numeri della crescita media prevista sono del 3%, un po poco per cantare le lodi della ripresa su scala globale (ammesso che il problema sia quello di continuare a crescere). Il FMI valuta con preoccupazione le ripercussioni delle difficili situazioni economiche della Cina, del Brasile e della Russia sul corso dell’economia globale (ma anche le stime di crescita dell’America sono ritoccate al ribasso). Un breve inciso sulla Russia: in definitiva le sanzioni caldeggiate dall’America per l’annessione della Crimea e l’aiuto alle repubbliche di Donetsk e Lughansk, hanno creato una divisione fra Russia ed Unione Europea, a tutto vantaggio di Washington. I legami commerciali fra la Russia e l’Unione Europea, non limitabili alle sole risorse energetiche, hanno subito dei danni. Sappiamo da tempo che gli Stati Uniti hanno intenzione di vendere gas liquefatto all’Europa, e quindi anche per questo motivo provano, con lo strumento delle sanzioni, ad espellere la Russia da uno dei suoi maggiori mercati. Nello stesso senso vanno le politiche di alcune nazioni europee che pongono impedimenti e ostacoli al progetto Nord-Stream-2 , determinando un aumento della dipendenza della Russia dall’Ucraina per i diritti di transito sui metanodotti e oleodotti che attraversano il suo territorio. Uno degli effetti delle sanzioni è stata la parziale riorganizzazione del mercato interno, in quanto per rimpiazzare le merci sanzionate, la domanda nazionale russa si è orientata in gran parte verso i produttori autoctoni. In secondo luogo le sanzioni e la politica euro-atlantica hanno accelerato i processi integrativi e funzionali fra le economie e gli apparati statali-militari russi e cinesi, favorendo l’aggregazione intorno al blocco capitalistico russo-cinese di paesi come l’India, l’Iran, la Siria, e vari altri paesi del sud-America e dell’Africa. Se uno degli obiettivi delle sanzioni era di accrescere le difficoltà dell’economia russa e di favorire successivi disordini sociali, per poi ammorbidire o danneggiare il concorrente imperiale, ebbene per ora l’obbiettivo non è stato raggiunto. Non bisogna stupirsi, gli stessi fattori di debolezza del proletariato mondiale, intesi come l’insufficiente livello di potenza delle lotte economico-sindacali, e la conseguente incapacità di affermazione di un partito e di un programma comunista, giocano a favore della conservazione dello status quo sia in Russia che in America. Secondo alcuni centri di studi americani uno dei principali obbiettivi strategici di Washington dovrebbe essere l’affievolimento dei rapporti fra Germania e Russia, e il motivo è semplice; le risorse industriali, scientifiche e tecnologiche tedesche, congiuntamente alle risorse energetiche russe, e alla potenza del suo apparato militare-industriale, rappresenterebbero un pericolo ‘esistenziale’ per gli Stati uniti. Si tratta di ipotesi e di scenari che rientrano nel campo del possibile, tuttavia un dato di fatto è rappresentato dal ‘Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP)’, una vera e propria serie di misure protezionistiche degli Stati Uniti, finalizzate (per quanto possibile, e una volta approvate dai soci-vassalli europei) a creare ostacoli all’attività della concorrenza commerciale di Cina e Russia. Anche il Partenariato Trans-Pacifico può essere letto, in prospettiva, come la base per un blocco commerciale protezionistico in Asia. Torniamo ora all’Europa. La crescita della cosiddetta ‘zona euro’ è anch’essa ritoccata al ribasso, questa volta dalla Commissione Europea, che prevede una crescita della zona euro pari a 1,7%, rispetto al precedente 1,8% previsto nell’autunno scorso. L’esecutivo comunitario scrive, nel novembre 2015, ‘La crescita continua a tassi moderati in Europa, ma settori significativi dell’economia mondiale stanno facendo i conti con sfide di prima importanza…la ripresa è lenta, sia in termini storici che rispetto ad altre economie avanzate’.

In controtendenza con le preoccupazioni del FMI, altre ‘autorevoli’ fonti giornalistiche preconizzano un ruolo fondamentale della Cina nel determinare la direzione dell’economia mondiale e dei flussi di capitale. Le interessanti letture delle strategie di politica economica del governo cinese, contenute nei giornali economico-finanziari della borghesia, sono di sicuro più attendibili e verosimili della ‘nouvelle vague’ nostrana sul ‘capitale autonomo’. Vediamo cosa sostengono questi ‘cervelli’ economici borghesi sulla propria stampa, e lasciamo da parte le elucubrazioni sul ‘capitale autonomo’: l’importanza della Cina sulle sorti capitalistiche globali non sarà data dal rallentamento della sua economia, perché come mostrano gli ultimi numeri sulla produzione industriale, le misure di stimolo dell’economia stanno producendo degli effetti positivi. Quindi alcuni analisti economici affermano che in Cina gli investimenti stanno ripartendo, spinti dalle maggiori risorse messe a disposizione dai governi locali (ecco lo stato che a sua volta diventa forza economica) per la costruzione di infrastrutture. Anche il settore economico rappresentato dalle imprese a controllo pubblico sta investendo di più. Secondo tale analisi questi fatti segnano un ritorno al vecchio modello cinese di crescita fondato su investimenti ed esportazione di merci. Un modello dal quale la Cina stava cercando di uscire (aumentando il volume di investimenti in capitale finanziario, e anche il volume di investimenti diretti di capitale aziendale produttivo in altre economie nazionali, intendendo con il termine ‘investimenti diretti di capitale aziendale’, la creazioni ex novo di aziende funzionanti, o l’acquisizione/controllo di aziende già esistenti e funzionanti). Gli stessi analisti economici borghesi rilevano che le autorità politiche cinesi, negli ultimi mesi, hanno dovuto confrontarsi con una frenata dell’economia più forte del previsto, e quindi hanno deciso di cambiare linea di politica-economica, nella previsione che un alto livello di disoccupazione nel settore industriale, determinato dall’accentuazione dell’investimento di capitali all’estero o nella sfera finanziaria, potesse creare disordini sociali e minacciare la stabilità politica della borghesia cinese. La politica economica di ritorno agli investimenti di capitale nei settori industriali interni, sia pure per costruire infrastrutture inutili, ha il sapore keinesiano del rilancio dell’economia in direzione dei consumi interni, l’effetto di tali manovre è la cosiddetta e auspicata leva sulla domanda globale di beni e servizi, previa erogazione di un reddito da destinare al consumo. In parole povere si cerca di far girare l’economia e di tenere buoni i sudditi del capitale, continuando ad offrirgli un lavoro alienante nelle fabbriche totali, e un salario appena in grado di garantire la loro sopravvivenza biologica (3). Tuttavia, al di là della costruzione di infrastrutture, una parte del capitale investito nel settore industriale ‘interno’ è destinato alla produzione di merci. Una quota della produzione di merci sarà esportata e venduta a prezzi competitivi (pensiamo al plus-valore assoluto realizzato nelle fabbriche totali), e dunque, pensando a questi ultimi aspetti, è facile comprendere il perché delle previsioni fiduciose (di alcuni analisti economici) sull’economia cinese. Il calo del prezzo del petrolio, l’incremento dello sfruttamento della forza-lavoro (plus-lavoro/plus-valore assoluto), il maggiore impiego di capitale costante, determina una caduta dei prezzi di produzione, contribuendo ulteriormente al deprezzamento della moneta (Yuan) in termini reali. Una svalutazione lenta dello YUAN potrebbe essere vista come un fattore economico positivo dal resto delle economie capitalistiche del mondo, dato che soprattutto le economie ‘avanzate’ soffrono di una domanda inadeguata, l’importazione di merci meno costose dalla Cina potrebbe aiutare ad aumentare i consumi interni. Come si può ben arguire, i cervelli più fini della borghesia provano ad analizzare il trend di sviluppo economico globale, ‘ritrovando’ sparsi in giro dei segnali da interpretare in vario modo (privilegiando comunque letture moderatamente ottimistiche). Torniamo ora brevemente ai dati economici statunitensi. Da qualche anno alcune agenzie di informazione blaterano con insistenza di ripresa dell’economia americana, fornendo numeri di crescita del PIL oscillanti fra il 2% e il 5%. Anche per il 2016 le previsioni di crescita si aggirano su una forbice numerica che va dal 2% al 5%. Possiamo usare il termine ‘crescita drogata’ per riferirci a questi numeri, ammesso che abbiano un senso economico reale. Tentiamo di comprendere come fa il capitalismo americano a ricrescere, sia pure di poco, dopo il botto del 2008. Le vie del capitale in questa fase non sono infinite, anzi non sono neanche delle vie al plurale, trattandosi infatti di una sola via, quella di sempre, ovvero l’aumento dell’estorsione di plus-lavoro/plus-valore alla forza lavoro, e in seguito l’impiego del bottino ottenuto dallo sfruttamento nella sfera finanziaria. Tuttavia l’impiego del plus-valore nel ramo finanziario non crea ricchezza effettiva (beni e sevizi), bensì sposta semplicemente la ‘ricchezza’, il plus-valore prodotto nell’economia reale, dalle tasche del capitale industriale a quelle del capitale finanziario-usuraio. In altre parole si ripete un copione che va avanti da più di un secolo: in prossimità di una crisi economica da sovrapproduzione, determinata dalle cause schematizzate nel modello esposto all’inizio, si acutizzano le tendenze della classe borghese parassitaria a ricercare nella sfera finanziaria una compensazione alla caduta del saggio di profitto nell’economia reale produttrice di beni e servizi. In ‘Chaos Imperium’ abbiamo mostrato con una serie di tabelle numeriche dettagliate, partendo dal 1970 fino a giungere ai nostri anni, la precedenza delle crisi economiche rispetto a quelle finanziarie. Dunque è la caduta storica del saggio di profitto, determinata dalla variazione della composizione organica del capitale, a rappresentare il vero problema per l’economia borghese, e non certo le turbolenze, le speculazioni e gli imbrogli della sfera finanziaria. Al problema reale della propria economia la classe borghese oppone la cura consequenziale dell’aumento dello sfruttamento. Questo aumento non significa solo ritmi di lavoro più intensi (aumento della produttività/plus-valore relativo), o allungamento della giornata lavorativa (plus-valore assoluto), ma anche il furto del salario indiretto-differito, cioè le pensioni, i servizi sociali e via dicendo. Pensiamo ad esempio alle recenti discussioni politiche sul taglio alle pensioni di reversibilità, alla riforma Fornero che obbliga i settantenni a continuare a lavorare, o ai tagli alla sanità, e avremo un indizio dell’importanza ‘basica’ del furto di salario indiretto-differito, come ulteriore strumento di sfruttamento (rispetto ai normali strumenti di sfruttamento dati dai ritmi di lavoro più intensi o dall’allungamento della giornata lavorativa, che colpiscono invece il salario diretto). Il quadro non sarebbe completo se dimenticassimo l’incremento dello sfruttamento reale causato dall’aumento dell’imposizione fiscale, sui beni e sui servizi di primaria importanza (casa, energia elettrica, trasporti, sanità, istruzione). Gli aumenti del carico fiscale sulle tasche dei proletari contribuiscono a formare l’aggregato numerico-percentuale dell’inflazione, il caro-vita. Negli ultimi decenni sono state smantellate alcune conquiste come la scala mobile, e di conseguenza, oggigiorno, l’inflazione dovrebbe essere parzialmente compensata con altri automatismi retributivi (ancora più insufficienti della vecchia scala mobile), oppure con gli aumenti contrattuali (se dovessero esserci). Lo stato agisce come vero e proprio agente della minoranza sociale borghese, quando impone ai proletari tributi e imposte per pagare gli interessi sul debito pubblico (posseduto dal capitale finanziario-usuraio). Alla faccia dell’autonomia del capitale, si può verificare quindi praticamente, ancora una volta, l’importanza dell’apparato statutale, come strumento funzionale agli interessi della classe dominante (sia come riserva di forza latente-potenziale e attuale-cinetica per difendere e conservare l’ordine sociale borghese, sia come supporto legislativo-fiscale e politico-economico a un modo di produzione incapace di proseguire con le proprie forze). In relazione a questa funzione di supporto statale all’economia citiamo solo (in Italia) i numerosi salvataggi delle banche e le defiscalizzazioni, cioè gli incentivi per attrarre investimenti, ma anche e soprattutto le norme contenute nelle riforme come il ‘Jobs Act’, o la riforma della ‘buona scuola’ con le sue quattrocento ore gratuite di alternanza scuola-lavoro (obbligatorie per gli studenti del quarto anno delle superiori). Un piccolo inciso, lo stato borghese italico, attraverso la riforma pensionistica Fornero e la riforma scolastica di Renzi, ha messo in atto delle misure estreme per la sopravvivenza del modo di produzione capitalistico, estendendo la coercizione lavorativa a nuove fasce di età, sia giovanili che senili. Abbiamo solo pochi precedenti storici di ‘rastrellamento’ di giovani e anziani nei momenti di massimo pericolo per un regime sociale, ma lasciamo alla fantasia del lettore l’individuazione di questi precedenti. Tornando alla questione dei salvataggi delle banche, è importante ricordare che in base al principio della socializzazione delle perdite, i costi vengono scaricati, attraverso l’imposizione fiscale, sulle tasche del proletariato, che, in tal modo, è costretto a finanziare i propri sfruttatori. Anche negli USA sono stati condotti dalle autorità governative dei salvataggi di alcune importanti banche, costati oltre 2000 miliardi di dollari (dopo il crack di Lehman Broters), ma soprattutto la FED ha stampato quasi 3600 miliardi di dollari negli ultimi anni per pompare liquidità nell’economia. Questa massa di valore cartaceo è poi finita in buona parte nella sfera finanziaria, permanendo, evidentemente, le difficoltà ‘sistemiche’ di una adeguata spremitura di plus-valore nell’economia reale. Le misure di supporto fiscale e valutario della sovrastruttura statale americana alla propria struttura economica hanno prodotto una crescita drogata, vanamente magnificata da vari organi di informazione, che solo ‘en passant’ ricordano che l’altro effetto di queste misure è stato l’aumento spaventoso del debito pubblico, ormai aggirantesi intorno ai 20.000 miliardi di dollari ufficiali (il rapporto PIL debito pubblico è passato dal 65% del 2007 al 105 % del 2015, non considerando i debiti delle famiglie e delle imprese americane). In conclusione, si può ipotizzare che i recenti scossoni registrati nei mercati finanziari e borsistici mondiali segnalino, principalmente, le persistenti difficoltà per il capitale di drenare plus-valore adeguato nell’economia reale (4). Se tale ipotesi risultasse veritiera, si dovrebbe prevedere, per l’anno 2016 e per i prossimi anni a venire, una intensificazione del confronto/scontro fra i blocchi imperiali concorrenti (per il controllo delle risorse energetiche e il bottino di plus-valore) e l’aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro mondiale ( attraverso la gamma di strumenti diretti e indiretti – volti a colpire il salario diretto e indiretto – prima menzionati: aumento della produttività, allungamento della giornata lavorativa, riduzione diretta, e indiretta, cioè caro-vita, delle retribuzioni, e quindi imposizione fiscale sui beni e servizi di primaria importanza, estensione della coercizione lavorativa, ove possibile, a fasce di età di giovanissimi e di anziani). La difesa immediata delle proprie condizioni di vita, da parte del proletariato, potrebbe manifestarsi in modo più intenso proprio in ragione del grado di intensificazione dei livelli di sfruttamento e di impoverimento che sono in atto da sempre, in modo tendenziale, come aspetti sistemici del modo di produzione capitalistico.

 

 

(1).Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di “fette” del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria. ‘Vulcano della produzione…’

(2).Abbiamo visto che la stessa classe borghese, la quale vanta di avere per la prima eretta una scienza economica, prese audacemente a maneggiare modelli, e stabilire grandezze da introdurre nel calcolo economico e nella costruzione di leggi che applicò al divenire della società umana organizzata e moderna. Ma ciò fu appunto perché era quella allora una classe rivoluzionaria, ed attuava forse la più grande rivoluzione della storia, per la quale occorrevano braccia che impugnavano armi non meno che teste pervase da una teoria (e che fosse sotto forma di fede e di fanatismo, si inquadra nella nostra spiegazione della storia in modo totale). Quando dalla gioventù di Marx noi gridiamo che non vi è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, non intendiamo dire che solo il movimento operaio è rivoluzionario e sola teoria rivoluzionaria è quella comunista. Noi applichiamo quella enunciazione a tutte le rivoluzioni, e non vogliamo con questo dire (né per quelle precomuniste né per la nostra) che ogni cenacolo intellettuale possa fabbricare una teoria e con ciò suscitare una rivoluzione! Le forze profonde che sconvolgono l’organizzazione sociale a un dato (raro) svolto dei cicli, come assumono la forma di contrasti economici e produttivi e di scontri tra gruppi e classi di uomini, così prendono quella di una battaglia di nuove fedi contro le antiche, e anche, non è difficoltà ad ammetterlo, di miti contro miti.’Vulcano della produzione…’

(3).La tesi marxista che i ceti medi scompariranno non si prende nel senso che in tempo prossimo in tutti i paesi sviluppati debbano esservi solo capitalisti, grandi proprietari, e salariati, ma invece che delle tre classi tipo solo quella proletaria può lottare e deve lottare per l’avvento del nuovo tipo sociale, del nuovo modo di produzione. Dato che questo comporterà l’abolizione del diritto sul suolo e sul capitale e quindi l’abolizione delle stesse classi, quando abbia ceduto la resistenza delle attuali due classi dominanti non vi sarà per le classi minori posto in una forma di produzione, che non sarà più privata e mercantile. Esse non possono legare le loro forze che alla causa della conservazione delle classi sfruttatrici, o in certi casi, e per effetto subcosciente, a quella della classe proletaria, ma quello da cui sono escluse è lottare per un tipo di società “loro proprio”. Di qui non la loro attuale o prossima inesistenza e nemmeno la loro assenza totale da lotte economiche, sociali o politiche; solo la certezza che non hanno un compito proprio e che hanno importanza secondaria e non possono essere messe sullo stesso piano della classe salariata, ove si tratti di uno scambio di aiuti; mentre è fase nettamente regressiva della rivoluzione anticapitalista quella in cui il proletariato sostituisce alle sue le esigenze di tali classi e si confonde tra esse nella organizzazione o nelle famigerate alleanze e fronti.’Vulcano della produzione…’

(4). Ci riferiamo innanzitutto al solito aspetto della variazione della composizione organica del capitale, nei processi produttivi economico-aziendali, e quindi alla preponderanza del macchinario (capitale costante) a discapito del capitale variabile (cioè la forza-lavoro, unica fonte reale di plus-valore), non dimenticando che questa preponderanza del capitale costante è direttamente correlata alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. In secondo luogo ci riferiamo alla difficoltà di monetizzare, nella sfera della circolazione-distribuzione, il plusvalore carpito nella sfera della produzione sotto forma di plus-lavoro operaio incorporato nelle merci. In ‘Chaos Imperium’ abbiamo mostrato che riducendosi, storicamente, la quantità di plus-valore contenuto nella singola merce, le imprese concorrenti che formano il reticolo dell’economia capitalistica, si vedono obbligate ad aumentare la quantità di merci prodotte per compensare la riduzione del plus-valore in esse precedentemente racchiuso. In altre parole, le singole unità capitalistico-imprenditoriali, per sopravvivere sui mercati concorrenziali, devono ridurre i costi di produzione per vendere i prodotti a prezzi competitivi, di conseguenza devono costantemente ampliare le dimensioni aziendali (o attraverso la concentrazione, cioè il potenziamento di valore di uno stesso capitale, oppure attraverso la centralizzazione, cioè l’unione o l’incorporamento di diversi capitali aziendali). Tuttavia, nella sfera della circolazione-distribuzione, le merci incontrano delle difficoltà ad essere vendute, poiché l’impoverimento tendenziale di larga parte della popolazione, determinato in buona misura dalla crescita di un esercito industriale di riserva, espulso dai processi produttivi dall’aumento del capitale costante/macchinario, indebolisce pure la domanda globale di beni e servizi. In altre parole, indebolisce la platea di clienti in grado di comprare le merci ai prezzi adeguati al profitto previsto dalle imprese. Consideriamo che le imprese devono realizzare, attraverso la vendita del prodotto, il recupero del costo di produzione (quota capitale costante+quota capitale variabile+quota saggio medio sociale di profitto) tipico dell’economia borghese. Paradossalmente gli stessi processi concorrenziali che spingono le imprese a introdurre maggiore capitale costante nei processi produttivi, per produrre più merci a costi di produzione inferiori, trasformano poi in masse di disoccupati i lavoratori precedentemente occupati, che diventano quindi clienti incapaci di comprare le merci offerte sul mercato (ai prezzi adeguati al al costo di produzione).

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