Tre letture deformanti dei processi socio-economici capitalistici: Il capitale ‘autonomo’, l’imperialismo ‘globale’, lo stato unico imperialista.

 

Tre letture deformanti dei processi socio-economici capitalistici: Il capitale ‘autonomo, l’imperialismo ‘globale’, lo stato ‘unico’ imperialista.

Raccogliamo in un contenitore unico le nostre recenti analisi sulle ricorrenti letture ‘kautskiane’ del capitalismo. Esiste una simmetria teorica e storica, se vogliamo, fra l’invarianza dell’autentico marxismo rivoluzionario e la costanza invariante delle forme del revisionismo opportunista. Quando si deraglia dal sentiero marxista invariante si incrocia, consapevolmente o meno, il precedente deragliamento di Kautsky. Soprattutto nella sua opera si trovano i riferimenti teorici delle tre letture deformate dei processi socio-economici capitalistici, mentre la base sociale-materiale di queste letture deformanti e deformate è data dalla situazione di perdurante stagnazione del conflitto di classe e dalla correlata debolezza politica del proletariato. Il conflitto di classe fra capitale e lavoro salariato si manifesta, nella situazione contemporanea, in forme deboli e discontinue di antagonismo al giogo (‘iugum’) sfruttatore e dispotico delle aziende capitalistiche, ma è debole anche l’opposizione al prelievo fiscale statale (sui beni e i servizi primari come la casa, la salute, l’istruzione) per pagare gli interessi ai possessori del debito pubblico, cioè al capitale finanziario-usuraio nazionale e internazionale. In altre parole l’intensità e l’energia del conflitto sociale, immanente al modo di produzione capitalistico, non è attualmente sufficiente a generare l’indispensabile processo di aggregazione della classe intorno a un programma e ad una organizzazione politica comunista. In questo contesto si sviluppano inevitabilmente (nell’ambito del movimento operaio), come riflesso deterministico dei rapporti di classe esistenti, alcune posizioni miranti a rimuovere l’analisi e il bilancio realistico degli stessi attuali rapporti di forza fra le classi, a tutto vantaggio di valutazioni meccanicistiche e fataliste del collasso del capitalismo, e in altri casi della sua ipotetica trasformazione graduale in economia socialista (ma anche prefigurando l’indebolimento in atto degli apparati statali borghesi, la natura già comunista della struttura economica esistente, o la esaltazione di lotte interclassiste). Anche l’anacronistica posizione sull’attualità delle lotte nazionali, posizione incapace di comprenderne la natura di ‘false flag’, cioè di ingabbiamento ideologico e pratico dei proletari agli interessi delle proprie borghesie, è un segno dei tempi e della forza del dominio borghese, esercitato attraverso l’offuscamento teorico e l’opportunismo innestato in seno al movimento operaio. Qualcuno si domanderà perché ci ostiniamo a ribattere agli errori dell’opportunismo, quando l’aspetto predominante dei nostri tempi è, addirittura, la quasi totale cancellazione del ‘sapere marxista’ come chiave di lettura della complessità economico-sociale. In passato, almeno in Italia, sembrava che un certo tipo di marxismo, collegabile in gran parte al partito togliattiano-stalinista, avesse raggiunto la cosiddetta egemonia culturale di gramsciana memoria. La nostra chiave di lettura, di allora e di oggi, è che quel ‘marxismo’ avesse ben poco di marxismo, e che in realtà fosse in sommo grado l’espressione della controrivoluzione stalinista, cioè , in altre parole, un segno dei tempi e della forza del dominio borghese, esercitato attraverso l’offuscamento teorico e l’opportunismo innestato in seno al movimento operaio. Dal punto di vista del progresso della lotta di classe è dunque positivo che l’egemonia culturale di quel determinato opportunismo sia scomparsa, per lasciare il posto alla pura e chiara apologia della società esistente da parte della cultura dominante, borghese oggi come allora. L’importanza di fare chiarezza sul contenuto opportunista di certe posizioni è data da una considerazione di tipo politico che ora esplicitiamo: il capitalismo si sviluppa sulla base di leggi tendenziali economico-sociali produttrici di contraddizioni e pericolosi ‘malfunzionamenti’, questi due aspetti vengono risolti di volta in volta con la distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso. Questi dati di fatto vanno correlati a un importante aspetto relativo al conflitto sociale, infatti nei periodi di crisi da sovrapproduzione, quando si staglia all’orizzonte lo scenario dell’incremento (rituale) di distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso, si acutizzano anche i cosiddetti problemi sociali come la povertà e lo sfruttamento della forza-lavoro. Dunque, in questa fase di incremento del grado di sfruttamento, povertà e oppressione della classe proletaria, è ipotizzabile anche un incremento sincronico della reazione sociale proletaria verso questi processi capitalistici. Continuiamo il ragionamento, se è ipotizzabile una intensificazione della reazione sociale dei proletari ai processi capitalistici peggiorativi delle proprie condizioni di vita e di lavoro (sul piano delle lotte economico-sindacali immediate), perché non può essere ipotizzata una successiva tendenza all’aggregazione politica di queste reazioni intorno a un programma comunista e a una organizzazione politica che ne sia coerente espressione? Nella previsione di uno scenario siffatto, basato su precedenti storici documentabili e su elementari deduzioni logico-dialettiche, diventa dunque comprensibile l’attuale sforzo teorico volto a contrastare le posizioni opportuniste, al fine di liberare il campo di una futura aggregazione politica delle lotte immediate dai fattori inquinanti dell’opportunismo, che ricorrentemente debilitano e deviano dall’interno la forza dell’azione di classe proletaria.

Riproponiamo ora un estratto delle nostre critiche alle letture deformanti dei fenomeni economico-sociali contemporanei.

‘Scopo determinante del processo capitalistico di produzione

è la maggior possibile auto-valorizzazione del capitale,

la produzione di plusvalore più grande possibile,

e quindi il maggiore sfruttamento possibile della forza-lavoro’.

[Karl Marx]

Il capitale. Libro primo, pag. 372.

Secondo qualcuno il capitale globale è ormai autonomo dai condizionamenti politico-economici nazionali, vaga quindi libero per i circuiti economico-finanziari del globo alla ricerca del miglior rendimento, etereo, senza essere esposto a minacce e attacchi da parte di capitali concorrenti o di masse di sfruttati. La concorrenza è scomparsa, siamo al super-imperialismo kautskiano. Questa insostenibile leggerezza dell’essere del capitale pone le condizioni (nella concezione di chi sostiene questa tesi) per l’ininfluenza del ruolo degli stati. Lo stato borghese, espressione primaria del dominio di una classe sociale detentrice del monopolio dei mezzi di produzione, e quindi padrona del processo di creazione del plus-valore economico determinato dal plus-lavoro estorto ai proletari, non è più decisivo per la perpetuazione dei rapporti di produzione capitalistici. Il capitale è puro spirito, disincarnato dal corpo-corazza della sovrastruttura statale. La dialettica struttura sovrastruttura, a cui ci aveva abituato una deprecabile passione per l’invarianza storica del marxismo, è da buttare nel deposito dei ferri vecchi. Non avevamo capito nulla, il capitale si è autonomizzato, e la dimostrazione di questo è nelle ultime notizie sulle ‘fughe’ di capitali dalla Cina. Perbacco, qualcuno ha scoperto che ci sono dei capitali alla ricerca di verdi pascoli di valorizzazione, in lidi lontani dalla patria natia. Leggiamo invece Marx, terzo libro del capitale, SEZIONE III LEGGE DELLA CADUTA TENDENZIALE DEL SAGGIO DEL PROFITTO CAPITOLO 14, CAUSE ANTAGONISTICHE. Un’altra questione — che per il suo specifico carattere esula veramente dal campo della nostra indagine — è la seguente: il saggio generale del profitto risulterà accresciuto in conseguenza del più elevato saggio del profitto prodotto da un capitale che sia investito nel commercio estero e soprattutto coloniale?

I capitali investiti nel commercio estero possono offrire un saggio del profitto più elevato soprattutto perché in tal caso fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni meno favorevoli; il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’. Proviamo a ragionare su questo passaggio, i costi di produzione definiti in ‘Programma Comunista’ 1954, sono: ‘Capitale costante più capitale variabile più profitto al saggio medio sociale uguale valore del prodotto’. Tuttavia, a causa del differente impiego di capitale costante esistente fra diverse economie capitalistiche, o anche fra aree economiche incluse nella stessa economia nazionale, accade che ‘il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore, quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’. Riprendiamo ad analizzare il concetto: le merci prodotte in un ‘paese più progredito’ dal punto di vista tecnico-economico, comportano alle imprese capitalistiche dei costi di produzione inferiori (a causa del maggiore utilizzo di capitale costante), rispetto alle merci prodotte nei ‘paesi concorrenti’, quindi meno progrediti dal punto di vista tecnico-economico (in cui il costo di produzione è maggiore a causa del prevalente impiego di capitale variabile, cioè lavoro salariato). Il vantaggio competitivo determinato dalla riduzione dei costi di produzione per unità di prodotto, è proprio determinato dalla possibilità di ottenere (con il commercio estero) ‘un saggio del profitto più elevato soprattutto perché in tal caso… (I capitali investiti nel commercio estero)…fanno concorrenza a merci che vengono prodotte da altri paesi a condizioni meno favorevoli’. Ragioniamo su uno schema contabile astratto; ipotizziamo una merce ‘xwz’ il cui costo di produzione è così determinato: quota capitale costante € 10, quota capitale variabile/salario € 1, profitto al saggio medio sociale (nazionale) € 2. il costo di produzione unitario è quindi 13 €. Lo stesso tipo di merce xwz’ viene prodotta ‘da altri paesi a condizioni meno favorevoli’, cioè quota capitale costante € 3, quota capitale variabile/salario € 11, profitto al saggio medio sociale (nazionale) € 3,5. il costo di produzione unitario è quindi 17,5 €. Si comprende così perché ‘il paese più progredito vende allora i suoi prodotti ad un prezzo maggiore del loro valore quantunque inferiore a quello dei paesi concorrenti’ (in questo esempio basterebbe anche vendere la merce ‘xwz’ sul mercato estero al prezzo unitario di 14,5 €, per ottenere un profitto medio unitario superiore di € 1,5 rispetto ai 2 € offertici dal mercato interno della ‘nostra’ economia nazionale). Inoltre è evidente che il prezzo di vendita più basso rispetto a quello dei concorrenti esteri, ci assicurerebbe il successo competitivo insito nel mantra liberista della riduzione dei costi di produzione per unità di prodotto. Tuttavia la concorrenza fra imprese produttrici di merci dello stesso tipo, realizzate a costi di produzione più bassi o più elevati, nel medio-lungo periodo non può che spingere le imprese dell’area economica meno avanzata a ridurre il divario tecnologico-produttivo con i concorrenti più progrediti. Fino a quando il divario tecnologico non è colmato, valgono come stratagemmi concorrenziali alternativi l’intensificazione della produttività del lavoro (plus-valore relativo) o l’allungamento vero e proprio della giornata lavorativa (plus-valore assoluto). Queste due strade classiche della concorrenza economico-aziendale potrebbero ora spiegare la ‘fuga’ dei capitali cinesi (magari in Vietnam o in Africa), e riportare con i piedi per terra la lettura del fenomeno empiricamente verificato della ‘fuga’ di capitali, separandolo dalle giustapposizioni aprioristiche, cioè dalle forzature interpretative miranti a cercare nella realtà, ad ogni costo, la verifica di un teorema precostituito. Invece, sulla base della invariante conoscenza marxista delle leggi economiche capitalistiche, semplicemente contenute nel terzo libro del Capitale, è possibile navigare senza troppi scossoni fra i procellosi fenomeni del divenire socio-economico contemporaneo. Staccandoci da questa conoscenza invariante la nostra piccola barca rischia di smarrirsi, perché la percezione e il sapere del timoniere, cioè la sua bussola, diventa una bussola impazzita. Riprendiamo il testo di Marx , ‘Fino a che il lavoro del paese più progredito viene in tali circostanze utilizzato come lavoro di un peso specifico superiore, il saggio del profitto aumenta in quanto il lavoro che non è pagato come lavoro di qualità superiore, viene venduto come tale. La stessa situazione si può presentare rispetto ad un paese con il quale si stabiliscono rapporti di importazione e di esportazione: esso fornisce in natura una quantità di lavoro oggettivato superiore a quello che riceve e tuttavia ottiene la merce più a buon mercato di quanto non potrebbe esso stesso produrre….Per quanto riguarda i capitali investiti nelle colonie ecc., essi possono offrire un saggio del profitto superiore sia perché di regola il saggio del profitto è più elevato in questi paesi a causa dell’insufficiente sviluppo della produzione, sia perché con l’impiego degli schiavi e dei coolies ecc. il lavoro viene sfruttato più intensa mente’.

Libro terzo del Capitale, le righe appena riportate sono state dunque scritte negli ultimi decenni del 1800, eppure ancora oggi, anno domini 2016, qualcuno scopre che il capitale cinese rincorre ‘un saggio del profitto superiore’, cercando occasioni di investimento in poli di valorizzazione situati al di fuori dei confini nazionali. Dunque il capitale sarebbe ormai autonomo dai condizionamenti degli apparati statali nazionali, e starebbe volando gioioso come una pura espressione metafisica, libera da fastidiose interazioni prosaiche con i fattori geo-storici, politici, militari. Un capitale che opera in uno spazio socio-economico scevro dalla maledizione degli equilibri di potere e dei rapporti di forza fra potenze concorrenti. Non solo Marx ed Engels, ma anche secoli di pensiero e di opere improntate ad un sano sforzo di realismo politico (Hobbes, Machiavelli, Guicciardini, Vico) vengono rivoluzionate da queste ardite speculazioni sul capitale autonomo. La dialettica complessità delle relazioni sociali reali e quindi dei rapporti di forza fra agenti e fattori economici, finanziari, politici, militari, tecnico-scientifici, giuridici e culturali in senso ampio, vengono ridotte monisticamente ad uno (l’autonomia del capitale). La complessità del reale viene idealisticamente azzerata, ma in cambio otteniamo una bussola impazzita, e così ancora una volta il piccolo legno che doveva portarci verso l’isola sicura del comunismo ci trascina verso l’ignoto.

La ricchezza delle nazioni, ovvero la massa di lavoratori salariati da impiegare nei processi produttivi di nuovo valore e quindi plus-valore, poiché ‘Scopo determinante del processo capitalistico di produzione è la maggior possibile auto-valorizzazione del capitale, la produzione di plusvalore più grande possibile, e quindi il maggiore sfruttamento possibile della forza-lavoro’. Marx. In Cina abbiamo osservato e osserviamo da vari anni delle tendenze e sperimentazioni (su larga scala) di forme di organizzazione del lavoro estremamente dispotiche, parliamo di quel fenomeno economico-aziendale definito come ‘fabbrica totale’. Le lotte proletarie cinesi contro le condizioni di vita e di lavoro in queste ‘fabbriche totali’ sono state già analizzate in un articolo pubblicato nel giugno 2015, inoltre nel gennaio 2016 abbiamo pubblicato un altro articolo sul plus-valore assoluto e relativo in Cina. La ‘fabbrica totale’, i suoi modelli organizzativi e produttivi vengono esportati e impiantati in altre aree economiche del globo, insieme ai famosi capitali ‘autonomi’: pensiamo solo alla repubblica Ceca e al Messico. Nell’area economica di provenienza e nelle aree economiche di destinazione, questi modelli produttivi e organizzativi di azienda capitalistica possono continuare ad essere un luogo dispotico di sfruttamento della forza-lavoro solo perché, oltre a fornire il minimo dei mezzi di sussistenza al lavoratore attraverso un salario, sono anche difesi dai pericoli del conflitto sociale (innescato dalle periodiche rivendicazioni economiche e legali immediate della classe salariata) dalla funzionale attrezzatura statale di oppressione (attrezzatura che lungi dall’indebolirsi, come anche in questo caso sostiene qualche sognatore, si rafforza invece di pari passo con il rafforzarsi dello sfruttamento e del dispotismo aziendale). L’incremento del dispotismo di fabbrica, che noi ravvisiamo nel modello aziendale cinese, è stato già facilmente preconizzato da Marx, insieme al correlato aumento dello sfruttamento necessario a limitare gli effetti della caduta del saggio di profitto. Aumento dello sfruttamento, aumento della povertà in senso assoluto e relativo, e quindi rafforzamento degli strumenti di oppressione statali e del dispotismo di fabbrica. Ecco un lineare esempio di conoscenza invariante di alcuni non secondari aspetti del modo di produzione capitalistico.

Concludiamo con alcune riflessioni.

L’apparato statutale capitalista rappresenta il deposito di energia della classe sociale borghese; energia che può mostrarsi in forma latente-potenziale (quando il conflitto sociale ristagna), oppure in forma cinetica-attualizzata quando il conflitto sociale esplode minaccioso. Nessun capitale aziendale potrebbe sopravvivere in un certo territorio, in un certo distretto industriale, in una certa area economica, senza una legislazione amica, composta da norme la cui efficacia venga garantita dalla forza repressiva/dissuasiva di apposite attrezzature statali. Infatti, in termini di dottrina generale del diritto (ad esempio Kelsen), si riconosce che l’efficacia della norma, cioè il suo rispetto da parte della maggioranza dei cittadini, è condizionato da due fattori principali: in primo luogo un certo grado di consenso sociale verso il contenuto della norma, e in secondo luogo l’esistenza di adeguate sanzioni miranti a colpire le sue violazioni da parte di eventuali trasgressori.

L’apparato poliziesco-giudiziario rappresenta dunque il braccio esecutivo del potere politico-legislativo (ambito volitivo) che noi definiamo come sovrastruttura di dominio borghese, funzionale alla vita della struttura economico-produttiva capitalistica. L’organismo socio-economico capitalistico può esistere solo nell’ambito di una interazione funzionale fra struttura e sovrastruttura, quindi la postulazione di scenari di autonomia del capitale (cioè della struttura economica, rispetto alla sovrastruttura politico-statale) è anti-materialistica e senza nessun fondamento storico, oltre che assurda dal punto di vista della logica dialettica. L’apparato statale svolge un ruolo fondamentale anche nel confronto/scontro fra i fratelli coltelli borghesi, intendendo con questa espressione le opposte frazioni di borghesia che si contendono periodicamente le risorse energetiche, le vie di trasferimento, e il bottino di plus-valore ottenibile dal plus-lavoro della classe proletaria. Rifiutare questi dati di fatto significa rifiutare la realtà storica per quello che è, condannandosi alla totale incomprensione della società capitalistica.


Sul cosiddetto super-imperialismo

La concentrazione dei capitali e delle unità geografico-demografiche di potenza ci dà la marcia storica verso il totalitarismo imperialista…il capitalismo e il mercantilismo non saranno mai super-statali: il socialismo, uccidendoli, distruggerà la costellazione degli stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza’. Economia marxista ed economia controrivoluzionaria. Pag.175.

In questo passo viene smontata in anticipo l’idea ricorrente di uno sviluppo sovrastrutturale del capitalismo mondiale verso una forma politica di super-stato, nelle righe riportate si obietta che se anche questa tendenza storica dovesse aumentare ( tendenza definita come la marcia storica verso il totalitarismo imperialista ) sarà poi il socialismo che

distruggerà la costellazione degli stati, attaccando i suoi astri di prima grandezza’.

Dunque in queste righe si oppone alla teoria del super-stato la prospettiva della rottura degli involucri definiti da Lenin ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ che fanno da contraltare alla socializzazione della produzione.

Non occorrono armi nuove a smascherare e a battere in breccia le gesta ultimissime dell’epoca capitalistica; il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici, che è soltanto un folle ‘driving’ verso l’abisso e la rovina‘. Imprese economiche di pantalone. Pag.48.

Anche in questo passaggio il ‘il controllo, il dirigismo, il totalitarismo dei grandi centri imperiali del mondo, il loro ostentato pilotaggio dei processi economici’ vengono valutati come ‘un folle ‘driving’(corsa o guida) verso l’abisso e la rovina‘.

Lo schema classico del marxismo contiene la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’, e contiene la previsione del ‘totalitarismo fascista’, che è appunto il metodo di stretta organizzazione di classe della borghesia, che al tempo stesso dirompe il movimento operaio ed impone date autolimitazioni, con cui, a fini appunto di classe, tenta di frenare entro dati limiti l’impulso di ogni singolo capitalista e di ogni singola azienda verso il suo isolato vantaggio’. Imprese economiche di pantalone. Pag.51.

Anche queste righe accennano alle previsioni marxiste in merito al tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato. Riepiloghiamo: le leggi tendenziali di sviluppo dell’economia capitalistica dimostrano la predominanza della riproduzione allargata del capitale su quella semplice (che caratterizza invece anche altri modi di produzione). Concentrazione e centralizzazione dei processi di produzione e distribuzione di merci e servizi vanno di pari passo con l’aumento di peso del ruolo delle banche e della finanza, che sono intermediari fondamentali dei movimenti del capitale monetario fra le varie SPA, movimenti intesi come acquisto e vendita di azioni da parte di privati o addirittura come partecipazioni azionarie da parte della SPA (XX Tizio), nei confronti del capitale sociale azionario della SPA (YY Caio). Questi intrecci di capitale avvengono con l’intermediazione delle banche e sono uno dei segni della centralizzazione verso cui tende l’economia capitalistica (le imprese sono costrette ad aumentare le dimensioni aziendali per contrastare la caduta percentuale del saggio di profitto medio, determinata dall’incremento della parte costante del capitale a detrimento di quella variabile). Ora i suddetti processi economico-aziendali confluiscono verso un quadro generale di interdipendenza e connessione della gestione delle varie imprese, che configura gli sviluppi monopolistici che sono descritti da Lenin e infine anche ‘la previsione del tentativo di direzione dell’economia da parte dello stato borghese e della classe borghese secondo ‘piani’,ma il tentativo di direzione è per l’appunto un tentativo ( e si scontra con gli involucri definiti da Lenin ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’ che fanno da contraltare alla socializzazione della produzione e al tentativo di direzione dell’economia secondo piani). In altre parole il grado di sviluppo delle forze produttive (inteso come interdipendenza e connessione delle attività economiche e quindi come conseguente aumento della potenza produttiva) si scontra con i rapporti sociali di produzione esistenti( ‘rapporti di economia privata e di proprietà privata’). La storia reale dimostra che l’involucro putrescente di questi rapporti (di dominazione di classe) non è stato ancora rimosso ( e sulle cause di questa circostanza si rinvia, fra l’altro, alle analisi di Lenin sull’aristocrazia operaia, i sopraprofitti e l’opportunismo).

Non è il ritorno alla barbarie, ma l’avvio alla super-civiltà che ci sta fregando in tutti i territori, cui sovrastano i mostri delle super-organizzazioni statali contemporanee’.

Imprese economiche di pantalone’. Pag.62.

Le grandi imprese controllano la produzione mondiale e gli stati del mondo. La classe proletaria deve assaltare le grandi imprese: non perché ‘gruppi monopolistici’ ma proprio perché grandi imprese. Che non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici.‘ Imprese economiche di pantalone’. Pag.108.

Il complesso di significati contenuto nelle citazioni riportate, a nostro avviso, richiama in modo inequivocabile due concetti: in primo luogo la fase di sviluppo del capitalismo contemporaneo dimostra il rafforzamento totalitario degli apparati di oppressione statali (in quanto necessario e inevitabile aspetto funzionale alla conservazione del dominio di classe borghese), e in secondo luogo la considerazione che le imprese multinazionali e la società capitalistica ‘non saranno battute se non sono battuti i grandi stati politici‘.

Rinascita del teorema kautskiano in forme differenti (ipostasi del lato economico-strutturale e postulazione di un imperialismo globale)

Sotto il termine imperialismo globale, reperibile in varie e recenti pubblicazioni, si nasconde il vecchio teorema kautskiano del super-imperialismo. Sfogliando alcune di queste pubblicazioni si può leggere che fra le cinque condizioni basiche postulate da Lenin per inquadrare l’imperialismo, le prime tre si sono rivelate storicamente vere, mentre le ultime due non sono al momento confermate (in parte o del tutto) dal divenire storico empiricamente verificabile. Per inciso le due condizioni suddette sono le seguenti: ‘4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo; 5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche. L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di’ sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici’.Lenin, Imperialismo…

La critica si fonda sui seguenti ragionamenti; il capitale monopolistico multinazionale ha ormai raggiunto una tale ‘possanza’ e concentrazione economico-aziendale che riesce a utilizzare gli stati, secondo le contingenze e le opportunità, come semplici terminali dei propri input di comando, svuotando quindi i suddetti stati della loro residua apparenza di sovranità e autonomia rispetto alla struttura economica capitalistica. Inoltre anche le attuali diatribe geo-politiche fra gli attori statali imperiali e nazionali, per l’accaparramento di risorse e plus-valore, sarebbero in effetti una pura forma di auto-inganno e di auto-rappresentazione delle direzioni politiche, in realtà tutte eterodirette dal capitale mondiale unificato, che proprio per questo motivo è definito ‘imperialismo globale’. Lo stesso concetto di grandi potenze capitaliste, declinato da Lenin al plurale, viene soppresso dalla potenza unica e accentrata dell’imperialismo globale. Quindi anche le lotte reali fra apparati militari-industriali capitalistici, gli scontri fra fratelli coltelli borghesi, il quotidiano sterminio di capitale vivo in eccesso ad essi sotteso, diventano un orpello accessorio, o meglio una pura apparenza che nasconde la gloria eterna dell’impero globale del capitale unificato. Ritroviamo potenti echi teologici in questa concezione, infatti il capitale globale che si appropria di volta in volta degli stati borghesi per farne l’uso che vuole, ricorda da vicino l’anima (atma) eterna che si incarna di volta in volta nei corpi mortali attraverso il ciclo delle morti e delle rinascite. Nel Mahabaratta il principe Arjuna si duole per la morte e la sofferenza che ha inferto a tanti nobili guerrieri, e allora sorge il dio Krisna per rassicurarlo, svelandogli che egli ha colpito solo dei corpi, che sono il temporaneo veicolo dell’anima, mentre quest’anima è sempre salva e non può essere raggiunta da nessun colpo sferrato dalla mano dell’uomo. Anche il presunto imperialismo globale, in queste recenti letture (ma anche in Kautsky), è assimilabile analogicamente alla super-dimensione animica, in questo caso ad una illusoria e mistificatrice sfera estranea al divenire storico dialettico reale, in cui al posto del rapporto dialettico (e concretamente determinato) fra struttura economica capitalistica e sovrastruttura statale borghese, si postula una ipostasi antistorica del solo lato economico-strutturale del rapporto. Tentando di utilizzare in modo parziale talune citazioni di Marx, queste letture mirano di fatto a negare il carattere contraddittorio e conflittuale del modo di produzione capitalistico, presentando come lotte di facciata le lotte reali e feroci fra fratelli coltelli borghesi. Immaginando un imperialismo globale, e quindi una presunta cessazione delle lotte fra capitali e borghesie concorrenti, viene inoltre svalutato, di conseguenza, il ruolo specifico delle sovrastrutture statali nazionali nella difesa degli interessi delle proprie borghesie di riferimento. Inoltre, non si comprende il rapporto di azione e reazione fra struttura e sovrastruttura, sottovalutando la circostanza che la forza di un apparato statale, pur dipendendo dalla potenza della base economica, è a sua volta, in quanto forza, un fattore in grado di condizionare la stessa base economica. Si comprende, tuttavia, il sottinteso politico di questa lettura della realtà, lo scopo consiste nel fornire, in certi casi, a una certa ‘sinistra’, le motivazioni teoriche per continuare ad invocare la nascita di un vero super-stato europeo, in grado di esorcizzare quest’anima vagante dell’imperialismo globale, ristabilendo welfare per i ceti ‘sfortunati’ e sovranità statale sui mercati finanziari e sulle banche; in altri casi, lo scopo è quello di immaginare, sulla scorta di Kautsky, un età dell’oro imminente, semplicemente sull’onda della socializzazione della produzione realizzata dall’imperialismo globale. Considerazioni finali: il capitalismo produce a ciclo continuo merci inutili, lontane dai bisogni reali umani, esercitando in questo campo notevoli doti di fantasia, ma anche nel campo della sua produzione ‘scientifica’ non sono rari gli esempi di racconti veramente notevoli per la intrinseca potenza fantastica.

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