NEL VORTICE DELLA MERCANTILE ANARCHIA

NEL VORTICE DELLA MERCANTILE ANARCHIA ( BATTAGLIA COMUNISTA, N°9, 1952)

La poesia di tutte le epoche ha cantato l’atto che rinnova e perpetua la vita della specie quando la bocca del pargolo sugge l’alimento dal seno materno, e vi vediamo un esempio di valore di uso naturale, che tuttavia l’epoca mercantile ha saputo anche rendere in dati casi valore di scambio con la professione di balia. Difficile dunque trovare un oggetto utile alla vita, che la società non sia arrivata a trasformare in merce. Dove sia il segreto, l’enigma, il feticcio, il mistero della trasformazione, allorché è tanto evidente che un dato bisogno, in una data misura viene concretamente soddisfatto da un dato bene, e sono di comune facile comprensione i caratteri dell’oggetto consumato e gli effetti del suo consumo, tocca alla scienza rivoluzionaria scoprirlo.

Non vi sono per Robinson valori di scambio, fu chiaro. Ma la specie, come non cominciò con un Adamo, non comincia con un Robinson, bensì coi primi gruppi a carattere ancora prevalentemente animale. È dunque artificio che richiede millenni e millenni di sviluppo pensare due Robinson che lavorino oggetti diversi, e che incontrandosi abbiano ognuno bisogno di usare l’oggetto che l’altro allestì. Una fittizia società di produttori indipendenti, ridotta a due componenti: ora sappiamo che una società di soli artigiani non vi è mai stata, e nemmeno di soli agricoltori individuali liberi: ci condurrebbe alla famiglia originaria; e sappiamo anche che ciò ci conduce all’originario clan o tribù. La vera serie storica non è stata: Adamo – famiglia monogama – società patriarcale; ma l’opposto: gruppo matriarcale originario e comunistico – famiglia isolata – sporco individuo egoista del tempo mercantile.

Prendiamo tuttavia, a fine di chiarezza, l’esempio artificioso: il mercato di due Robinson artigiani, il loro incontro ed il contratto: tante asce di silice contro tanti agnelli. Perché hanno convenuto sul «prezzo» in questa forma semplice dell’equivalenza? Se non sono d’accordo ognuno si «ritirerà dal mercato»? Ma se, per effetto della rinunzia, entrambi morissero di fame? Esiste una alternativa alla mancata conclusione dell’affare: la battaglia. Il vigoroso pastore può misurarsi col più agile armato di ascia, uno dei due resterà padrone, per il suo consumo, degli agnelli e delle asce, dato che non sappia che farsi della spoglia dell’avversario. L’equivalenza così limpida per il costruttore di teorie dell’ «economia naturale», diviene una addizione per uno, ed una sottrazione per l’altro.

Il segreto del valore di scambio è qui. Perché mercato vi sia occorre che una forza superiore impedisca ai contraenti di sostituire il patto con la rissa. Una società che vive di merci deve avere un potere organizzato. Una società che ha un potere organizzato è divisa in classi; una di queste tiene il potere a suo benefizio. Automaticamente preleva su ogni scambio il «costo» di un simile servizio. La faccenda si è cominciata a complicare: Robinson A allevatore, Robinson B tagliatore di selce, l’agente di pubblica sicurezza C che mangia e non lavora.

L’affare è detto da Marx feticistico, poiché il privilegio dell’agente C fu spiegato in partenza ai due semplicioni come un mandato dei numi, o qualcosa del genere. Da allora il gorgo mercantile ha tutto inghiottito: da due Robinson muscolati, ma fessi, a due miliardi di uomini odierni, probabilmente meno muscolati, ma altrettanto fessi.

Marx percorse, nel famoso paragrafo del carattere feticcio, la lunghissima strada con falcate di gigante. Ad un certo tratto spiegò come un tipo di società umana senza valore di scambio fosse quello medioevale. Del passo essenziale le traduzioni italiane in circolo (ed. Avanti! – UTET antebellica e postbellica) danno una formulazione del tutto birbona, e occorre ricostituirlo. Esso consiste in una doppia definizione dell’economia del tempo feudale, base di una doppia distinzione tra quella e l’economia capitalistica, di una doppia imputazione a questa seconda di maggiore inganno e nequizia. Una distinzione riflette il tipo di produzione: estorsione personale e non sociale di lavoro non pagato – l’altra di distribuzione: consumo dei prodotti entro il limite di territori chiusi ed autonomi invece del mercato generale ed internazionale.

Ecco una versione letterale: «La dipendenza personale caratterizza i rapporti sociali della produzione materiale [del Medioevo] altrettanto bene quanto [li caratterizzano] le sfere di vita o cerchi di influenza su di essa fondati». Preferiamo sintatticamente riferire il su di essa (auf ihr) non al femminile Produktion, come anche andrebbe, ma al precedente femminile Abhängigkeit, ossia «dipendenza». La costruzione tedesca, che nella bocca o sotto la penna dei lavativi diventa una sciacquatura di ripetizioni senza fine, ha in Marx una potenza di sintesi e di espressione enorme (nel non-tedesco ma ebreo Marx! nel senza-nazione Marx!). Al tema che ci occupa il testo fornisce due vocaboli composti, di chiarezza e potenza formidabile: sono Lebenssphären, e subito tra parentesi quadra dell’autore, Wirkungskreise, che abbiamo tradotto con sfere di vita e cerchie di influenza.

Nello scorcio la descrizione della società medioevale è completa. Citammo altra volta che in quella società fondata sulla personale autorità il signore era potente in ragione non del territorio ma del numero dei vassalli.In una determinata cerchia o sfera un certo numero di servi della gleba, cui ovviamente la norma giuridica nega di valicare il contorno della «marca» o del «feudo», sono governati da uno stesso nobile terriero piccolo o grande, barone o principe, con ogni potere. Allo stesso debbono per dati giorni, ore o quantità di prodotto, ladecima, la comandata, la corvée. Hanno casa e campo che coltivano e del cui prodotto vivono, ma danno quota parte al nobile e al prete del grano, del vino, della forza del braccio e, dicevano, della venustà della figlia. Rapporto, per una scienza economica positiva, evidente, chiaro e «leale».

Quindi, entro quel circolo chiuso, dipendenza personale di tutti i lavoratori agricoli al barone – entro quello stesso circolo – produzione e consumo di tutto quanto agli uni e all’altro occorre consumare, in diversa misura quantitativa ma ancora con poco divario qualitativo per la semplicità del costume. Produttori e prodotti mai valicano la cerchia: il signore colla sua corte armata ne difende l’integrità da invasori. Mano mano i rapporti si complicano, e il feudatario con la sua compagnia partirà per seguire in guerra il re o imperatore che di null’altro si immischia entro il Wirkungskreise; gli artefici borghesi si collocheranno ai margini del castello; di quando in quando mercanti venuti da lungi solleticheranno con broccati e gioielli d’oltremonte e oltremare la castellana, che ancora non sa cosa sia una stanza da bagno.

Nulla di feticistico nella aperta sottrazione di lavoro. L’aspetto mistico di tale società sta nell’inesorabile divisione tra gli ordini: la qualità di nobile è altrettanto ereditaria per famiglia di quella di villano, anche se uscito da fecondazione di ius primae noctis. Ciò per volontà di Dio che tramandò investitura di potere alle dinastie di nobili e re, benedetti da parroci e papi. Questo sembrò tenebroso alla borghesia, tutta presa dal bisogno di illuminarsi, alla francese, nei campi filosofici giuridici ed etici. È perciò divertente, come cura contro la retorica che dai primi enciclopedisti (sempre, direbbe Marx, giganti del pensiero) è stucchevolmente scolata agli sghembi nanerottoli dei comizi elettorali odierni, rifarsene alle citazioni dei robusti scrittori di economia inglesi classici che seppero vedere il fenomeno alle sue radici. I limiti dei circoli feudali furono rotti e cancellati dalla carta della Francia e degli altri paesi, sia colla lama della Vedova, che colle folgori di Austerlitz, e al tempo stesso furono rotti i limiti legali fra gli ordini tradizionali, con i codici nuovi. Uguali tutti, qualunque fosse la nascita, gli uomini sciolti dalla chiusa dipendenza feudale ebbero la libertà di andare dovunque per impiegare la loro attività.

Mentre letterati e poeti videro in questo il passaggio dal mondo delle tenebre a quello della luce di civiltà, gli economisti nuovi sorti tra capitani di fabbrica e capi di spedizioni mercatanti scrissero che gli oggetti prima consumati da chi vi aveva sgobbato, o da lui stesso recati sul vassoio a schiena piegata sul desco signorile, erano divenuti merci. I valori di uso erano divenuti valori di scambio. La giustizia trionfa: nessuno toglierà altrui un valore d’uso, tutti potranno vendere e comprare su un comune mercato senza cerchie chiuse. La libertà personale ha preso il posto della dipendenza. Se tutto è merce, tutto è dominio del nuovo feticcio. Marx ne scioglie l’enigma, ma le masse sono oggi interessate di più a quelli di Turandot. La dipendenza significa che lavori per dieci e ti portano via uno; gli altri nove decimi sono tuttavia per te.

La libertà significa che tutti i dieci decimi essendo divenuti merci, non te ne resta nessuno. Il mondo, o uomo libero, è aperto davanti a te al posto della gleba originaria e della capanna rurale. Tutto puoi avere contro moneta: non ti resta che il piccolo sacrifizio di affittare altrui il breve cerchio delle tue braccia e delle tue ore di sole.  Libertà; valore di scambio: voi siete nati.

IERI

Prenderemo come filo conduttore taluni concetti base dell’economia, quali Marx li ha sviscerati e caratterizzati, pur trovandone le enunciazioni e le intuizioni spesso geniali nel suoi predecessori, e ce ne serviremo per una passeggiata… archeologica. Valore di uso. Valore di scambio. Lavoro individuale, per il che intendiamo l’opera di un lavoratore che da solo perfeziona il prodotto pronto al consumo. Lavoro associato, per il che intendiamo in generale il lavoro di molti per formare una massa di prodotti o di opere che restano ad un uomo o ente. Il termine di Marx è Kooperation, ma sempre abbiamo temuto la confusione coi moderni organismi associativi per comprare o produrre con fondi tratti da piccole quote. Divisione del lavoro nella società, che si riferisce ai diversi compiti produttivi di diversi gruppi di membri della società, e che si presenta nella forma particolare come divisione professionale del lavoro. Divisione del lavoro nell’azienda produttiva, processo per il quale uno stesso prodotto si ottiene da successivi interventi operativi di operai diversi. Isole di consumo possiamo chiamare le sfere o cerchi di cui si è discorso con Marx. Isole di produzione potremmo chiamare le svariate forme di organizzazione in cui una direzione centrale indirizza gli sforzi dei lavoratori di un territorio.

Lasciando nello sfondo, ma non certo ignorando, il fattore della forza, del potere, ed anche della tradizione, della propaganda, confrontiamo succintamente la presenza di tali fenomeni nelle successive fasi storiche. Non abbiamo preso sul serio né Robinson né Adamo. Essi non potevano avere né scambio di prodotti né divisione del lavoro essendo soli in quell’unica isola che era l’Eden della Bibbia o l’Ignota del naufragio, isola la prima di ozio e consumo, la seconda di lavoro e consumo. Non fu certo uno scambio, se la svaporatissima Eva per poter mordere un semplice pomo firmò una cambiale che stiamo tutti pagando, ma una autentica diavoleria. Quanto a Crusoè, il secondo uomo in cui si imbatté fu Venerdì, ed avendo salvato quella tale daga, con cui Engels dileggiò senza fine il signor Dühring, si affrettò ad istituire un rapporto non di scambio (dato che quello era nudo come Adamo, e per di più del medesimo sesso) ma di aperta schiavitù, previa spiegazione sulla fede della Bibbia che egli era fuori dei diritti cristiani della persona umana.

Meno avventuratamente potremmo partire da una specie zoologica evoluta, e ne troviamo che vivono individualmente, in famiglie, ed in colonie. Non diremo che lavorano, che producono, tanto-meno che scambiano, tuttavia dobbiamo ammettere che l’animale, pur riducendo al cibo il suo valore di uso, per lo meno lo trova in natura bell’e fatto e si dà alla ricerca per poterlo raccogliere; lo preda talvolta con la forza al bruto di altra o della stessa specie, ed in alcuni casi lo deposita in provvista; non è il caso di seguire Maeterlinck tra le sue api libertarie, non potendosi negare che vi si trova una divisione del lavoro e una gerarchia sociale, insieme alla industria edilizia.

Dato fondamentale per Marx ed Engels sulla base degli studi relativi alle comunità primitive, è quello che la specie umana appena uscita dallo stato animale vive, sotto tutti i climi, raggruppata in comunità. Non ricorderemo una volta ancora le fasi principali dello stato selvaggio, e di quello inferiore e superiore della barbarie. Sebbene all’inizio questi gruppi vivano solo di cibi che raccolgono e consumano allo stato naturale, e sebbene gli uomini siano poco numerosi e i territori immensi, sicché in genere si spostano facilmente in zone più fertili per la vegetazione spontanea quando hanno esaurite le risorse di quella che abitavano, non appena abbiamo le prime forme di attività: caccia, pesca, rudimentale coltura di vegetali, rudimentale fabbricazione di utensili, che la stessa caccia richiede, dobbiamo riconoscere l’esistenza di forme organizzate sociali. I cibi e gli oggetti assumono un valore d’uso, e i componenti della comunità esercitano funzioni che sono vere attività lavorative.

Abbiamo il valore d’uso, ma non il valore di scambio. Abbiamo il lavoro associato, ma non il lavoro individuale. Non abbiamo aziende, ma la comunità del clan, ossia la società tutta, è la sola azienda. Nel suo seno vi è una divisione dei semplici compiti, che Marx chiama fisiologica, immediata, naturale, poiché è di pratica evidenza che cosa possa fare il fanciullo, la donna, l’uomo adulto, il vecchio. Non ancora vi è una divisione tecnica «manifatturiera» del lavoro, ma vi è in pieno la divisione sociale del lavoro, regolata non irrazionalmente, non lasciata a caso od arbitrio. Questi nostri progenitori conoscono un solo cerchio di produzione e di consumo, non fanno distinzione tra lo sforzo e il bisogno dell’uno o dell’altro. Ecco che le fondamenta dell’edifizio sono messe senza i pilastri banali della costruzione scolastica degli economisti, che prendono per paradiso terrestre il regime cui vogliono arrivare, e che si reggerebbe sugli insorpassabili interessi individuali ed il loro immanente contraddittorio. Frego te per non essere fregato da te. Del resto, i vecchi derisi miti dell’Eden che Satana ci tolse, e dell’età dell’oro, non sono che la ingenua versione di questa vita iniziale così lontana da noi e dalle nostre convulsioni.

Logico che a Satana la borghesia inneggi, poiché per srotolare la pellicola anche noi sappiamo che ci doveva mettere la fumosa coda. Ma è bestiale la borghese teoria che il suo influsso diabolico sia inseparabile dagli uomini dei millenni che furono e di quelli che verranno. Rileviamo un momento l’azimut di qualche punto della costa, per vedere di non perdere la rotta giusta. Il Cap. XII di Marx ha il fondamentale paragrafo 4 sulla «Divisione del lavoro all’interno della manifattura e divisione del lavoro all’interno della società» che è un altro caposaldo principe. «Nell’ambito di una stessa tribù, una divisione naturale e spontanea del lavoro si origina… su base puramente fisiologica…, lo scambio di prodotti ha inizio nei punti in cui diverse famiglie, tribù, comunità, vengono in contatto, perché, ai primi albori della civiltà, non persone private, ma famiglie, tribù ecc. si affrontano come entità indipendenti».

Non dunque da Robinson, ma da due clans, nacque lo scambio. Marx ricorda anche che poteva avvenire il soggiogamento della tribù più debole in una lotta armata: Morgan, Engels e Bebel ci hanno ricordato che nella società delle fratrie, se vi è la guerra, si stermina per lo più e non si assoggetta il gruppo vinto, soluzione economicamente logica perché lascia il monopolio della cerchia a pochi, e non li costringe a suddividersi, come sarà più oltre, tra signori e schiavi. Per una via o l’altra: commercio, o assoggettamento, anche all’interno della tribù apparirà la divisione del lavoro. Prima si aveva «lo scambio tra sfere di produzione [non le avevamo inventare] originariamente diverse, ma reciprocamente indipendenti».

Ed allora i lavoratori della stessa tribù, che erano tra loro dipendenti e comunisti di tutto, si cominciano a rendere indipendenti tra loro, e scambiano i prodotti dell’opera loro. Da allora comunismo e libertà si prendono a cazzotti: e che c’è voluto a fare entrare questo in testa! In fine di questo paragrafo Marx torna sulla comunità primitiva, e fa una descrizione commovente di quelle dell’India (che in qualche parte ci sono ancora, malgrado imperversi il becero demo-borghese Pandit Nehru) rilevando che nel loro ambito non vi è traccia di «anarchia della divisione sociale del lavoro», propria del mercantilismo capitalistico, né di dispotismo politico. Marx dimostra quanto equilibrio, armonia, fraternità e saggezza vi sia in questa «organizzazione pianificata e autoritaria del lavoro sociale». Con una dozzina appena di «funzionari», che arrivano fino al poeta!

Sarebbe veramente da poeti ritenere che la storia dell’umanità si potesse fermare alla convivenza di queste rade oasi di bravi ometti. L’animale uomo, se avesse tutti i difetti che filosofi ed economisti gli attribuiscono, sarebbe sul serio la peggiore delle belve, ma quello di prolificare lo ha per fermo, e la sviluppata capacità di chiacchierare, e quindi di pensare, conduce diritta diritta a quella di resistere all’ambiente, e sopravvivere non solo ai suoi pericoli, ma imboccare la marcia trionfale dell’incremento demografico e del più preoccupante affollamento. Alla società delle tribù succede quella dei grandi poteri di capi guerrieri e anche teocrati, propria dell’Asia, culla della più avanzata razza. In questa società molto più complessa i vari aspetti si accavallano. Troveremo negli antichissimi imperi in numero limitato i lavoratori artigiani autonomi, gli agricoltori autonomi, i mercatori che battono le prime vie acquatiche e terrestri. Ma soprattutto abbiamo vasto impiego di lavoro collettivo, in grandi masse, da parte dei grandi poteri. «Gigantesco appare l’effetto della cooperazione semplice, ossia senza la divisione tecnica delle fasi di lavoro, nelle colossali opere degli antichi Asiatici, Egizi, Etruschi ecc. »

Allorché Alessandro il Macedone conquistò Babilonia, dicono si sia soffermato a leggere la scritta sul sepolcro della regina Semiramide. «Costrinsi gli immensi fiumi nel loro letto e con le acque e il limo di essi fertilizzai province sterminate. Gli Assiri, che non sapevano che cosa fosse mare, condussi su quattro sponde [Mediterraneo, Persico, Caspio, Nero]. Fondai le immense città coi pensili giardini e le sette cinta di mura, non debellate da nemico alcuno. Né mi mancò il tempo per le gioie e gli amori». Alessandro, e più di lui i conquistatori romani, rappresentavano forme sociali fondate su una rete statale militare solida, su strade di collegamento, su flotte e sistemi di porti attrezzati. Base della produzione era l’agricoltura stabile, sia con lavoro di masse di schiavi, sia con liberi coltivatori, pronti a trasformarsi in legionari per nuove conquiste. Nell’ambito del latifondo schiavista o del piccolo podere prevale il consumo in loco e per isole di produzione separate, ma, specie nelle capitali politiche e sulle coste o nelle città di tappa dei grandi itinerari terrestri, vi è indubbiamente una più avanzata divisione del lavoro ed un mercato di scambio. Dunque l’antichità classica nel massimo delle sue unità statali basate sulla fissità delle popolazioni agricole conobbe il commercio e il valore di scambio, e perfino limitatamente il lavoro di uomini liberi salariati; sicché si parlò di un capitalismo in Grecia e Roma: soprattutto si ebbero le grandi opere di Stato, ponti, acquedotti, canali, argini, fori, teatri, e gli imprenditori edilizi.

«Tuttavia, il suo ideale, anche nella produzione materiale, rimase l’autosufficienza, [l’azienda autosufficiente, che produce per il proprio consumo] si contrappone alla divisione del lavoro “perché in questa c’è benessere, in quella anche indipendenza” ». Dunque nell’antichità classica dominano le isole chiuse di produzione-consumo sul mercantilismo di scambio generale, ed un tessuto connettivo è più che altro di natura politica e militare. I filosofi antichi esaltano il valore d’uso. Questa unità dell’impero cadde con le invasioni barbariche, di orde che non erano ancora fissate ed atte al lavoro agrario, e si erano moltiplicate su sterili e fredde terre: dallo scontro nacque la società medievale, di cui abbiamo dati i vari riferimenti, che richiede ai popoli una nuova stabilità, con ordinamento più federalista che centralizzato.

Nell’organamento feudale dunque la produzione agraria poggia su cerchi autarchici di produzione e sussistenza, entro i quali le vettovaglie non assumono ancora il carattere di merci. Ma già i bisogni di altri articoli, dal vestiario all’utensilaggio, sono di tanto sviluppati che deve provvedervi il mestiere artigiano. Le mille pastoie dell’ordinamento per corporazioni sono tutte volte a frenare il mercantilismo. «Il mercante poteva comprare tutte le merci, solo non il lavoro come merce. Non era tollerato che come agente del collocamento sul mercato dei prodotti artigiani».

Comunque, i prodotti artigiani si distribuiscono come valori di scambio su un mercato sia pure frammentato da barriere continue, anche comunali, e una divisione sociale del lavoro, come nelle epoche precedenti, ma molto più particolare, è già in atto. Ma manca la divisione tecnica (manifatturiera) del lavoro: maestro e garzone finiscono col saper dare finito lo stesso oggetto; calzare o spada. Non possiamo ancora parlare di lavoro associato.

OGGI

Viviamo nella piena epoca della produzione capitalista e della distribuzione mercantile, e non è possibile certo nemmeno riassumere la descrizione del suo corso tempestoso. Meno che in poche oasi di produzione agraria familiare, e meno che nel cuore dei paesi abitati dalle razze di colore, ogni dotazione umana appare ormai come «ammasso di merci», e non vi sono valori d’uso che non siano trasformati in valori di scambio. Sopravvive quasi ovunque per certi articoli il lavoro individuale artigiano, ma è il lavoro associato che domina il campo. La trasformazione avvenuta nel modo di produrre i manufatti, ha reso possibile il sorgere del mercato nazionale e poi mondiale, ed ha accompagnata alla divisione sociale del lavoro tra classe e classe, città e campagna, categoria e categoria professionale, la divisione aziendale per cui ogni lavoratore non sa più che compiere una sola fase della lavorazione e, anche per questo, non dispone di nessun prodotto. Le isole di consumo si sono sciolte nel mare generale, e così le isole di produzione si sono raggruppate in blocchi sempre più grandi.

Qui è giunto il passo a cui deve intendere la nostra visione dialettica di quelle condizioni che sono state necessarie per aumentare la produttività del lavoro, e che quindi vediamo accelerarsi come condizioni utili, e di quei caratteri della società mercantile che invece intendiamo superare nel processo rivoluzionario. Che tutti i valori d’uso passino nella fornace dei valori di scambio, è necessario, ma l’organizzazione comunista intanto si edificherà su tale necessaria condizione, in quanto ricondurrà a puri valori di uso collettivi, e comuni come nella prima fratria, le grandi scorte e attrezzature sociali. Che il lavoro individuale ceda al lavoro associato è tale fattore di esaltato rendimento, da costituire altro pilastro di un nuovo organamento. Ma il generale lavoro associato per tempi ridotti, in una produzione collettivista, dati i nuovi caratteri della assegnazione del lavoro, lascerà margini elevatissimi alle più svariate gamme di attività individuali non mercantili.

La divisione aziendale del lavoro, dopo aver dato i suoi risultati, deve cadere, e con essa in largo senso la stessa divisione professionale e sociale, appunto nella misura in cui sarà unica e centrale la direzione scientifica di ogni funzione nei settori di lavoro produttivo. Ogni sistema, infatti, mercantile ed aziendale non può separarsi, e dal dispotismo della divisione delle funzioni dell’azienda, e dall’anarchico disordine della produzione nella società. Tale anarchia conduce allo scompenso e alla crisi economica, e quindi al crollo del sistema mercantile. Ma altra è la pianificazione di classe che il capitalismo moderno attua per allontanare le conseguenze di tale congenita anarchia, e che è pianificazione di repressione degli antagonismi, e calcolo generale ai fini dei massimi di rendimento aziendale mercantilmente valutato, altro la nostra pianificazione del lavoro e del consumo generale, calcolo di valori d’uso in unità fisiche, e non di valori mercantili.

La sparizione delle isole di consumo vale come risultato acquisito, ma la concentrazione della produzione in grandi unità aziendali di lavoro associato resta capitalista fino a che, come il mercato di consumo è già unico in tempo capitalista, non sia unico il «territorio di produzione» di tutti i popoli, o almeno di tutti i più avanzati, con piani internazionali validi ovunque, per il grano, o per l’acciaio, o per il petrolio. Resta da riferire alcune tappe di questo cammino (che già avviene sotto i nostri occhi quanto a travolgimento delle antiche «sfere di vita» nel gorgo unico mercantile del mondo, e che si completerà quando cadranno i caratteri negrieri già definiti nell’organizzazione capitalista) ai passi fondamentali di Marx; perché non sia confusa l’organizzazione comunista per cui il proletariato combatte e combatterà con la situazione del paesi di grande imperialismo monopolista, e peggio con quella della Russia di oggi e della sua sfera eurasiatica.

Cap. XI. Cooperazione: «La produzione capitalistica, come abbiamo visto, comincia veramente solo allorché lo stesso capitale individuale [il solito traduttore-traditore: lo stesso padrone] occupa contemporaneamente un numero abbastanza elevato di operai, e quindi il processo lavorativo estende la propria area fornendo prodotti su scala quantitativa rilevante. Un gran numero di operai che funzionino nello stesso tempo, nello stesso spazio (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produzione dello stesso genere di merci e sotto il comando dello stesso capitalista, forma sia storicamente che concettualmente il punto di partenza della produzione capitalistica».

Accettata dunque l’associazione degli sforzi ed infatti: «Nel collaborare con altri secondo un piano, l’operaio si spoglia dei propri limiti individuali e sviluppa le proprie facoltà di specie». Ma di questa associazione il capitale si serve al fine di produrre merci ed estorcere profitto; e questo respingiamo; nel senso che alla fine del ciclo l’associazione lavorativa resta, il carattere mercantile e il plusvalore cadono. «Prima di tutto, il motivo animatore e lo scopo determinante del processo produttivo capitalistico è… il maggiore sfruttamento possibile della forza lavoro… Infine, la cooperazione degli operai salariati è semplice effetto del capitale che li impiega nello stesso tempo. Il legame tra le loro funzioni, e la loro unità come corpo produttivo globale [rivendicazione comunistica], risiedono fuori di essi, nel capitale che li riunisce e li tiene assieme».

E quindi, per i marxisti, ogni volta che vi ha produzione di merci, e sistema di retribuzione a salario, «Come individui cooperanti [gli operai], come membri di un unico organismo agente [il che noi vorremmo!], non sono che un modo particolare di esistere del capitale. Perciò la forza produttiva che l’operaio sviluppa in quanto operaio sociale è forza produttiva del capitale» . Cap. XIII. Divisione del lavoro e manifattura. (Notiamo che i concetti sociali qui discussi sono gli stessi nella manifattura semplice, nella manifattura organica, nel macchinismo, nella grande industria). Citato paragrafo 4, da cui abbiamo tratto i passi relativi a fasi precapitalistiche.

«Poiché la produzione e la circolazione delle merci sono il presupposto generale del modo di produzione capitalistico, la divisione manifatturiera del lavoro esige una divisione del lavoro in seno alla società già maturata fino a un certo grado di sviluppo». «Ricco materiale per la divisione del lavoro all’interno della società forniscono poi al periodo manifatturiero l’ampliamento del mercato mondiale e il sistema coloniale, che appartengono alla cerchia specifica delle sue condizioni generali di esistenza. Non è qui il luogo di mostrare con maggior copia di particolari come essa si impadronisca, oltre che della sfera economica, di ogni altra sfera della società, e getti dovunque le basi, di quello sviluppo delle specializzazioni e di quella parcellizzazione dell’uomo, che già strappavano ad A. Ferguson, il maestro di A. Smith, il grido: “Noi creiamo una nazione di iloti, e non ci sono uomini liberi in mezzo a noi” ». La divisione aziendale del lavoro, la specializzazione professionale, la stessa divisione sociale del lavoro, sono combattute nella visione di una organizzazione comunistica. «La divisione manifatturiera del lavoro ha come presupposto l’autorità incondizionata del capitalista su uomini che formano puri e semplici ingranaggi di un meccanismo collettivo di sua proprietà».

Più oltre Marx parla di dispotismo aziendale, di automi idiotizzati. »… si divide lo stesso individuo trasformandolo in congegno automatico di un lavoro parziale, e si realizza la favola assurda di Menenio Agrippa, che rappresentava l’uomo come puro e semplice frammento del suo corpo». I lavoratori come braccia, gli sfruttatori come stomaco. «Come al popolo eletto stava scritto in fronte che era proprietà di Geova, così la divisione del lavoro imprime all’operaio della manifattura un marchio a fuoco, che lo contrassegna come proprietà del capitale».

«La divisione sociale del lavoro oppone gli uni agli altri dei produttori indipendenti di merci, [in false concezioni avveniriste sarebbero aziende indipendenti] i quali non riconoscono altra autorità che quella della concorrenza,cioè la costrizione esercitata su di essi dalla pressione dei loro reciproci interessi, al modo che, nel regno animale, il bellum omnium contra omnes salvaguarda più o meno le condizioni di esistenza di tutte le specie».

Caratterizzano la società borghese l’anarchia della divisione sociale del lavoro e il dispotismo nella divisione aziendale del lavoro. La critica della divisione delle funzioni umane si spinge alla condanna dell’antitesi città-campagna, come alla condanna di quella tra lavoro del braccio e della mente. E quando nel Capitolo sulla grande industria Marx guarda direttamente al futuro e alla «inevitabile conquista del potere politico da parte della classe lavoratrice» egli afferma che «la forma di produzione capitalistica, e la situazione economica dell’operaio che ad essa corrisponde, stanno agli antipodi con quei fermenti rivoluzionari e con la direzione nella quale essi vanno: la soppressione della vecchia divisione del lavoro. Ma lo sviluppo degli antagonismi di una forma storica di produzione è l’unica via storica possibile al suo dissolvimento e alla sua metamorfosi».

Se la Russia è tutta un’orgia di specializzazione, di divisione del lavoro dispotica nell’azienda e nella società, addirittura di lavoro coatto con deportazione dei lavoratori associati nei campi di lavorazione, ciò non avviene perché Stalin è una canaglia, ma perché altro non vi è da fare per stabilire la produzione capitalista, in un tempo in cui le tappe secolari dalla prima manifattura semi-artigiana alla grandissima industria meccanizzata sono ormai bruciate. Non altro vi è da fare per combattere l’anarchia delle imprese, lotta che traspare dagli stessi bilanci dell’URSS ad ogni passo. Il capitalismo di Stato cerca di lottare contro l’anarchia della produzione, ma poiché produce merci e si preoccupa di costi di produzione, non può farlo che esasperando il dispotismo aziendale sul salariato.

Non è questa amministrazione socialista. Il socialismo libererà il lavoratore, e quindi l’uomo, al tempo stesso dall’anarchia sociale e dalla oppressione aziendale, dalla divisione del lavoro e dalle specializzazioni. Questa lunga lotta partirà dal momento e dai settori in cui si uscirà dal mercantilismo monetario. Dal bellum omnium contra omnes si passerà al comunismo solo quando ogni atto a stimolo emulatorio sarà escluso dalla organizzazione della vita. Egli è perciò che lo sciagurato che si mise a provare quale fosse la massima quantità di carbone che si può staccare a colpi di piccone dalle pareti della galleria in una giornata di lavoro, e che ogni marxista anelerebbe a prendere a calci in culo, è diventato un eroe nazionale. Ma in ciò anche vi è logica. Servono gli eroi nazionali alla società capitalista. Il comunismo abolisce gli eroi.

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