LA STRUTTURA TIPO DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA NELLO SVILUPPO STORICO DEL MONDO CONTEMPORANEO

“il programma comunista” n. 13, 9-23 luglio 1954

INTRODUZIONE

1. Metodo di lavoro

Il nostro metodo di lavoro tende ad una sistemazione generale della storica dottrina marxista, ma per evidenti ragioni di limitati mezzi dell’attuale movimento non si può farlo in modo organico e conducendo innanzi su un piano uniforme tutte le varie parti, e tanto meno si vuol farlo esponendo capitolo per capitolo una definita “materia” come in un corso di lezioni scolastico o accademico. Le falle da chiudere nel bagaglio di lotta del movimento comunista sono tante e tanto gravi che si lavora sotto le esigenze delle manifestazioni più gravi del disorientamento e dell’opportunismo, ed in un certo senso della da noi disprezzata attualità, ed anche ogni tanto bisogna dedicarsi a rimettere sulle giuste linee teorie elucubrate da gruppi che vorrebbero dirsi estremisti e a noi “affini”. Per conseguenza alcuni importanti settori della teoria, del metodo e della tattica proletaria sono stati alternativamente trattati, a volte nelle riunioni di studio e lavoro, a volte in serie di scritti nella rubrica “Sul Filo del Tempo”, in questo quindicinale. Da tempo non è però possibile fare uscire un fascicolo della nostra rivista, che di seguito alla raccolta Dialogato con Stalin dové prendere il nome (a sua volta) di Filo del tempo.

2. Diffusione dei materiali

Il materiale pubblicato nel quindicinale o raccolto nel fascicolo in formato rivista ha potuto essere messo a disposizione dei compagni, che provvedono alla diffusione del nostro programma in una cerchia meno stretta, in forma di sunti più o meno estesi, di tesi, talvolta di opposte controtesi e tesi. Ma quando le riunioni con la loro esposizione verbale, di non lieve mole e talvolta su argomenti teorici non semplici, non sono state seguite da una pubblicazione adeguata, maggiori sono state le difficoltà nello sviluppo ulteriore del lavoro. Le riunioni prima di questa sono state otto (trascurandone due di natura regionale), iniziandosi col 1° aprile del 1951. Delle prime due il resoconto integrale fu diffuso con un bollettino ciclostilato di partito, mentre nel detto fascicolo-rivista si poté dare in testo riassuntivo il materiale delle riunioni svolte fino a quella di Genova (aprile 1953). Tutto tale materiale è quindi in certo modo disponibile, con qualche riferimento orientativo agli argomenti di teoria, di programma, di politica e tattica; nei campi economico, storico, sociale, filosofico, col sussidio delle pubblicazioni antecedenti nella rivista e giornale.

3. La questione nazionale

Mentre l’obiettivo centrale del lavoro era la rivendicazione del programma di partito contro le degenerazioni della ondata di opportunismo che travolse la Terza Internazionale, ponendo tale critica storicamente in relazione alla vigorosa opposizione tattica della Sinistra italiana dal 1919 al 1926, prima della rottura col centro di Mosca, si dimostrò necessario per ripetute richieste di compagni e di gruppi di chiarificare la portata marxista delle grandi questioni di strategia storica proletaria che sogliono indicarsi come questione nazionale e coloniale, e come questione agraria. La riunione di Trieste del 30-31 agosto 1953 fu dedicata ad una completa impostazione dei Problemi di razza e nazione nel marxismo e servì a sostituire ad una certa facile subordinazione di tali rapporti ad un dualismo classista semplificatore – di cui siamo stati sempre diffamati – la giusta valutazione dell’asse del materialismo storico, che si basa sul fatto riproduttivo anche prima che su quello produttivo, per trarre dai dati materiali la deduzione delle complesse innumerevoli sovrastrutture della umana società. Tale materiale fu pubblicato in tutta estensione in una serie di “Fili” nell’ultima parte dell’anno scorso in questo giornale, ed è a disposizione del lavoro dei compagni. Con Trieste tuttavia si giunse alla esposizione delle vedute marxiste sul tema nazionale europeo fino all’Ottocento, e rimase da trattare il problema delle colonie e dei popoli colorati e di Oriente, connesso al periodo dell’imperialismo capitalistico e delle guerre mondiali. Della successiva esposizione di Firenze, che rappresentò un ponte tra i dati del marxismo nei testi classici e quelli delle opere di Lenin e delle tesi dei primi due congressi dell’Internazionale di Mosca, non si ha finora altro che un sommario resoconto nel giornale: dal 6-7 dicembre, data della riunione, non è stato elaborato né diffuso un resoconto più ampio e ricco delle documentazioni che furono nell’occasione fornite. La mancanza di un tale testo si è fatta sentire poiché alcune posizioni non sono state bene assimilate e accettate sia pure da pochi compagni. Occorre dunque provvedervi.

4. La questione agraria

Le richieste di altri compagni sulla questione agraria indussero a trattarla in una serie di ‘fili del tempo’ apparsi dal principio del 1954 ad oggi, e che costituiscono un complesso organico, con la serie di tesi conclusive data nel numero di più recente pubblicazione. Tuttavia anche qui resta ancora un vasto lavoro, come è noto, da sviluppare. Si è completamente dato il prospetto della questione agraria in Marx, mostrando che essa non è un capitolo staccato (ciò non avviene mai nel sistema marxista) ma contiene in sé non solo tutta la teoria dell’economia capitalista ma tutte le sue inseparabili connessioni col programma rivoluzionario del proletariato. Resta con altra serie, che sarà tra breve iniziata, a svolgere la storia della questione agraria nella rivoluzione russa, al fine di mostrare come colla teoria classista del partito collimino in tutto le impostazioni di Lenin, e la retta spiegazione che oggi va data del divenire sociale russo contemporaneo.

5. L’economia generale

Le conclusioni sulla questione agraria conducono direttamente al tema che si propone la relazione attuale: il grande conflitto, che non è di idee e di penne ma di reali forze di classe operanti nella società, tra la costruzione economica dei marxisti e le molte, ma tutte simili e nessuna nuova e originale, che le contrapposero i fautori ed apologisti dell’ordine capitalista. La retta impostazione di questo fondamentale nostro bagaglio serve ad assicurare la formazione del rinnovato movimento contro un duplice pericolo che talvolta insidia anche qualcuno meno provveduto dei nostri, a dispetto del rigido cordone sanitario di intransigenza organizzativa sul quale ci si rivolgono frequenti ironie. Un pericolo è quello di lasciarsi impressionare dal netto contrasto con le dottrine degli economisti ufficiali cronologicamente posteriori a Marx, e dal preteso vantaggio che avrebbero costoro per aver potuto lavorare su materiali posteriori “più ricchi”, il che fa buon gioco alla loro pretesa che le vicende del mondo economico abbiano smentito, colle previsioni, la teoria di Marx. Il secondo pericolo è quello che davanti ai crolli paurosi del fronte proletario, elementi assai più presuntuosi che volonterosi affermino che la teoria economica del capitalismo e della sua fine vadano rifatte con dati che Marx non poté avere, e rettificando molte delle sue posizioni.

6. La batracomiomachia

Un contributo a questo secondo punto fu dato da una precedente serie di alcuni “Fili del Tempo” dedicati alla “batracomiomachia” di alcuni gruppetti, come quello francese di Socialisme ou barbarie, a cui alcuni deviati dal nostro movimento si sono assimilati, che pretendono di costruire un aggiornamento di Marx ed una eliminazione dei suoi “errori”, serie nella quale fu in modo particolare combattuta la difettosa teoria di una inserzione tra capitalismo e comunismo di un nuovo modo produttivo con una nuova classe dominante, la cosiddetta burocrazia, che in Russia, al posto del capitale e della borghesia, opprimerebbe e sfrutterebbe i lavoratori; riducendo tale divergenza ad una insuperabile opposizione coi primi, più vitali, più validi elementi del marxismo.

7. L’invarianza del marxismo

Pertanto il tema della presente riunione si ricollega a quello che fu trattato a Milano sulla invarianza storica della teoria rivoluzionaria. Questa non si forma e tanto meno si raddobba, giorno per giorno, per successive aggiunte o abili “accostate” e rettifiche di tiro, ma sorge in blocco monolitico ad uno svolto della storia a cavallo tra due epoche: quella che noi seguiamo ebbe tale origine alla metà dell’Ottocento, e nella sua possente integrità noi la difendiamo senza abbandonarne alcun brandello all’avversario. La scientifica riprova a questa teoria della invarianza sta nel mostrare, alla luce dei brontolii controrivoluzionari nel corso di un secolo e più, fino ai recentissimi, che la grande battaglia polemica, combattuta negli svolti decisivi armi alla mano dalle due parti, è unitariamente sempre quella, e noi vi scendiamo cogli argomenti stessi che costituirono la proclamazione rivoluzionaria dei comunisti marxisti, che non solo nessuna scoperta o trovato di pretesa scienza ha superato o intaccato, ma che sovrastano colla stessa potenza e da sempre maggiore altezza le insanie della cultura conservatrice. E per schiacciare questa hanno bisogno della potenza di classe, ma non certo di aiuti di intellettuali e di cenacoli, intenti a sciorinare un marxismo nuovo e migliore.

Parte Prima
LA STRUTTURA TIPO DELLA SOCIETÀ CAPITALISTICA NELLO SVILUPPO STORICO DEL MONDO CONTEMPORANEO

1. Il modello di Marx

Il recente studio sulla questione agraria nel marxismo ha posto a disposizione gli elementi necessari ad intendere quale sia il “modello” di Marx della società presente, succeduta nei paesi avanzati di Europa alle grandi rivoluzioni della borghesia. Secondo la nostra dottrina una classe che viene al potere col subentrare di uno dei grandi “modi di produzione” al precedente, ha una conoscenza e coscienza ideologica del tutto approssimata del processo che si è esplicato e dei suoi sviluppi ulteriori; comunque da ogni lato si ammette, nel seno della giovane borghesia vittoriosa e romantica, che un tipo sociale con caratteristiche diverse ed opposte a quelle del mondo feudale è comparso, e si riconosce che i nuovi rapporti economici sono radicalmente diversi dai vecchi: la legge e lo Stato non pongono ostacoli a nessuna categoria ed ordine di soggetti nel compimento delle operazioni tutte di acquisto o vendita, e negano che alcuno possa essere costretto a dare senza compenso tempi del suo lavoro e a non potersi allontanare da una cerchia di lavoro.

Residui dei vecchi rapporti feudali non mancano, e le più “eversive” leggi non possono togliere ogni gradualità alla loro sparizione: così il canone di affitto dei terreni in natura nei primi tempi ha le forme dell’antica prestazione di decime del prodotto al signore, al clero, allo Stato. Ma tutto tende ad assumere una forma unica di rapporto: mercantile, e di accesso volontario al mercato aperto a tutti. La formula liberale come dice: tanti cittadini, uguali molecole davanti ad uno Stato solo di tutti, così dice: tanti compratori-venditori liberi, nel quadro di un mercato unico aperto nazionale, e poi internazionale. Non occorre tuttavia arrivare a Marx per vedere modelli in cui lo sciame di isolati insetti economici con i loro mille rapporti è sostituito da uno schema di pochi gruppi sociali –classi– tra i quali in effetti il movimento e il flusso della “ricchezza” si svolge. Per Marx, nella complessa società del suo tempo che ancora in grandi paesi del centro di Europa svolge conquiste proprie del capitalismo, e quindi con obiettivi reali di portata individuale e nazionale, dal diritto elettorale alla indipendenza della razza e della lingua, il modello puro della nuova grande forma di produzione che trionfa è a tre classi: capitalisti imprenditori; proletari salariati; proprietari fondiari.

2. Le tre classi “pure”

Nessuna di queste tre classi riproduce la posizione giuridica feudale. Nel campo agrario il signore feudale, che aveva diritto di prelevare lavoro e prodotto servile sui suoi sudditi territoriali e non poteva perdere la potestà sul territorio per vicenda economica, è scomparso, e ha preso il suo posto il proprietario di terra al modo borghese, essendo ormai la terra bene alienabile contro denaro da chiunque a chiunque. Nella produzione urbana la cooperazione in masse dei lavoratori manuali ha sostituito il moderno proletario all’artigiano anche più umile, che possedeva bottega e attrezzi e disponeva degli oggetti manifatturati; mentre ai più grossi padroni di bottega si è sostituito il ben diverso fabbricante capitalista, possessore degli strumenti di produzione e di un capitale per l’anticipo dei salari. È ben noto che questi ceti hanno risorse nuove e diverse. Mentre il servo della gleba campava consumando quanto del prodotto fisico del suo lavoro gli era lasciato dopo adempiuti tutti gli obblighi, il moderno proletario non vive che del suo salario in moneta, convertendolo sul mercato monetario in generi di sussistenza. Mentre il signore feudale viveva delle prestazioni a lui dovute, il proprietario fondiario borghese vive della rendita che gli versa l’affittaiuolo del suo terreno, e con essa compra mediante moneta quanto consuma. L’industriale capitalista dalla vendita dei prodotti, al di sopra del costo ricava un utile, che converte a sua volta in consumi – o in nuovi strumenti produttivi e forze umane di lavoro – sul generale mercato. Tre classi nuove, tre classi distinte e precise, tre necessarie e sufficienti perché si possa dire, vedendole presenti, che l’epoca capitalista è giunta.

3. Modello fisiocratico

Un modello di società trinitaria ha preceduto Marx: è quello del fisiocratico Quesnay. Le classi sono distinte in un modo incompleto, quali potevano individuarsi in una produzione scarsamente industriale e prima della caduta degli ordinamenti feudali. Importante è tuttavia che Quesnay precede Marx nel fare avvenire i movimenti di valore e di ricchezza tra classe e classe, cercando in tal modo di studiare il divenire della “ricchezza di un paese”, e si oppone ai mercantilisti, che trascurano di dare un modello della macchina produttiva, pretendendo vedere sorgere i beni dal mondo dello scambio di cui esaltano la diffusione imponente entro ed oltre le frontiere. È noto quali sono le tre classi di Quesnay: proprietari fondiari, e questi chiaramente non più intesi al senso feudale, ma che ricevono la rendita da fittavoli imprenditori agrari. Classe attiva, che sono i fittavoli stessi insieme ai loro operai agricoli, già intesi come salariati puri. Classe sterile, ossia industriali e salariati delle manifatture, i quali a detta di Quesnay trasformano e non incrementano il valore di quanto maneggiano. Modello insufficiente per spiegare la formazione di nuovo valore, di sopravalore, in quanto i fisiocratici credono che tanto si determini solo quando il lavoro dell’uomo si svolge nel campo delle forze della natura, potendo solo nell’agricoltura il produttore consumare una parte e non tutto il suo fisico prodotto, alimentando così tutta la società negli strati non produttivi.

4. Modello classico

Negli economisti classici inglesi, e nel sommo di essi Ricardo, mentre il problema è sempre quello, incomprensibile al mondo preborghese, di promuovere la maggiore ricchezza nazionale, che si era posto il postfeudale Quesnay, la soluzione è scientificamente più corretta, in quanto si stabilisce, dopo l’esperienza della prima grande industria manifatturiera, che non la natura ma il lavoro dell’uomo produce la ricchezza, e che i margini sociali di questa si ottengono da qualunque lavoratore retribuito a tempo, il quale aggiunge al prodotto, sia esso derrata o manufatto, maggior valore di quello che gli viene versato come suo salario. Ma il modello di Ricardo ha questo difetto: è un modello aziendale ed individuale e non riesce alla costruzione sociale che da Quesnay era stata brillantemente affrontata. Il lavoratore della azienda produce tanta ricchezza che una parte è il suo salario, un’altra il profitto del suo datore di lavoro, e, quando questo si verifica sulla terra agraria, una terza, la rendita pagata al padrone di essa.

5. I modelli scottano

Non è dunque Marx il primo che per spiegare il processo economico e darne le leggi costruisce uno schema della meccanica produttiva, cerca l’origine del valore e il suo ripartirsi tra i fattori della produzione, e questo esprime immaginando una forma tipo con classi pure. Fino a che gli economisti esprimevano esigenze ed interessi di una borghesia rivoluzionaria, sulle soglie del potere politico e della dirigenza sociale, essi non esitarono a lavorare alla scoperta di un modello che rappresentava la realtà del processo produttivo. Solo dopo, per ragioni di conservazione sociale l’economia come scienza ufficiale prese altra piega, negò e derise ostentatamente i modelli e gli schemi, e si immerse nell’indefinito e indistinto caos dello scambio mercantile tra liberi accedenti al generale traffico di merci. Più oltre si dirà del “diritto ai modelli” come metodo rigorosamente scientifico e non come scopo ideale o attrezzo di propaganda. Per ora stiamo al risultato della società schematica a tre classi. Il modello di Quesnay voleva mostrare che essa poteva vivere senza oscillazioni sconvolgenti; quello di Ricardo che essa poteva svilupparsi indefinitamente nella struttura capitalista a condizione di accumulare sempre maggiori capitali investiti nell’industria, e al più col passo ulteriore di confiscare le rendite della classe fondiaria, divenendo così binaria e non ternaria. Il modello di Marx è venuto a dare la prova certa che una tale società, nell’ipotesi ternaria o binaria, corre verso l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza, ed anche verso la rivoluzione, che la schioderà dalla pista mercantile.

6. Le classi spurie

Prima di procedere nel nostro compito odierno, che è la difesa della validità del modello, e delle relazioni quantitative a cui il suo impiego ci ha condotti, le quali sono confermate dai fatti in corso nel modo più evidente, e la dimostrazione della inanità degli sforzi della cultura borghese per sottrarsi alla morsa che così la serra, occorre tuttavia fermarsi alquanto sulle altre classi, lasciate da parte, fuori dalla luce della scena su cui muovono le tre protagoniste.

Un frequente errore non solo di avversari ma perfino di seguaci di Marx consiste nel credere che tali classi vadano rapidamente scomparendo, che comunque solo dopo la totale loro scomparsa si daranno le condizioni per la crisi finale ed il crollo del capitalismo. Ed un errore analogo è quello di dire che il marxismo ne ignora o almeno trascura la esistenza, è quello di dichiarare che il moto sociale di tali classi non può in alcun modo influire sul rapporto di forze e sul prevalere l’una contro l’altra delle classi tipo. La questione di queste altre classi, specie di quelle meno abbienti, è di scottante attualità davanti alle degenerazioni del moto proletario nell’opportunismo. Oggi tali strati impuri e malamente definiti sono dalla politica dei grandi partiti portati allo stesso livello dei veri lavoratori salariati, e sono avanzate rivendicazioni vaghe e scialbe che si dice interessino al tempo stesso tutti i ceti poveri, tutti gli strati popolari. Per tal via, tattica, organizzazione, teoria del partito operaio sono andate a rovina, e da quando il povero ha preso il posto del proletario, il popolo della classe.

7. Società tipo e società reali

La tesi marxista che i ceti medi scompariranno non si prende nel senso che in tempo prossimo in tutti i paesi sviluppati debbano esservi solo capitalisti, grandi proprietari, e salariati, ma invece che delle tre classi tipo solo quella proletaria può lottare e deve lottare per l’avvento del nuovo tipo sociale, del nuovo modo di produzione. Dato che questo comporterà l’abolizione del diritto sul suolo e sul capitale e quindi l’abolizione delle stesse classi, quando abbia ceduto la resistenza delle attuali due classi dominanti non vi sarà per le classi minori posto in una forma di produzione, che non sarà più privata e mercantile. Esse non possono legare le loro forze che alla causa della conservazione delle classi sfruttatrici, o in certi casi, e per effetto subcosciente, a quella della classe proletaria, ma quello da cui sono escluse è lottare per un tipo di società “loro proprio”. Di qui non la loro attuale o prossima inesistenza e nemmeno la loro assenza totale da lotte economiche, sociali o politiche; solo la certezza che non hanno un compito proprio e che hanno importanza secondaria e non possono essere messe sullo stesso piano della classe salariata, ove si tratti di uno scambio di aiuti; mentre è fase nettamente regressiva della rivoluzione anticapitalista quella in cui il proletariato sostituisce alle sue le esigenze di tali classi e si confonde tra esse nella organizzazione o nelle famigerate alleanze e fronti.

8. Infinita gamma dei bastardi

Se ci guardiamo oggi attorno nella politica italiana la serie di questi ceti e strati, cui i partiti che vantano di organizzare le classi operaie rivolgono i più caldi e nauseosi inviti di amicizia fraterna, non finisce mai. Nell’agricoltura mal ci fermeremmo ai tre tipi: piccolo mezzadro lavoratore, piccolo fittavolo lavoratore, piccolo proprietario lavoratore, perché subito si presenteranno come altri degni sozii anche i tipi “medi” ossia quelli che apertamente ingaggiano i braccianti agricoli. Non basta: l’ufficio agrario del partito staliniano che pugna solo contro il mulino a vento dei feudali baroni, ogni tanto proclama che difende e tutela gli interessi anche del grande fittavolo agrario! il vero pilastro della borghesia e dello Stato italiano. Fuori della campagna vedremo chiamato amico e difeso contro la “esosità dei ceti monopolistici” anche l’artigiano, l’impiegato, l’esercente bottegaio, il professionista, il piccolo commerciante e industriale, e anche, sicuro, il medio commerciante e il medio industriale, per non dire dei funzionari statali fino a… Einaudi, per non dire dei grandi artisti e delle dive cinematografiche, dei preti poveri, dei birri e così via. Tutta questa roba serve come elettore, come lettore, come tesserato.

9. Statistico ciarpame

Abbiamo dato molteplici citazioni di Marx dove egli spiega che tratta di una società capitalista ipoteticamente pura, ma che al suo tempo, dunque alla seconda metà dello scorso secolo, nemmeno la progredita Inghilterra ha una popolazione o anche una maggioranza di popolazione ripartita tra le sole tre classi moderne. Molto tempo da allora è passato e noi, mentre seguitiamo a maneggiare il modello della società tipo (superando la preoccupazione della Luxemburg che sosteneva che questa “non può funzionare” o di Bucharin secondo cui invece era possibilissimo che funzionasse nel senso tecnico economico; ben vero tutti e due convenendo che impura o pura la attendeva la rivoluzione), constatiamo che in tutti i paesi le classi medie o spurie formano parte grandissima della popolazione.

Prenderemo non una statistica recente, ma i confronti internazionali contenuti nell’ufficiale Annuario Statistico Italiano del 1939, in quanto riferiti ad una generale situazione antebellica, e meno incerti, sebbene sempre da prendere con una certa riserva, quanto a parallelismo di metodo di ricerca e di terminologia da nazione a nazione. In Italia ad esempio si comincia a distinguere tra popolazione attiva (individui aventi reddito proprio, e quindi esclusi vecchi, bambini, invalidi, ecc.) e popolazione totale. Su 42 milioni e mezzo erano attivi 18 milioni circa, il 43,4%. Della popolazione attiva, il 29% era occupata nell’industria. Sterili per Quesnay, sono per noi, operai o imprenditori, tanti “puri”. Nell’agricoltura erano occupati il 47% degli attivi. Intanto sono rimasti, sparsi in tante cifre, ancora il 24%, un quarto circa, che sono impuri. Il difficile è smistare gli agricoli, tra puri (fondiari, fittavoli, capitalisti, braccianti) e tutto il resto. Per l’Italia possiamo trovare qualche criterio nella tabella della popolazione oltre 10 anni addetta a professione. Nell’industria sono operai veri e propri i 7/10; nell’agricoltura i 4/10, mentre i titolari di grandi aziende e proprietà sono confusi negli “indipendenti”. Dunque la classe operaia poteva constare del 12% nell’agricoltura e del 21% nell’industria: totale 33% sulla popolazione attiva. [Verificato il conteggio, arriveremmo al 39%]. I veri borghesi capitalisti e fondiari saranno ben pochi: insomma in Italia abbiamo un terzo di società capitalista “pura”, due terzi “impura”. Zero però baroni e servi feudali!

10. Confronto internazionale

Passando ad altri paesi possiamo senz’altro mettere da parte quelli che hanno indice di impurità peggiore del nostro, e quindi sono “meno capitalisti”, per quanto tra essi molti siano considerati più moderni evoluti e civili a causa di tanti indici di benessere e cultura. Sono senz’altro: Bulgaria, Irlanda, Finlandia, Grecia, Norvegia, Portogallo, Ungheria; e fuori Europa (dati incompleti geograficamente) India, Palestina, Egitto, Sud Africa, Canada, Cile, Messico, Nuova Zelanda. Sono “capitalisti puri per meno di un terzo”. Vediamo molto all’ingrosso i paesi più capitalisti di noi. Abbiamo dati solo per l’industria e l’agricoltura, e non abbiamo facoltà di smistare come ora tentammo per l’Italia. Sono in Europa: Belgio, Francia, Germania, Austria, Olanda, Svizzera; e fuori: Stati Uniti d’America. Ricordare che siamo coi confini avanti il 1939, e accorgersi che non abbiamo parlato di due casi primari: Gran Bretagna e Russia. Ad esempio la Francia: agricoltura 35%, industria 35%. La Francia non è un paese di concentrazione di aziende superiore di molto alla nostra, e calcolando coi rapporti usati per l’Italia di 4/10 e 7/10 avremmo che la popolazione attiva salariata, più i grandi borghesi (se vero che son cento famiglie!) raggiunge il 40% circa: più del terzo, non ancora la metà come indice di purezza capitalista.

Non raggiungono metà nemmeno Germania, Austria, e le altre dette. Gli Stati Uniti come percentuale addetta all’industria sono all’altezza della Francia (però coi dati 1926 e la sola popolazione bianca!) e per l’agricoltura hanno meno: 28%. Considerando tutto il territorio, anche oggi non possono essere molto oltre il 40-45% di “purezza”. Notare che è elevata la quota di addetti al commercio e banche (tra cui pochi salariati operai), ossia circa 19%, come in Gran Bretagna 1931 (stimmata degli sfruttatori del mondo).

11. I clamorosi estremi

Per Inghilterra e Scozia la statistica a prima vista pone in imbarazzo. Industria 47-48%, agricoltura 5,8%. Si spiega un tale fatto solo ammettendo che le aziende di affittaiuoli capitalisti sono censite come industria, e resta nell’agricoltura solo la popolazione piccolo contadina, che è relativamente poca. Dobbiamo allora considerare capitalista solo la popolazione stimata nella quota del 48%. Teniamo pure conto della forte quota di addetti ai trasporti e comunicazioni (7,8%), massimo mondiale, e sul complesso del 55%, tenuto conto che si tratta di economia a grandi aziende, prendiamo non il 7, ma l’8 e se volete il 9%: andremo a sfiorare appena il 50%. Dunque: il paese tipo per le analisi marxiste non arriva a costituire una società capitalista che sia di forma pura per il 50%: è solo semicapitalista. Marx lo sapeva bene. Ed abbiamo riportata la citazione che la società borghese è condannata a portarsi dietro enormi ed informi masse di classi medie, agrarie e non agrarie, avanzi di tempi sorpassati.

Unione Sovietica. Dati del 1926: Industria, così calcolando tutti i dichiarati operai senza specificazione, solo 6,6% (trasporti solo 2,6, commercio solo 2,5). Agricoltura: 85%. Dal 1926 come è noto molto è cambiato. Appunto per questo si tratta di una società economica precapitalista che evolve verso il capitalismo col diffondersi dell’industria a grandi aziende e del mercato generale. Non qui discutiamo come oggi si classifichi la popolazione che vive nella campagna. La parte che stava nel rapporto feudale, boiardi e servi, è certo scomparsa. Deve dividersi il resto tra produzione minuta e aziende collettive: la forma attuale è forse un ibrido tra l’azienda capitalista rurale e il comunismo agrario? No, essa è un ibrido tra l’azienda ad impresa agraria e le forme antiche di coltura frazionata. L’indice di purezza capitalista della Russia 1926 era non oltre 8%, oggi risulta ancora (si intende che è compreso tutto il territorio asiatico) al di sotto di qualunque altro paese europeo e bianco, sia esso finito dentro o fuori cortina. Un ghigno all’equazione: imperialismo americano = imperialismo russo.

Ma basta, signori: noi andiamo a discutere una società capitalista tale che non possiamo mostrarvela, nella realtà, in nessun punto del mondo, o quanto meno di questo avventurato pianeta. Né prevediamo mai di potervela mostrare, volendo ben prima mandare al macero capitalismi impuri e puri, confessati e mentiti.

12. Scaglionamento geografico

Abbiamo così cercato di dare un sommario sguardo al come la forma tipo triclassista del capitalismo si scagliona in vario modo nel magma sociale.

A titolo di semplice cenno ricordiamo come geograficamente i paesi ed i continenti già conquistati da larghe proporzioni delle forme capitaliste si mescolano ad altri dove la composizione sociale è tanto più arretrata, che non vi è quota apprezzabile di economia borghese. Vi sono le popolazioni africane e australasiane allo stato ancora selvaggio e barbaro, vi sono le popolazioni densissime dell’Asia con forme sociali non solo precapitalistiche ma anche prefeudali, con signorie militari e talvolta teocratiche sovrapposte ancora al comunismo primitivo e a una miserrima coltura parcellare, forma tante volte definita da Marx come di tremenda inerzia, restia a porsi in evoluzione verso nuovi rapporti di produzione, ancora indifferente al mercantilismo, alla accumulazione iniziale e progressiva di capitale (che in Europa sotto il regime medievale posero le basi del ciclo che va al capitalismo e al socialismo). In queste aree (India, Cina e così via) il capitalismo è apparso sui contorni come importato dalla razza bianca, determinando conflitti e squilibri al contatto con la società interna, satrapico-dispotica o feudalistica. Ma due fattori si determinano colle stesse leggi del materialismo storico e del contrasto tra nuove forze produttive e tradizionali rapporti di proprietà: la lotta dei piccoli contadini ed artigiani e dei primi borghesi indigeni contro i vecchi poteri autoritari, e la lotta per rendersi nazionalmente indipendenti dalla colonizzazione dei bianchi. Nascere del capitale e lotta nazionale si associano suggestivamente collo stesso aspetto che ebbero due secoli dietro in Europa; il marxismo ha in questo una vitale conferma, che va oltre le spiegazioni razziali, religiose, filosofiche, volontaristiche e granduomistiche della storia.

13. I gialli in moto

Basterebbe l’esempio del Giappone (assente dal precedente quadro) a dare di tutto ciò una prova enorme. Vi è poi il problema della Cina. Lo ricordiamo qui solo per rilevare che quel governo ha vantato dopo il primo storico censimento di avere 560 milioni di cittadini; che sono 600 contando i cinesi all’estero: un classico vanto di stile capitalistico-nazionale. Può in tale campo sorgere e vivere di forza endogena una rivoluzione capitalistica? Essa è già in corso! Ha caratteristiche, ad esempio, diverse da quella giapponese come la tedesca le ebbe da quella inglese; anche per ragioni geografiche. Diverse le può avere quella, poniamo, coreana o indocinese, come le ebbe quella piemontese ove non vi fu guerra civile evidente autoctona, ma urto di eserciti e Stati imperiali esteri.

Lo sviluppo del confronto è esauriente. Importa certo la circostanza della presenza delle colonie e basi imperialistiche occidentali; influisce certo, ma in quale senso? Non certo, soprattutto negli ultimi venticinque anni, in quello che la lotta delle classi in Oriente languisca e dorma, divampando invece quella di grado superiore tra operai e industriali delle metropoli di Occidente. La tesi che il capitalismo borghese abbia portato il mercato ai limiti del mondo e determinato il carattere non più nazionale ma internazionale del successivo antagonismo tra classi e modi di produzione, tra borghesia capitalistica e proletariato comunistico, sarebbe tradotta in modo spropositato nei termini: alla situazione odierna storica non vi possono essere lotte di classe, quale che sia la composizione delle varie società nazionali, se non nel quadro mondiale. La generale situazione mondiale economica, politica e militare non autorizza a dire che nel campo del mezzo miliardo di cinesi non sia ammissibile una imponente lotta civile per decidere tra il modo feudale di produzione e quello mercantile borghese, che ormai conviene meglio a contadini, artigiani, intellettuali, burocrati, e in cui agenti esteri e governi interni possono dare, pur lottando politicamente tra loro, contributi tecnici paralleli.

14. Campi e cicli di lotta

Con questa digressione sulle società spurie, nel seno di una trattazione su società capitalista tipo, vogliamo arginare la minaccia di buttare fuori un quarto della umana specie dalla obbedienza al materialismo storico, e ribattere che se si ammette (come la stampa gialla nel senso… bianco e rosso) che il dinamismo sociale si alimenta di “quinte colonne” e di “aggressioni imperiali” atte ad esportare forme economiche come la cotonina e le conterie, il determinismo di Marx non ha che andarsi a riporre.

In campi della più diversa estensione la borghesia ha ovunque lottato col regime antico, e secondo questi campi nei più diversi – ma definibili e stabili in tutto il corso – cicli storici, il proletariato ha prima lottato per lo stesso fine della borghesia, poi è venuto a inesorabile conflitto con essa. Questa è la chiave della ricostruzione marxista che collega, anche nell’opera di alcuni anni del nostro movimento presente, la dottrina storica e sociale alla strategia di posizione e di manovra del partito comunista internazionale, organizzato nel 1848 dichiaratamente. I campi chiusi di lotta di classe sono stati, ad esempio, in Italia e in Fiandra e Renania, fin da mille anni addietro quasi, anche solo comunali. La grossa borghesia cittadina ha tolto il potere alla aristocrazia agraria fondando piccole Comuni-Stato, democratiche e capitalistiche. Il popolo minuto, i Ciompi, i primi proletari, hanno lottato col Comune contro i nobili, talvolta contro la Chiesa e l’Impero. Quando hanno tentato di sollevarsi contro la miseria economica sono stati sanguinosamente battuti dalla grande borghesia banchiera e di governo. Vive e vince il materialismo storico quando si vede in campo, non più di una città ma di una nazione, svolgersi lo stesso processo, dopo secoli, ad esempio nella Francia dell’Ottocento.

È detto fin dal Manifesto che il moto si accelera. Se ci vollero secoli e secoli a saldare le forze comunali dei borghesi in un assalto al potere nei grandi Stati, occorre mezzo secolo a far dilagare la nuova forma sociale in tutta l’Europa. E in lunghe trattazioni mostrammo che lo sviluppo fu nel profondo del magma sociale e andò perfino in controsenso alle invasioni di vittoriosi eserciti, come per gli stessi barbari che avevano conquistato il mondo romano.

Grandi o grandissimi campi dello spazio orientale, africano, asiatico, non possono ma debbono dare lo stesso “spettacolo storico” prima che sulla scena arrivino ad essere due soli personaggi: capitalismo e proletariato. Le forme nuove che andarono più presto da Londra a Vienna che non da Genova a Pisa, potranno non farci troppo attendere a fare questo giro del mondo e delle razze, ma lo faranno con le stesse leggi e cicli, a meno che noi non abbiamo fin qui sognato, raccontato balle, e mal masticato formule irrigidite e senza vita.

15. Rimessa in riga

Fu incluso nel rapporto di Trieste tutto un capitolo per ridare ordine a noti e fondamentali concetti sulle forze di produzione, il loro contrasto con tradizionali rapporti di produzione o forme della proprietà, l’avvicendamento tra due successivi storici grandi modi o forme di produzione; nell’aspetto politico di passaggio di potere da classe a classe, e nell’aspetto economico di riorganizzazione della produzione e della distribuzione sulle nuove radicalmente diverse basi. E fu fatto a proposito della Rivoluzione Russa di Ottobre, che fu rivoluzione doppia, della borghesia e di altre classi contro il feudalesimo, e del proletariato contro la borghesia e le sue appendici piccolo-borghesi e democratiche; con doppia vittoria. Delle due vittorie la prima è rimasta acquisita alla storia, la seconda senza guerra civile (lunghe dimostrazioni vennero date di questa possibilità, alla luce del materialismo storico con ricordo appunto dei Comuni medievali) in campo russo, ma per le battaglie perdute in nostra colpa, di noi proletari di occidente, si è capovolta in sconfitta. Ora in questa riunione di Asti ci siamo dovuti occupare della interpretazione della rivoluzione cinese. Essa non è stata ancora una doppia rivoluzione e per ora si consolida come una rivoluzione capitalistica e borghese, in cui contadiname, artigiani e poco proletariato hanno combattuto in sottordine, come esponenti dell’arrivo del modo capitalista sociale. Non sono mancati tentativi di Ciompi e insurrezioni di Giugno, ma il potere e le armi borghesi li hanno soffocati nel sangue. Una sola continua rivoluzione borghese al potere nel governo di Ciang Kai-scek e in quello di Mao Tse-tung, come con gli Orléans e la seconda repubblica, con Bonaparte e con la terza in Francia. Una rivoluzione però, ragazzi, altro che una passeggiata di soldatacci con stella rossa. Ed una rivoluzione ancora non raffreddata, non cristallizzata, non anchilosata. Siamo noi, rivoluzionari bianchi, ad esser legati come salami, e poche lezioni possiamo impartire all’incendiato Oriente.

“il programma comunista” n. 14, 23 luglio – 6 agosto 1954

16. Dal modello alle misure

Abbiamo dunque dichiaratamente stabilito che la dottrina di Marx sul modo capitalista di produzione si stabilisce riducendolo ad un modello puro, al quale non solo non corrispondono le strutture delle società borghesi nelle nazioni anche più sviluppate degli ultimi cento anni, ma il quale non vuole essere nemmeno la definizione di uno stadio che si prevede esse dovranno attraversare, e nemmeno una sola tra esse, con aderenza totale.

Il modello era indispensabile per l’applicazione al decorso dei fatti economici di un metodo “quantitativo”, e se si vuole matematico (a parte la questione di esposizione di cui non mancheremo di parlare). Non siamo i soli a trattare il fatto ed il fenomeno economico con metodi quantitativi, tra le scuole antiche e moderne: anche la statistica, scienza dalle più antiche origini, usa metodo quantitativo in quanto annota e ritiene cifre successive di prezzi, quantità di merci, numero di uomini, e simili grandezze concrete, e da tutti secondo la pratica comune indicabili con numeri, come le terre, i tesori, gli schiavi ad esempio di un patrizio romano, o il censo di un cittadino. Ma il passo dalla statistica registratrice alla scienza economica sta, come in ogni altra scienza che la specie umana ha, in successive tappe, costruita, nell’introdurre oltre alla misura, in numeri, di grandezze palpabili e visibili da tutti, anche quella di nuove grandezze “scoperte” e in un certo senso (e con valore di “tentativo”, volto nella storia in vari sensi prima di imbroccare) “immaginate”; grandezze “immaginate” al fine di impostare indagine più profonda, grandezze quindi – sissignori – invisibili ed astratte, e non diretto oggetto dell’esperienza sensoria. Non si sarebbe arrivati alle misure ed alle grandezze (esempio principale la grandezza valore) senza partire dal “modello” della società studiata, e senza questa via non si sarebbe arrivati alle leggi proprie dello sviluppo di tale società (nel caso la capitalistica) e alle previsioni sul decorso e gli svolti di essa.

Senza attingere vertici speculativi, basta intendere in pratica che se i fenomeni concreti osservabili e registrabili nei cento anni da che il metodo si applica e nei cento – mettiamo – che verranno, andassero in altra direzione, allora si concluderebbe che la costruzione del modello, la scelta delle grandezze, le relazioni tra esse calcolate, e tutto il resto, tutto è da buttar via, come avvenuto storicamente per moltissime costruzioni dottrinarie che volevano riprodurre i modi di essere di “fette” del mondo naturale, e di quella speciale fetta che è la società umana, e che – non senza avere avuto storico effetto – scomparvero come teorie. Dunque noi non cerchiamo la prova che il nostro modello è valido, e le leggi fedeli al processo reale, in particolari virtù dello spirito, nelle pretese interne proprietà assolute del pensiero umano, meno che giammai nella potenza cerebrale di un genio scopritore, comparso nel mondo; non certo poi nella volontà eroica di una setta, e nemmeno di una classe sociale rivoluzionaria.

17. Teoria e rivoluzioni

Il punto di arrivo di questa trattazione non è tanto di ripresentare le linee dorsali della teoria economica di Marx (pure essendo questa incessante esigenza davanti alle contraffazioni innumerevoli di nemici e talvolta di deboli seguaci), ma è di stabilire che le critiche, siano esse frontali, o più insidiosamente “fiancheggianti”, del tempo anche recentissimo e attuale, non fanno che riproporre obiezioni antichissime, sulle rovine delle quali la dottrina nuova fu dal suo primo e prorompente nascimento vittoriosamente costrutta, e ricollegarci così, soprattutto traverso un esame delle posizioni di scuole economiche anticomuniste, a quello che fu il tema della nostra riunione di Milano: la invarianza del marxismo, e in genere di tutte le dottrine e fedi rivoluzionarie della storia umana. Queste non nascono da successive approssimazioni, accostate, aggiuntature, da uno stucchevole contraddittorio e collaborazione al tempo stesso di pleiadi dei cosiddetti ricercatori, ma esplodono in dati tempi e svolti acuti del ciclo generale, e non possono non formarsi che proprio allora, e non possono che costruirsi proprio, e organicamente, in quel modo, di un blocco solo.

Abbiamo visto che la stessa classe borghese, la quale vanta di avere per la prima eretta una scienza economica, prese audacemente a maneggiare modelli, e stabilire grandezze da introdurre nel calcolo economico e nella costruzione di leggi che applicò al divenire della società umana organizzata e moderna. Ma ciò fu appunto perché era quella allora una classe rivoluzionaria, ed attuava forse la più grande rivoluzione della storia, per la quale occorrevano braccia che impugnavano armi non meno che teste pervase da una teoria (e che fosse sotto forma di fede e di fanatismo, si inquadra nella nostra spiegazione della storia in modo totale). Quando dalla gioventù di Marx noi gridiamo che non vi è movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria, non intendiamo dire che solo il movimento operaio è rivoluzionario e sola teoria rivoluzionaria è quella comunista. Noi applichiamo quella enunciazione a tutte le rivoluzioni, e non vogliamo con questo dire (né per quelle precomuniste né per la nostra) che ogni cenacolo intellettuale possa fabbricare una teoria e con ciò suscitare una rivoluzione! Le forze profonde che sconvolgono l’organizzazione sociale a un dato (raro) svolto dei cicli, come assumono la forma di contrasti economici e produttivi e di scontri tra gruppi e classi di uomini, così prendono quella di una battaglia di nuove fedi contro le antiche, e anche, non è difficoltà ad ammetterlo, di miti contro miti.

Non meno nota è la nostra posizione, fondata su caratteri propri dell’organizzazione produttiva e dei suoi moderni sviluppi, che la classe proletaria comunista non si forgia una teoria a sfondo religioso o prevalentemente romantico-ideologico, ma raggiunge quella che è la vera scienza del fatto economico; e ciò in aderenza al suo diverso comportarsi quanto alla appropriazione delle forze produttive, colla rottura delle vecchie forme di appropriazione di classe, rispetto alle classi e alle rivoluzioni che storicamente la precorsero. E poiché bisogna guardare in tutti gli angoli gli equivoci soliti che sono in agguato, avvertiamo altresì che per giungere a questa conclusione non abbiamo bisogno di sostenere che la società umana arriverà in tal modo ad una infallibile assoluta generale formulazione delle leggi del cosmo fisico e sociale, così come non crediamo che essa sia partita con un bagaglio di verità supreme affidatole da immateriali potenze, o che possa scoprirselo scavando nella immanenza misteriosa ed innata del suo pensiero speculativo.

18. Grandezze ed economia

Non appena dunque la classe borghese non ebbe più bisogno di dottrine rivoluzionarie operanti, la scienza economica ad essa seguita subì la trasformazione, trattata a fondo da Marx, dalla scuola classica alla scuola volgare. Furono messi da parte i pericolosi “voli” di Ricardo e dei suoi sulla definizione del valore che i prodotti dell’economia capitalista hanno come una intrinseca proprietà, e che si denomina valore di scambio, ma non si definisce secondo un momento dello scambio, bensì secondo un momento della produzione. Per Ricardo era dichiarato che una merce non ha il valore misurato da un dato “numero” perché, magari nella media statistica dei prezzi di mercato, si scambia a tanto. È invece in quanto la merce ha un dato valore determinato e calcolabile secondo il tempo di lavoro medio sociale che serve a formarla, che essa deve essere venduta sul mercato, salvo oscillazioni occasionali, a quel tanto. Su questo teorema centrale della scuola classica, ritenuto ma con ben altra forza vitale nella scuola marxista, si scaglia poi l’economia volgare che chiama tutto ciò follia, illusione e mito, e in sostanza si libera come di un fardello inutile della grandezza valore, della sua determinazione e misurazione, e delle leggi in cui viene a figurare.

La obiezione essenziale da allora, con parole diverse, è sempre quella. Non siamo nel campo fisico che obbedisce (allora si riteneva e concedeva) a rigorose leggi di causalità, che si possono stabilire servendosi di grandezze trattabili con processi matematici. Siamo nel campo umano in cui influisce la disposizione, la volontà, il “gusto” dei singoli individui, e il fenomeno medio non è né afferrabile né prevedibile né incasellabile in formule fisse. Via dunque la grandezza valore (non l’idea, la nozione di valore, che, spogliata dalla sua materiale determinazione, viene portata a trionfalmente invadere le cosiddette scienze della società: diritto, etica, estetica…); via in genere le grandezze introducibili nella scienza economica, e che non siano brute quotazioni monetarie o quantità di merci contratte; via (ed era questo il punto bruciante) la possibilità di stabilire con la ricerca economica la strada che l’umanità percorre, intesa come società organizzante la propria attività ai fini dei propri bisogni: non si può fare altro che stare a guardare, e scrivere la imprevedibile, infinitamente libera, autonoma da ogni itinerario, e indifferente tra tutte le possibili rotte, storia concreta e a posteriori di questo sciame di scombinati terrestri. Di tutto suscettibili e capaci, e perfino di credere agli scienziati.

19. Valore o prezzo?

Tutti i critici di Marx, più diversi tra loro per epoca e per colore, hanno in sostanza un terreno comune: la pretesa che una generica “scienza” economica, occupata dopo Marx a far passi da gigante in chiacchiere universitarie e cartaccia per biblioteche, abbia fatto giustizia della teoria del valore e di quella del plusvalore, e inoltre di quella, cui Stalin voleva dare il colpo di grazia, della discesa del saggio del profitto. Con ciò vogliono far nello stesso tempo piazza pulita di quella altrettanto essenziale della livellazione generale del saggio di profitto capitalista, nella società economica nazionale e ultranazionale. In tutto ciò – e a giusta ragione per lor signori – si appuntano più accanimento che nelle crociate scandalizzate contro la predicazione della lotta di classe, dell’impiego della violenza insurrezionale, del fango sul volto degli ideali democratici e liberali, della dittatura e del terrore proletario, avente per antesignano il solito irsuto studioso che gli inglesi – non tanto fessi – denominavano negli ultimi anni della sua vita red terror doctor.

In un suo noto pamphlet del 1908 (facciamoci da lungi), ripubblicato nel 1926, intitolato “Studio su Marx”, largo centone di tutte le tesi innumeri dei critici di Marx, accettate o respinte che siano (in questi casi il peggio è quando Marx viene difeso e trattato con riguardo), il noto Arturo Labriola, rivendica un suo primo scritto del 1899 in cui – dando atto della inammissibilità della teoria marxista del valore – tentava, a suo dire, di conciliare una teoria del prezzo con quella del valore. Il libro apparve all’epoca in cui due ali revisioniste si gettavano contro Marx, come noi lo intendiamo: la riformista e legalitaria di Bernstein, la sindacalista e sedicente estremista di Giorgio Sorel, di cui è riportata una acida prefazione a Labriola. Chi ricorda come storicamente e politicamente le due tendenze si scontrarono a morte, può rilevare come sia eloquente il frequentissimo teorico riecheggiare alle critiche di Bernstein, nella sua continua derisione alle leggi di sviluppo marxiste del capitalismo, e nella sostituzione ai punti di rottura della dolce curva progressiva. Non meno si potrebbe a questo schermeggiare trovar parallele recentissime trattazioni di pretesi rimediatori agli infortuni di Marx scienziato-profeta, che si addottorano della pretesa esperienza di fatti nuovi di questo secolo, e della non meno pretesa infrazione degli “schemi” cari a Marx.

20. Poker d’assi

Se fosse sensato nel 1954 scoprire dove il “piano” marxista di itinerario della forma storica capitalista è caduto in fallo, non resterebbe che ridere su tanto prolungata attesa, una volta che già il linguacciuto professore napoletano lo aveva scoperto, anzi aveva coniata la storiella, di cui il Sorel si crogiolava or sono cinquant’anni, che a scoprirlo era stato… proprio Carlo Marx. Secondo tale storiella Marx avrebbe sospeso a lungo il suo lavoro di economista, dopo la pubblicazione nel 1867 del primo volume del Capitale, non per la grave infermità che lo colse, ma perché illuminato, nel 1871, dalla lettura dei lavori di Jevons e di altri, sull’economia matematica “veramente scientifica”. Il riconoscimento dei propri errori avrebbe fatto sì che Marx lasciò in disordine i suoi materiali, e tutte le male parole dei tipi di questo calibro vanno a Engels, e anche a Kautsky dei buoni tempi, che arbitrariamente li avrebbero raffazzonati. Potrebbe, diceva il signor Labriola, pensarsi che proprio Marx, solo, abbia ragione, e abbia contro di lui torto «tutta, si dice tutta la Scienza»?! Ma questa situazione, oggi tuttora in piedi – senza che si sia riuscito a non far figurare il nome di Marx almeno dodici volte in ogni numero di giornale che si stampa nel mondo – proprio questa situazione ci serviva e ci serve. È se la scienza avesse fatto posto a Marx, che ci vedremmo fottuti.

Completiamo il quartetto di professori (Sorel, Labriola, Bernstein) con il nostro vecchio Tonino Graziadei, altro cattedratico. Riecheggiando, lui sindacalista riformista dell’anteguerra, passato nel 1919 a tutta sinistra, la tesi 1908 di Labriola Arturo, con una serie di libri su Prezzo e sovrapprezzo nell’economia capitalistica, mentre apologizzava la parte storica, politica, filosofica di Marx e del marxismo, dette battaglia ad ogni teoria del valore e del plusvalore, il che provocò sconfessione della Internazionale (allora) comunista. Il punto è dunque questo, in una guerra di posizione in cui siamo schierati dal 1848: ha il capitalismo moderno smentito il tentativo di segnargli il curriculum vitae mediante una dottrina della società tipo di classe, ed il calcolo delle sue leggi tendenziali in base ad un sistema di formule, in cui figura come grandezza fondamentale non la misura mercantile del prezzo, ma quella del valore generato nella produzione sociale? Se su tale punto verremo sgominati, avranno ragione i professori del “marxismo marginale”, ma con essi avranno anche ragione del pari i Jevons, i Sombart, i Pareto, gli Einaudi, i Fisher, i Kinley; ed altresì i Rothschild, i Morgan, i Rockfeller, ecc., con alla testa – à tout seigneur tout honneur – Giuseppe Stalin.

21. Quantità fisiche ed economiche

Secondo Sorel, Marx

«non comprendeva l’impiego delle quantità in economia come lo comprendono i matematici trattanti problemi di fisica. Sembra (?) che le relazioni quantitative gli siano parse (?) soltanto atte a fornire indicazioni sommarie lontane o forse simboliche (che dunque, dott. Sorel, è la matematica se non uso dei simboli?); la loro chiarezza essendo tanto più grande quanto più sono irreali. Importerebbe studiare questa questione difficile, se si vuole arrivare a comprendere perfettamente i testi del Capitale».

Bene. Non si sarebbe fatto male in questi cinquant’anni ad assodare questa questione difficile, e non dedicarli a imbastardire attivisticamente e volontaristicamente la lotta proletaria.

Qui è il caso di poche osservazioni su questo “uso delle quantità in fisica ed economia”.

Primo. Marx intendeva pervenire ad usare le quantità numeriche e le grandezze che da esse sono misurate in economia, così come i fisici. Ciò a parte il modo di esposizione, su cui ragioni storiche sempre influiscono: ad esempio Galilei minacciato da persecuzioni espose la teoria del moto della Terra in forma di dialogo e premettendo che voleva solo che le conclusioni opposte fossero dimostrate ugualmente accettabili dalla umana ragione, perché potesse decidere la dottrina rivelata. Ci volle una rivoluzione di mezzo perché Laplace, giusta un noto aneddoto, rispondesse alla severa domanda di Napoleone: non vedo menzionato Iddio, nella vostra spiegazione sul formarsi del sistema solare! – colla semplice frase: Maestà, non mi sono servito di una tale ipotesi. Oggi sarebbe bruciato un cattedratico che parlasse così. Quanto a Marx, dovendo rivolgersi alla classe lavoratrice, che col minimo controllo delle condizioni del lavoro aveva perso anche quello della cultura, seguì una forma letteraria, quindi passò a lungo impiego di esempi numerici (spesso non sommari, ma fin troppo dettagliati per la fatica di chi legge), di rado alle formule di algebra, e pensò, lo vedremo, negli ultimi tempi a matematiche superiori.

22. Modelli e simboli fisici

Secondo. La recente storia della fisica e della fisica matematica soprattutto mostra che l’impiego delle grandezze e delle quantità nello studio del mondo materiale non va così liscio come pareva nel 1900. La regola è che si lavora con simboli sempre nuovi, e su modelli che spesso cambiano e vengono proposti, e che si verifica proprio la norma che pare a Sorel una debolezza: la chiarezza è tanto più grande quanto più i modelli sono irreali. Senza andare nel difficile, se si vuol fare della scienza, questa deve essere comunicabile ed applicabile, ed allora per farsi intendere e andare avanti bisogna essere, se non sommari, in buona misura semplificatori. Era abbastanza “chiaro” il modello della materia in tanti atomi di qualità diverse attratti tra loro da valenze chimiche. Molto meno irreale e altrettanto meno chiaro è il modello dell’atomo scomposto in nucleo centrale cui girano attorno gli elettroni: ma prima bastavano le grandezze (astratte ma non molto) peso e valenza chimica, oggi ne entrano tante altre, meccaniche ed elettromagnetiche. Possiamo continuare quando il nucleo viene vivisezionato (e poi fissurato) in protoni, neutroni, e altre particelle di cui si sarebbe trovata oggi la nuovissima e misteriosa: l’antiprotone. Del sistema si fanno modelli, delle particelle si danno misure e simboli: sono dei corpuscoli? delle ondulazioni? delle strisce di traiettorie colpite un attimo sulla lastra? Per ora pare che ognuno possa dire come gli piace.

Terzo. Va concesso che storicamente si è giunti prima a poter trattare con metodi quantitativi i problemi del mondo fisico, che non quelli dell’aggregato sociale. Va anche concesso che se già nei primi vanno introdotti, dapprima con prove addirittura arbitrarie, poi con maggiore esattezza, schemi semplificati per arrivare a scoprire leggi e dare formule, tuttavia i fenomeni accessori, impuri, concomitanti, fino ad offuscarla talvolta, con la relazione pura che si vuole isolare, sono un ingombro meno diabolico che nel campo della sociologia e della economia. Tutto ciò messo, per necessità in modo sommario, un poco al suo posto, affermiamo che l’impiego delle grandezze e delle quantità in Marx, una volta formato il modello da studiare, è del tutto tassativo e rigoroso; è centrale, non accessorio, ed impiegato come unico mezzo di antiscoprire gli sviluppi che interessano nelle loro generali tendenze. E di più affermiamo che tale impiego è strettamente coerente e decisamente uniforme, da volume a volume, da opera ad opera, da epoca ad epoca dell’immenso lavoro.

23. Valore: massa economica

L’argomento merita che il parallelo, altre volte trattato (vedi vari numeri di Prometeo, prima serie, alcuni “Fili del Tempo”, e simili) sia un poco sviluppato a fine di divulgazione, anche se si cade nelle ripetizioni, solite e usuali nel lavoro di partito.

Il prezzo è un dato empirico, in quanto tutti sanno indicarlo e riferirlo ed anche giudicarlo, purché espresso in corrente moneta del momento. Ancora nel 1954 vedremo scrivere a difesa di questa sola grandezza matematica da impiegare in economia: la quota monetaria; ma da un secolo Marx aveva notato che, se lunga è la diatriba sul valore, si cade nel colmo delle complicazioni ed astruserie se si esaminano le mille teorie sulla moneta. Dunque immediata è la nozione del prezzo di una merce, mediata quella del suo valore. La fisica fece un passo gigantesco innanzi col concetto di massa enunciato da Galileo, mentre fino allora si considerava quello più “esterno” e “pratico” di peso. Balzo, non passo, che potette e dovette farsi come corollario dello sviluppo di una società produttiva più organizzata, urbana e manifatturiera più che rurale e contadina, come nel Rinascimento. Mentre la massa è costante, il peso di un oggetto varia secondo che siamo al mare o sulla cima del monte, al polo o all’equatore, o magari su altro corpo celeste che non la Terra. Galileo su questa base teorica – irreale, se si vuole! – dimostra quanto era praticamente evidente: due corpi del più diverso peso cadono nello stesso tempo dalla stessa altezza: cosa che da Aristotele in poi si era negata, sol per non essersi saputi liberare dai fattori impuri: resistenza dell’aria, ad esempio. Da cui il famoso gridare: piuma e palla di piombo! Come a noi si grida: il manovale e il grande Genio! Questo passo si fece per avere introdotta una grandezza nuova: non scoperta nelle nozioni prime del pensiero, nei dati dello spirito; e se vogliamo essa stessa “provvisoria”. Ma il balzo “rivoluzionario” rimane. L’espressione di Galileo che il peso è forza, che dipende dalla quantità di massa, e poi dall’altro fattore, l’accelerazione, permise di ridurre alla stessa legge matematica la caduta del sasso e il giro della Luna attorno alla Terra, il che fu reso evidente da Newton col semplice operare su simboli.

Quando, in ulteriore fase di sviluppo dell’organizzazione tecnica sociale, si è cercato di stabilire tale legame anche nell’altro confronto tra il sasso che cade e il corpuscolo infratomico che corre, l’espressione ha dovuto essere modificata, e in questo nuovo campo la massa non è più costante, per un certo corpo considerato, ma a sua volta variabile secondo la sua velocità, se altissima, ossia può scemare se si sprigiona energia. Ora la distanza della Luna è un miliardo di volte più grande della caduta di un oggetto dallo sgabello a terra, ma il rapporto tra la massa di quell’oggetto, magari un pennino, e quella di un elettrone si scrive con ventisette zeri (miliardi di miliardi di miliardi), e Galileo è scusato se quattro secoli prima non se ne era accorto. Noi con Marx accampiamo la pretesa di far largo tra la farragine delle misure dei pesi-prezzi e introdurre la quantità costante, per quanto ci interessa, massa-valore di ciascuna merce, per dedurne i dati delle orbite su cui si rivolve il mondo del capitale, e ci basta che la nuova grandezza passi per valida e costante tanto tempo storico quanto ne occorre a buttar quel mondo nel fondo dell’Abisso.

24. “Test” di saggio per il capitalismo

Definito il modello di società tipo, vanno ora ricordate quali sono le quantità misurabili che ci interessano. In questa esposizione sarà di aiuto la recente serie sulla questione agraria con le controtesi e tesi finali che la hanno conclusa. È dunque agevole tracciare il “quadro di Marx” dei movimenti di valore tra le grandi classi in gioco, ed indicare le semplici espressioni che servono al calcolo dell’economia capitalistica e alla enunciazione delle sue leggi, per difenderne in una seconda parte la validità e vitalità contro i conati delle scuole economiche antirivoluzionarie, sia di quelle che portano il centro della loro indagine sui puri fenomeni di circolazione delle merci e del denaro, diguazzando nella melma della palude-mercato, sia di quelle che, come negli ultimi tempi sta avvenendo, costrette a tentare una teoria della produzione, si sono volute avventurare sui fianchi e nel cratere del vulcano, ove ribollono i prodromi della tremenda esplosione eruttiva.

Partirono i primi economisti dal vago concetto di ricchezza nazionale. Questa dotazione, la si pensi come nella espressione monetaria colle unità e i corsi dell’epoca, la si pensi come massa di cose utili alla vita organizzata, sedi, attrezzi, riserve di scorta per il consumo, è in continuo movimento, subisce un flusso di uscita che impone una ininterrotta rinnovazione. Non solo non vi è concreto esempio, ma neppure è proponibile un astratto modello di società che consumi soltanto e la cui ricchezza consista in una riserva immensa da cui ogni giorno o ogni anno si possa attingere quanto occorre a vivere per tutti i componenti dell’aggregato. Ogni modello del movimento economico dovrà contemplare un ciclo di spostamenti, alla fine del quale, come minima ipotesi, la dotazione e la scorta sociale generale siano ridiventate quali erano all’inizio. Verremo presto al problema integrale, non solo di tener conto della possibilità di un progressivo incremento delle attrezzature e delle riserve, ma anche di un incremento che cominci col pareggiare quello dovuto alla variazione, quasi sempre in deciso aumento, del numero della popolazione.

25. Lavoro morto accumulato

L’organizzazione sociale continua nel suo cammino in quanto, da un momento determinato, non si trova solo in presenza dell’ambiente naturale disponendo della sua capacità di lavoro (che non è solo forza muscolare ma trasmissione, tradizione dalle generazioni passate di una preparazione tecnica, e di una conoscenza tecnologica in tutti i campi, cui si riduce direttamente ogni scienza, sapere e pensiero sociale e individuale), ma anche di un ammasso di cose e impianti di ogni specie che hanno trasmesso le passate generazioni, trasformando la crosta terrestre cui siamo aggrappati, dotandola di ogni sorta di manufatti, ed avendo in ogni momento una parte di beni da consumo già prodotti e non ancora adoperati. Una massa sociale di ricchezza, una massa sociale di lavoro, un insieme di merci e di beni prodotti dal lavoro, dal modo di calcolare la quale per ora prescindiamo, in quanto in ultima analisi non interessa, poiché tutti i riparti si fanno, per motivi di potere e di classe, con operazioni sulle masse di lavoro attuale e vivo, di valore “aggiunto nella produzione” nel ciclo che si apre e si studia.

In una economia capitalista, dunque mercantile, è evidente che una parte di tale trasmissione presente in partenza è data da denaro, da circolante monetario: che di per sé e soprattutto da quando esiste la moneta cartacea altro non è che un meccanismo sociale per dirigere la ripartizione del “valore nascituro”. Un cataclisma fermi, ad esempio, i normali mezzi di trasporto e la società umana morrà in breve, a casseforti piene e conti attivi. Non tutto il lavoro passato cristallizzato è messo in moto nel ciclo di attività produttiva che si inizia. Un’officina, una macchina, possono per tutto l’anno restare inattive, una scorta di merci da consumo al momento non richiesta può dormire per tutto il tempo in magazzino. Ma anche quella parte di ricchezza già prodotta che viene messa in moto nel nuovo periodo di produzione può esserlo in due diversi modi; ossia con impiego totale e con impiego frazionato, parziale, in modo che alla fine non si trovi assorbita e scomparsa, ma abbia solo bisogno di essere reintegrata per una data quota che si è sottratta, ridiventando così di nuovo tanto efficiente quanto all’inizio.

26. Le unità marxiste: capitale

Quando la scuola classica stabilì che il valore di tali dotazioni accumulate era misurato dal lavoro passato in esse investito, e le considerò come capitale, fu indotta a presentarle come fattori del nuovo ciclo produttivo e a calcolarne il valore, considerato proporzionale al lavoro che era occorso a realizzarle, e meglio a quello che sarebbe occorso a riprodurle, se mancanti.

Fece la distinzione, in cui ancora si arrabatta l’economia, col paraocchi individuale che la costringe a misurare la parte di ogni individuo (che non è poi nemmeno la famosa Persona, ma la Ditta), tra capitale fisso e capitale circolante, considerando nel primo quello che viene usato nella produzione ma non ne resta esaurito come ad esempio un aratro, nel secondo quello che viene tutto adoperato, come ad esempio la semente e il concime.

Non insisteremo ancora su questa distinzione: nella espressione marxista dei rapporti quantitativi del processo, il capitale fisso, in quanto davvero sia usato senza menomamente intaccarlo in qualità e quantità, non ci riguarda e non ne teniamo conto: bensì quello che tutto si ingloba nella operazione produttiva e resta fisicamente nel prodotto, o svanisce in sottoprodotti e rifiuti, come ad esempio la cera con cui si facciano le candele. Non calcoleremo dunque l’aratro, ma ne annoteremo il “logorio”. Anche il vomere più primitivo non è eterno e ha bisogno di essere affilato e alfine rinnovato: se basta per venti cicli, ne considereremo come capitale costante da introdurre nella “funzione di produzione” la ventesima parte del valore.

Dunque la prima quantità da considerare è il capitale costante: materie prime, materie accessorie consumate, come combustibili, lubrificanti, ecc.; logorio degli attrezzi e degli impianti tutti secondo la necessità periodica di rinnovazione; il tante volte citato “ammortamento” che si ha anche per i fabbricati ove si fanno le lavorazioni e per ogni altro manufatto fisso. Questa parte degli elementi, dei termini della produzione, è dunque detta da Marx capitale costante. I predecessori spesso confondono: Ramsay giunse a identificare con quanto noi intendiamo […]la nozione corrente di capitale fisso; tutti o quasi gli altri confondono patrimonio di azienda e capitale costante, qualcuno si smarrisce tra le dizioni di capitale investito e impiegato nella produzione, distinzione non interessante il marxismo, quanto a calcolo dei valori.

27. Le unità marxiste: lavoro

In effetti, come si sa, sono tre le grandezze che dobbiamo introdurre e sommare: dopo il capitale costante viene il capitale variabile e il plusvalore. Siccome la loro somma è il valore del prodotto, che va nelle mani del capitalista ed è quindi capitale, o almeno può essere capitale, i tre termini sono tutti e tre qualitativamente parte del capitale in quanto sono parte del valore, e storicamente oggi ogni valore è capitale. Ma il primo, o capitale costante, prima considerato, è lavoro passato, che traversa il ciclo uscendo uguale, ossia senza figliare altro valore oltre quello che già contiene, il secondo e il terzo sono lavoro vivo, attuale, presente, da cui esce il valore aggiunto durante il ciclo, termine di cui i borghesi non volevano sapere, ma che oggi usano nelle loro statistiche, come vedremo, chiamandolo “reddito nazionale”. Il secondo termine da addizionare Marx lo chiamò capitale variabile, e risponde alla spesa per salari relativa al ciclo considerato. Nominalmente sarebbero dunque capitale le prime due grandezze. Ciò perché si sottintende che formano il capitale “anticipato” nella produzione, ossia speso in acquisti di merci e pagamenti di salario. Ma tutta la somma è capitale ricavato, valore ricavato, ed è maggiore dei primi due termini, della spesa anticipata. Ovviamente si aggiunge a questa, che i borghesi chiamano “costo di produzione”, il guadagno, il profitto, l’utile, e quindi quello che noi chiamiamo plusvalore. Dunque sommando: capitale costante, più capitale salario, più plusvalore, si ricava il valore del prodotto.

Questo non ha a che fare col “valore dell’azienda”, e quindi la distinzione base: capitale è per noi l’accolta di merci, il prodotto, mentre per l’economista borghese capitale è il patrimonio dell’azienda e del suo possessore (sia o meno persona fisica), inclusi i crediti, il numerario in cassa, il valore venale degli immobili come terreni e fabbricati. Ma la distinzione sta in questo: per il borghese due sono i fattori (lasciando per ora da parte la rendita della terra e affini): il capitale e il lavoro.

Il salario o capitale variabile sarebbe il valore generato dal lavoro e versato a chi lo ha prestato, il margine o profitto sarebbe generato dal capitale costante (anticipato per tutto il tempo che va dall’acquisto di materia prima alla vendita del prodotto lavorato) e dal capitale salario (anticipato per tutto il tempo che va dalla paga ai lavoratori alla vendita del prodotto finale).

Per il borghese il capitale comunque investito, in materie e merci, o in forza-lavoro, genera valore. Il lavoro genera salario e resta da questo compensato. Per il marxista il capitale costante non genera niente perché traversa il ciclo con immutato valore; il lavoro invece genera tutto il valore aggiunto, ossia capitale variabile più plusvalore; mentre il lavoratore non riceve in cambio che la prima parte, il salario. Ove il capitalista imprenditore non abbia numerario, si farà prestare il denaro per merci-materie e salari e lo restituirà dopo le vendite. L’interesse pagato lo detrarrà dal suo plusvalore: quindi lo stesso non è figlio del capitale ma del lavoro a sua volta. Cose notissime, ma che occorreva riordinare nello schema a controtesi.

28. Margini e saggi

Le quattro grandezze: capitale costante, capitale variabile, plusvalore, valore del prodotto sono legate da una semplice addizione come quelle del conto del salumiere, e la nostra semplicissima “funzione di produzione” è una funzione, dicono in matematica, lineare. Secondo i nostri nemici, è vano esercizio scrivere funzioni di produzione usando la grandezza valore, perché nella scienza economica vigono solo funzioni di circolazione espresse colla grandezza prezzo che varia colle famose condizioni mercantili: offerta, domanda, utilità, ofelimità, vantaggio marginale, e… prurito di spendere accortamente allevato. Vedremo poi che mettono anche essi in piedi una funzione di produzione. Ma forse tutta l’economia applicata, o estimo, non si basa su una funzione di produzione che è quella dell’interesse semplice (frutto proporzionale al capitale e al tempo: funzione razionale, ossia che ammette una divisione) e dell’interesse composto (cumulo dei frutti col capitale: funzione esponenziale)? Con questa formula – messa alla prova pratica, come vogliamo mettere la nostra – durante il sonno dell’umanità per anni duemila, il famoso centesimo divenne una palla d’oro grande come la terra.

Noi quindi non facciamo che addizioni, e nella nostra non figura il frutto del capitale al saggio di interesse, che apparve, con l’usura, prima della produzione capitalista moderna. A che cosa dunque il margine, il guadagno, va messo in rapporto? Bisognerà adattarsi a fare qualche divisione. È chiaro che volgarmente tale margine (quantitativamente è lo stesso per loro e per noi: vale la differenza tra il ricavo delle vendite e le spese di produzione tutte; varia il nome che per noi è plusvalore) viene messo in rapporto alla spesa di impianto, al patrimonio aziendale. Un tale apre un’officina, spende un milione in macchine ed ha bisogno di mezzo milione in denaro per il suo giro: alla fine dell’anno ha l’officina, la macchina, il mezzo milione in cassa e di più ha ricavato trecentomila lire: dice di aver investito un milione e mezzo guadagnandoci il venti per cento annuo. Ma l’economia classica aveva fatto un passo avanti ed aveva chiamato saggio del profitto il rapporto del guadagno non al valore dell’impianto, ma al costo di produzione di tutto il blocco di merci che quel guadagno ha consentito nella alienazione finale: dunque il rapporto del profitto alle spese per capitale costante e variabile. Se quell’officina nell’anno ha comprato ferro grezzo per duecentomila, ha pagato meccanici per trecentomila, ed ha venduto per ottocentomila, ha guadagnato trecentomila su anticipazione di cinquecentomila, e il saggio di profitto è il sessanta per cento. Il saggio del plusvalore invece, come è noto, si trova ponendo in rapporto il profitto-plusvalore, che è stato trecentomila, al solo capitale variabile o spesa salari che è stato trecentomila: nel detto caso è il cento per cento.

Quindi il capitale costante passa nel ciclo senza nulla rendere. Il lavoro vi passa aggiungendo al prodotto un valore (seicentomila) che è doppio del salario pagato ai lavoratori.

29. Azienda e società

Ciò non è completo, in quanto è servito solo a ben definire le quattro grandezze che rappresentano il valore del prodotto e le sue grandezze relative: saggio del plusvalore e del profitto. Ma queste facili relazioni possono essere applicate ad una sola azienda, e a questo di solito l’economista borghese si limita, o possono essere applicate a tutto il campo della produzione sociale. Se non si passa a questo secondo aspetto non è possibile dare in modo completo la funzione marxista della produzione. Si noti che noi stiamo qui solo ancora una volta impostando la portata marxista delle grandezze e relazioni introdotte, e non pretendiamo che la riprova e conferma vengano dal fatto che il discorso logico fila, o che in certe derivazioni un sentimento di giustizia innata prenda a vibrare, o che le operazioni quadrino colle regole dell’algebra e dell’aritmetica. La coerenza del sistema con se stesso e la connessione rigorosa delle parti (anche negata dai soliti farfalloni leggeroni) non bastano alla dimostrazione, che potrà essere solo data nel campo storico e dall’apparire di fenomeni che il nostro modello-schema può contenere, e il loro no. Marx afferma che in una produzione capitalista completa (data solo allo stato di modello puro) il saggio di profitto dei vari rami della produzione tende a livellarsi: tale tendenza è tanto più manifesta, quanto più una società si approssima al modello e contiene poco di classi spurie oltre le tre del tipo generale: operai, capitalisti, fondiari.

30. Legge della discesa

A tale saggio di profitto generale corrisponde un generale tasso del plusvalore. I due rapporti sono legati ad un terzo rapporto, ossia alla composizione organica del capitale, che è il rapporto tra capitale costante e capitale variabile. Se con 20 di salari si è lavorato materia prima per 80, il saggio di composizione tecnologica od organica è 4 (il suo inverso 25%). Se il valore del prodotto è 120, il profitto è 20, e tanto il plusvalore. Ma mentre il saggio del profitto è 20% (guadagno 20 su anticipo 100) quello del plusvalore è 100% (20 di guadagno su 20 di salari). Nei vari settori la composizione organica non può essere la stessa, e come vedemmo cresce fortemente nell’industria, lentamente nell’agricoltura. Marx introduce malgrado questo il medio saggio del profitto. Per ora affermiamo, e non discutiamo ancora, la legge della discesa.

La chiamano – alla Stalin – una tautologia. Marx infatti dice che se a pari saggio del plusvalore sale la composizione organica (come storicamente è da tutti accettato) deve scendere il saggio del profitto. Ma chi dice che il saggio del plusvalore resti fermo? Obiezione vana. Se il saggio del plusvalore scendesse allora niente: quello del profitto scenderebbe per doppia ragione (guadagno 10 e non 20 su 20 di salari: saggio del plusvalore 50%; materie lavorate non 80 ma 100, salita della composizione organica. Spesa totale 100 più 20, ricavo 130, saggio del profitto sceso a 10 su 120, dal 20% di prima a solo 8% circa). E se il saggio del plusvalore sale? Ammazzali! Questo vorrebbe dire che hanno abbassato i salari e aumentata la giornata di lavoro: e questo è contro il senso generale del movimento storico del capitalismo. Che questo debba saltare se affama tutti e aumenta la pressione sfruttatrice, va da sé. La legge economica è che, anche migliorando, salterà lo stesso. Questo il punto, per i molti malati di demagogia.

“il programma comunista” n. 15, 7-27 agosto 1954

31. Il saggio medio del profitto

L’argomento fondamentale della tendenza alla discesa del saggio del profitto nella vita storica del modo capitalista di produzione, come è stato nel nostro lavoro già trattato, così dovrà esserlo ancora e più a fondo, ed è uno di quelli in cui maggiormente necessita ripresentare fedelmente il materiale di Marx e sistemarne l’apparato matematico. È inoltre uno dei punti di equivoco poiché banalmente si vede contraddizione tra la legge della discesa e la smisurata fame di sopravalore e di profitto propria del capitale nelle forme moderne che, da Marx formidabilmente denunziata, ha avuto le più impressionanti conferme dalla storia recente. Nel Dialogato con Stalin fu ricordato come, con l’aumento incessante della massa del capitale e della massa della produzione annua di merci, che per noi lo misura, aumenta anche la massa del profitto in modo possente, sebbene il rapporto relativo tra massa del profitto e massa del prodotto tenda a scendere storicamente.

Nella trattazione sulla questione agraria riteniamo poi che si sia messa a punto la fondamentale, originaria, monolitica teoria dei sovrapprofitti, che include in sé quella delle rendite di ogni specie (quindi non solo terriere). Evidentemente fin dai primi teoremi del marxismo è chiaro che la mole dei sovrapprofitti è progressiva, contemporaneamente alla discesa del saggio medio del profitto sociale. Marx stesso tra tanti altri fenomeni spiega l’influenza di quello della concentrazione del capitale: anche tra i più superficiali critici nessuno ignora che la legge della concentrazione è data nei primissimi testi anche precedenti al Capitale. Ora il saggio medio si trae dalla somma di tutti i profitti in rapporto a tutti i capitali, delle piccole, medie e grandi aziende, e la semplice grandezza dell’impresa è un motivo di profitto maggiore: quindi le piccole aziende lavorano in sottoprofitto, a meno del saggio medio, le grandi in sovrapprofitto, considerato tutto il quadro della società industriale in una stessa epoca. Mano mano che il capitale si concentra in numero minore di aziende, la cresciuta massa di profitto si divide in un numero sempre minore di aziende profittatrici: ma il capitale totale di queste poche ma vaste aziende nella sua massa cresce ancora di più, e la massa dei prodotti con esso. Quindi: aumento della produzione, diminuzione del numero delle imprese, aumento del capitale medio di ogni impresa, aumento della massa totale dei profitti, ma quest’ultimo meno veloce dell’aumento della produzione – e del consumo sociale per tutti i campi – e quindi discesa del saggio medio.

32. Prezzo di produzione

A parte quindi una trattazione di natura statistico-storica per confermare che la legge di Marx si è in pieno verificata, bisogna capire che tutto il nostro modello rappresentativo del capitalismo tipico integrale ha bisogno del criterio della determinazione, ad un dato momento storico-economico, del profitto medio, del saggio di profitto medio, di tutte le “imprese capitalistiche”, ossia di tutte le aziende industriali, ivi comprese quelle che con impiego di capitale e mano d’opera esclusivamente di salariati agiscono nella agricoltura (industria estrattiva, idraulica, edilizia, ecc. comprese). Infatti senza questo termine, del profitto medio, tutta la nostra dottrina del valore diverrebbe improponibile. Per noi infatti il valore della merce prodotta in un dato ramo industriale non si può dedurre da una ricerca di medie sulle quote delle contrattazioni ai mercati: si deve sapere prima. In questo il passo che fa Marx ben oltre Ricardo: questi identificava valore dedotto dalla teoria del valore-lavoro con valore di vendita, e affermava, in una prima forma che era solo approssimativa, e soprattutto ispirata da un modello di società tutta industriale e senza rendite (ossia senza sovrapprofitto: società che resta l’ideale di ogni economia liberale, ma che è impossibile, e storicamente sempre più lontana): ogni merce si scambia con altra o con moneta in ragione del lavoro medio sociale che occorre a produrla.

La formula di Marx è invece che ogni merce ha un prezzo di produzione, che ne costituisce il valore nel nostro senso. Pur seguitando a chiamare tale valore valore di scambio, conservando la classica distinzione da valore di uso (inerente alle specifiche qualità fisiche della merce e al particolare bisogno umano che è atta a soddisfare), il concetto è che il valore di ogni merce si calcola secondo gli elementi economici dati nella sua produzione. Sicché ben potremmo introdurre l’espressione: valore di produzione, e dire che noi siamo per una teoria economica del valore di produzione, i nostri avversari per una teoria del prezzo di scambio.

Siamo alla data “funzione lineare” della produzione capitalistica (di essa e di essa sola!): si definisce valore del prodotto la somma di tre termini: primo: il capitale costante – secondo: il capitale salario – terzo: il sopravalore o profitto. Per sapere il terzo termine o profitto io non vado a domandare come la merce è stata venduta e nemmeno a quanto in media si vende in dato spazio e tempo; cerco invece il saggio medio del profitto del mio “modello di società” in esame: unisco (addiziono) i primi due termini del capitale costante e variabile, moltiplico il tutto per il saggio medio, e questo è il terzo termine. L’insieme dei primi due l’economia comune lo chiama costo, prezzo di costo. Ora per noi il valore è il prezzo di costo con aggiunto un tanto per cento che è sempre quello, perché è il medio saggio di profitto ricavato da tutto il complesso delle aziende della studiata società. Non siamo ancora andati affatto a prendere lumi sul mercato e a sfogliare mercuriali e listini, e abbiamo trovata la grandezza che ci preme: valore della merce, dato dal suo prezzo di produzione sociale. Capitale costante più capitale variabile più profitto al saggio medio sociale uguale valore del prodotto.

33. Prezzo di scambio

Se ora uscendo dalla nostra calda fucina ove tutti si agitano, il proletario perché tale è la sua condanna, il capitalista perché come capitale personificato, fosse egli pure un Robot, ha marxisticamente parlando “il diavolo in corpo”, ci rechiamo sul mercato ove sogghignano gli scambiatori “alla ricerca di chi far fesso” e ove si “fanno differenze” senza erogazione di energia meccanica e comunque fisica, più o meno come si fanno al borghese tavolino da gioco, noi non ci incomoderemo affatto a fare la teoria di tali svariatissimi alti e bassi. Avvengono degli imbrogli, è certo, e dalle prime pagine Marx dice come la frode sia il clima stesso della società borghese, ma si può enunciare questa legge: il saggio medio sociale delle fregature mercantili è uguale a zero; ossia tutti quegli alti e bassi, quei buoni e cattivi affari nel ciclo generale vengono a compensarsi tra loro. Da tempo era stata dimostrata vana la scuola dei mercantilisti, il cui principio era che la ricchezza si formasse con lo scambio; tuttavia tale scuola, propria dell’epoca delle prime spedizioni europee per il commercio d’oltremare, si riferiva soprattutto allo scambio internazionale e noi, con Marx, non contestiamo che possa sorgere sopravalore – dunque valore – nello scambio tra una società economica capitalista e società non capitalistiche e perfino, nel mondo bianco, tra la sfera capitalistica e quella dei tipi arretrati di produzione (vedi agricoltura parcellare). È una volta stabilita nel modello la società capitalistica pura, che affermiamo che tutto il profitto e il valore che essa socialmente genera hanno origine nel processo di produzione, mai negli atti e giri di scambio. Il mutare quindi la teoria del valore in teoria del prezzo, o il tentare delle due una ibridazione (Labriola Arturo), o il mutare la teoria del plusvalore in una teoria del sovrapprezzo (Graziadei) non è lecito se non a chi faccia strame di Marx e passi armi e bagaglio al campo nemico.

Noi non discutiamo che anche i nostri termini: capitale costante e variabile, e per conseguenza la quota di profitto che aggiungiamo, sono dati con deduzioni rilevate da scambi di merci (materie prime, forza di lavoro) le cui quote a loro volta subiscono quelle tali occasionali oscillazioni. Anche prima di arrivare a stendere, con linguaggio al caso matematico, un ‘abaco economico di Carlo Marx’, traguardo forse di questo lavoro di gruppo, affermiamo il diritto di scoprire il valore che “sta prima del prezzo” con un’elaborazione su prezzi. La massa fisica è stata trovata e misurata solo partendo le prime volte da pesi, ed anche da pesi grossolanamente noti, ma ciò non ha tolto affatto che si sia costruita con tutto rigore la meccanica delle masse determinandole nelle loro misure indipendenti dagli infiniti pesi che una massa può assumere, così come uno stesso “valore” può assumere infiniti prezzi.

34. Quotazioni di vendita

Riesce quindi ora naturale e familiare l’espressione di Marx che una data merce si venda al di sopra o al di sotto del suo prezzo di produzione, e quindi precisamente al di sopra o al di sotto del suo valore. Molte possono essere le cause degli scarti, nei due sensi, tra valore e prezzo di mercato. Tutte quelle dovute al puro meccanismo mercantile, e alle leggi della concorrenza, dell’offerta e della domanda, all’effetto della moderna abilissima propaganda, pubblicità, réclame dei francesi, alla raffinata arte del marketing degli americani, alla bianchezza della dentatura dei commessi che sorridono al cliente, o alla facondia degli imbonitori da marciapiede, si risolvono in una oscillazione secondaria intorno al valore sociale.

Ma la teoria della questione agraria e della rendita fondiaria è valsa a stabilire che vi sono sistematici scarti del prezzo dal valore; ed ha eretta la formidabile condanna della società capitalistica per cui tutti i prodotti agrari sono venduti e pagati da chi li consuma al di sopra del loro valore, sempre che siano i prodotti di una agricoltura propria al modello puro di società capitalista. In tal caso è venduto al suo valore il solo prodotto del campo più sterile, e tale prezzo fa legge al mercato. Se quindi si passa, come ampiamente vedemmo, da quello a campi più feraci, si avrà che per lo stesso prodotto basteranno meno anticipi di capitale, meno anticipi di salario, e quindi meno profitto di imprenditore agrario al saggio tipo. Ma la legge della distribuzione mercantile è che “tutti i prezzi delle contrattazioni si livellano rapidamente” e quindi quel prodotto non avrà un prezzo di vendita minore. Aveva bensì un prezzo di produzione minore di quello del pessimo terreno: vi sarà un guadagno maggiore. Avendo già calcolato il nostro terzo termine, il profitto normale, che è andato all’industriale agrario, questo margine aggiunto è sovrapprofitto: va come rendita al padrone della terra; se volete allo Stato. Quindi allorché il capitale entra nell’agricoltura e la domina, i prezzi di vendita delle derrate sono al di sopra del valore sociale. Viceversa dato che il piccolo contadino eroga per il suo scarso prodotto spese e lavoro enormi, ed è costretto a venderlo al prezzo corrente di mercato, i prodotti dell’agricoltura minima sono venduti sotto il valore: i piccoli contadini formano uno strato di schiavi della società capitalistica tutta intera.

35. Sopraprofitto e rendite

Benché tutta questa materia ripeta le esposizioni dei fili del tempo e sulla questione agraria e le tesi-contro-tesi che le riassunsero, è bene precisare che il sopraprofitto in agricoltura non è il solo tipo di sopraprofitto che appare nella società capitalistica tipica, e si trasforma in rendita goduta dalla classe dei proprietari fondiari, una delle tre classi base nel nostro modello. Sovrapprofitto e rendite analoghe si hanno per coloro che dispongono, con lo stesso titolo di proprietà della terra agraria, di cadute naturali d’acqua, di miniere, di giacimenti di ogni genere, e di suoli edificatori nonché di fabbricati e manufatti diversi necessari agli imprenditori industriali. In tutti questi casi l’organizzazione della società borghese, fondata sulla sicurezza del patrimonio privato, forma e garantisce una serie di monopoli, che sono insiti alla sua natura. Non è quindi la concorrenza libera il carattere di base dell’economia borghese, ma il sistema dei monopoli, che permette di vendere tutta una gamma di prodotti, tra cui quelli preminenti della terra agraria e dell’industria estrattiva, a prezzi superiori al valore ossia alla somma di sforzo sociale che essi costano, dopo aver anche pagato il normale profitto dell’industria “libera”. La teoria quantitativa della questione agraria e della rendita è quindi la completa ed esauriente teoria di ogni monopolio e di ogni sopraprofitto da monopolio, per ogni fenomeno che stabilisca i prezzi correnti al di sopra del valore sociale. E ciò avviene quando lo Stato monopolizza le sigarette, come quando un potente trust o sindacato monopolizza, poniamo, i pozzi di petrolio di tutta una regione del globo, come quando si forma un pool internazionale capitalistico del carbone o dell’acciaio o, come sarà domani, dell’uranio.

Quindi il senso generale del capitalismo è questo: storicamente comincia con l’abbassare quello che si potrebbe dire l’indice del lavoro sociale per una data quantità di prodotto manifatturato, il che condurrebbe la società a consumare gli stessi prodotti, ed anche prodotti aumentati, con un minore impiego di lavoro, e quindi diminuendo le ore di lavoro della giornata solare. Fin dall’inizio tuttavia, e malgrado la diminuzione del saggio medio di profitto, si stabilisce il sopraprofitto agricolo e cresce lo sforzo medio per i generi alimentari. Quindi, come necessaria conseguenza dell’inseparabile meccanismo del mercato e del prezzo corrente, sorgono tutta una serie di altri sopraprofitti, e malgrado il progresso tecnico e di produttività del lavoro, viene paralizzata la possibilità di ridurre grandemente, pure elevando il tenore generale dei consumi, il tempo medio di lavoro individuale, le ore di lavoro nella giornata. Tale schiavitù umana per un terzo del proprio tempo e per una metà almeno di quello di organica attività (sonno dedotto) non è superabile fino a che si urta nel limite del prezzo corrente, e del sistema mercantile, che sono la causa del sempre maggiore sfasamento tra valore sociale degli oggetti di uso e prezzo a cui li ottiene chi li consuma.

36. Quadro della riproduzione semplice

Dato che tutto insiste sul calcolo di un valore sociale da premettere ai prezzi, nel quale abbiamo già computato i tre termini: lavoro “dei morti”, adoperato e rimpiazzato senza che nessuno abbia prelevato o rimesso – lavoro “dei vivi”, in cambio del quale sono stati pagati salari – premio di classe spettante all’imprenditore in ragione di una tangente fissa sulle due prime partite; e dato che abbiamo bisogno di sapere il quanto sociale di questa tangente, non è possibile prospettare le questioni senza una visione non più aziendale ma sociale. Marx quindi, che nel primo volume del Capitale dette la funzione generale della produzione capitalistica, nei limiti della analisi del valore di una data merce, e nella sua applicazione al ciclo produttivo totale di una determinata azienda capitalistica (con formidabile integrazione di dati storici sullo sviluppo della società per arrivare al capitalismo, e sul programma rivoluzionario della via per uscire da esso, sebbene non solo i soliti intellettuali ma perfino Giuseppe Stalin abbiano detto che a Marx questa parte non descrittiva piaceva poco!), passa, nel corso ulteriore dell’opera, a trattare della circolazione del capitale nella società intera. Non si tratta qui, secondo una solita stantia antifona, di studiare la circolazione (mercantile, monetaria) che prima si fosse lasciata da parte: si tratta, all’opposto (essendo la critica del sistema mercantile contenuta in ogni pagina; e fin dal primo volume nel famoso paragrafo sul carattere feticcio della merce) di presentare il ciclo del capitale nella produzione passando dall’ambito della azienda capitalistica all’ambito sociale: per provare che, come nella prima, nella seconda una sola è la fonte dell’incremento del capitale, ed essa consiste in un passaggio di ricchezza da classe a classe.

Marx quindi forma i prospetti di questa circolazione di tutto il capitale nel suo e nostro modello di società. Ben vero egli inizia col considerare una società senza redditieri, una società binaria, con capitalisti e salariati, e dapprima esamina il caso in cui il capitale (come faceva Quesnay per la ricchezza nazionale) rimane immutato di ciclo in ciclo: riproduzione semplice.

37. Le due sezioni di Marx

Si suddivida la società in due sezioni: una dedita alla produzione di merci che vanno direttamente al consumo dei suoi membri, ed è la Seconda. L’altra invece, che diremo Prima, produce oggetti che servono a loro volta di strumenti per la produzione ulteriore.

Le cifre di questo primo quadro sono famose:

Prima sezione 4.000 + 1.000 + 1.000 = 6.000
Seconda sezione 2.000 + 500 + 500 = 3.000
Tutta la società 6.000 + 1.500 + 1.500 = 9.000

Non abbiamo voluto dire che cosa le cifre significano dopo tante ripetizioni: prima cifra: capitale costante – seconda: salari – terza: profitto – quarta: prodotto.

Ponete che il ciclo sia un anno e sia finito: la società ha prodotto 9.000 e tale è il suo capitale. Si ferma, tira il fiato, fa l’inventario: 3.000 sono consumi, da “mangiarsi”, 6.000 sono strumenti e materie da lavoro.

Nel ciclo seguente è chiaro che questi 6.000 saranno di nuovo impiegati, 4.000 come capitale costante nella prima sezione, 2.000 nella seconda.

I 3.000 di consumi vanno:
a) 1.000 agli operai della prima sezione, 500 a quelli della seconda: dunque 1.500;
b) 1.000 ai capitalisti della prima sezione, 500 a quelli della seconda: ancora 1.500.
Totale 3.000. Qui tutto.

Le considerazioni da fare anche su questo schema così semplificato sono numerosissime, e le discussioni che sono sorte anche. Rileveremo solo questo. In una tale società, in ambo le sezioni il saggio del plusvalore è il 100% (nella prima 1.000 su 1.000; nella seconda 500 su 500). Ciò per noi vuol dire che gli operai hanno aggiunto all’inerte capitale costante 2.000 e 1.000 di valore, ma ne hanno avuto e consumato solo metà: l’altra metà l’hanno avuta e consumata i capitalisti. Il saggio del profitto è il 20% (nella prima sezione 1.000 su 5.000, nella seconda 500 su 2.500). Il grado di composizione organica del capitale è 4, ossia 4.000 contro 1.000 e 2.000 contro 500 (capitale costante contro capitale variabile).

38. Quadro ternario

Permettiamoci di fare quello che Marx non ha fatto: facciamo entrare nel suo specchio la terza classe, i proprietari fondiari. Immaginiamo, sempre per amore di semplicità e di chiarezza, che tutti i beni consumati siano alimenti o almeno prodotti dell’agricoltura, e chiamiamo industriale la prima sezione, agraria la seconda. In questa andavano ai salariati 500, agli imprenditori capitalisti 500. Aggiungiamo 1.000 di rendita che vanno ai proprietari fondiari.

Il quadro diventa:

Sezione I 4000 + 1000 + 1000 = 6000
Sezione II 2000 + 500 + 500 + 1000 = 4000
Complesso 6000 + 1500 + 1500 + 1000 =10000

Tutto il prodotto è salito a 10.000, ma ciò dipende unicamente dal fatto che la stessa quantità di beni di consumo è stata pagata 4.000 al posto di 3.000, e dagli operai, e dai capitalisti, e dai fondiari. Fermo restando il saggio di profitto, nella seconda sezione si è avuto un sopraprofitto 1.000, aggiunto al profitto normale di 500, quindi un margine totale di 1.500 su 2.500 anticipati: il 60%. I capitalisti agrari hanno avuto il 20% come quelli industriali, i fondiari una rendita pari al 40% del puro costo di produzione dei beni agrari, pari ad un quarto (25%) del valore dei prodotti della terra. Questi si vendono, in una tale società, un quarto al di sopra del loro valore, del loro effettivo “prezzo di produzione”.

Che movimento avviene in questa società tra le classi? Come movimento sul mercato, tutto è in pareggio: perciò cattedratici e borghesi vogliono fare i conti sui prezzi. Infatti:

Proprietari: con 1.000 di rendita comprano 1.000 di prodotti da consumare.

Capitalisti: con 1.500 di profitto comprano 1.500 di prodotti da consumare. Ma dalla vendita di prodotti per 10.000 in tutto escono dalle loro mani 8.500: 1.000 le hanno passate ai fondiari, 1.500 le hanno pagate di salari agli operai, con 4.000 rifanno il capitale costante della sezione I, con 2.000 quello della II: il conto è tutto pari. La legge del valore di mercato, o grande ombra di Stalin, è salva.

39. Il conto di classe

Vediamo ora di definire il movimento – che come passaggi da compratori a venditori è tutto in pareggio, in meraviglioso moralissimo equilibrio – come passaggio di valore da classe a classe. Il capitale costante manipolato dagli operai è stato in tutto 6.000. Dopo manipolazione il prodotto è stato 10.000. Dunque: valore aggiunto dal lavoro 4.000. Di queste 4.000 gli operai non hanno avuto come salario che 1.500. Dunque hanno erogato 2.500. Queste 2.500 sono rimaste nelle mani dei capitalisti, in quanto sono essi che sono padroni e venditori di tutti i prodotti di tutte e due le sezioni. Tuttavia i capitalisti ne hanno dovuto passare 1.000 come rendita ai proprietari fondiari. Il loro ricavo di ricchezza è dunque stato 2.500 – 1.000 = 1.500. Bilancio: dalla classe operaia alla classe capitalista 2.500. Dalla classe capitalista alla classe fondiaria 1.000. Alla classe capitalista per suo consumo, al netto del reinvestimento nella produzione successiva di tutto il necessario capitale costante e variabile: 1.500. Alla classe operaia per suoi consumi il capitale variabile totale, ossia 1.500. In una riunione a Napoli, il 1° maggio, si fece di questo un prospetto esplicativo nella forma di “Quadro di Marx” al fine di mostrare il pareggio mercantile e l’appropriazione di classe contro classe, che non si è potuto ancora riprodurre ma potrà esserlo utilmente a suo tempo. Questo quadro può qui essere ridotto ad uno schema rudimentale (evitando di far figurare, come nell’originale, in colonne a parte le “aziende strumenti” e le “aziende sussistenze”, che sono puri punti di passaggio dei valori in quanto si identificano colla classe capitalistica) di movimento fra tre classi.

Classe attiva Classi passive
  Operai
I
  Operai
II
Capitali-
sti I
Capitali-
sti II
Fondiari
Operai I ↓ 
→→→→
↓ 
→→→→
↓ 
→ 1000
↓ 

 
Operai II ↓ 
→→→→
↓ 
→→→→
↓ 
→→→→
↓ 
→ 500
 
Capita-
listi
I ↓ 
→→→→
↓ 
→→→→
↓ 
→ 4000
↓ 
→ 2000
 
Capita-
listi
II ↓ 
→ 1000 →
↓ 
→ 500 →
↓ 
→ 1000 →
↓ 
→ 500 →
1000 
Fondiari       ↓ 
1000
 
Totali (proventi
in denaro)
1000 500 6000 4000 1000
– Freccia verticale: movimento di Moneta
– Freccia orizzontale: movimento di Merce

40. Riproduzione allargata

Non è questo il momento di svolgere la ulteriore disamina della riproduzione allargata con i più complicati schemi che sono stati discussi lungamente a proposito della accumulazione progressiva del capitale, nelle famose polemiche di Hilferding, Luxemburg, Bucharin, Lenin ed altri. Nello schema fin qui dato della riproduzione semplice il capitale investito nei successivi cicli resta costante, essendo sempre di 4.000 + 1.000 + 2.000 + 500 ossia di 7.500 nelle due sezioni, e aggiungendosi il profitto e rendita di 1.000 + 500 + 1.000 ossia 2.500 in tutto, che viene tutto consumato da capitalisti e fondiari.

Ma tanto gli uni che gli altri possono (la famosa “astinenza”) non consumare tutto, ma risparmiare (secondo la teoria borghese possono risparmiare anche gli operai, sul loro salario di 1.000 + 500) una parte, da investire in nuova produzione. Poniamo la metà, ed allora capitalisti e redditieri consumano solo 1.250 ed il capitale si aumenta di 1.250.

L’analisi si complica quando andiamo a formare il quadro del successivo ciclo, ripartendo l’investimento differenziale tra le due sezioni. Infatti le 1.250 risparmiate sono praticamente, fisicamente, sussistenze non consumate, e quindi per reinvestire occorrono non solo minori sussistenze prodotte ma maggiori beni strumentali (capitale costante) per il ciclo che viene. Quindi anche la suddivisione dei numeri nello specchio del primo ciclo, deve essere ricalcolata: molto facile dire dai soliti commentatori che Marx in tale ginepraio si sarebbe perduto.

Sono conti che si faranno in altra sede: qui ci basta ristabilire e ribadire i fondamentali concetti. Il capitale della società considerata, che nella riproduzione semplice resta della stessa grandezza, è misurato dal prodotto di un ciclo – di un anno – dal “costo di produzione” del prodotto del ciclo, e se consideriamo consumati i proventi delle tre classi, in linea generale possiamo dire che resta costante anche il totale valore degli impianti, manufatti, macchine, e resta costante il quantum della terra agraria in coltura: ma queste quantità non figurano tra i nostri numeri.

Per porre il problema della riproduzione progressiva dobbiamo previamente chiederci – fu il punto che preoccupò la Luxemburg – se la società fittizia che prendiamo a modello è chiusa, o aperta. Nel primo calcolo devono chiudere in pari sul mercato sia i conti in moneta che i conti in quantità di merce. Nel caso di società aperta possiamo immaginare che restando un margine di moneta non investita all’interno, o eventualmente non destinata ad acquisto di sussistenze, sia possibile “comprare” strumenti e sussistenze in campi estranei. Secondo la dottrina della grande marxista Rosa Luxemburg solo a tale condizione dell’esistenza di mercati periferici al cerchio capitalista, si possono rendere conclusivi gli schemi di Marx della riproduzione allargata; Bucharin negava la necessità di tale condizione per l’ulteriore accumulazione.

41. Modello e realtà

Tale questione non è certo semplice e non può essere trattata se non si stabiliscono i limiti del problema che di volta in volta è in discussione. Qui stiamo trattando della società capitalista tipo, che tuttavia non può ridursi come Bucharin vorrebbe ad un mondo sociale di soli capitalisti industriali e lavoratori salariati, in quanto devono in essa figurare i redditieri, siano essi i proprietari monopolisti della terra e di altre naturali risorse e forze, siano gruppi di supercapitalisti controllanti settori chiave, sia lo Stato stesso supercapitalista. Questo modello è introdotto certamente a fine di costruire la scienza, la sola vera scienza del capitalismo e della economia sua, ma anche a fini polemici, di combattimento e di partito.

È infatti la scuola apologetica del sistema capitalistico, ed è il partito della conservazione borghese, che assumono che organizzando tutto il mondo reale presente sul tipo fondamentale della produzione salariale, sparirebbero gli scompensi e si risolverebbero le “disequazioni” del problema. Ed allora essi pretendono di dar ragione di tutti i fenomeni del modello e anche della reale società di oggi presentandone le grandezze e le leggi diversamente: partendo dal prezzo e non dal valore, dal mercato e non dalla produzione, considerando l’aggiunta del valore in ogni ciclo non come data da lavoro ma da tre fonti: lavoro, capitale e terra. Essi in conclusione negano la necessità di scoprire una funzione della produzione e studiano le funzioni di mercato e di scambio, ma in realtà pervengono ad una distorta funzione di produzione, in cui sono giustificati da una scienza venduta i borghesi privilegi dell’impresa e del monopolio.

Noi – senza tralasciare mai quel campo grandissimo di interpretazione in cui seguiamo, per tutto il mondo abitato, il gioco del succedersi dei grandi modi di produzione e le lotte rivoluzionarie di ogni grado – dimostriamo che le leggi del modello astratto sviluppate in modo da non nascondere ma porre in luce il passaggio di valore da classe a classe – la estorsione di classe contro classe; la dominazione di forza di classe su classe – presentano tendenze e movimenti, riconoscibili nelle società reali altamente capitalistiche, al termine delle quali non vi è la compensazione ma la inconciliabilità e la rottura.

Poiché si tratta di contrapporre la nostra classica impostazione a quella della sedicente scienza economica ufficiale ed ai suoi vari conati antichi e recenti di torcere lo sguardo dalla rivoluzione che viene, è stato necessario ricordarne le linee, caratterizzare il modello su cui si lavora, la natura delle grandezze che si impiegano, l’espressione delle relazioni che se ne deducono.

A tappe storiche si confronta tutto questo con quanto avviene, ma dopo essersi privati della comoda scappatoia che, dopo avere “cinematografato” sviluppi impreveduti, si sia pronti a smodellare il modello, barattare le grandezze, rabberciare le formule, come da un secolo vediamo fare a esponenti di gruppi i quali – verifica anche questa di ordine altamente sperimentale e materialistico – passano rapidamente alla apologia degli stessi dettami, di cui addottorano i sapienti ufficiali del mondo borghese, contro di noi.

42. La mostruosa FIAT

Scegliamo a chiusura di questa prima parte e per equilibrare, anche nella fatica di chi segue, l’uso di modelli e schemi teorici con un caso concreto, uno che interessa per motivi di località e di attualità. Siamo in Piemonte e qui si vive alla luce o se volete all’ombra della FIAT, il più grande complesso industriale d’Italia e uno dei più quotati in Europa e nel mondo: mentre poche settimane sono passate dalla assemblea degli azionisti e dalla relazione del prof. Valletta sul bilancio 1953.

La FIAT di Torino con le sue vicende è legata alla storia delle lotte proletarie in Italia, ed al passaggio dal tradizionale e cortigiano Piemonte alle più moderne forme di organizzazione capitalistica. Si può dire di più: che essa è legata strettamente alla storia del partito comunista, ed al nascere di quella tendenza che si lasciò suggestionare dalle linee della struttura e della gerarchia di un grande complesso di produzione industriale, fino a farne, senza troppo avvedersene, il modello dell’organizzazione del proletariato in classe e dello stesso Stato proletario, della società futura. Forse l’origine della deviazione giunta poi agli estremi limiti sta proprio nel fatto che Torino urbana, con la FIAT, e senza ormai palazzo Carignano, può presentarsi come un vero modello tipo di società capitalistica, e prestarsi a rapidamente sviluppare i dati della lotta di classe proletaria e a pensarsi alla vigilia dello “Stato Operaio”, anche per gruppi che nella loro evoluzione politico-ideologica immatura non sono ancora fuori da una comprensione “costituzionale” e in certo senso “utopistica” dello Stato proletario, che non è – lui – un nostromodello, non è un sistema, non è una città nuova da fondare, ma un semplice espediente storico più o meno sudicio che dobbiamo togliere dalle mani della borghesia, come si cerca di togliere il coltello dalle mani del delinquente senza avere per questo fondato un partito di accoltellatori.

Fatto sta che questi gruppi, appena messo il naso fuori dai capannoni ordinati e lucenti della torinese fabbrica di automobili, e preso contatto colla parte meno concentrata in senso industriale d’Italia, delle plaghe agrarie e di quelle arretrate, col problema contadino e regionale, caddero di colpo in una difesa delle stesse posizioni dei più scoloriti partiti piccolo-borghesi di mezzo secolo prima, non si occuparono più di rivoluzionare Torino, ma di imborghesire l’Italia, in modo che fosse tutta degna di portare il marchio della fabbrica torinese, ed essere amministrata e governata con l’impeccabile stile di essa.

43. Cifre di bilancio

A noi è utile confrontare le cifre FIAT col modello di presentazione del capitalismo tipo appunto perché esso serve ad individuare quanto vogliamo distruggere e sostituire con una organizzazione economica che ne stia agli antipodi.

Se noi domandiamo in borsa quale sia il capitale della FIAT ci si risponderà colla cifra del totale di azioni sottoscritte dagli azionisti. La storia di tale cifra è commovente: sale con le fortune, non meno che colle fregature d’Italia per due ragioni: perché la fabbrica fisicamente si ingrandisce e la sua produzione si esalta, e perché le lire in cui sono espresse le azioni e il loro totale importo si svalutano a grandi tappe.

La Fabbrica Italiana di Automobili Torino venne fondata nel 1899 col capitale di 800.000 (dicesi ottocentomila) lire in azioni da L. 25, e quindi n. 32.000 azioni. Da allora si sale una significativa scala. In quegli anni di tremenda euforia economica, che preparò il giolittismo – altro prodotto piemontese non meno, dagli attuali capi del partito detto comunista, elevato a modello sociale, ieri contro Mussolini, oggi contro Scelba, e contro ogni futuro deretano in cadrega – le azioni del valore nominale di 25 lire si quotarono nelle borse a oltre 1.700! Era il tempo in cui i titoli di Stato passavano oltre la pari e il cambio era al di sopra della parità con l’oro.

Ben presto si costituì l’attuale anonima col capitale di 9 milioni in azioni da cento lire. Gli aumenti di capitale prima della prima guerra europea furono: 1909, 12 milioni; 1910, 14 milioni; 1912, 17 milioni. Con la guerra, ottimo affare per industrie del genere, si continua: 1915, 25 milioni e mezzo, azioni da 150 lire; 1916, 30 milioni, e quindi 34 milioni, azioni da 200; 1917, 50 milioni; 1918, 125 milioni. La guerra finisce ma la svalutazione continua per la moneta: 1919, 200 milioni; 1924, 400 milioni. Nel 1926 si delibera un prestito obbligazionario in 10 milioni di dollari oro (valevano 19 lire) interamente rimborsato nel 1938.

Ripartiamo dal 1938. Capitale, come sappiamo, per tutto il periodo tra le due guerre, 400 milioni. Passata una nuova guerra e nuova inflazione, nel 1947 il capitale viene portato a 4 miliardi, parte con azioni gratuite per i vecchi azionisti, parte con nuove azioni.

Con ulteriori “rivalutazioni” ed assorbimento di altre aziende minori, siamo nel 1952 a 36 miliardi di lire, nel 1953 a 57 miliardi di lire. Il rapporto al 1938 è dunque 142,50, molto superiore alla svalutazione della moneta. Se questa fosse tra 50 e 60 si potrebbe dire che il valore reale dal 1938 al 1953 è aumentato a due volte e mezza: ma questo come valore nominale di quei pezzi di carta che sono le azioni: comunque una accumulazione a ritmo pauroso.

44. Quello che ci interessa

La remunerazione degli azionisti non ci preme troppo, essa non è che uno dei settori di riparto del plusvalore tra portatori di azioni, che sono in fondo dei prestatori di denaro in partenza, amministratori, capitani di industria, Stato, e simili pescecanesche gole di ogni genere. Comunque nel 1952 sui 36 miliardi si distribuì l’utile del 10%, nel 1953 si sono dati 4,5 miliardi su 57 e quindi meno dell’8%.

Ma nella ultima relazione Valletta noi troviamo la cifra della grandezza che a noi occorre, e che dobbiamo poi scomporre nei vari termini della funzione di produzione. Nel 1953-54 (mentre il dividendo per azione è stato di 63 lire su 500 e quindi il 12,6%) la produzione (il fatturato) è stata di 240 miliardi.

Un utile di distribuzione di soli 7,3 miliardi e un utile dichiarato di soli 9,574 miliardi, se sono alti rispetto alla cifra convenzionale del capitale in azioni, sono assai bassi rispetto al prodotto. Sarebbero il 16,7% nel primo caso, ma solo il 4% nel secondo: e questa è la misura del saggio di profitto, all’incirca, inteso nel senso di Marx.

Ma cerchiamo di scomporre i 240 miliardi di ricavo al mercato, col balzo di 40 miliardi rispetto ai 200 del precedente esercizio. Anzitutto va rilevata la dichiarazione sensazionale che i nuovi investimenti, tratti quindi da profitti e sovrapprofitti, sono stati dal 1946 al 1952 di circa 100 miliardi, e che si va verso un programma di 200 miliardi, destinandovi nel 1954 più di 50 miliardi. Ciò vuol dire che dai 240 miliardi si sono potuti, pagate tutte le spese, togliere 10 miliardi di utili per gli azionisti e almeno 50 da reinvestire (riproduzione allargata), e quindi 60 miliardi. Le spese sarebbero dunque state di 180 miliardi. Dobbiamo dividerle tra capitale costante e capitale variabile.

Senza andare alla ricerca di dettagli di bilancio, che del resto sono di molto discutibile certezza, abbiamo rilevato che il personale consta di 57.278 operai e 13.832 impiegati (decisamente troppi, la FIAT è in gran parte un carrozzone di protezione per clientele di affari ed elettorali, e buona parte di costoro, ognuno dei quali controlla in media 4 veri lavoratori, sono dei pappatori a loro volta di sopralavoro altrui, soprattutto in alto rango). Consideriamo paga media di questi 71.000 dipendenti circa un milione annuo (siamo a Torino!) e allora il capitale variabile è 70 milioni. La nostra scomposizione è fatta, sia pure molto all’ingrosso.

Capitale costante 110 miliardi, capitale variabile 70 miliardi, profitto 10 miliardi, sovrapprofitto 50 miliardi. Prodotto 240 miliardi: 110 + 70 + 10 + 50 = 240. Con queste cifre il saggio del profitto effettivo è 10 diviso 180 ossia il 5,5%; ma il saggio del plusvalore è 60 diviso 70 ossia l’86%.

L’ordine delle nostre grandezze appare ben rispettato.

45. Patrimonio e capitale

Quanto vale la FIAT? Supponiamo che si voglia comprare in borsa tutte le azioni che nominalmente valgono 500 lire e sono 114 milioni: quindi i noti 57 miliardi nominali ultimi. Siccome le azioni hanno toccato il corso di 660, bisogna spendere di più: 75 miliardi.

Un investimento abbastanza comodo: 60 miliardi di profitto e extraprofitto (una vera rendita che la FIAT ha, perché è la FIAT, e fa gioco allo Stato democristiano e alla opposizione comunista) danno l’80%.

Ma Valletta non sarà mai tanto fesso: il solo suo attivo patrimoniale di bilanci cita immobili ed impianti per 225 miliardi di valore di stima, oltre 68 miliardi di crediti, ossia circa 300 miliardi contro i soliti passivi convenzionali. Fermiamoci pure ai 225 miliardi e pensiamo alle intere città-officine della FIAT Motori, del Lingotto e di altri reparti, sui cui tetti corrono piste automobilistiche. Il valore sarà almeno quadruplicato e non inferiore ai mille miliardi ad occhio e croce. Tanti Valletta ne chiederà, e saranno investiti, nel senso dei compratori di proprietà fondiaria, al 6%, anzi al 5% se… si dà in fitto tutto alla Anonima FIAT, tanto per togliersi scocciature.

Corrisponde questo al saggio medio del profitto in Italia? Cominciamo col dire che quei dieci miliardi che abbiamo ritenuto profitto normale nel senso marxista sono il profitto al medio saggio di 180 di capitale (costante e variabile) col saggio del 5,5%. In tal caso noi diremmo che il prezzo di produzione delle macchine FIAT prodotte (160.000 secondo Valletta) è stato di 190 miliardi (media 1.200.000 l’una). Ma il prezzo di vendita è stato 240 e quindi superiore al valore (quale italiano medio non si fa far fesso con una Fiat?) e in ragione di un milione e mezzo (pensate a macchinette e macchinoni).

La nostra calcolazione del valore deriva da: capitale costante 110, lavoro 70, profitto al saggio medio 10: totale 190.

46. Profitto nazionale

Un semplice accenno al saggio medio di profitto delle imprese non privilegiate in tutta Italia. Dovremmo sapere: quanto è tutto il prodotto industriale annuo – quanta la spesa per materie prime e logorii – quanta la spesa per il personale.

Partiamo dal dato che il reddito nazionale italiano alla maniera ufficiale è oggi ormai 10.000 miliardi, da dividere in redditi da capitale, proprietà e lavoro. La divisione non è facile. Gli addetti all’industria sono circa 7 milioni e il loro compenso, con una rata alquanto inferiore a quella della FIAT, sia 5.000 miliardi. Il capitale costante sia in ragione più alta di composizione, almeno 3 e quindi 18.000 miliardi. Questi 25.000 miliardi circa alla nostra rata del 5,50 darebbero la massa di profitto di 1.500 miliardi. Del reddito nazionale resterebbero altri 2.500 miliardi da attribuire ai redditi di agricoltura non industriale, servizi pubblici, ed altro. Un reparto fatto con un sondaggio assai grossolano, ma che certo non è sfavorevole al peso dell’economia industriale nel paese, e che abbiamo esagerato in questo senso appunto al fine di provare che il saggio medio di profitto non è alto: e ciò dovrebbe fare oggetto di altre ricerche sulle statistiche, da leggere sempre cum grano salis.

A noi basta per concludere che con le grandezze del modello marxista e le relazioni della funzione della produzione si vede con sufficiente fedeltà come vanno le cose nei rapporti di classe, in una colossale azienda industriale che non abbiamo nessuna nostalgia di ereditare, e in un paese industriale, come sappiamo, a meno di metà statisticamente, ma le cui velleità di modernità borghese sono sufficienti per augurargli prontamente la cura drastica della dittatura del proletariato, quando sarà possibile cantare funerali ai grandi partiti elettoraleschi.


“il programma comunista” n. 16, 28 agosto – 16 settembre 1954

PARTE SECONDA
GRANDEZZE E LEGGI NELLA TEORIA DELLA PRODUZIONE CAPITALISTICA

1. Enigmi del marxismo?

Una vecchia canzone è quella sulla oscurità di Marx, sulla difficoltà di cogliere il senso vero delle sue tesi, sulla pretesa contraddizione tra le varie parti dell’opera sua e le diverse esposizioni della stessa questione; e molti dei critici – torniamo a servirci della già citata monografia di Arturo Labriola non per importanza speciale dell’opera, ma perché le sue posizioni, particolarmente discordi da quella che è nella nostra ripresentazione la portata del marxismo, riescono particolarmente utili al chiarimento di cose essenziali – si indugiano a insinuare che quasi per partito preso le enunciazioni più notevoli siano date di straforo, in digressioni, o cacciate talvolta in una delle famose, ed invero quasi sempre formidabili, note a piè di pagina. Questo sarebbe un quasi sadico tormentare il lettore, chiedere troppo alla sua “generosità”, ossia non tanto alla sua cultura, preparazione e pazienza, quanto alla capacità di sforzo continuo e tenace.

È noto che noi, senza certo assimilare il “Capitale” ad un romanzo a fumetti, sosteniamo invece che, oltre ad esservi tra tutte le parti dell’opera assoluta coerenza di proposizioni, anche nel senso matematico, ed assoluta assenza di esitazioni, oscillazioni, ondeggiamenti o amfibologie, vi è assoluta evidenza, fuori di ogni dubbio, sul contenuto di quanto fu enunciato, ad opera del poderoso scrittore-lavoratore Carlo Marx, nella fase storica in cui solo poteva e doveva tanto enunciarsi, sì che la stessa evidente sicurezza concerne quanto la mano e la penna della persona Carlo Marx non ebbero modo di fermare; il tutto costituendo patrimonio di dottrina del grande, unitario, sopra continenti e generazioni, partito della classe proletaria rivoluzionaria. Quanto al Labriola, non si può contestargli la qualifica di lettore generoso, perché di certo ha lungamente studiato il testo e raffrontato e confrontato con larghe conoscenze passi con passi delle opere di Marx, e gli stessi con ampia letteratura di tutte le fonti; eppure non è andato mai nel fondo, anche quando cita riccamente proprio i passi che avrebbero dovuto risolvergli il punto sotto indagine in maniera decisiva e luminosa. Tanto generoso, il Labriola e alcuni altri suoi pari (i più non capiscono Marx perché non capiscono… un cavolo), al tavolino da lavoro e nell’agone politico, ove non ha saputo negarsi ad alcuna bandiera e ad alcun colore, ovunque trovando suonatine da ricantare, emblemi da porre all’occhiello, fiori da spigolare disinvoltamente nel prato, sulla via dunque opposta a quella che da noi si segue.

2. I pestiferi “cugini”

Tante volte abbiamo detto, ma anche a questo proposito lo dobbiamo richiamare, che non recano tanto danno i nemici totalitari del marxismo, quanto coloro che affettano di ben considerarlo e poi – in cento modi – ne accettano talune parti rifiutandone altre o a loro modo storcendole. Sono in fondo i primi e non i secondi che ci hanno capito qualche cosa: hanno almeno capito questo, che porre una parte contro l’altra, una faccia contro l’altra, del corpus marxista, è lo stesso che constatare il crollo del tutto, che dimostrare il fallimento della intera costruzione. Pretendere di partire con Marx, e poi lasciarlo per via là dove ci si accorgerebbe che si può segnare la rotta meglio di lui; o non voler partire sulla sua traccia, pretendendo vanamente di ritrovarsi al suo punto di arrivo, teorico e pratico, storico o politico, è assai peggio che rifiutare tutto il percorso del grandioso cammino, dichiarare questo caduto, dalle premesse su cui si fondò alle conclusioni che attinse.

Mentre il gruppo dei negatori totali, come ad esempio un padre Lombardi, quanta più forza, preparazione, sagacia dispiega nel voler ridurre in pezzi la nostra massiccia macchina di guerra, tanto più soggiace alla nostra presentazione della lotta storica come cozzo di incompatibili blocchi di forze, ciascuno fatto di corpi, di braccia, di armi e di teoria, sono i suoi bolsi ed equivoci contraddittori che osano difendere il marxismo trascinandolo nei ripieghi di obbrobriose concessioni, che hanno rovinata e rovinano la forza della teoria e del moto rivoluzionario.

Questo non riprenderà che nella fase storica in cui con uno sforzo supremo riassumerà quanto da decenni e decenni – primissimo e gigante su tale via egli stesso, Marx – si è fatto per sbugiardare e svergognare gli “affini”, i famosi “cugini” dello schieramento politico, per denunziare non solo le alleanze di fatto con essi nei vari periodi storici della strategia rivoluzionaria, ma sopra ogni altra cosa la fornicazione dottrinale, il “commercio dei principii” che fu rinfacciato – per la ennesima volta con profetica proprietà – ad Erfurt e a Gotha alla socialdemocrazia germanica, prima ammalata che ebbe a crepare di elefantiasi maggioritaria, di cretinismo unitario.

Nulla infatti di più insidioso, di più velenoso, negli effetti anche se magari non nelle intenzioni, che un metodo come quello dei non sprovveduti in dottrina Labriola, Sorel, Graziadei, che dapprima mettono a soqquadro i pilastri del sistema, dell’edificio marxista, tentando vanamente di scrollare le colonne del tempio, poi, cucinata a loro modo la teoretica minestra, mostrando esaltare certe geniali posizioni cui Marx giunse, partito a lor dire da sviste grossolane e da papere scientifiche, lo difendono subdolamente dalla sottovalutazione di onesti nemici, e vogliono farsi gloria cercando, ancora in falso, di cantare con la immensa voce di lui il salmo finale. In quanto sulla via di costoro si son messi cento altri, ruffiani da dozzina e uomini da conio, che non avendo muscoli da colonne neppure di cartapesta, avevano tuttavia mascelle – sia pure di asino – per consumare l’offa che si elargisce ai corruttori e ai rinnegati.

3. Filosofia o scienza?

Ci conviene in quanto dobbiamo esporre servirci tuttavia della stesura di un “promarxista” del tipo di Labriola anche perché essa non essendo recente, ma vecchia ormai del solito semisecolo, vale anche a tagliare il fiato ai modernissimi “aggiustatori” che con pari animo, e credendo di farlo per la prima volta, hanno osato proporsi di trascinare il vascello della costruzione marxiana in loro bacini di carenaggio, incapienti ad ospitare un burchiello. Se infatti essi non hanno altra via di guarire dalla pretesa di scorgere quello che un Marx non vide, saranno sgonfiati a zero dalla constatazione di aver scoperto solo vecchiumi già versati nel piombo da cinquant’anni, essi, i tifosi dell’ultimo fascicolo stampato, dell’ultima fascetta di libreria.

Poiché è difficile che uno di costoro, quando si tratti verbigrazia di digerire – ove occorre stomaco non generoso, ma fisiologico e non eroso da borghesi ulcere – una delle leggi del marxismo come quella sul saggio di profitto, non devii dal masticare l’argomento alla generale filosofia del metodo, alla teoria del conoscere umano, alla portata del materialismo storico, e non imputi gli “scoperti” difetti di Marx al suo derivare dall’idealista Hegel, al suo inconscio misticismo o almeno mitismo, denunziando (non si capisce mai bene) o ammirando il suo preteso volontarismo e praticismo, pragmatismo addirittura, come premesse alla dottrina scientifica; è bene che tutti questi guazzabuglianti apprendano come queste solfe fischiano da tempo antico nelle orecchie dei marxisti non aventi nel cervello il pelo del dubbio e la mania della creazione personale.

Si trattava da allora di far camminare insieme queste due tesi: Marx fu un genio storico ed un capo politico di prima grandezza, e il movimento che a lui succede non può prescindere dall’opera sua; Marx, quando volle fare scienza economica, allineò una serie di affermazioni tutte sbagliate e tutte smentite dallo studio dei fatti economici reali contemporanei e posteriori. È ovvia la via di uscita da questo pauroso imbroglio, peggiore come si diceva delle tesi di chi afferma essere stato Marx un teorico aberrante ed un agitatore sociale dissennato e criminoso.

Poiché non può negarsi che Marx trattò di scienza economica, espose le scuole precedenti dell’economia politica, e propose esplicitamente una nuova teoria scientifica dei fatti economici che doveva le precedenti soppiantare; e poiché si vuole che, pur levando incensi alla grandezza di pensiero di Marx, si possa seguitare a considerare valida la contemporanea ricerca economica “generica”, ossia quella che fa la sua strada tra le cattedre universitarie, i testi di esame, i trattati scientifici, si ricorre al vecchio trucco: Marx parlò e scrisse di economia, ma non fece scienza economica bensì… che cosa mai? filosofia. Non si capisce Marx come economista, perché si cerca in lui la scienza economica, alla luce della quale ha allineato – a dir di lor professori – gravi fesserie, lasciandosi superare di molte lunghezze da dozzine di moderni scienziati, ma si capisce tutto se si legge Marx come filosofo, e si ammette che egli volendo scrivere come tale, deliberatamente non esitò ad esporre i fatti e le leggi economiche in modo falso. Quindi Marx Carlo all’esame di economia non raggiunge il diciotto e viene rimandato, ma, consideratolo un gran filosofo, quello che sta in cattedra ruba tanto di quella luccicante filosofia da erigersi fuori della facoltà a capi-popolo e soprattutto pervenire ai seggi parlamentari e senatoriali.

Nulla di più stupidamente vuoto che tali escursioni sul deretano.

4. Derivazione da Hegel?

Non è certo negabile che per trattare temi come quello che abbiamo davanti sia utile avere ed adoperare dati completi non solo della storia delle dottrine economiche ma anche della storia del pensiero filosofico, e stabilire quale fu il materiale di conoscenze che Marx portò con sé dalla formazione scolastica che gli toccò, e quale l’altro di cui si fornì da se stesso sotto l’impulso delle vicende di vita in cui fu impegnato.

L’errore sta nel cercare in tale indagine l’elemento decisivo per far prevalere questa o quella “versione” o “lettura” dell’opera marxista, e risalire a quelle fonti per domandare loro la decifrazione dei pretesi enigmi, la soluzione dei pretesi dubbi, che si troverebbero nel testo dell’elaborazione cui Marx, anche con quei materiali, e tante volte anche malgrado e contro quei materiali, ebbe a pervenire. La ricerca va fatta, ove occorra spiegare passi e capitoli che sembrino e talvolta sono ardui, nella storia dell’epoca in cui Marx visse, nei rapporti sociali peculiari di quel periodo di trapasso, non perché cronologicamente coincidette col curriculum biografico di Marx, ma perché era quello in cui, attorno alle membrature potenti di una nuova forza della storia, la classe operaia, si veniva – per necessità e anche se Marx non fosse nato, o fosse una nostra figura di leggenda – a cristallizzare la nuova, originale, difforme da quella dei precedenti modi di produzione, sovrastruttura teorica.

Hegel e prima di lui tutta la scuola critica moderna, e Kant, al quale anche si vorrebbe da alcuni far risalire il metodo “critico” usato da Marx, si spiega appunto col passaggio dalla società feudale a quella capitalista. La critica degli idealisti tedeschi o la ragione dei materialisti francesi, come del resto il senso degli empiristi inglesi, esprimono tutti una sovrastruttura della lotta contro i poteri di diritto divino, e stabiliscono la libertà di sottoporre le verità rivelate e teologiche, imposte dall’alto della scala gerarchica e dai sacri testi, alla verifica del raziocinio e dell’esperienza.

Marx e i marxisti si spiegano colla messa in mora, a sua volta, del potere democratico e popolare degli Stati borghesi, fondato sulla “coscienza” del singolo e libero cittadino. Come indubbiamente tra la lotta della borghesia contro gli antichi regimi, e la lotta della classe operaia contro il potere borghese, vi sono legami storici e derivazioni, così ve ne sono tra le due sovrastrutture, relative ai due grandi trapassi tra modi di produzione. Quindi la dottrina del proletariato moderno deve studiarsi e chiarirsi tenendo conto adeguato di quei precedenti svolti nel modo di pensare delle collettività. Criticismo, illuminismo, sperimentalismo: Marx sempre mostra le relative derivazioni, e dalla enciclopedia francese, dalla economia politica inglese, e così via.

La strada sbagliata è domandarsi chi fosse il professore di filosofia dello studente in legge Carlo Marx, da quali cenacoli di studenti questi sia uscito, che libri teneva sul comodino, e come si sia espresso negli scritti più giovanili: a parte il fatto che a leggerli con lo spirito di chi riordina e non scompiglia tutto il processo, vi si scorge con sicura chiarezza la nuova ed indipendente posizione.

5. Il metodo di esposizione

È strano come per dimostrare che tutto Il Capitale, ed almeno il Libro Primo (solita leggenda che questo dica cose diverse dal Terzo) sia un’opera critico-filosofica e non economico-scientifica, si parte proprio dalla seconda prefazione del 1873, nella quale Marx liquidò i conti con Hegel. Di essa si cita la classica distinzione tra il procedimento di ricerca e il procedimento di esposizione. Si cita perfino un passo della recensione russa che Marx stesso cita, per farla dichiaratamente propria. E con tal materiale si cerca di avallare questa assurda tesi: Marx non avrebbe voluto fare la scientifica descrizione delle leggi reali dell’economia capitalistica e del suo sviluppo, ma avrebbe voluto solo esporre i dati della “coscienza economica” propria degli uomini del tempo capitalistico. Marx stesso sapeva (!) che «la ricerca economica non richiede punto l’intervento di questa bizzarra nozione del valore», ma egli mirava «a un’altra cosa: a rifare il processo che mena inconsapevolmente gli uomini a costruire la nozione (illusoria) del valore». Questo metodo di Marx che studia non i fatti ma le illusioni che l’uomo si fa sui fatti, è definito elegantemente “illusionismo sociale”. Vedremo poi chi sono “gli uomini”, vecchia e nuova solita storia. E chi è il soggetto della coscienza inconsapevole.

Premettiamo che, secondo la corretta posizione, scopo del Capitale in ogni sua parte e volume è il dare la teoria dei fatti della economia capitalistica, quali essi sono in realtà, e in modo che le deduzioni siano sperimentalmente verificabili: non quindi come li vede la coscienza economica contemporanea dei borghesi o degli “uomini”, ma come li vede la conoscenza teorica del partito di classe che nell’oggi capitalistico rappresenta il domani comunista, ed aclassista.

Ma siccome principale “pezza di appoggio”, per la definizione data da Marx del carattere e scopo dell’opera di Marx, è la citata prefazione, vediamo in ordine che se ne trae, e vedremo subito che il tutto non fa una grinza.

Marx passa in rassegna i critici della prima edizione. La Revue Positiviste di Parigi lo rimproverava, da un lato, che egli trattasse l’economia metafisicamente (neanche dunque Labriola nulla diceva di nuovo nel 1906), e dall’altro che si limitasse ad analisi critica degli elementi dati, invece di prescrivere ricette per le trattorie dell’avvenire. Attratto dalla prima accusa di metafisica, Marx tralascia (forse anche per motivi di editoria) di rispondere alla seconda in altro modo che con la ironica frase delle trattorie, e con la parentesi (comtiane?). Augusto Comte era il capo del positivismo francese, cui in politica corrispondeva un vago riformismo sociale: non qui Marx si degna di rilevare che in ogni rigo egli introduce programma rivoluzionario… Alla menda di metafisica risponde con il parere del russo Sieber (già citato come sodale teorico) il quale dice che «il metodo di Marx è il metodo deduttivo di tutta la scuola inglese», e del tedesco Block, che parla di metodo analitico e pone l’autore «tra gli spiriti analitici più eminenti».

6. Autoidentificazione

Il passo importante è quello relativo al “Messaggero europeo” di Pietroburgo. Questo aveva detto che il metodo d’investigazione è rigorosamente realistico, ma quello di esposizione “sventuratamente tedesco-dialettico”. Marx cita prima questo passo:

«A prima vista, cioè se si giudica dalla forma esteriore dell’esposizione, Marx è un idealista estremo e ciò nel senso tedesco, cioè nel cattivo senso della parola. In realtà egli è infinitamente più realista di tutti i suoi precursori nel campo della critica economica… Non lo si può in alcun modo chiamare idealista». Marx non è oscuro. Marx è un combattente, e anche come scrittore è di quelli che non danno soddisfazione, non cedono mai demagogicamente alla richiesta della risposta banale, che si trangugia senza sforzo. Non dice: resti dunque assodato che sono analitico e non metafisico, realista e non idealista: dice che non potrebbe meglio rispondere che con qualche altro estratto della stessa recensione, a cui farà poi seguito l’altra chiara affermazione: «descrivendo con tanta precisione il mio vero metodo (…) che cosa ha l’autore definito se non il metodo dialettico?».

E così sappiamo da fonte autentica qual è il metodo; e in che consiste il metodo dialettico, per Marx.

Citiamo le frasi salienti: «Una sola cosa è importante per Marx: trovare la legge dei fenomeni che sta indagando (…) ma soprattutto la legge del loro cambiamento, del loro sviluppo (…) Per questo è del tutto sufficiente che egli dimostri, contemporaneamente alla necessità dell’ordinamento presente, la necessità di un altro ordine, al quale il primo deve necessariamente approdare: non importa se l’umanità creda o non creda a questo, ne sia cosciente o meno».

Qui un momento: anzitutto vi è, citata da lingua russa edita sotto il regime più poliziesco del tempo, la risposta del caso sulle “trattorie del futuro” che certo sfugge a chi legge “coppa-coppa”. Poi vi è il colpo alla coscienza della umanità, cui Marx pianta il visto ufficiale. Ed è allora strano che il postumo Labriola riporti il brano che segue: «Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale retto da leggi, che non solo sono indipendenti dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma che per contro ne determinano la volontà, la coscienza, le intenzioni (…) Se l’elemento cosciente ha una parte così subordinata nella storia della incivilimento, si comprende che la critica, il cui oggetto è l’incivilimento stesso, non possa in alcun modo avere per base qualsivoglia risultato della coscienza». E Labriola, disinvolto: naturalmente bisogna intendere coscienza individuale, concreta.

Che individuale e concreta?! Il testo in cui Marx riconosce la propria fotografia ha parlato di coscienza della umanità e degli “uomini”, di “qualsivoglia” risultato della coscienza, non solo della individuale.

Ma il testo continua a fare giustizia della pretesa che il Capitale studi non i fatti economici, ma le visioni ideologiche degli stessi: «Val quanto dire che non l’idea, ma solo il fenomeno esteriore può fornire (alla critica) il suo punto di partenza. Essa critica si limita al paragone e al confronto di un fatto non con l’idea ma con altri fatti (…)». Bisogna purtroppo saltare. «Proponendosi di esaminare e spiegare l’ordinamento capitalistico da questo punto di vista, Marx non fa che formulare in maniera esatta il compito spettante ad ogni rigorosa investigazione scientifica della vita economica». Ah, arte del citare!

7. Conti con Hegel

Scrivendo, Marx non vi dà soddisfazione, e fa bene. Ma dovete sapere che non lascia “niente per la strada”. Si è ricordato al momento buono di sistemare gli allievi di Comte 1871 (o piuttosto di Stalin 1952?) sulla storiella della fredda descrizione che lascia indietro ogni proposta di mutamento sociale. Adesso, dopo aver messo tutti i punti sulle “i” colle stesse parole del russo, e avere assodato quale la materia da investigare, e quale il metodo dell’investigare, si ricorda bene che gli hanno imputato un impeciamento hegeliano quanto a metodo di esposizione.

Che Hegel d’Egitto! Dieci parole infilate con il rigore di formula algebrica, e anche esse, dicevamo, citate dagli storcitori di schiene diritte: «Certamente il modo di esposizione deve formalmente (corsivo originale) distinguersi dal modo di ricerca. La ricerca deve far sua in dettaglio la materia, analizzare le diverse forme di sviluppo e rintracciare il loro intimo legame. Solo quando questo lavoro è stato compiuto si può passare alla esposizione del movimento reale che vi corrisponde. Se ci si riesce, di modo che la vita della materia si rifletta nella sua riproduzione ideale, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori».

Questo non lo ha scoperto Hegel, ma tutti i primi trattatisti di risultati della moderna ricerca sperimentale (e anche qualche scrittore classico come Lucrezio). Keplero dà le varie leggi del moto dei pianeti, dedotte dalle letture analitiche fatte nel cielo con migliaia di osservazioni da Tycho Brahé. Newton espone la stessa cosa (con un poco più di nazionalismo… hegeliano, Marx ed Engels si compiacciono della dimostrazione di Hegel che deduce con pochi passaggi matematici Newton inglese da Keplero germanico) ma parte da una ipotesi, che quelle leggi e quelle letture confermano, ossia la sua legge della attrazione universale. Ed è scienza, puramente sperimentale, empirica, come piace dire, e non speculativa, tanto la lunga lista degli angoli di Tycho quanto la prima breve proposizione e figura di Newton in cui un punto mobile gira attorno a uno fisso (pianeta e sole).

Che più? In tutti i licei si insegna la “fisica sperimentale”, che si spiega ai giovani anche in laboratorio, con metodo deduttivo, ossia partendo da tre principii che sono poi uno solo, quello di Galileo, e dai quali tutto discende, “come se fosse – ma non è! – costruzione a priori”.

Quanto ad Hegel, e quanto alla parte vitale della questione, che non riguarda il modo di esporre (punto questo in cui non abbiamo ancora vista riga in cui si contesti l’eccellenza di Marx: se davvero nella sostanza dice cose false, quale magica potenza propagandistica ha fatto sì che dopo quasi un secolo il mondo ne è tutto imbevuto, in gioia o in terrore?!; e allora, abbia civettato con Hegel o Mefisto, fregatevi!) ma appunto l’oggetto della ricerca e le vie per condurla al successo, Marx in questo e in tutti gli altri punti è decisivo. La via presa da Hegel non conduceva a nulla. «Il mio metodo dialettico non solo è fondamentalmente diverso da quello di Hegel, ma ne è anzi l’opposto».

E qui la serie di formule tante volte riportate.
Hegel: Il pensiero, l’Idea, sono creatori della realtà esteriore.
Marx: L’ideale non è altro che il materiale trasportato, tradotto nel cervello dell’uomo.
Hegel: La dialettica poggia sul capo.
Marx: La dialettica va rovesciata e fatta poggiare sui suoi piedi.

8. Criticismo ed empirismo

Quando queste due abusate parole celebrarono un matrimonio, toccò al marxista Lenin partire in battaglia contro il nuovo (o piuttosto rancido, come egli provò) sistema della conoscenza.

Se vogliamo spiegare con termini umili i due metodi potremo dire che l’empirismo, meglio detto sperimentalismo, cerca la verità guardando intorno, e procurando di ordinare nel modo migliore la manifestazione dei fenomeni del mondo esterno, oggettivo. In questo campo opererebbe la scienza economica generica dei professori, la cui prerogativa sarebbe di essere sempre pronti a registrare ed accettare ogni nuovo dato e ogni risultato, senza preconcetti e preferenze di sorta (basterebbe una breve analisi della moderna scienza ufficiale per mostrare che ormai non è affatto così, ma le cose vanno tutte all’opposto, essendo in tutti gli ambienti “scientifici” la cosciente falsificazione divenuta pane quotidiano).

Il criticismo invece cerca le soluzioni non di fuori, ma di dentro. Di che cosa? I termini sono a vostra disposizione: del soggetto, dell’io pensante, dello spirito, del cervello, e, come dice Marx per dare la solita pennellata, della testa, della scatola cranica. Questa sarebbe la “scienza speculativa” in cui tuttavia credeva Hegel, in cui credono i moderni idealisti, in cui mostra credere anche il Labriola, nelle pagine in cui pretende che questo tipo di scienza fosse quello a cui Marx lavorava.

Marx avrebbe dunque proceduto come un Newton, che avesse solo immaginato nella sua testa, per suo soggettivo spasso, la legge della gravitazione, in quella forma o in un’altra, scrivendo ad esempio che due corpi si attirano con una forza inversamente proporzionale alla loro distanza (e non al quadrato di questa) deducendo poi le strane orbite dei pianeti secondo questa ipotesi, e mettendo alla porta il Tycho-economista da cattedra, che avesse bussato per dirgli: un momento, maestro, il pianeta non si trova stasera lì, all’appuntamento, ma altrove, la sua traiettoria non è quella, ma un’altra… il capitalista non si è ingrassato, ma versa in una disperata magrezza, mentre i suoi operai hanno comprata una villa… in Crimea.

Newton avrebbe detto: filosoficamente, ed anche matematicamente, il mio sistema è coerente, e qualunque sforzo di critica speculativa non vi trova nessuna logica frattura; cosa volete che mi importi dei pianeti se contravvengono alle norme di circolazione, e degli estorcenti plusvalore ridotti alla fame?

Questo e non altro significa che Marx abbia fatto opera critica e non scientifica, anche nel senso sperimentale, che egli si sia limitato a tessere in una trama immane relazioni che non sono proprie dei fatti ma delle sole illusioni della coscienza. Della coscienza, dunque, trovata nelle sue manifestazioni, ossia nel linguaggio degli uomini, nelle loro comuni accezioni, nelle loro generali illusioni, nel loro quotidiano atto di fede. Lavoro dunque, il solo che può fare la critica per vie interne, la speculazione del soggetto nel soggetto, su parole che si legano ad altre parole, non su cose, su fatti, su misure e rilevazioni di cose e di fatti.

Indagine non sulla realtà, ma sulla coscienza della realtà, che ad essa preesisterebbe logicamente, come nel sistema di Hegel, come in quello cui Marx volge la terga. Ma, ed ecco il punto, coscienza di QUALE uomo, di QUALI uomini?

9. Coscienza, individuo e classe

Marx dunque non guarda all’oggetto, ma alla sua immagine sulla retina-spirito, secondo costoro. Tuttavia si riconosce che egli ha fatto, pur trattando di impronte di fatti e non di fatti reali, un passo avanti: l’impronta non è quella sull’individuo. Questo primo fantasma è stato finalmente messo da banda.

Quindi, sebbene si tratti di costruire un illusionismo, si degna di scartare come fonte il dato della coscienza individuale, perché si dà atto a Marx – filosofo – che la coscienza individuale è illusoria.

Ed allora Marx avrebbe cercato le leggi non dell’economia “vera” o “fisica”, ma della proiezione dell’economia nella coscienza super-individuale. La prima che si presenta è la coscienza della “classe”. Ma viene subito anche questa scartata. In un certo senso viene fatta al marxismo “serio” una seconda concessione. Infatti a Marx, a Lenin, a tutti i marxisti conseguenti e radicali, non è mai piaciuta l’espressione di coscienza di classe, anche applicata al proletariato. Questa nozione come tante volte abbiamo detto contiene implicita la condizione che la coscienza rivoluzionaria in tutti i componenti della classe sfruttata debba precedere la loro azione rivoluzionaria. Questa nozione, vista in fondo, è la più conservatrice che possa darsi: e di ciò fu detto con ampiezza nelle riunioni di Roma e di Napoli del nostro movimento, e raffigurato in schemi esplicativi che apparvero nel Bollettino interno, mentre altri ne sono predisposti che sono da pubblicare a tempo e luogo, e che vogliono indicare le varie schematizzazioni di operaisti, sindacalisti, ordinovisti, stalinisti, libertari, con queste ascisse: individuo, classe, partito, società, Stato, e le ordinate: interesse, azione, volontà, coscienza.

Ma, restando alla teoria dell’illusionismo marxista, che purtroppo potrebbe avere aria nelle vele dal deplorevole fraudolento monopolio teorico da parte dei comunisti stalinisti di oggi, non è chiaro se la materia Marx (dichiarato impotente a porsela nel mondo dei fatti reali) la cercasse, a fini di impastamento di miti-motori, nelle nozioni diffuse nel seno della classe operaia, o della classe borghese. Sembra che ci si riferisca piuttosto alla borghesia; ed allora Marx avrebbe esposto il sistema economico delle opinioni prevalenti nella borghesia. Ma allora Marx non aveva che a scrivere solo il quarto volume del Capitale, ossia la storia delle dottrine economiche. Meno ancora: dato che egli tante volte afferma che Ricardo è l’esponente teorico della classe dei grandi capitalisti industriali, il lavoro era bello e fatto copiando Ricardo. Perché dunque tanto largamente indicare dove questi sbagliò, e sostituire alle sue curve di sviluppo quelle ben diverse trovate da Marx, alla sua compensazione, la crisi e la rivoluzione? Sono dunque anche queste visioni che sogna la borghesia?

10. La coscienza “sociale”

Bisogna andare più oltre. Dato che Marx è condannato a scrivere il poema di una coscienza, e che questa non appartiene all’individuo, né alla classe, si deve andare alla “società”. Secondo il critico di cui si tratta, Marx sarebbe pervenuto a questa nozione, della coscienza della “società” di un’epoca data, nella specie della sua, della nostra, e avrebbe esposto nel suo “sistema” le linee dorsali di questa “coscienza sociale” che accomuna stranamente non solo gli individui tutti, ma le classi sociali, ed è comune ad esse malgrado il loro contrasto di interessi e conflitto economico! Anzi Marx non sarebbe pervenuto a questo dato, ma ne sarebbe addirittura partito come fondamento di ogni sua costruzione. Intanto egli avrebbe trattato di valore, in quanto tale dato è in quella coscienza. In questo solo senso avrebbe parlato di plusvalore, e di riduzione del primo e del secondo a tempi di lavoro, sapendo che questa era scientificamente una fesseria.

Poco importerebbe rincorrere tali cose da un vecchio libro di Labriola, se esse non si nascondessero sotto moltissime delle degenerazioni marxiste che sono sfilate e stanno sfilando nella storia che viviamo, nella storia della difficile lotta del proletariato, per il comunismo; se qui non si trovassero enunciate in modo in fondo non spregevole, talvolta suggestivo, ma tale da prestarsi a chiarire concetti non da dozzina e a fare una ripulita efficace in arsenale.

Labriola non ignora certo e non contesta la teoria della lotta storica di classe e degli antagonismi che spezzano la società capitalistica, questo va rilevato, e quanto meno non contestava tali dottrine al momento in cui scriveva un tal testo. Anzi mette in relazione la veemenza con cui Marx sentiva la insolidarietà sociale a questa scoperta di una coscienza sociale, tessuto connettivo comune a gruppi e classi diverse.

Non abbiamo bisogno di dedicarci a mostrare la inconciliabilità di una simile rischiosa tesi con la nozione della lotta di classe e con la dottrina, altrettanto ammirata come potente, del materialismo storico, perché il testo stesso ci piloterà all’arrivo.

11. Società e scambio

Non dimenticando che i professori hanno lavorato sulla fredda statistica dei prezzi e sulle vicende della circolazione, e devono aver fatto solida scienza, Marx ha dato leggi scultoree del processo produttivo, e deve per questi signori aver inscenato solo illusione ed agitato incandescenti miti, vedremo subito dove questa coscienza, in cui sono scritte – per burla – le leggi che Marx nella opera gigante ha tracciato, ha il suo basamento. Nella società dunque, nella “società economica”. Mai lette tali parole in Marx: bensì quella, in sede critica (ad Hegel appunto), di “società civile”, e ciò in tema di dottrina dello Stato, e presto vi andremo a parare.

Che cosa sarebbe dunque la “società economica”? La risposta è semplice: la società economica è lo scambio!

Ed allora una contrapposizione, che in fondo in fondo e con legge dialettica può essere la nostra, quella alla quale in questo rapporto lavoriamo: produzione contro scambio! Lotta contro pacificazione sociale! Vulcano che promette la veniente eruzione sociale, contro morta gora che impaluderebbe la forza rivoluzionaria nel fango mercantile.

Ed infatti udite: «Lo scambio pone l’accordo, ove la produzione pone l’antitesi». «L’ambiente proprio dell’idea di solidarietà è lo scambio». «Così vediamo che le nozioni di lotta e di solidarietà hanno ciascuna il proprio ambiente».

In questa stolta versione, che potrebbe essere pari pari prestata a Giuseppe Stalin, morto più giovane di Labriola, la critica di Marx avrebbe condotto alla apologia del mercantilismo pieno, andrebbe a spegnere le fiamme dell’incendio rivoluzionario nel limo fetido del pecuniario scambio di prodotti-merci.

La tesi infatti che una società socialista potesse avere una economia retta (per la Madonna! nella realtà e non solo nella illusione!) dalla legge del valore equivalente, ossia dello scambio di mercato, è la stessa che troviamo nel sillogismo falso del testo in esame. Del resto i sindacalisti alla Sorel sognarono (questa sì, vero ed insulso mito) una società in cui vigesse nello scambio tra i “gruppi di produttori” la intatta legge dell’equivalenza: poco monta se in quella di Sorel non vi era Stato, ma solo una costellazione di sindacati-cooperative; in quella di Stalin uno Stato-mostro fa il bottegaio in capo.

Il sillogismo zoppo eccolo qui: Marx ha detto che il valore non è una creazione individuale, ma sociale. Ma il valore è un dato non della realtà, bensì della coscienza: dunque coscienza sociale. Non vi è società né coscienza sociale se non nello scambio. Lo scambio vivrà in eterno.

Poiché per noi non lo scambio, ma la produzione è già fatto sociale, e come fatto sociale nasce dal rapporto di classi diverse, definiamo il valore prima e senza lo scambio, come un dato reale, scientificamente noto, della transeunte economia del capitalismo. E ora non resta, che facilmente ridurre la tesi della “santità dello scambio” ad una piatta apologetica della società borghese, e della controrivoluzione. La produzione capitalistica finisce con un ordine rivoluzionario che ha un connotato solo: non più scambio mercantile. Qui Marx giunse, e la storia giungerà.

“il programma comunista” n. 17, 16-30 settembre 1954

12. Due inconciliabili lezioni

Ci è dunque giovato seguire una redazione tutt’altro che recente per una buona messa in fuoco di questioni vecchie e nuove, soprattutto di questioni che l’evolversi del “pensiero contemporaneo” non risolverà giammai. Il sempre più macchinoso garbuglio di esso deve estinguersi, prima che si vada oltre.

La critica cui abbiamo tenuto passo (proprietà intellettuale: Labriola prof. Arturo, Napoli) parte dal proposito di stabilire che l’opera di Marx non è di scienza dei processi economici, ma è compito da classificare nel campo della filosofia, ossia ricerca di dati della “coscienza” a proposito dei fatti economici. Perché a Marx interessava esporre questi dati, e non una teoria oggettiva dell’economia presente, e preferirli anche se contraddicevano a risultati della osservazione positiva, al punto di costruire volutamente un sistema di illusioni sociali? Perché – a detta di questa critica – Marx, idealista, volontarista, “attivista” (oggi dicono), sotto la scorza materialista, aveva bisogno di arrivare ad un programma di capovolgimento dell’ordine capitalista da attuarsi da masse “illuminate” dal capo teorico; e se a tale scopo serve meglio una nozione illusoria che una scientificamente valida, è la prima che va preferita.

In questa costruzione di stampo cerebrale e letterario, dunque, si cerca una volontà che cambi il mondo sociale (ed economico), si ritiene che una tale volontà non possa suscitarsi che diffondendo i dati di una “coscienza” di stampo interno, speculativo, della reale vita economica; si immagina (pretendendo che Marx lo abbia immaginato) che, svolto tal compito dal genio teorico, alla volontà seguirà l’azione irrompente delle masse. Dopo di che sarà quel che sarà, non essendo per pensatori del genere affatto necessario che si abbia l’avvento di una struttura sociale, quale Marx aveva mostrato di attendersi.

Interessava molto a noi contrapporre a questa “lettura” di Marx la ben diversa nostra. Marx fa sicura ed oggettiva ricerca delle leggi dello sviluppo economico e per esprimerle si serve di nozioni e di grandezze matematiche non iniettate da fuori nella realtà, ma in questa scoperte. Tuttavia Marx fa, sì, tale lavoro gigante solo per giungere al programma rivoluzionario e alla contrapposizione teorica e pratica di un nuovo assetto sociale al vecchio, ma – basterebbe qui a decidere la questione di interpretazione il materiale immenso con cui Marx distingue se stesso dagli utopisti – tale programma non è sentito, scelto, voluto da Marx soggetto, ma esso stesso rinvenuto allo sfocio della ricerca positiva e scientifica. L’errore – tra tanti altri di Stalin – sta dove si dice che nelle pagine del Capitale si legge solo la descrizione e la critica della economia borghese, non la definizione dei lineamenti cardinali dell’economia comunista. Grandeggia dunque il programma e quindi la lotta per esso, ma la sua forza è di poggiarsi sulla reale analisi dell’economia presente; non si tratta di creare una presentazione di questa, deformata al fine di servire il prestabilito – dove e come? – programma.

Tutta la stortura vorrebbe essere sorretta da una lettura fuori posto della famosa ultima tesi su Feuerbach: troppo i filosofi si son dati da fare a spiegare il mondo, si tratta ora di mutarlo. La tesi vuol dire che se ci vogliamo allineare sul fronte del mutamento rivoluzionario – quando e quale la realtà lo impone, e lo insegna a chi vi sa leggere – è il caso di mandare in pensione i filosofi, che speculando in sé cercano le regole del divenire del mondo; stendendo ben altro ponte, non speculativo e idealista, tra dottrina e combattimento. Ed invece nella redazione che seguiamo si arriva a questo, che è tutto l’opposto: Marx non è economista perché come tale avrebbe spiegato sì, ma confermato, il mondo capitalistico: essendo invece votato a sovvertirlo si è fatto… filosofo!

13. Coscienza borghese, qui tutto

Pazientemente abbiamo seguito l’indagine sulla ubicazione di quella misteriosa coscienza, ove Marx avrebbe attinto le nozioni base, le figure tipiche della sua esposizione, di quella che diviene così davvero – a fragile consolazione di tutti i conservatori – una “sacra rappresentazione” di personaggi da leggenda. Si tratta di sapere quale sia il fertile sottosuolo ideale in cui Marx ha scavato il valore, il plusvalore, il profitto, il sopraprofitto, il prezzo di produzione, che non sarebbero – ahi di noi – esatte grandezze tra loro commensurabili e suscettibili di legami che formano scientifiche leggi, ma illusioni in cui la coscienza fermamente crede, e non altro.

Ricapitolammo: l’individuo no, esso è troppo fragile base per una coscienza da cui prendere in fitto figurazioni sia pure illusive – la classe nemmeno (il che dalla nostra opposta sponda avallammo. Ma poi perché? probabilmente perché, per ideologi come quelli in questione, soprattutto la classe è un personaggio illusorio di Marx burattinaio…) – e dunque, come avemmo ad approdare, la famosa “società economica”, pastone al tempo stesso di tutti gli individui e di tutte le classi, la cui potenzialità di possedere una comune visione dei dati sociali si fonda sul fattore dello “scambio”, tessuto connettivo che terrebbe insieme tutti gli elementi e i gruppi più diversi del magma sociale.

Eccoci al punto. La società contemporanea a Marx e ai suoi volubili interpreti è la moderna società borghese, plasmatasi in forme generali appunto col predominio dell’economia di scambio, di mercato. Prima del suo avvento non si sarebbe mai potuto parlare di una, sia pure nutrita di fallaci miti, coscienza sociale. Solo dove ogni oggetto di uso ha forma di merce ed arriva per il mercato, e la cifra del suo prezzo ne universalizza l’effetto su qualunque componente la società umana, solo allora, rotti i limiti delle piccole isole chiuse di produzione e consumo e quindi di vita, può farsi questa caccia alle farfalle delle “illusioni valide per tutti”, in quanto costume, cultura, opinione, prendono a circolare su vasto raggio alla guisa ancor esse di merci. Nelle società preborghesi, ove non possiamo ancora parlare di scambio e di mercantilismo (veda qui chi abbia modo ancora preziosi passi di Marx, nostro quasi quotidiano cibo, citati copiosamente, e regolarmente letti al rovescio) e ove oasi irregolari frammischiano diversi ed eterogenei “modi di produzione”, non si può certamente parlare di “società economica”. Ove sarebbe mai una società economica, quando ancora manchi una economia “sociale”, manchi cioè perfino un’economia nazionale, avendosi solo un mosaico e comunque un conglomerato di “economie locali”? Può apparire, ove una comune organizzazione politica e statale cominci ad apparire, una “società civile” nel senso di Hegel. Così nell’antica Atene o in Roma e nell’impero si aveva una società civile – sol che tutta la massa degli schiavi e dei semischiavi era “fuori della civiltà” sociale. La società economica (termine che rifiutiamo in linea di buone dottrine) significa solo questo: la società borghese, questo dato e peculiare prodotto della storia nel quale vige lo stesso “diritto economico” per tutti i cittadini.

14. Apologetica della civiltà capitalistica

Così Hegel, come tutti gli altri antesignani del “moderno pensiero critico”, e con essi tutti questi marxisti adulterati, sono sullo stesso terreno: la instaurazione della costituzionalità borghese, dello Stato democratico, è uno svolto tanto originale quanto decisivo della storia umana, in quanto rendere universale l’ambiente della società civile vale avere fondato, grazie alla virtù irrefrenabile dello Scambio, questo autentico feticcio: la Società economica.

E se Marx avesse cercato nei dati della coscienza generale di una simile società i tipi, le figure, le strutture della sua esposizione non sarebbe rimasto che alle nozioni – che poderosamente demolì – di libertà, uguaglianza, e come nella famosa citazione, di Bentham, sarebbe rimasto all’illimitato liberismo capitalista, dove in sostanza affogano i sindacalisti classici, Sorel alla testa.

Chi non ricorda la pagina finale del IV Capitolo: Trasformazione del denaro in capitale? «Questa sfera della circolazione semplice (…) è quella dalla quale il libero scambista vulgaris trae a prestito le sue concezioni, le sue idee, ed anche il modello del suo giudizio sul Capitale e il Salario». «La sfera della circolazione delle merci, in cui si compiono la vendita e la compera della forza di lavoro, è realmente un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo e del cittadino. Ciò che vi domina è solamente Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham!».

Non occorre dunque battere lunga strada per mostrare a che si riduce questa pretesa dell’esistenza di una coscienza generale nella società mercantile, e della estrazione dal suo seno, ad opera di Marx, delle parti tutte del suo modello della società capitalistica. Essa risolve il marxismo in una sezione delle ideologie borghesi, vincola la classe proletaria e le sue organizzazioni a rendere omaggio ai capisaldi ideologici dell’ordine borghese e delle conquiste della borghese rivoluzione, facendo di tutto questo un limite insorpassabile alla sua azione. Come del resto nella concezione di quasi tutti i libertari, si eredita e si accetta con entusiasmo dalla borghesia moderna la sua realizzazione dei fondamentali diritti “civili” – che si identifica con la fondazione di una società economica mercantile; e solo si piatisce che dopo questa elargita libertà civile e sulle sue basi, venga alfine la libertà sociale, ossia la utopia dell’eguaglianza libero-scambista tra datore di lavoro ed operaio.

Ciò vale non aver visto come proprio Marx ha fatto crollare un tale baluardo, ha denunziato – costruendo il suo modello, impiantando la sua funzione della produzione – l’inganno secondo il quale capitalista e lavoratore sono entrambi liberi, eguali, proprietari della rispettiva merce, ed operanti per la soggettiva singola benthamiana utilità, «perché essi entrano in relazione l’uno con l’altro se non a a titolo di possessori di merci, e scambiano equivalente con equivalente».

15. Partito e teoria

Tutto questo vagolare per trovare un soggetto alla coscienza-miniera, dopo aver scartato l’individuo e scartata la classe, e l’introdurre questo strano supporto sociale fondato sulla comune atmosfera mercantilista che lega i componenti delle moderne società, è tutto uno storcer di naso per rifiutare il solo logico titolare che può assegnarsi alla “coscienza” e, meglio, alla teorica conoscenza propria del comunismo, dell’anticapitalismo; dopo avere in varie guise tollerato, ammesso, plaudito, che entri nella storia come fattore decisivo il genio intellettuale. Questo solo titolare della coscienza rivoluzionaria è il “partito di classe”. Ma questa sola parola suscita orrore nei libertari e nei sindacalisti del vecchio stampo, come nei più recenti opportunisti e centristi di ogni tipo, e perfino negli aspiratori di molti errabondi gruppetti che si dicono ortodossi e avversi alla corruzione stalinistica del proletariato, e che si bamboleggiano colle parole di avanguardia, dirigenza rivoluzionaria, circolo di studi, e via dicendo.

La teoria marxista in tutto il suo completo insieme, come economia scientifica, come interpretazione del corso storico umano, come programma di azione rivoluzionaria e definizione della rivendicazione della società comunista, non può pescarsi come dato di una collettiva consapevolezza di gruppi di uomini, e nemmeno di proletari. Essa ha per portatore una collettività ben limitata, anche quando i precisi confini in momenti convulsi ne divengono non facilmente identificabili, ossia il partito, nel quale al di sopra di spazio e tempo, di frontiere e generazioni, si raccolgono e si collegano i militanti rivoluzionari. In certo senso il partito è l’anticipato depositario delle sicure consapevolezze di una società ancora da venire e successiva anche alla vittoria politica e alla dittatura del proletariato.

Né in questo vi è nulla di magico, poiché il fenomeno è storicamente constatabile per tutti i modi di produzione e per quello stesso della borghesia, i cui precursori teorici e primi lottatori politici svolsero la critica di forme e valori del tempo affermando tesi, che successivamente divennero di accezione generale: mentre nell’ambiente che li circondava gli stessi autentici borghesi seguivano le confessioni antiche e conformiste, non ravvisando nelle enunciazioni teoriche nemmeno i loro palpabili materiali interessi.

16. Il virus disfattista

Non meno abituale nella corretta esposizione del marxismo è il dire che con particolare nettezza una simile “anticipazione” di forme sociali future è storicamente possibile per la classe operaia, sorta col mondo capitalista e grandeggiante nel seno di esso, rispetto alle vecchie classi rivoluzionarie e alla stessa borghesia.

Ma appunto per questo l’insieme del bagaglio dottrinale, proprio del partito di classe degli operai comunisti, deve particolarmente essere tenuto libero da vincoli di soggezione alle ideologie nemiche e soprattutto borghesi. Oseremmo dire che questa esigenza di incompatibilità dottrinale, settore per settore e linea per linea, si presenterebbe ugualmente – né temiamo qui di venire fraintesi – ove le nostre tesi di partito dichiaratamente distintive avessero per un momento più che sicurezza di scientifico risultato, valore di collettiva illusione rivoluzionaria. Non può senza una generosa semplificazione passarsi il frutto della ricerca scientifica dettagliata nell’impegnativo corpo di tesi, che il partito deve dare con linee forti e decise a se stesso. E solo in un tal senso – e con stretta relazione a quanto nelle parti precedenti di questa trattazione fu detto sulla impurità delle società capitalistiche e delle stesse situazioni di classe del proletariato – potrebbe al non privo di intuito o di sprazzi di intuito Labriola concedersi, si tratti di Marx o dei convinti seguaci, l’impiego di un ingrediente dell’uno per cento di illusionismo rivoluzionario, come non si nega un bicchierino di cognac prima dell’urto al più eroico soldato.

Ciò tuttavia nella direzione della assoluta originalità ed indipendenza della teoria del partito da quelle della società borghese e della “coscienza corrente”. Ma se invece si traggono le norme di azione e i modelli teorici, come con l’impiego della solidarietà nello scambio e di simili travisamenti, da canoni e direttive della società di classe oggi dominante, allora si pratica il disfattismo opportunista di mille noti episodi storici degli ultimi decenni, allora si perpetra non l’illusionismo rivoluzionario attribuito a Marx come sola fonte di dottrina, ma un illusionismo borghese al cento per cento nelle file della classe lavoratrice. E così avviene che a questa i suoi propri principi, il suo originale programma, il fine della sua azione storica, sono occultati nelle fasi più decisive e cruciali, ed avviene che, come anche oggi, dimentica di tutto ciò sia pronta a combattere per le borghesi posizioni: patria, democrazia, costituzione, santità delle istituzioni statali e sociali vigenti.

17. Marxismo e “categorie”

Stiamo per lasciare uno dei vari testi della riva opposta che ci sono provvidi nella nostra giustificazione dell’impiego dei modelli della società capitalistica, con eguale regolarità di passaporto come lavoro scientifico e teorico e come ordinamento di battaglia di partito. Il modello non ha a che fare con la illusione della coscienza: come abbiamo mostrato, la seconda è l’effetto passivo delle forze formidabili dell’ambiente esterno fisico e sociale sulle volubili e corrive teste degli uomini, nel succedersi delle vicende storiche che essi recitano ma non possono capire; il primo è invece il modo spontaneo ed organico col quale si presenta la trasmissione dei rapporti tra i fatti in quell’arsenale di veri utensili e metodi tecnologici formanti patrimonio di notazioni, di registrazioni, di scritture, di algoritmi, che la specie umana faticosamente si assicura in una lunga serie di lotte; risultato che assolutamente non è personale e non è di classe, e che ci degneremo di chiamare risultato sociale solo nel lontano svolto in cui si avrà società, e non più classi. Il che tra l’altro è condizionato anche dalla formula: non più scambio, non più produzione per lo scambio. Produzione sociale per il bisogno sociale.

E solo alla fine di questa non breve discussione manderemo a spasso la parola con cui si volle, e si vuole in tanti casi, respingere Marx e le sue corrosive verità materiali nei lembi del sogno, delittuoso o generoso che si chiami: la parola categoria.

Marx avrebbe infatti, non individuate le grandezze economiche e la loro materiale misura e calcolo, ma introdotte le “categorie” nell’economia, così come i filosofi hanno sempre lavorato alla loro introduzione nella logica ossia nella generale scienza delle leggi del pensiero.

Il valore quindi di una merce, il suo prezzo di produzione, non sarebbero proprietà determinabili realmente della merce di cui si tratta, come il suo peso o il suo prezzo in contingente luogo e data. Sarebbero categorie, ossia generali nozioni del pensiero o del linguaggio di tutti gli uomini che di merci si interessano o discutono, né Marx avrebbe dato a quelle e a tutte le altre analoghe nozioni diversa e maggiore portata.

Nel sistema marxista, il quale getta le basi di una soluzione originale e diversa della questione della conoscenza, non hanno posto categorie di sorta.

Una concezione come ad esempio quella di Kant, di cui come dicemmo talvolta si vede in Marx un seguace (!), si svolge tutta nel dare la caccia ad elementi irriducibili del pensiero contenuti in esso pregiudizialmente ad ogni sua relazione col mondo esterno; e pur rovesciando molti idoli antichi, e lunghi secoli di filosofico illusionismo, si finisce col fermarsi a tre capisaldi almeno, non deducibili dall’esperienza fisica ed empirica. Essi sono le “intuizioni a priori” dello spazio e del tempo, premesse ad ogni scienza della natura. E nelle scienze della società sono gli “imperativi categorici” che, insiti in ciascun individuo, gli mostrano il bene ed il male, gli comminano di seguire la via del dovere e della morale.

Non è qui il luogo di svolgere i nostri accenni alla posizione marxista circa la conoscenza fisica e il millenario dibattito oggetto-soggetto: certo è che già la scienza ufficiale ha per lo meno mostrato che le due intuizioni spazio e tempo possono ridursi ad una sola.

Ma certa è la estraneità e la incompatibilità del marxismo con ogni sistema, religioso o idealista che sia, fondato sulla regolazione del comportamento individuale, come fondamento del procedere del meccanismo sociale.

Il marxismo non sarebbe nulla, se non fosse la riduzione di questi “valori” categorici, in materia di etica – ed anche di estetica, ossia di senso del bello o del brutto – allo stabilire leggi dei fatti materiali esterni che, secondo le quantità di oggetti e di forze in gioco, determinano i fattori economici e permettono di mostrare con quanta variabilità oscillino le risultanze etiche, ed estetiche, da secolo a secolo, da paese a paese.

Marx, se non dispiace, non si dedicò a fondare nuove categorie del pensiero, ma ad attaccare le poche che restavano in piedi e demolirne la irriducibile assolutezza; e l’economia non fu il campo in cui egli abbia condotto a passeggiare il filosofico estro, ma quello su cui solidamente si fondò per sloggiare la primordialità dei valori morali, estetici, e anche giuridici e politici, anatomizzandone la scarsa consistenza e la mutabilità incessante.

E se non da lui, tutte le residue categorie del pensiero classico saranno risolte e scomposte, come le nebulose coi grandi telescopi, a complessi di fisiche accidentalità varie, nella società di cui Marx tracciò le leggi di formazione.

18. Si serve roba fresca

Crediamo che i nostri ascoltatori non si siano stancati dell’uso fatto di testi tutt’altro che recenti e del tradizionale metodo di porre le cose in chiaro pettinando le tesi (le controtesi) dovute non a palesi nemici, a dichiarati avversari del marxismo, ma avanzate da tipi anfibi che si dichiarano a loro volta socialisti, filoproletari, e se occorre rivoluzionari. Esempi classici sono i Lassalle, i Bakunin, i Dühring (di cui nel libro ora chiuso non mancano elogi e rivendicazioni di serietà contro la scarnificazione fatta da Engels), i Proudhon, i Rodbertus e così dicendo.

Veniamo tuttavia a qualche fonte che non solo è recentissima e quindi si presenta come “al corrente” di tutte le posizioni e le scuole moderne, ma che per di più appartiene non equivocamente ai difensori aperti ed ufficiali del sistema capitalista: sarà interessante come venendo mezzo secolo avanti, e trasferendosi dai vaghi socialpopolari ai dichiarati capitalisti, suonano esattamente le stesse campane, e ci si vibrano gli stessi colpi, a noi ostinati e immobili marxisti.

Usiamo a tal fine una serie di articoli a puntate inseriti nel 1953 e 1954 nella “Organizzazione Industriale” ossia nell’organo ebdomadario della Confederazione Generale dell’Industria Italiana. Freschezza dunque di data, paternità ineccepibile: nulla da dire. L’autore, G. B. Corrado, è professore di economia, ma dove, questo non lo sappiamo.

Ci serviamo in ispecie delle serie: Concetto di valore e moneta che lo esprime – Moneta e matematica – Moneta e tempo. Ci troviamo subito di fronte ad una decisa presentazione del mercantilismo moderno e capitalistico come sistema di leggi “eterne” e “naturali”, dalle quali l’umanità non uscirà e non potrebbe uscire, perché sarebbe sospendere la produzione, quindi il consumo, quindi la vita, e fare un collettivo harakiri. Sebbene dunque qui siano utilizzate, non senza incomodare ogni tanto Dio stesso, tutte le enciclopedie edite fino adesso in tutte le lingue, e richiamate tutte le risultanze ultime sulla fisica nucleare, e i concetti modernissimi di meccano-geometria dell’universo e della materia, noi rileviamo al solito che Carlo Marx aveva letto Corrado, visto che risponde a Corrado e guarda dalla stratosfera i passettini dei Corradi tutti.

19. Il feticcio moneta

Basteranno poche citazioni per dimostrare come il “demiurgo” di tutta una tale teoria sia la “moneta”, che esisteva in principio, attorno alla quale si gira, a cui sempre si ritorna, pur definendola costantemente una “incognita”. Non una incognita nel senso dell’analisi algebrica, cioè una quantità che “si scrive” col simbolo x e si chiama incognita, ma al solo fine di determinarla nel suo esatto valore, bensì incognita in questo altro senso: che può esservi inflazione o deflazione, basso potere di acquisto o alto potere di acquisto, moneta pregiata o moneta depregiata, non monta: il denaro esercita parimenti la sua miracolosa funzione; guai se sparisse: tutto si fermerebbe di colpo e morrebbe la specie umana.

Un poco strano questo tentativo di economia matematica in cui la moneta è a volta a volta definita incognita, definita numero, definita costante. L’autore vuol dire che il numero-moneta collegato ad un dato segno, o banconota, può corrispondere nel corso del tempo, e da mercato a mercato, a mutevolissima quantità di un bene o di un altro, di una merce o di un’altra. Varia quindi come mezzo di scambio e anche come “titolo” sui beni. La parola costante è poi usata non in senso matematico, bensì storico: matematica e storia escono maluccio da tutto questo. Sentite: «La moneta in corso si presenta come una costante di valore mutevole e dal moto perpetuo». Ora per il matematico le quantità sono o costanti, se il valore è fisso, o variabili, se il valore è appunto mutevole.

Ma qui tutto vuole sfociare alla eternità della moneta, che sarebbe eterna quanto la produzione e la vita, tacendosi che si è avuta produzione senza moneta (primo comunismo, baratto) e vita senza produzione (prime comunità di uomini vaganti e frugivori). «La produzione – equivalente della moneta – ci fu e ci sarà sempre (…) Ci sarà quindi sempre la moneta perché essa è uno strumento indispensabile ai servizi della produzione e quindi dei bisogni eterni dell’uomo, creatura di Dio». Ci siamo con Dio, tornato ormai di moda per avallare dottrine claudicanti. Ma non sono creature di Dio gli animali, che consumano e non producono? E Dio non creò Adamo perché consumasse senza lavorare? In effetti le cose non andarono così: per quel che ci dicono i miti, inventore della produzione (dunque della moneta a dir di Corrado) fu Satana in veste di serpente; per i pagani il comunismo era capitanato in terra da Saturno, simbolo di ogni saggezza; il denaro lo inventò la truce Mammona, avida di sanguinanti olocausti. Ancora: «La natura dei beni economici, rivestendo le proprietà dell’infinitesimo e dell’infinito… [lasciateci tamponare col nostro poco imparaticcio di scuola teologia e storia, poi verremo alla matematica di cui si fa un diverso governo] avrà sempre bisogno assoluto ed imprescindibile del numero moneta che di tali scambi è lo strumento indispensabile».

Quindi moneta eterna all’indietro e all’avanti, e quindi «la moneta è una costante in quanto risponde ad una esigenza costante dell’umanità». Questo carattere “feticcio” della moneta, analogo a quello della merce, trattato nel paragrafo celeberrimo di Marx, che ne svelò per sempre il segreto in un rapporto di spostamento coatto di lavoro-valore tra uomini e uomini, è palese in quanto invece di dare dimostrazioni realmente storiche e sperimentali si ricorre ad ogni passo a fattori soprannaturali: «Il papiro diventa sempre più indispensabile alla produzione, che diventa sempre più sinonimo di scambio (!), e diventa sempre più sinonimo di scambio perché il Creatore ha posto come condizione tecnica della soddisfazione degli interessi del singolo la soddisfazione dei bisogni e degli interessi del prossimo».

Non occorre meno del Padreterno per assumere che l’interesse di un singolo a mangiare non coincida con l’interesse a far digiunare un altro o tanti altri, in regimi sia storicamente anteriori che posteriori allo scambio e alla moneta.

20. Somiglianze commoventi

Ha dunque tanta importanza che questo scrittore difenda con tale impegno l’eternità del meccanismo mercantile, la sua naturale immanenza all’economia, alla vita degli animali sociali? Indubbiamente: si scrive, si parla dal giornale consacrato soltanto alla difesa diretta degli interessi industriali, capitalistici, e si ha qui una prova che il capitalismo non può contrastare la nostra tesi della certa non lontana sua sparizione, e sostituzione con altre forme di produzione, che collegando disperatamente la produzione con lo scambio mercantile e con la mercantile legge del valore, dello scambio tra equivalenti.

Perché questo, collegandoci col “Dialogato con Stalin”, ci permette per via scientifica di dedurre che l’economia russa in tanto è mercantile in quanto è capitalistica, che la pretesa del famoso ultimo scritto teorico di Stalin sul socialismo che rispetta e applica la legge del valore, serve di rigorosa prova del carattere in effetti non socialista non solo della reale economia russa, ma anche della politica economica di quel governo.

Sono queste le effettive prove “a posteriori” di validità indiscutibile in sede di ricerca, che valgono anche quando la esposizione si presentasse, per facilità di diffusione, come una costruzione “a priori”. Mentre la stessa ricerca perde ogni credito, e ricade nelle costruzioni “a priori” per la sua stessa essenza, quando per provare un fatto smentito dalla osservazione empirica (eternità dello scambio) si ricorre alle decisioni di un dio.

Non meno suggestivo è che il modo di battere in breccia la nostra deduzione marxista del valore, e delle sue leggi “prima dello scambio”, abbia le stesse battute che trovavamo in uno dei tanti disertori del socialismo, come quello prima utilizzato. Sentite qualche altro passo. «Chi dà il valore alle cose sono gli uomini… perciò è assurdo parlare di omogeneità e costanza dei valori… Il concetto filosofico che il valore di una cosa, e la sua stessa esistenza, non sia quello che è in sé e per sé (ossia come potrebbe esserlo agli occhi di un essere perfettissimo come Dio), ma ciò che noi crediamo che sia, è l’espressione delle più comuni e ricorrenti realtà…. Anche qui l’immateriale domina il materiale, lo spirito trasforma la materia e le nostre stesse reazioni… Dio ha fatto l’uomo in modo che sia massimo il numero delle cose che possono piacergli… e ciò spiega, anche fisiologicamente (!), l’efficacia, il valore, l’utilità della pubblicità …».

Questo discorso ce lo sentiamo fare ad ogni passo (altro esempio del nostro terra terra andare a posteriori): sei un essere perfettissimo come un dio? No, e allora fregati, non puoi pretendere di sapere che cosa è la “cosa in sé” e di calcolare il suo valore; adesso ci penso io a dartela da bere, e a costruire la mia scienza e la mia prassi sulla statistica di come ho fatto fessi quelli che mi sono stati ad ascoltare. La sola scienza possibile è questa mia! La scienza, che si pretendeva – ammazzali! – scritta da Marx, di come gli uomini si lasciano illudere.

21. Matematica ed economia

Siamo al solito punto della fondazione di una scienza economica con metodi quantitativi e quindi con impiego del calcolo matematico. Le teorie sono molte dal campo borghese, ma tutte tendono a stabilire che si può tentare di scrivere la funzione dei prezzi e la funzione dello scambio, ma non si deve osare di introdurre e cercare di desumere con leggi matematiche la quantità: valore.

L’affare dell’applicazione della matematica alla scienza, nel campo fisico, mezzo secolo fa camminava “comme sur des roulettes” e si trattava solo di mettere analoghe rotelline sotto la fisiologia, la psicologia e la sociologia. Ma prima che a tanto si fosse giunti, hanno fatto un certo affare quelli che amano ogni tanto uscire dal seminato e far venire – più irriverenti spesso di noi crassi materialisti – alla ribalta la divinità, la immaterialità dello spirito e altri antichi o moderni stupefacenti: la faccenda del legame fra matematica e fisica solleva da qualche decennio dispareri e difficoltà di non lieve peso, ma soprattutto tali che il pettegolare culturgiornalistico ci ha potuto sovrapporre campagne sensazionali come quelle di moda a proposito di scandali da spiaggia.

Ora per dire da pover’uomini (i cittadini di Poveromo, località Apuana) qualcosetta in materia, cominciamo con lo stabilire che la cosa si imbroglia se si considera la matematica come una costruzione del puro pensiero, astratta e precedente ad ogni applicazione alla natura. Per noi essa è un utensile dell’umanità come tutti gli altri, quindi sempre più complesso ma mai definitivo e perfetto, che si deforma nell’impiego, e che viene trasformato da chi lo impiega ogni volta che se ne forgia uno novello: e per noi è impiego non di singolo anche eccellente, ma di specie collettiva.

Ed allora noi più che seguire elucubrazioni speculative sul piccolo e grande numero, sull’infinito e l’infinitesimo, seguiamo, per fare un po’ di luce da poveri portamoccoli (tra tanti fari abbaglianti) la storia della matematica usata in epoche successive dalla società umana, la quale anch’essa (lega contro la bestemmia, state ferma) riflette la successione dei modi di produzione.

Forse ricordate come la topografia nacque prima della geometria, e alla sua origine fu l’arte dei terminatori di campi dopo che le inondazioni fecondatrici del Nilo si ritraevano: sissignori, siamo imparziali, dobbiamo alla proprietà privata della terra il teorema di Pitagora e i libri di Euclide, e non lo diciamo (sarebbe da PCI) per tirare al comunismo tutti i ginnasiali.

Non faremo tutta questa strada! Arriviamo alla fine e al Corrado 1954. Ciò che egli sembra tratteggiare si chiamerebbe una “economia quantistica”. Non soltanto quantitativa, ma basata, come la fisica di Plank, sui quanta economici.

Il quantum è una porzioncina fissa, piccolissima, di energia, di luce, come il corpuscolo (atomo, particelle minori che l’atomo oggi si dice compongano) lo è di materia. Tutti i quanti sono uguali tra loro, e sono “insecabili”. Quindi la luce varia “a scatti”, sempre di tanto. Suppongo che il quantum di luce sia stato individuato, e che non sia il fotone, ma il nostro misero moccolo intellettuale. Voglio più luce, non posso aggiungere mezzo moccolo o due terzi di moccolo: o niente o un secondo moccolo uguale al primo: due moccoli. Poi non due e un terzo, non due e mezzo, ma tre, quattro, e così via. La luce insigne che promana da uno scrittore non come noi fossilizzato, ma in continuo aggiornamento, che acquisisce i dettami del progresso moderno e si tiene in pari con edizioni ed accademie, si misuri pure come mille, un milione dei nostri quanta-moccoli: non è permesso che ci accechi con novecentonovantanove moccoli e mezzo.

Se la natura funziona per quanti allora la matematica da applicare si riduce, è chiaro, alla teoria dei numeri intieri. Tra tre e quattro ad esempio si forma il vuoto, non ci servono più i decimali: le frazioni, e gli infiniti numeri irrazionali che era possibile con certe diavolerie inserire tra due frazionari diversi di un millesimo, e meno.

Studenti non urlate di gioia: solo aritmetica, non algebra, calcolo, analisi, ma l’altra aritmetica vi farà tremare vene e polsi: il pensiero ed il cervello si muoveranno molto più a fatica di prima.

22. Misteri dell’infinito

Nella matematica economica costruita al fine di rendere il concreto valore cosa incommensurabile e inafferrabile, vediamo fatta una gran parte a misure di moneta infinite e infinitesime: miliardi di miliardi di dollari, e miliardesimi se vi pare di reis brasiliani. Ma a che servono queste astrusità se non a difendere disperatamente il segreto fasullo del feticcio-moneta, la sua inconoscibilità come valore? È avvenuta non poca confusione.

Vediamo un poco. Da millenni gli uomini quando hanno bisogno di matematica usano due apparati, che si chiamano del discretum o del continuum. Domandarci se la natura è fatta (creata…) secondo il discreto o il continuo, non ha senso alcuno, trattandosi solo di vedere come meglio, in date fasi della sua vita fisica, la specie umana ha realizzato vantaggi usando, per dati complessi di rapporti materiali del circostante ambiente, i due utensili: il computo del discretum, il computo del continuum.

Non vediamo molto probante quindi il… bottone attaccato a proposito di un bottone della giacca, che ai nostri sensi appare fatto di un materiale continuo, ma che secondo la fisica moderna consta di invisibili molecole, queste di atomi, gli atomi di nuclei ed elettroni, i nuclei di protoni, neutroni, eccetera. Niente paura, nemmeno quelli della Confindustria portano bottoni di uranio, ma delle solite inerti pastiglie senza sale né pepe di radioattività. Vogliamo dunque anche scomporre il prezzo infimo del bottone in molecole economiche impalpabili, sebbene i ragazzini sul marciapiede si giochino bottoni, proprio perché sono la sola cosa che per essi non ha prezzo, e trovano ovunque senza moneta?

Anzitutto, se usiamo un apparato quantistico, o discreto, o di soli numeri intieri, avremo sì in gioco la legge del grande numero (che nella fattispecie non ci imbarazza, poiché se il tempo di lavoro, ad esempio, non consente di stabilire il prezzo di quel solo oggetto, consente sicura ricerca per milioni di simili oggetti presenti sul mercato…) ma non sarà più il caso che di parlare di grandezze finite: non infinite, né infinitesime. Tutto è misurato da un numero: questo non può essere più piccolo di uno, che è finito, e può essere grandissimo, ma sempre segnabile con una serie di cifre figurative. Quindi un tale infinitare non è, nella questione del valore mercantile, che farragine e spauracchio, checché sia dell’universo, e del bottone.

L’uso ad ogni modo dell’utensile matematico discreto non solo è antichissimo, ma precede l’altro: il postulato della continuità di Dedekind caratterizza la produzione sociale nell’epoca borghese. Ma era già apparso prima, con i grandi dialettici greci, e ciò con analogia alla possibilità di definire un capitalismo (certo un mercantilismo) nel mondo classico.

Pitagora concepisce ancora la linea geometrica secondo il discretum: è una fila di granellini invisibili di minutissima sabbia. Tra due punti (granelli) della linea deve esistere un numero finito (grande quanto si voglia) di punti intermedi. Pitagora applica il suo teorema al famoso rettangolo del muratore: tre, quattro, cinque: tre metri su un lato, quattro sull’altro a squadro, cinque sulla diagonale. Si verifica nove più sedici venticinque (il più analfabeta dei muratori non verifica, ma fa così tracciando lo spiccato della casa). Ma se il triangolo fosse (senza andar lungi) tre e tre… la “ipotenusa” non sarebbe più data da un numero esatto: questo avrebbe infinite cifre decimali. L’utensile pensiero dovette fare un grande balzo. I pitagorici erano ancora uno stadio precritico del pensiero della classe dirigente greca: si affidavano alla teosofia, alla trasmigrazione dell’anima; eccellevano nella musica che sommamente impiega matematica, ma con l’utensile discretum: rigidi numeri finiti danno le vibrazioni delle corde a unisono o intonate tra loro.

23. La freccia e la tartaruga

In una società teocratica può bastare a dirigere un popolo di agricoli la mistica e la musica, non basta in una società di artigiani avanzati ed in un certo senso di industriali (anche se con produzione schiavista e non salariata). Qui occorre misurare, pesare, definire misure e quantità di merci che si imbarcano per mercati lontani, sia pure ancora mediterranei.

Zenone va oltre Pitagora. Se la freccia, dall’arco del cacciatore alla mira, percorre sulla sua traiettoria tanti punticini, allora quando è in uno di essi è ferma, e non si muove, ma pure va da un capo all’altro. Ed allora: dimostrazione che il moto non esiste? Questa fu la banale lettura: il potente dialettico Zenone di Elea dimostrò invece che, dato che il moto esiste (poiché se fai i soliti dubbi sull’esperienza, ti faccio provare a configgerti la freccia nel deretano) necessita concludere che sulla traiettoria – finita – i punti sono infiniti, e che la freccia percorre spazi “evanescenti” in tempi “evanescenti”, ma tuttavia il rapporto di questi spaziucoli a questi tempuscoli dà la velocità, concetto concreto e finito.

Tale l’atto di nascita dell’infinitesimo: col quale nacque (nella testa dell’uomo) l’infinito. I trenta metri di corsa della freccia li posso dividere in trenta appunto, in trecento decimetri, in tremila centimetri, in trentamila millimetri, ma ho anche imparato a dividerli in trattolini così corti, che la loro lunghezza è come nulla, e il loro numero va oltre tremila, trentamila, e tre seguito da mille zeri. Lietissimo to meet you; onoratissimo, signor Infinito. Ed io, homo sapiens.

Ora se l’economia fosse quantistica come Corrado mostra credere, non ci sarebbe motivo di applicarle, oltre al calcolo di probabilità e alla legge dei grandi numeri, anche l’algebra, la commensurabilità delle parti del valore, e il calcolo, apparato che germinò all’epoca borghese (Leibnitz, Newton) dal greco seme. Ed allora non ci sarebbe motivo di tanto rumore sugli infinitesimi di valore. Ma a noi interessa il calcolo infinitesimale solo come mezzo di trovare quantità finite nelle nostre formule sul capitale costante, il salario, il profitto, la rendita, come interessava a Zenone per qualche cosa di ben finito e concreto: la velocità della freccia.

Zenone è poi famoso per l’Achille, che nella versione di sofisma (la sofistica non fu pagliettismo ma un moto rivoluzionario e critico contro il tradizionalismo religioso e autocratico degli oligarchi) diceva: il piè veloce Achille non può raggiungere la tartaruga. La storiella è bellina. Achille parte handicap, ossia a mille metri dalla tartaruga. Fa i mille metri, ma quella davanti a lui ne ha fatti cento. Corre i cento, ma quella è a dieci. Vola i dieci, ma l’altra precede di un metro. Travalica il metro, ma quella è a dieci centimetri. Il ragionamento va all’infinito, ma la tartaruga sta sempre un certo che più avanti: ha vinto la gara. La soluzione è che sommando infiniti tratti corsi da Achille si ha una lunghezza finita ed esatta (se vi interessa è diecimila diviso nove, ossia metri 1.111, virgola uno, uno, uno…) dopo i quali la tartaruga è raggiunta. Tale lunghezza finita è la somma “di infinite piccole lunghezze”.

Tutto il ragionamento Confindustriale sulla eternità dello scambio vale il sofisma di Zenone (nella borghese lezione fasulla). Poiché la moneta e lo scambio sono eterni, l’Achille proletario non raggiungerà mai la tartaruga capitalista. L’economia matematica non ha integrata la questione, noi, con don Carlo, sì: tra poco la porremo allo spiedo.

“il programma comunista” n. 18, 1-14 ottobre 1954

24. Sforzo e risultato

È stato utile presentare come in un organo diretto del profitto capitalista industriale trovi giusto posto – con impiego inesausto quanto confuso di teologia, storia, matematica – il tentativo di provare che in materia economica la determinazione del valore delle merci e della stessa moneta sfugge alla conoscenza umana e scientifica. È infatti un interesse immediato di classe il sostenere che nel campo dell’economia non si possono impostare e risolvere problemi di relazione quantitativa tra gli sforzi impiegati e i risultati ottenuti, come da che la società moderna borghese è sorta si è saputo fare nella scienza applicata. La società moderna si sviluppa decisamente colla macchina a vapore, ed è per essa un passo storico decisivo il calcolo della potenza della macchina termica e la sua misura in cavalli-vapore (vedi al proposito Engels nelle “Condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra”, sebbene, almeno nelle traduzioni, appaia qualche errore di terminologia teorica tra forza ed energia, che del resto anche oggi avviene nel linguaggio dei pratici).

Il cavallo-vapore è quasi l’espressione del salto tra una umanità che alla forza muscolare dell’uomo ha saputo solo aggiungere quella dell’animale, come ulteriore mezzo di produzione (a parte qualche energia naturale come l’acqua dei fiumi e il vento) e una nuova società che aggiunge la forza del calore, ossia la trasformazione dell’energia termica in meccanica.

Fin dal principio la nuova organizzazione sociale ha considerato problema di prima importanza quello del rendimento: ottenere il più possibile di energia meccanica motrice da un chilogrammo di carbone fossile. Ricerche quantitative stabilirono, al grande svolto in cui sorse la moderna termodinamica, perfetto e finito apparato teorico, che non solo vi era un limite insorpassabile nell’equivalente meccanico del calore (aspetto della legge della conservazione dell’energia) ma che il rendimento “uno”, ossia il massimo, non si sarebbe mai raggiunto perché si può ottenere che una quantità di lavoro (meccanico) diventi tutta calore, ma il contrario è impossibile: con Clausius teoria ed esperimento hanno provato ai tecnologi applicatori che, con qualunque fluido e qualunque ciclo, solo una parte dell’energia termica può divenire energia meccanica: il resto va a riscaldare un pezzetto dell’universo ambiente (da cui, generalizzando, la supposizione che un giorno l’universo sarà un grande “stagno immobile” a temperatura costante). Ora su una conclusione del genere bisogna andarci piano, ma la questione quantitativa tra carbone bruciato, e meglio, con vero rigore, tra vapore prodotto in caldaia e lavoro reso dagli stantuffi o dalla turbina, è indiscutibile.

25. Scienza e tecnica

Tutto l’agitare dubbi sulle modernissime accezioni fisico-matematiche, al fine di stabilire la inconoscibilità quantitativa in economia, la impossibilità di questi “diagrammi di rendimento” come li ottenne la prima volta l’orologiaio Watt col suo indicatore (vedi sempre Engels), nel macchinone sociale che consuma lavoro e produce oggetti di consumo, e il far balenare infinitamente grandi e infinitamente piccoli, è pura blague di una classe che chiude gli occhi per non vedere e soprattutto per non fare aprire quelli altrui.

Abbiamo ricordato le due concezioni del discretum e del continuum, ossia della materia pensata, grosso modo, come una sabbia, o come un vetro, per dire che non ha alcun senso domandarsi se nel “pensiero razionale” le grandezze astratte o lo spazio puro debbano essere discrete o continue. Queste elucubrazioni sono abbordabili solo per la via storica. Si sono a volta a volta saggiate le due opposte supposizioni, con utili risultati: si tratta non di proprietà del pensiero, ma di transitorie, contingenti, convenzioni tra uomini e uomini.

Ad esempio nella stessa grandiosa epoca della cultura ellenica si applica, come visto nei graziosi “sofismi” di Zenone, il concetto del continuum (e quindi del computo degli infinitesimi) alla teoria degli effetti fisici sensibili (velocità dei mobili), e si afferma con Democrito ed Epicuro, appartenenti alla stessa scuola che è sì “razionalista” ma anche sicuramente “materialista”, la suddivisione della materia in atomi in continuo moto: anche il vetro, anche l’acqua sono come la sabbia; e non avevano microscopio. Dunque continuum matematico e discretum fisico erano buoni amici. Col grande rinascimento della scienza borghese il continuum servì a spiegare i moti e le forze meccaniche terrestri e celesti in modo grandioso, e il discretum a fondare la chimica, la scienza della qualità dei corpi esistenti in natura e delle loro combinazioni.

Così il calcolo infinitesimale dà piena ragione del legame tra temperatura e pressione del vapore e lavoro ottenibile colla sua espansione; su ciò l’ingegnere e il macchinista fanno da allora pienissimo assegnamento. Supponiamo che ai fini della decifrazione di altri problemi ottici, elettromagnetici e di fisica corpuscolare si possa utilmente scrivere che temperatura ed energia variano non per continui infinitesimi, ma per piccolissimi sbalzi finiti, o quanti, non per questo nel loro campo quelle relazioni tecnologiche perderanno di sicurezza e precisione di impiego, e Clausius discenderà a fesso.

La teoria dei grandi numeri o quella delle quantità evanescenti non servono dunque affatto per dare da bere che non si possa sottoporre a verifiche quantitative e di rendimento la massa sociale della produzione e del consumo.

26. Il lavoro di Dio!

Per arrivare a salvare la incessante riproduzione di una massa di beni, di ricchezze, di valori, di effettivi oggetti di consumo e servizi, che alcune classi sociali prelevano dalla massa sociale a loro benefizio senza avere erogato contributi di lavoro, il giro e rigiro di questi contemporanei economisti si riduce ad aggiungere al lavoro, come fonte del valore, altre fonti.

Essi sono fermi a posizioni già demolite da Marx con la possente critica a cui ora ed altre volte abbiamo già largamente attinto. Pretendono di bel nuovo, rinculando rispetto a Ricardo, che il capitale sia lavoro accumulato non solo, ma anche lavoro “trovato”, e che quindi sia capitale anche la terra, che sia capitale anche la moneta, non in quanto titolo “civile” a metter la mano su capitali, ma come fonte per virtù propria di frutto, analoga a quella della terra. Anzi deve dirsi che queste versioni 1954 sono meno scientifiche di quelle di due secoli prima, mercantiliste e fisiocratiche.

Udite per l’ultima volta il nostro ebdomadario dei fabbricanti. «L’applicazione di una legge matematica al valore economico delle cose è tanto razionale come il desiderio di quel pazzo che voleva prendere il treno per Genova rimanendo seduto sulla tettoia della stazione centrale di Milano. Se fosse possibile fissare il valore dei beni ciò implicherebbe non solamente l’arresto della evoluzione del genere umano, ma la sua cristallizzazione (!) e quindi per biologica conseguenza porterebbe alla sua estinzione». Da quanto tempo diciamo, noi del marxismo, che per la ideologia della borghesia dominante la fine del suo privilegio (virtualmente contenuta nella scoperta teorica del rapporto di classe che sfrutta classe) non altro può significare che la fine del mondo?

Ed allora vediamo come ragiona chi sa essere “razionale”. Ciò dopo avergli concesso di elargirci la storiella di Rothschild, ben nota ai nostri bisnonni, ma che oggi si applica al miliardario (s’intende) americano, con la quale si vorrebbe spiegare la legge del grande numero. L’autista brontola per i pochi cents di mancia: con 5 milioni di dollari che avete! E lui: Ne ho dieci, non cinque, ma sai quanti sono gli uomini sulla terra? No? Te lo dico io: due miliardi. La tua parte sarebbe mezzo centesimo: te ne ho dati 25! Volete la risposta? Sta perfino nelle Lotte Civili del buon De Amicis, marxista quanto una torta al lattemiele.

Ma vediamo il vertice della scienza datata 1954, il teorema supremo della inafferrabilità, che ci dovrebbe far rinunziare a “cogliere” il valore economico come Ferravilla nel duello del sciur Panera: se si muove, come faccio a infilzarlo? Eccovi: «Come il mondo fisico, anche il mondo economico si muove continuamente; i beni prodotti dal lavoro di Dio e dal lavoro dell’uomo (capitale) subiscono infatti un processo ininterrotto di trasformazione dal momento in cui nascono (produzione) a quello in cui apparentemente muoiono (consumo) e non possono essere prodotti né consumati se non spostandosi continuamente da un luogo all’altro».

Qui non v’è altro Dio rispettato se non il Mercantilismo, per cui la essenza e del consumo e della produzione è lo scambio-trasporto: Dio dunque non lavora quando la tribù primitiva, o il contadino moderno, mangia il suo grano.

Come quindi non è usata in modo razionale la matematica e la storia, così non potrebbe meno razionalmente usarsi la stessa teologia: in questa non troveremo mai illavoro di Dio, ma solo la grazia di Dio. Dio non lavora, non produce e non consuma; almeno fino a che non risulti che anche lui è diventato un prestatore d’opera, e dipende dalla Confindustria.

Tutto fa brodo, e nei campi più diversi si pesca, pur di sfuggire alla strettoia di riconoscere che ogni valore in circolazione nel mondo capitalista e mercantile sorse da lavoro degli uomini per gli uomini, e non lo rovesciò nel circolo né la divinità, né la natura, né la magica formula capitalistica per cui Rothschild ereditò i miliardi dell’antenato, che nell’anno zero buscò in regalo i 25 cents della storiella: l’interesse composto.

27. Partito ed accademia

Dopo la riunione di Genova, dedicata ad una critica dell’economia occidentale ed in specie americana, dimostrandone le contraddizioni inesorabili tra aumentata produttività del lavoro e rifiuto di diminuire il tempo di lavoro, per sostituirvi la esaltazione di consumi interni ed esteri della mole crescente paurosamente di merci prodotte, un giovane compagno scrisse al relatore una lettera chiedente la confutazione delle teorie che sentiva esporre nel corso, coscienziosamente seguito, dell’Accademia di Genova (patria della Confindustria come del superiore insegnamento di discipline economiche e commerciali). Egli si diceva ben convinto delle posizioni marxiste ma chiedeva confutazione delle formule di varie scuole, di vari autori, tendenti a dare espressione del valore di mercato delle merci. Citava Kinley, Del Vecchio, Wieser e si fermava sulla equazione del Fisher, che si chiama infatti “equazione dello scambio” e che fa dipendere il prezzo di una merce dai soli fattori di offerta e di domanda: quantità di merce esistente sul mercato, da un lato, quantità di mezzi di pagamento esistenti sullo stesso dall’altro, e velocità di circolazione degli stessi.

Ora questa è sì una teoria quantitativa, dato che si esprime con una equazione matematica, ma sta agli antipodi della nostra ricerca in quanto non cerca di esprimere il valore della merce secondo dati risultati nella produzione, ma lo fa variare puramente secondo le circostanze del mercato. Si tratta di una delle tante versioni dell’economia ufficiale, da quando storicamente essa rinculò dalla posizione “classica” o ricardiana del valore-lavoro, e si disperse nei rigagnoli della registrazione mercantile.

A questo giovane compagno ci limitammo per allora a mandare in risposta una citazione di Marx ove questi ricercatori stipendiati ricevono le staffilate del caso, e che liquida anche quelli, oggi titolari di cattedre, che quando Marx scriveva dovevano nascere ancora. Volevamo per tal via portare in evidenza il diverso terreno di impostazione della questione e la impossibilità della ingenua richiesta di “conciliare” quei risultati ultimi della scienza accademica, coi nostri solidamente inchiavardati da quasi cento anni.

28. Economia e volgarità

Così Marx risponde: «L’economia classica si sforza di ricondurre, con l’analisi, le diverse forme della ricchezza alla loro unità interna e di spogliarle della forma nella quale esse stan vicine, indifferenti le une dalle altre».

Qui Marx ricorda la riduzione di rendite e interessi a parti del profitto, plusvalore.

«Ne va in modo radicalmente diverso per l’economia volgare, la quale non si sviluppa che quando con la sua analisi l’economia classica ha distrutto le condizioni su proprie, o almeno le ha gravemente scosse, e la lotta esiste di già sotto una forma più o meno economica, utopistica, critica e rivoluzionaria; poiché lo sviluppo dell’economia politica e della contraddizione che ne risulta va di pari con lo sviluppo reale delle opposizioni sociali e della lotta di classe, contenute nella produzione capitalistica. Non è che quando l’economia politica è pervenuta ad un certo sviluppo, posteriormente dunque a Smith, e che essa si è data delle forme deteminate, che l’elemento il quale non è che la riproduzione del fenomeno in cui si manifestano queste forme, cioè l’elemento volgare, se ne stacca per diventare una teoria a parte».

«Di più, l’economia volgare, nei suoi primi tentativi, non trovò la materia completamente lavorata né elaborata, essa fu dunque costretta a collaborare più o meno alla soluzione dei problemi economici. Fu il caso di Say. Bastiat non rappresenta ancora l’apogeo. Fa ancora prova d’ignoranza e non ha che una tinta superficiale di scienza che egli arrangia alla meglio nell’interesse delle classi dirigenti. In lui l’apologetica resta appassionata e costituisce il suo vero lavoro, poiché attinge negli altri il fondo della sua economia secondo i suoi bisogni. L’ultima forma è la forma professorale; essa procede storicamente e, con una saggia moderazione, spizzica dovunque quello che vi è di meglio; poco importano le contradizioni, si tratta unicamente di essere completi. Tutti i sistemi perdono quello che faceva la loro anima e la loro forza, e tutti finiscono per confondersi sul tavolo del compilatore. Il calore dell’apologetica è qui temperato dalla sapienza che getta uno sguardo di commiserazione benevola sulle esagerazioni dei pensatori economisti e si contenta di diluirli nelle sue elucubrazioni. Poiché queste specie di lavori non si fanno che quando l’economia politica ha, come scienza, terminato il suo ciclo, noi vi troviamo, nello stesso tempo, la tomba di questa scienza. Inutile aggiungere che questi uomini si credono egualmente bene al di sopra delle farneticazioni dei socialisti. Anche le idee vere di uno Smith, di un Ricardo, ecc., paiono qui vuote di senso e diventano “volgari”. Un maestro in questo genere è il professore Roscher che si è annunciato modestamente come il Tucidide dell’economia politica. La sua identità con Tucidide proviene forse dal fatto che egli si figura che lo storico greco confonda sempre la causa e l’effetto».

29. Le scuole del prezzo

A questo punto dell’esposizione di Asti, altro giovane compagno presente, di Messina, chiese al relatore di volergli dare il relativo carteggio, al fine di stendere una risposta, tratta da studi che anche egli aveva fatto su trattati universitari di economisti borghesi. Questo compagno ha preparata una nota, corredata a sua volta di citazioni di Marx, in cui è messa in rilievo la confutazione di quelle varie teorie ed i quesiti sul valore intrinseco e convenzionale della moneta. In detta nota viene esaminata la terna di teorie, che è utile ricordare qui ai lettori, salvo ulteriori trattazioni apposite sulla moneta.

1. Teoria “oggettivistica” del valore, che lo riporta al costo di produzione, della scuola classica o scientifica. È la teoria di Ricardo dalla quale Marx partì; ma considera come costo di produzione la sola spesa per capitale costante e capitale salari: Marx aggiunge il profitto al medio saggio ed ha il prezzo di produzione, che proponiamo chiamare valore di produzione, dato che in Marx lo stesso è pari al valore di scambio dei classici.

2. Teoria “soggettivistica” della scuola psicologica o austriaca. Come la borghesia “si accorge” che le sue rivendicazioni sono di classe e non di tutta la società, lascia in tutti i campi l’oggettivismo e torna sul soggettivismo. È la teoria dell’utilità marginale, che è in relazione al bisogno del singolo, ossia tiene conto della sua personale soddisfazione: varrebbe milioni un bicchiere di acqua in pieno Sahara, nulla il più squisito dolce per chi avesse la nausea del consumato banchetto.

3. Teoria dell’”equilibrio economico”, della scuola detta matematica. Tale scuola come dicemmo non usa la matematica per trovare leggi causali, nella genesi del valore di produzione, ma solo per dedurre il prezzo al mercato dai dati quantitativi del mercato. Vuol spiegare perché non solo il prezzo di singole merci oscilla, ma anche lo fa quello della merce equivalente generale, la moneta. L’inflazione o deflazione dipenderebbe dalla scarsezza o abbondanza di moneta, tenuto conto della sua velocità, o capacità di servire in dato tempo a successive contrattazioni di scambio.

Nelle considerazioni di Marx, senza che avesse letto questa piccola gente – contenute sia nel Capitale, Libro Primo, che nella Critica dell’Economia politica – è già definitiva la dimostrazione che questi fattori di necessità soggettiva o di sazietà, come quelli di larghezza o ristrettezza di segni del valore e specie monetaria, non possono determinare che variazioni secondarie per natura e per portata, e che si equilibrano nella media intorno al valore desunto dai dati del processo sociale di produzione; e tanto più quanto il capitalismo mercantile – tipo sociale di produzione – si estende.

Il modo quindi con cui il valore delle merci si cifra rispetto alle monete cartacee convenzionali e forzose, anche se i numeri che lo rappresentano variano enormemente, non incide sulla portata della legge del valore di produzione.

Tutta questa ricerca dei vari economisti mercantili quindi segue un vicolo cieco di cui da tempo conosciamo il fondo, e non ci riguarda più.

Troveremo i borghesi, vogliano o non, sulla strada maestra della funzione di produzione. Allora discuteremo con loro sul “limite” della funzione. Per essi è continua, e non ha svolte acute, per noi presenta un “punto singolare”, ove la direzione della dolce curva si infrange; tutte le direzioni sono al tempo stesso possibili, come i raggi dei frammenti che partono da una centrale esplosione. La rivoluzione sociale.

30. L’economia del “Welfare”

La parola Welfare vuol dire benessere, prosperità, alto tenore di vita, ed è di moda in America, schierandosi attorno ad essa tutti i difensori dell’attuale andamento delle cose: euforia, spese sempre più forti, produzione sempre più spinta, e la pretesa di dimostrare che il medio benessere è in continuo accrescimento.

Molte cose interessanti presenta questa tendenza, e noi ci serviamo di un recentissimo scritto di J. J. Spengler, della università di Durham, che ha per titolo:Economia del Welfare e problema della sovrappopolazione.

La dottrina di cui si tratta si contrappone decisamente a quella marxista, eppure la sua impostazione è per noi del massimo interesse perché viene a dimostrare che l’avversario teorico deve ormai accettare il combattimento aperto e male si chiude nella farragine del soggettivismo o del mercantilismo ondeggiante e volutamente inafferrabile.

Matematicamente e storicamente parlando, la difesa del capitalismo viene con questa modernissima dottrina in una zona più illuminata.

Anzitutto col dare la maggiore importanza al famoso indice del “reddito individuale” in relazione al “reddito nazionale” – e la relazione che li lega è appunto il problema scabroso dell’aumento demografico – gli economisti del capitalismo vengono sul terreno della produzione, e riconoscono che non valgono trucchi mercantili a sfuggire al confronto tra forza produttiva e numero sociale di consumatori. Vedremo che per questi teorici i prezzi non sono più fatti “naturali” incontrollabili e superiori alla volontà sociale, ma essi sostengono che se l’economia capitalista vuol resistere, deve arrivare a plasmare secondo dati piani la “struttura dei prezzi”. Diciamo subito che si tratta del livello dei prezzi in vari settori di consumo, e li vedremo subito concludere per alto prezzo dei viveri, basso dei manufatti! Ben lo sapevamo.

Questi non cercano più le equazioni di scambio del Fisher, ma impiantano – alla loro maniera – una funzione di produzione: lo Spengler adotta quella di Douglas Cobb, di cui vedremo, pur non potendo esagerare nell’apparato matematico, di chiarire il senso; allo stesso tempo contrapponendola alla funzione di produzione di Marx. Naturalmente in quella del “Welfare” non sono in evidenza le classi, come nelle quantità da noi usate; ma le ragioni sono ben chiare.

Storicamente poi è interessante come questo autore, senza polemizzare con Marx, che non nomina né cita, vada più indietro di lui, e dichiaratamente colleghi la recentissima scuola del benessere nientemeno che con Malthus e colle sue note opere apparse intorno al 1830 sulla Economia Politica e sul Principio di popolazione.

Malthus aveva secondo Spengler intravista la soluzione che consentiva di adeguare gli alimenti alla popolazione; od anche di migliorare il primo indice rispetto al secondo. Egli aveva tracciato due modelli: il primo risponde alla fase in cui una società riesce a far crescere la produzione in proporzione al numero dei suoi componenti, il secondo quello in cui riesce addirittura a migliorare il rapporto; superando così in ambo i casi la sua famosa formula (considerata più letteraria che scientifica) che la popolazione cresce in proporzione geometrica, la produzione di alimenti in proporzione solo aritmetica.

31. Quel bravo Malthus

Ecco così il vecchio figuro elevato anche lui a benemerito dell’umano benessere! La sua vera teoria non era che si dovesse ridurre le nascite colla moral restreint, ossia colla castità dettata da ragionamento ed ascetismo, e nemmeno comprimere ad ogni costo la popolazione. Per lui la stessa poteva anche restare costante o crescere lentamente, e si potevano avere prodotti a sufficienza; la sua proposta era ben chiara: rendere di difficile accesso i prodotti che servono ai bisogni alimentari, e tenere nel disagio la classe che lavora, rendere più a buon mercato ed accessibili gli oggetti di lusso.

Tanto è vero, che è meglio farlo dire dall’ammiratore sfrenato ad un secolo di distanza. È per noi prezioso questo parallelo: esso conferma la nostra tesi che a un dato svolto le teorie di classe si definiscono e si contrappongono, e che la scienza sociale avanza a grandi esplosioni secolari e non per fastidioso stillicidio di imparaticci accademici e di compilazioni sciatte che, come Marx disse, usurpano il nome di scientifica ricerca.

Malthus, come Ricardo, e come Marx, scrive in uno svolto decisivo della storia: il capitalismo prende figura e profilo netto contro i vecchi sistemi economici feudali; il socialismo proletario abbozza già la critica teoretica del trapasso dal secondo al primo e dello sviluppo della società nuova borghese.

Ecco come Spengler riporta la dottrina del ritrovato Maestro:

«Mentre Malthus sembra essere stato al corrente della portata dei cambiamenti nella struttura dei prezzi, egli non ne ha specificato chiaramente l’origine; probabilmente perché aveva presente allo spirito l’equilibrio di modello 2 (tenore di vita medio in aumento malgrado l’aumento della popolazione) e perché egli non attribuiva eccessiva importanza ai possibili effetti di un tale cambiamento nelle condizioni del modello 1 (tenore di vita medio costante con aumento di popolazione). Egli era apparentemente consapevole che un effetto di sostituzione si sarebbe determinato contro (o a favore) della generazione di molti figli, in conseguenza di un cambiamento nella struttura dei prezzi che avrebbe comportato un relativo decrescere o crescere del prezzo di quei prodotti che entrano nelle spese di riproduzione e di allevamento dei bambini; e un corrispondente decrescere o crescere dei prezzi di altri gruppi di prodotti. Egli (Malthus) descrive come “desiderabile” che “l’abituale nutrimento” del popolo “sia caro” e che il prezzo delle comodità, degli articoli di conforto e dei generi di lusso sia abbastanza basso da estendere queste costumanze fra la popolazione. Presumibilmente, avendo in mente le condizioni del modello 2, egli supponeva che l’introduzione di questo tipo di struttura dei prezzi avrebbe compressa la natalità, stimolato il consumo, generato bisogni, sostenuto il reddito per testa di fronte alla pressione demografica, ritardando così la trasformazione delle condizioni di modello 2 in quelle di modello 1».


32. La nostra risposta

Prima di ogni altro sviluppo e per dimostrare che Malthus è degnamente presentato e giustamente seguito dal moderno supercapitalismo di America, non vogliamo che riportare parole già scritte da Marx, molte generazioni prima degli Spengler e del loro “cinico ottimismo”.

I passi, veramente classici e decisivi, si trovano nel VI tomo francese della Storia delle Dottrine Economiche:

«Questa teoria di Malthus dà nascita a tutta la dottrina della necessità di un consumo improduttivo senza posa crescente, dottrina che questo apostolo del controllo della popolazione per mancanza di nutrimento ha predicato con tanta insistenza.
«Tutte queste conclusioni discendono dalla teoria fondamentale di Malthus sul valore. Questa teoria, d’altronde, si adattava in modo notevole allo scopo perseguito: la glorificazione dello Stato sociale inglese con i suoi landlords, lo Stato e la Chiesa, i pensionati, i collettori d’imposte, le decime, il debito pubblico, gli agenti di cambio, gli sbirri, i preti, i lacchè, tutto ciò che la scuola di Ricardo combatteva come resti inutili e pregiudizievoli nella produzione borghese. Ricardo è il rappresentante della produzione borghese nella misura in cui essa significa lo sviluppo sfrenato e senza riguardo delle forze produttive sociali, qualunque debba essere la sorte dei produttori, capitalisti o operai. Egli ha difeso il diritto storico e al necessità di questo grado di sviluppo. Tanto egli manca di senso storico dove si tratta del passato, tanto ne mostra per la sua epoca. Malthus vuole anche egli lo sviluppo il più libero possibile della produzione capitalista, nella misura in cui la miseria delle classi lavoratrici ne è la condizione; ma chiede che questa produzione si adatti nello stesso tempo alle esigenze di consumo dell’aristocrazia e di tutto ciò che la completa nella Chiesa e nello Stato, e serva di base materiale alle pretese sorpassate dei rappresentanti degli interessi trasmessi in eredità dalla feudalità e dalla monarchia assoluta. Malthus ammette la produzione borghese nella misura in cui non è rivoluzionaria, non costituisce un elemento storico e fornisce semplicemente una base materiale più larga e più comoda all’antica società.
«Abbiamo dunque, da un lato, la classe operaia che, secondo il principio del popolamento e perché sempre troppo numerosa in proporzione alle sussistenze che le sono destinate, costituisce sovrapopolazione per la sottoproduzione; poi la classe capitalista che secondo lo stesso principio, è sempre capace di rivendere agli operai il loro proprio prodotto a prezzi tali che essi non ne possano acquistare se non il puro necessario per non morire di fame; in più l’enorme categoria dei parassiti e fannulloni gaudenti, padroni e servitori, che si appropriano gratuitamente, a titolo di rendita o di altro, una massa considerevole della ricchezza, pur pagando queste merci al di sotto del loro valore col denaro sottratto agli stessi capitalisti; e la classe capitalista, spinta alla produzione, rappresenta l’accumulazione, mentre gli improduttivi non rappresentano, dal punto di vista economico, che il semplice istinto del consumo, la dissipazione. D’altronde, è questo l’unico mezzo che esista di sfuggire alla sovraproduzione, che esiste da quando vi è sovrapopolazione in rapporto alla produzione. La sproporzione fra popolazione operaia e produzione scompare per il fatto che una parte del prodotto è consumata dai non produttori, dai parassiti; e lo squilibrio della sovraproduzione capitalista è corretto mediante il sovraconsumo dei ricchi gavazzatori».


33. Spengler non è solo

Non è solo Spengler ad andare sulle orme di Malthus. Il nostalgico feudale vescovo inglese e i moderni “portavoce” dell’alto capitale hanno in comune la legge storica che per avere aumento di prodotto e diminuzione di consumatori occorre tenere la massa che lavora a basso consumo, soprattutto di generi di prima necessità, ma allo stesso tempo tenere alto il prodotto integrale. Ed allora per il consumo del prodotto in più la soluzione di Malthus sono i parassiti del corteggio preborghese; la soluzione dei modernissimi è la “struttura dei prezzi”, il che vale “struttura dei consumi”. La struttura caldeggiata nei due così lontani tempi è la medesima: pochi generi alimentari, molti generi per consumi “differenziati”, di lusso.

I modernissimi sostituiscono alla banda parassitaria dei nobili e loro codazzo la stessa indistinta massa dei consumatori nazionali, costringendoli a consumare da imbecilli: poco alimento, molto attrezzamento per bisogni fittizi.

Essi ritengono che una massa molto eccitata e drogata ma poco nutrita farà meno figli e il loro famoso prodotto pro capite si terrà alto. Noi abbiamo risposto da oltre cento anni, da quando abbiamo adottata la classica parola proletariato, che viene da prole. La massa affaticata e sfruttata fa troppi figli, e la legge non va verso il compenso, ma verso lo scompenso e la rivoluzione. Le due leggi sono in diretto contrasto.

Tutto il moderno pensiero della classe dominante si tormenta davanti al problema demografico. Non è solo Spengler a vedere la salvezza nella fame. Il dott. Darwin junior prevede cinque miliardi di uomini fra un secolo, e cifre spaventose più oltre, preconizzando la crisi di distruzione della specie. Un prof. Hill parte decisamente in lotta contro l’applicazione dei progressi scientifici a salvare vite umane. L’India cresce ogni anno cinque milioni. Egli propone di non usare in India penicillina e DDT, come freno demografico, rimpiangendo le storiche paurose epidemie e carestie di quel paese.

Gli “ottimisti” demografici come l’inglese Calver e il tedesco Fuchs pensano invece che con l’aumento demografico si va al miglioramento delle condizioni di vita, e mostrano di mantenersi sulla ipocrita formula della “libertà dal bisogno” e della lotta alla miseria. Fuchs vede tra cento anni non cinque ma otto miliardi e sostiene che fino a dieci miliardi ce la facciamo a mangiare.

Ma il sig. Cyril Burt, altro britannico, ci regala una “teoria degli stupidi”. Egli rileva che le classi agiate figliano sempre meno, le povere sempre più, e lo stesso rapporto corre tra popoli bianchi avanzati e popoli selvaggi. Prevede quindi che il corso va verso l’aumento, per ereditarietà, degli incolti (per lui lavoratore uguale stupido) e l’aumento dei popoli non bianchi che sopraffaranno noi europeidi. Egli pretende con lunghi studi di aver constatato l’aumento della fessaggine sociale da quarant’anni. Non una parola di più: ha ragione.

Tutti costoro si chiudono in una via senza uscita perché vogliono scoprire il senso del decorso ammettendo aprioristicamente che tutto debba restare come oggi: divisione della società in classi, e mercantilismo. Noi diciamo che non appena la divisione di classe sia superata socialmente, ossia abolito il connettivo mercantile tra produzione e consumo, il problema si risolverà da sé con produzione ridotta, tempo di lavoro sociale ultraridotto, aumento di popolazione ridotto e in dati casi invertito.

Struttura dei consumi non da “stupidi”. Sono, avete ragione signori, gli stupidi che figliano, ed oggi vi fanno sudare camicie perché non vi cali tra le mani la cifra pro capite.

La vera difesa della specie è anche contro l’inflazione della specie. Ma ha un solo nome: comunismo. Non folle accumulazione di capitale.

Storicamente le due opposte posizioni si chiariscono bene. Ma occorrerà che le vediamo nella scabrosa “funzione di produzione”.

Sarà la nostra ultima tappa.

“il programma comunista” n. 19, 15-20 ottobre 1954

34. La funzione di produzione nella economia del “benessere”

È indispensabile dare ragione della funzione di produzione di Douglas Cobb adottata dallo Spengler “malthusianista moderno”, di cui abbiamo trattato, facendo di tutto per rendere accessibile il senso della formula matematica che la esprime. Dopo aver constatato che nella “lotta di classe teoretica” tra dottrina rivoluzionaria e scienza ufficiale, la seconda si considera snidata dai tortuosi vicoli della teoria mercantile dei prezzi, e costretta ad accettare battaglia nell’ardente campo della produzione, non possiamo non affrontare il confronto tra le radicalmente contrapposte “funzione di Marx” e “funzione di Malthus”.

Abbiamo avuta una chance formidabile nel nostro duro compito di sostenere che Marx (per intenderci) ne sapeva assai più di quelli che hanno studiato e scritto dopo di lui, e fino ad oggi, vincendo la soggezione idiota, e purtroppo diffusa anche nelle file proletarie, del “modernismo” e dell’aggiornismo, in quanto l’avversario ha dovuto fare due mosse che indicano la sua pericolosa situazione strategica: passare dal mercato alla produzione; ed alzare contro la nostra bandiera, immutata da un secolo, la frusta palandrana del vescovaccio anglicano vecchia di centocinquant’anni.

Questa lotta di fredde formule è dunque, piaccia o no, vivamente politica, e solo quelli per cui politica è affare di chiacchiere e di imboniture possono storcere la bocca davanti all’amaro calice delle espressioni matematiche, che al più cercheremo con la nostra molta pazienza e poca destrezza di inzuccherare sugli orli.

Uno “zucchero” sul serio sarebbe dare la nota di Marx su Malthus e sul pretismo protestante che potete leggere (è lunga due pagine) nella edizione Avanti!, pp. 581-82 (Cap. XXIII, par. 2). L’opera giovanile sul Principio di Popolazione che fece tanto chiasso è del 1798: «Quantunque pastore anglicano Malthus fece voto di celibato, condizione per essere fellow a Cambridge» … «Questa circostanza depone favorevolmente per lui in confronto degli altri pastori protestanti che, dopo avere infranto il comandamento del celibato cattolico, hanno rivendicata come loro speciale missione l’adempimento del precetto biblico “crescete e moltiplicatevi” in tale misura da contribuire ovunque indecentemente all’aumento della popolazione, mentre predicano ai lavoratori il principio della “limitazione delle nascite”. È caratteristico come sia stato monopolizzato dai signori della chiesa protestante questo delicato punto della teologia, questo travestimento economico del peccato originale, questo pomo di Eva, la “pungente brama”, gli “ostacoli che mirano a spuntare gli strali di Cupido”, come spassosamente dice il reverendo Townsend…».

Segue un divertente rilievo sul fatto che l’economia politica, studiata da filosofi e statisti in primo tempo, interessò poi tanto i preti. E qui Marx cita il vigoroso Petty, che scrisse: «la religione fiorisce dove i preti soffrono maggiori privazioni, come il diritto dove gli avvocati si fregano dalla fame». Questi consiglia ai pastori protestanti, dato che non vogliono mortificare la loro carne nel celibato, come dettò san Paolo, di non generare un numero di preti maggiore di quello dei 12.000benefizi compresi nel bilancio inglese dell’epoca.

Lascio a voi leggere poi come i vescovi protestanti si scagliassero con frasi non meno sceme contro Adamo Smith che, ammiratore del grandissimo filosofo Davide Hume, ne aveva vantato lo stoico ateismo col particolare che sul letto di morte, dopo una vita esempio di virtù, leggeva sereno Luciano e giocava al whist. “Ridete dunque sulle rovine di Babilonia, inneggiate al Faraone, indurito nel vizio!”. Voi che sulle parole di Hume ritenete che “non vi sia né Dio né miracoli!”.

Da quando fummo svezzati abbiamo sempre detto che v’è qualcosa di più detestabile di un prete romano cattolico: ed è un prete riformato.

35. Ci siamo: la formula

Bisogna venire all’amaro. Nella funzione di produzione adottata da Spengler e da tutta la scuola del “Welfare” non figurano le quantità di valore apportate dal capitale fisso, dal salario, e dal plusvalore, in ogni merce, nel prodotto di una azienda o in tutto il prodotto sociale. Figurano sì il prodotto nazionale di un anno, la forza-lavoro, e la ricchezza-capitale della nazione, ma solo come “indici” ossia come numeri che ne rappresentano la variazione rispetto ad un anno di partenza, per il quale le tre grandezze contemplate si pongano uguali ad uno, o, come si fa più spesso nelle statistiche, a cento.

Mentre la relazione data da Marx è semplice, costituendo una addizione, e quindi in linguaggio matematico è una “funzione lineare” (come si sa nel linguaggio comune diciamo lineare una cosa che subito si capisce da tutti); la relazione di Douglas Cobb è “esponenziale”, poiché figurano elevazioni a potenze, e queste non sono ad esponente intero, come il quadrato o il cubo che tutti conoscono, ma ad esponente frazionario, che metterebbe in un certo imbarazzo un liceale maturo ma sprovvisto di rivoltella. Vediamo di uscirne.

Con la lettera Y indichiamo il “reddito nazionale”, o meglio l’indice del reddito nazionale rispetto ad un anno di confronto. In Italia ci dicono all’incirca che il reddito nazionale nel primo dopoguerra era seimila miliardi, oggi ha raggiunto i diecimila. Se la base 1946 è cento, l’indice di oggi è 167.

Per reddito nazionale intendiamo la somma di tutte le entrate dei cittadini siano essi operai, impiegati, produttori diretti, commercianti, proprietari, industriali. In genere lo si calcola dai redditi tassati di lavoro, impiego, capitale, proprietà: accettiamolo come ce lo danno.

Questa quantità viene ormai dai borghesi, ed è una concessione obtorto collo alle verità marxiste, definita anche come valore aggiunto dal lavoro nella produzione (vedi Dialogato con Stalin, Giornata terza).

Vi è poi la lettera L, che rappresenta l’indice della forza di lavoro. Questo indice si riferisce al numero di persone. Dovrebbe essere il numero di persone addette alla produzione, ma è preso dagli autori cui ci riferiamo come indice di popolazione. Ciò vale ritenere che sia sempre quello il rapporto della popolazione produttivaalla totale (vedi parte prima di questo resoconto), e comporta anche l’assunzione che nel periodo allo studio non varii il grado di occupazione e la complementare rata di disoccupazione degli atti al lavoro.

La terza lettera K rappresenta, sempre quale indice, la “ricchezza producente reddito”. Qui bisogna chiarire. K non è soltanto il capitale, ma tutto il complesso del capitale industriale, commerciale e finanziario e dei patrimoni immobiliari. Inoltre K non è (come nella nostra funzione lineare) il capitale-merce, il capitale-prodotto uscito dalla produzione in un anno, il famoso “fatturato” dell’azienda capitalista pura, ma tutto il valore degli impianti di produzione, anche di quella grandissima parte che alla fine del ciclo annuale di lavoro resta reintegrata nel suo valore. K sarebbe dunque l’indice del “patrimonio nazionale” più ancora che del “capitale nazionale”: per ora non domandiamoci come le statistiche forniscono tale misura.

Ecco la formula ridotta alla più semplice espressione:

Y = Lm K(1-m)

La formula intera è ancora un poco più complessa. Abbiamo tolto un primo coefficiente A che può servire ad equilibrare le unità monetarie di misura nel loro oscillare, e che si ammette uguale ad uno, quindi si cancella. Alla fine vi è poi altro fattore che influisce sull’indice, ed è R che dovrebbe segnare l’indice della variabile “produttività tecnica del lavoro” ed è elevato ad un coefficiente t che indica il numero di anni passati: si può toglierlo di mezzo supponendo per ora che la tecnica sociale sia immutata. Ne diremo più oltre: non mangia i bambini.

Tuttavia dobbiamo rendere la cosa meno scabrosa usando dei numeri al posto delle lettere. L’imbroglio sta in quell’esponente m piccolo. Diciamo subito che per gli autori della teoria esso è uguale a 0,75. All’ingrosso l’indice del lavoro influisce sull’indice del reddito non coll’esponente uno (ossia come l’ha fatto mamma), ma con un esponente ridotto ai tre quarti. L’altro quarto? Lo troviamo esposto a destra in alto di K, attribuito al capitale-ricchezza: infatti se m vale 0,75, è facile vedere che1 – m vale 0,25.

La dottrina comincia col dire: poniamo questa formula. Poi si sostiene che ricerche empiriche sulle statistiche hanno condotto i numerosi autori della scuola a calcolare m da 0,70 a 0,80 in vari paesi, e si prende 0,75. Adottato.

Vediamo subito la deduzione pratica.
 

36. Numeri più commestibili

All’anno di partenza gli indici Y, L, K sono tutti 100. La formula dice in tal caso:

100 = 100 0,75 x 100 0,25

Orbene, questo aritmeticamente è esatto, dato che i due esponenti sommano uno.

Il conteggino è un poco scocciante, e chi sa usare i logaritmi può farlo. Egli troverà le innocenti cifrette: 31,623 x 3,1623 = 100. Siamo fermi al palo di partenza, e non dobbiamo preoccuparci.

Dobbiamo pregarvi di prenderci sulla parola quando andiamo a dirvi che la conclusione non muta, per variazioni degli indici poco rilevanti, se alla forma esponenziale sostituiamo una forma approssimata e (grazie a dio) lineare, che è questa: Y = 0,75 L + 0,25 K.

Allora verificate senza logaritmi che alla partenza 100 = 0,75 x 100 + 0,25 x 100. Lapalissiano.

Il senso della tesi avversa si comincia a vedere: per fare aumentare il benessere il lavoro conta a tre quarti, e per l’altro quarto conta la ricchezza. Noi ce la saremmo cavata presto (ma il confronto a dopo): Y = L, e tu K vai pure a farti fregare.

In gamba ora, figlioli. L’anno comincia a scorrere e… i preti protestanti a figliare. Se la popolazione cresce ogni anno dell’uno per cento (non ce la fanno solo a Napoli e a Tokio) l’indice L andrà dopo un anno da 100 a 101. Che sarà successo di Y, se il capitale si è fermato a 100?

Vedremo con tutte e due le formulette (consigliamo tenersi alla seconda in tempo di tempesta):

Y = 101 0,75 x 100 0,25 = 0,75 x 101 + 0,25 x 100 = 100,75

Noi avremmo detto: vi è stato l’uno per cento di forze-lavoro in più, e il valore del reddito è salito di uno per cento, ed è 101: nossignore; è solo dello 0,75 per cento in più.

Ma prima di arrivare al superiore concetto della prosperità, il nostro autore si preoccupa di un altro indice essenziale, l’indice non più del reddito nazionale globale, ma del reddito pro capite, del reddito individuale; sia esso ricavato dividendo per il numero di abitanti, di capaci al lavoro, di lavoratori impiegati, qui non cambia nulla. Questi sono tuttavia cresciuti da 100 che erano a 101 (giusta come i preti di Malthus razzolano e non predicano) e quindi Y : L che era 100 : 100, e quindi 1, uno, ci diventa tra le mani 100,75 : 101 che, se consentite, fa 0,9975, colla diminuzione di 0,0025 ossia (niente paura) di un quarto per cento. Se la popolazione cresce, il benessere diminuisce. Non lo diciamo mica noi, ma il testo: «se il rapporto del lavoro al capitale cresce dell’uno per cento, la remunerazione del lavoratore singolo decresce di circa un quarto per cento». Inteso.

Rimedio, dunque, far diminuire i lavoratori di numero? Giammai: questo non solo lo contestiamo noi violentemente (altrove e fuori formula la nostra risposta! Che ne fate dell’indice del tempo giornaliero di lavoro, messeri?) ma non lo dice nemmeno sul serio Malthus, pastore 1800, né le pecorelle – con artigli di lupo – del capitalismo 1954. Il rimedio – at-ten-ti! – si chiama con le parole di fuoco: accumulazione del capitale.

Ed infatti, venite qui poveri numerini buoni buoni, bisogna che cresca, perché Lucifero, Cupido e il dio dei pastori siano placati, insieme alla popolazione, anche la ricchezza “nazionale”; e deve quindi K salire a sua volta. Bene. Salga a 101. Avrassi:

Y = 101 0,75 x 101 0,25 = 0,75 x 101 + 0,25 x 101 = 101.

Curiosità per i maturandi: le calcolazioni sono talvolta rigorose tutte e due.

Ed allora il reddito nazionale non è andato solo, col fiato grosso, a 100,75; ma è salito francamente anche lui a 101. Evviva! Ma un momento, chiede il testo, che ne è del reddito individuale? Semplice: 101 diviso 101: è sempre UNO come prima. In parola: se la popolazione cresce, occorre che nella stessa misura cresca il capitale, se proprio si vuole che il benessere resti stazionario!

Ma questi signori sono almeno tanto progressivi quanto un palmizio. Il reddito pro-capite deve, per tutti i diavoli, salire, quando la popolazione sale, anche lui dell’uno per cento all’anno: se no dove vanno a finire prosperità e civiltà cristiano-borghese? Ehi, numeri!

Vediamo come fare. Proviamo a far salire il capitale del due per cento. Non ci siamo ancora, dato che

Y = 0, 75 x 101 + 0,25 x 102 = 101,25.

Ma questo globale di 101,25 va diviso, non dimenticate, per 101 partecipanti al banchetto: il reddito singolo è divenuto, da 1, solo 1,0025, ed ha solo guadagnato un quarto per cento.

Bruciamo le tappe. Sempre fermo che in un anno la forza-lavoro è salita dell’uno per cento, il capitale salga del 5 per cento:

Y = 0,75 x 101 + 0,25 x 105 = 102;
Y / L = 102 : 101 = 1,01 circa.

Dunque se in un paese, in un anno, la forza-lavoro (popolazione) cresce l’uno per cento, purché il capitale accumulato cresca del cinque per cento, potrà accadere che il reddito personale cresca l’uno per cento. Più numerosi e più felici.

37. Il buon Dio a giornata?

Un momento, di grazia. I numeri a scriverli sulla carta costano tutti lo stesso, quelli per il lotto e quelli per il calcolo sublime. Abbiamo ordinato a K di salire a 101 e poi a 105. Ma nella realtà come questo può avvenire? In un solo modo: accumulazione; con termine equivalente: investimento; con termine equivalente:risparmio. Badate che non deduciamo noi, ma seguiamo fedelmente le enunciazioni del testo avverso.

L’uno per cento di ricchezza nazionale K si può ricavare ed aggiungere solo se si consuma di meno sul reddito dell’anno precedente! Ma badiamo: per questi signori il capitale è non solo il valore del prodotto, ma quello di tutto il macchinone sociale, natura compresa! Quindi essi non chiedono l’aumento della ricchezza al miracolo e al “lavoro di dio” (come l’ineffabile monetarista di nostra conoscenza della italica Confindustria) ma al risparmio, ossia al lavoro… del fesso.

Secondo gli autori in questione il valore della ricchezza generante reddito è da quattro a cinque volte quello del reddito nazionale. Così tutta l’Italia varrebbe oggi, col reddito a diecimila miliardi, appena cinquantamila miliardi. Non neghiamo che colle formule U.N.R.R.A. l’hanno avuta ancora più a buon mercato, tuttavia tale cifra risponde a circa un milione seicentomila per ettaro: passi per la cima del Gran Sasso, ma non per il Duomo di Milano o la Fiat motori.

Vada tuttavia per il rapporto 5, scoperto dai prosperisti. Essi dicono infatti che per accantonare uno per cento di accumulazione bisogna risparmiare sul reddito 4 o 5%.

Allora da capo. Se non siamo buoni risparmiatori, salendo da 100 a 101 perdiamo benessere. Vogliamo tenerlo stabile: occorre risparmiare tanto da portare K anche da 100 a 101, ossia uno per cento della ricchezza totale, dunque 4% sul reddito di ogni singolo. O anche 5.

Più progressisti di così, si entra nel PCI. Per evitare il guaio che il mio bilancio personale annuo perda un quarto per cento ho una ricetta infallibile: faccio a meno di consumare il 5%. Mangio per il quattro e mezzo per cento di meno, ma è salva la prosperità generale! E la mia personale!

Tuttavia io voglio poter leggere nei giornali che il reddito è salito di uno per cento: vedemmo che K deve andare a 105. Molto bene: basta che il singolo produttore-consumatore metta da parte 20 se non 25 sul suo reddito, che era cento. La conclusione è quanto mai brillante: il lavoratore che non ce la fa a campare e comunque vuole maggiore benessere, aspira ad aumentare la sua entrata singola, la sua quota del reddito nazionale, dell’uno per cento all’anno: vi giunge facilmente, se lui e tutti gli altri accettano di consumare 80 al posto di 100! Il vantaggio che avranno l’anno vegnente, sarà di passare non da 100 a 101, ma da 100 a 81!

Si dice che la matematica non è un’opinione, invece anche colla matematica banale si possono fare trucchetti: il lettore può credere che scherziamo, che abbiamo cambiato le carte in tavola ai professori in questione. Occorre che citiamo: lo dicono proprio loro.

Rivista “Scientia”, numero di aprile 1954, pag. 130: «With population and labor force stationary, increasing output per worker one per cent per year would entail a saving rate of about 16-20 per cent per year». «Con popolazione e forza di lavoro stazionarie l’aumento di entrata dell’uno per cento per lavoratore e per anno comporterà una rata di risparmio del 16-20% all’anno». Il testo calcola per L = 100 e K= 104; noi lo abbiamo fatto per L = 101 e K= 105.

38. Benessere da altre fonti

Prima di passare alla critica della legge ipotizzata dagli economisti del Welfare, non vogliamo tacere quanto essi risponderebbero davanti a questa strana prospettiva di miglioramento. Vi è il continuo aumento, per le nuove risorse tecnico-scientifiche, della forza produttiva del lavoro, che consentono alla stessa forza di lavoro di produrre maggiore ricchezza. Secondo i testi della scuola negli ultimi decenni e nei paesi più sviluppati questo effetto, che era indicato col fattore Rt, sarebbe 1,01t: ciò significa che ogni anno si avrebbe un aumento di reddito dell’uno per cento rispetto al precedente; a parità di forza-lavoro e di ricchezza precedentemente accumulata.

Ammettiamo pure questa rata di progresso, considerata come massima. Vuol dire che il reddito singolo 100, per passare in un anno a 101, non avrà bisogno di nulla, se la popolazione fosse stazionaria. Ma se questa cresce dell’uno per cento, solo effetto del progresso tecnico sarà appunto che il reddito individuale non avrà bisogno di risparmio, per restare fisso. Se però, giusta i dettami della prosperità, deve crescere dell’uno per cento, ciò va come prima chiesto al risparmio: questo diminuirà di quattro, o di cinque, e sarà di 16 al posto di 20, o di 20 al posto di 25%.

Tutto il risultato cambia in questo: il lavoratore che vuole portare il reddito o l’entrata da 100 a 101 dovrà – con tutti gli altri – consumare non 80 ma 84. In altri termini arriverà alla pari non dopo 20 anni, ma dopo 16, dato e non concesso che nulla venga ad interrompere la progressione automatica della produttività.

Fino a questo punto abbiamo considerata la pecuniaria entrata in denaro, ma qui viene la vera finezza maltusiana della dottrina del Welfare. Altro, essa stabilisce, è l’output, il gettito individuale, altro è il vero benessere. Su questo influisce il modo di suddividere i propri consumi. A parità di reddito speso – si capisce che l’impiego numero uno è sempre il saving, ossia il non consumare, ma investire con dolce offerta al capitale accumulando – il benessere può crescere o decrescere. Questo dipende dai “gusti” del singolo o da quelli prevalenti in una popolazione (pubblicità in tutte le forme aiutando) ed anche dalla famosa “struttura dei prezzi” ossia dal facilitare certi consumi col prezzo ridotto, e diminuire certi altri col prezzo sostenuto.

Non ci è qui certo possibile svolgere tutte le analisi e gli schemi che le vogliono rappresentare, al fine di risolvere il famoso quesito della popolazione optima. Abbiamo già detto che le conclusioni della maggior parte di questi economisti si orientano verso la restaurazione del dettato di Malthus: struttura di alto prezzo e basso consumo di alimenti; basso prezzo ed alto consumo di tutta l’altra serie di beni e servizi, dal vestito, al cinema, alla motoretta, ecc.

Le conclusioni di questa scuola sono che anche nelle aree di popolazione addensata può aversi uno sviluppo del “benessere” sebbene la popolazione continui ad aumentare coi ritmi rilevanti constatati negli ultimi tempi. Non si nascondono tuttavia le gravi preoccupazioni per molti paesi moderni che corrono verso la sovrappopolazione, ossia tendono a passare oltre l’optimum tanto elaboratamente cercato della popolazione, facendo rovinare sia l’optimum numerico che il manipolato e drogatissimo moderno “welfare”.

39. La società del Welfare

Abbiamo già varie volte mostrate le differenze tra la nostra presentazione della società capitalista moderna, e quella contenuta nelle formule ora discusse. Ma si deve insistere su alcune altre. Noi cerchiamo soprattutto le classi e la suddivisione del valore prodotto tra tali classi: ne diamo la formula per una società borghese “modello” in cui siano presenti tre classi: lavoratori che ricevono salario, imprenditori che ricevono profitto, proprietari che ricevono rendita. Le nostre formule ripartono il prodotto sociale, e il reddito sociale, tra i tre gruppi.

Nella peculiare società cui si applica la formula della forza del lavoro L e della ricchezza K si ragiona come se tutti i componenti della società fossero lavoratori e come se la ricchezza K fosse sociale, ossia vi partecipassero tutti gli abitanti. Se infatti non si nega che la distribuzione del reddito globale tra i singoli non è certo uniforme (si plaude anzi toto corde a Malthus nella sua osservazione che il trasferire parte dei redditi ai relativamente più poveri costituisce una diversione dalla formazione di grandi capitali – infatti quei miserabili sarebbero capaci di papparsi tutto, e non “salvare” nulla) si ragiona sull’indice L come se esso contenesse tutti i componenti della società ossia tutti fossero lavoratori – nei soliti rapporti di età, sesso, ecc.

E quando si chiede di risparmiare una data aliquota – si conclude dal nostro scrittore che per i paesi più felici (leggi America) questa non deve essere minore di un 10 o 12% – la si calcola riferendosi a tutto il numero L senza nessuna esclusione anche minoritaria. Si considera dunque il reddito nazionale come l’insieme di redditi singoli omogenei, di un solo tipo.

Adunque questi maltusiani di oggi non portano in evidenza, non solo i rentiers e i loro cortigiani e preti, ma nemmeno gli imprenditori. La loro è una società in cui si immagina che il “patrimonio” di ogni azienda sia di tutti i cittadini o quanto meno di tutti i suoi dipendenti. Ognuno viene infatti a spartire quanto di reddito salta fuori dalla forza-lavoro (a tre quarti!) e dalla ricchezza sociale nazionale, o aziendale. Quando poi risparmia, è chiaro che riceve in cambio azioni di cointeressenza nella propria azienda, che hanno il carattere di una compartecipanza al reddito nazionale “da capitale”.

Questo supercapitalismo truccato, che traspare da tutte le indecenti apologie da Digest sulla felix America, si basa sul regalo agli operai di poche azioni della fabbrica, e sull’appioppare loro “a rate” una buona parte dei prodotti di essa o di aziende similari in altri settori della “struttura dei consumi”.

Un simile sistema, nel suo ingranaggio fondamentale, inesorabilmente mercantile, aggioga appunto il produttore consumatore, il lavoratore produttivo, a sottoscrivere rate del suo lavoro avvenire – una nuova e più turpe schiavitù – imponendogli di avere un corpo e due anime, di aggiungere al suo essere di lavoratore che regge una parte viva del peso sociale la livrea di consumatore non produttivo. E su tutto questo troneggia la equazione imbecille tra prosperità e libertà.

40. Confronto con Marx

Se io fossi un capitalista, e un difensore della utilità storica della accumulazione del capitale, fatto positivamente affermato in tutta un’epoca, che per l’Occidente ci sta dietro le spalle, ma per l’Oriente vive con assoluto diritto e inarrestabile efficienza, preferirei parimenti calcolare la accumulazione con la formula di Marx e non con questa, ammantata di scienza ma intimamente irreale ed imbecille, del Welfare.

In Marx l’accumulazione è chiesta al plusvalore e non al salario: sta dunque a carico del profitto e della rendita, non mai della remunerazione del lavoratore. Divisa la società nelle tre classi, non ha interesse o senso fare medie che escano dal coacervo di basse remunerazioni per milioni di uomini, e di alte entrate di capi di azienda e grossi fondiari.

Il lavoratore riceve il suo salario e lo consuma tutto. In origine esso basta appena a farlo vivere, colla aumentata produttività esso cresce, ma in ragione assai più lenta di questa: eleva il suo tenore di vita ma non raggiunge nemmeno per sogno gli euforici livelli ai quali gli si può dire: metti da parte!

Il capitalista e il fondiario hanno l’alternativa tra consumare personalmente o col loro poco codazzo di parassiti profitto e rendita, o consumare di meno, e magari essere sobri fino al livello del convenzionale “per capita income” medio, che surclassa i migliori salari e stipendi, dedicando il resto ad investimento ulteriore, per la accumulazione progressiva del capitale.

In altre parole il capitalista di Marx, il personaggio del nostro modello di società borghese, è assai meno indecente come sfruttatore e speculatore di quello – o della anonima azienda, o dell’anonimo Stato-capitalista – che incontro nel modello sociale – falso e inesistente – di quelli del Welfare.

Il capitalista di Marx può di leggeri ammettere di essere una macchina per prelevare valore dal lavoro dei suoi operai e destinarlo alla funzione sociale di accrescere l’attrezzatura tecnico-produttiva in una misura che le economie non capitalistiche non avrebbero mai potuto raggiungere. Egli agisce in una società di classe, ma nello stesso tempo viene ad attuare la conquista storica di trasferire la produzione dal piano individuale a quello sociale.

La società di Spengler (modello immaginario) non è che un egualitarismo mercantile, cosa che molti confondono col socialismo. Essa si può truccare in tal guisa, mascherando gli extraprofitti dei paesi superindustriali, in quanto non scevera e mette in evidenza il modello puro della società di imprese, ma lo diluisce nel misto delle società odierne contenenti una massa almeno di metà di piccoli borghesi e classi medie. Può quindi giocare sull’equivoco delle medie statistiche. Ma il risultato è assai magro. Immaginando che il reddito da lavoro e il reddito da ricchezza piovano su tutti, e che tutti col risparmio contribuiscano ad accumulare per i nuovi investimenti, non si arriva, dopo avere imposto ai redditi minimi la pesante percentuale di risparmio del 12, 16, 20 e 25% perfino, che ad una rata di accrescimento del capitale sociale dell’uno per cento annuo, e, sposandola con l’aumento della produttività, del 2%. Sono rate ridicole: in un secolo l’incremento annuo dell’uno per cento non conduce che ad un capitale tra doppio e triplo di quello iniziale!

Col due per cento si avrebbe che nei cento anni di vita del capitalismo la ricchezza sociale si sarebbe appena moltiplicata per sette! E queste cose le beve il pubblico della patria dei miliardari!

41. Conti secondo Marx

Nel corso di questo studio (n. 15 di Programma) abbiamo dato le cifre del famoso quadro della riproduzione semplice di Marx, esteso alla società ternaria, che si riassumevano, su 10.000 di prodotto, nelle parti seguenti: Capitale costante 6.000, salari 1.500, profitti 1.500, rendite 1.000. In una simile società quello che si chiama reddito nazionale sarebbe di 4.000. Supponiamo che all’anno di partenza questa società sia di cento persone, e consideriamo un fondiario, due capitalisti (in ciascuna delle due sezioni) e 97 lavoratori.

Il reddito medio individuale è evidentemente 40. Ma esso risulta per il fondiario 1.000, per i due capitalisti 750, per i salariati 1.500 : 97 ossia 15,45.

I signori borghesi hanno ammesso che si possa operare su modelli sociali, che si abbia il diritto di usare per unità di valori una contingente unità monetaria malgrado questa tenda a oscillare, e, col loro ingranaggio che parte da una ipotesi matematica sulle leggi che reggono il modello, hanno perso ogni diritto di definire la costruzione di Marx come una tautologia, ossia di tacciarla di supporre arbitrariamente quello che si vuol trovare e provare.

Orbene, quale dei due modelli vi pare somigli più alla società in cui vivete?

Proseguiamo, e promettiamo di non dare altre formule, ma solo poche cifre.

Nella società di Marx si ponga il problema di Spengler: la popolazione cresce in un anno dell’uno per cento, e tuttavia si vuole che il reddito pro capite non decresca, ma a sua volta guadagni l’uno per cento. Quanto occorre accumulare?

Il fondiario è sempre uno, gli imprenditori sempre due, i proletari salgono a 98. Il reddito per abitante scende da 40 a 39,65, se tutto resta come prima, e in tal caso nulla cambia per fondiari e capitalisti; solo i salariati calano a 1.500 : 98 ossia 15,30.

Ma noi pretendiamo che il reddito medio salga a 40,40, e sui 101 abitanti sono circa 4.080 lire di reddito “nazionale”. Se i rapporti restano gli stessi, esso si dividerà in 1.020 di rendita, 1.530 di profitti, 1.530 di salari. I lavoratori avranno 1.530 : 98 ossia 15,60, guadagnando appunto l’uno per cento.

Tuttavia mentre nell’anno precedente le anticipazioni capitalistiche erano state 6.000 per capitale costante e 1.500 per salari, ossia 7.500, occorrerà che salgano a 6.120 più 1.530 ossia 7.650. Dunque si dovrà risparmiare ed investire 150 sulla resa dell’anno precedente.

Chi mette fuori 150? Gli operai? Giammai; Marx non ha dipinto così fosco il mondo del capitale. Saranno i signori capitalisti a consumare non tutto il profitto di 1.500, ma solo 1.410 (90 in meno, il sei per cento); e il signore terriero a consumare non 1.000, ma 940 (60 in meno). Non andranno in mala salute, comunque il loro consumo scalerà il 6%, mentre quello dei lavoratori salirà dell’uno per cento. Tuttavia l’anno vegnente i capitalisti ricaveranno 1.530 e quindi non avranno perduto che il 4%, i fondiari 1.020 con lo stesso effetto.

Se fosse questo il piano di Marx della riproduzione progressiva, si andrebbe molto adagio. È evidente che colla nostra formula di accumulazione i tempi vengono enormemente accelerati. Basterà supporre che – dedicandosi alla famosissima astinenza – i capitalisti e proprietari non consumino che l’85% dei loro pingui redditi, per avere un risparmio del 15% su 2.500 e quindi di 375 lire da portare a capitale, ad incremento delle 7.500 di partenza. Il ritmo annuo sale così al 5%. Con tale ritmo in un secolo il capitale diventa 132 volte maggiore.

Ma non è affatto difficile risparmiare ed investire il doppio, il 30% di profitti-rendite, e portare la rata al 10%. In tal caso in un secolo il capitale diventa 4.140 volte maggiore. Le cose cominciano a camminare.

42. La parola ad essi

Un momento, diranno Spengler e soci. Voi marxisti avete il grosso chiodo di chiamare capitale il prodotto annuo, ed anzi la anticipazione annua per salari e materie consumate. Ma investendo per avere maggiore produzione non sono solo i lavoratori in più e le materie prime che dovete pagare, bensì bisogna, almeno in proporzione, aumentare tutti gli impianti, comprando macchine, fabbricati in più e così via. Secondo quel nostro tale rapporto bisogna accantonare cinque volte di più.

Questo non è che un gioco di parole di cui Marx si libera facilmente nella sua dimostrazione della accumulazione progressiva: esso serve al solito per dare ad intendere che patrimoni capitalisti ed immobiliari figlino valore per virtù propria, oltre quello che genera l’umano lavoro.

Tuttavia l’obiezione non dice nulla. Supponiamo pure che la ricchezza sociale sia cinque volte il reddito annuo globale della società tutta, che come sappiamo nel nostro esempio vale 4.000. Dovremo allora porre il risparmio in rapporto non alla nostra cifra (anticipazione di capitale, ossia 7.500) ma a questa loro di 5 volte 4.000, dunque 20.000.

Ebbene, se i signori capitalisti e proprietari si incomodano a risparmiare il 60% e non solo il 30 (avranno sempre un fondo consumo di 300 e 400 contro il 15 con cui campa chi lavora!) si potrà investire all’anno 1.500 e calcolando la rata contro 20.000 e non più contro 7.500 si avrà il ritmo annuo del 7,50%. In un secolo il capitale diventa sempre 1.380 volte maggiore, cifra congrua all’effettivo decorso storico della vostra magnifica società borghese.

Ma essi diranno un’altra cosa. Come fate ad aumentare del 7,50% all’anno la forza di lavoro necessaria al maggiore investimento, quando la popolazione vi aumenta appena dell’uno per cento?

Qui viene in evidenza il loro maggiore trucco: ammettere che la forza di lavoro sia in proporzione alla popolazione! Il segreto della accumulazione iniziale e di tutta la accumulazione capitalista successiva è stato proprio quello di spremere maggiore forza di lavoro dalla stessa popolazione.

All’inizio ed all’uscita dalle società precapitalistiche (in cui la piccola produzione prevale anche per i manufatti) i salariati, pure essendo più numerosi dei selezionati e qualificati artigiani che hanno bisogno di lungo tirocinio, sono una piccola rata della popolazione. I loro imprenditori sono naturalmente pochissimi, ma il numero medio di operai per ogni ditta capitalistica (allora personale) è ancora basso. Da allora, per il progressivo feroce esproprio di tutte le piccole attrezzature di lavoro autonomo di contadini, artigiani e piccoli borghesi, il numero dei proletari cresce, anche come rapporto alla popolazione, mentre il numero dei capitalisti diminuiscecon ritmo ben più rapido dell’aumento di popolazione. Siamo più chiari: i nostri 100 abitanti della società modello sono un secolo fa diluiti su mille almeno. Oggi abbiamo col ritmo demografico 2.700 “anime”, per metà di classi spurie, e restano i 1.350 che dividiamo così: i capitalisti sono passati da 2 non a 28 ma poniamo a 10, il fondiario non a 14 ma poniamo a 5 (sono già troppi) e i salariati sono 1.335, circa 14 volte di più che alla partenza. Sono numeri simbolici; nella realtà si va anche più oltre.

Quanto alla produttività tecnica, l’aumento dell’uno per cento annuo è risibile. Noi la riferiamo alla composizione organica del capitale. All’inizio ogni lavoratore trasformava forse un valore doppio della sua paga (al tempo di Marx, ossia meno di un secolo fa, si trattava in media del quadruplo). Oggi in certe industrie (ad esempio i molini) bastano due operai dove ce ne volevano cento: mediamente la materia trasformata vale almeno venti volte il salario, e la produttività è almenodecuplicata. Siamo già arrivati ad una forza-lavoro 140 volte maggiore, pure limitando all’uno per cento l’incremento demografico. Ciò si ottiene in cento anni coll’aumento annuo del 5% appena: e le nostre considerazioni sono di certo state troppo prudenti.

Il modello e la formula del “Welfare” hanno fatto cilecca.

43. Storia economica

I classici capitoli di Marx sulla accumulazione primitiva mostrano per quali vie il nascente capitale soddisfaceva la sua fame di forza di lavoro. Una di esse fu dapprima l’aumento fino al massimo limite fisico della giornata di lavoro. Poi vi fu l’attrazione nel campo del lavoro della donna e dei fanciulli, pressoché ignota alle età artigiane, resa possibile dalla semplicità degli atti di lavoro nelle fattorie a lavoro collettivo e poi negli stabilimenti meccanici. Ed infine lo svuotamento della campagna e l’urbanesimo.

Deve porsi mente alle enormi differenze sociali della produzione nella campagna e nella città. Per l’agricoltura, da tempo immemorabile la popolazione attiva tende a coincidere colla popolazione totale, o a discostarsene di ben poco. Non solo lavorano sulla terra uomini e donne, ma anche i bambini e gli stessi anziani vengono sistematicamente utilizzati per adatte funzioni anche semidomestiche. D’altro lato contro questa utilizzazione totalitaria della forza-lavoro sta la limitazione dell’orario per ragioni stagionali e per il quasi mancante impiego di illuminazioni artificiali. Le ore lavorative nel giorno oscillano di molto, ma il totale delle ore lavorative annue ha un limite non oltrepassabile.

In corrispondenza tuttavia a queste condizioni, non ha potuto variare che di poco la produttività tecnica del lavoro: la stessa superficie a cui questo necessariamente si estende non consente di concentrare in sempre più ristretti spazi il numero di lavoranti e le successive operazioni.

I fenomeni caratteristici del capitalismo, anche considerando introdotta in campagna l’impresa capitalista con dipendenti salariati, non hanno dunque potuto avere il ritmo travolgitore che hanno avuto nella città. Assai meno hanno influito il lavoro in collaborazione e la divisione tecnica del lavoro, che in breve volgere di tempo hanno centuplicato le possibilità della produzione di manufatti.

Questa seconda ha quindi ineluttabilmente sottratta all’agricoltura forza di lavoro, in tal modo che tutti questi elementi sfavorevoli finiscono col bilanciare il non molto che le scienze applicate hanno consentito in fatto di intensità di produzione delle derrate agricole, a parità di superficie coltivata.

Di qui le classiche preoccupazioni che, aumentando la popolazione generale, non possa seguirla il volume della produzione di alimenti – all’opposto nulla vieta di esaltare illimitatamente il quantum della produzione di manufatti, di prodotti e servizi non agrari. A tale sovrapproduzione è bastevole la forza-lavoro resa disponibile: sarebbe desiderabile che per inghiottirla la popolazione aumentasse ancora di più di quanto avviene, dal punto di vista del capitale.

Il senso dunque dello sviluppo è per una sempre maggiore accumulazione del capitale, soprattutto industriale. Con esso cresce il numero dei proletari, sia in senso assoluto, sia in senso relativo alla popolazione totale, formandosi il grande esercito industriale di riserva di Marx, costituito di nullatenenti, di uomini ormai spogliati di ogni riserva individuale, separati dalle loro condizioni di lavoro, esercito che subisce le conseguenze delle ondate alterne di avanzata e di crisi con cui storicamente la generale marcia della accumulazione si presenta.

Per il fenomeno del concentramento delle aziende, se il capitale cresce, il numero dei capitalisti diminuisce, e a grado avanzato del processo diminuisce sia relativamente alla popolazione che in valore assoluto. Non è quindi un sacrificio del tenore personale di vita dei privilegiati che minaccia di fermare la tendenza alla accumulazione: la peste sociale, dato il loro piccolo numero, non sta nel loro personale consumo: non lo è stata nemmeno quando erano in molti, perché davvero allora erano dediti a “far girare in avanti la ruota della storia”.

44. Parassitismo e malessere

Il capitalismo decrepito odierno dell’Occidente ha dunque questa possibilità: di rendere parassitario il consumo dello stesso produttore generico, traverso la arruffianata “struttura dei prezzi” e dei “settori di consumo”.

L’accumulazione di maggior capitale con la necessaria mobilitazione di sempre maggiore forza di lavoro, divenendo fine a se stessa, ha fatto sì che ogni aumento della produttività del lavoro, per quanto abbia superato ogni previsione antica e recente, sia volto all’incentivo del produrre di più.

Finché l’economia resta nel limite aziendale e mercantile non si rende visibile la soluzione: anziché consumare di più in bisogni artificiali, che non solo passano dalla necessità alla utilità, ma da questa alla inutilità, e dalla stessa ancora alla dannosità, peggiore della privazione, cessare di risparmiare, di accumulare, e ridurre il lavoro erogato, nel solo modo possibile, ossia comprimendo il tempo giornaliero di lavoro.

Come è detto in tutta la nostra propaganda da un secolo e oltre, questa è la sola concreta significazione che può assumere il liberarsi, non della persona, ma della specie umana dalla spietata necessità determinata dalle forze dell’ambiente naturale in cui si muove.

Non potendosi fermare il ritmo di inferno della accumulazione, questa umanità, parassita di se stessa, brucia e distrugge sopraprofitti e sopravalori in un girone di follia, e rende sempre più disagiate e insensate le sue condizioni di esistenza.

L’accumulazione che la fece sapiente e potente la rende ora straziata e istupidita, fino a che non sarà dialetticamente capovolto il rapporto, la funzione storica che essa ha avuto.

Questo passaggio dal “progressismo”, se per un momento la parola ha senso serio, al parassitismo, non è del solo modo di produzione borghese. Il modo feudale nacque da una utile funzione di tutte le sue classi. Il nomade non avrebbe potuto divenire agricoltore, e quello già stabile dell’età classica sarebbe stato travolto e disperso, se la classe dei maneggiatori di armi non si fosse assunto il compito di circoscrivere un territorio, ove si lavorava e seminava, e difenderlo da attacchi fino al raccolto ed in seguito. Ma al tempo di Malthus tale funzione storicamente ha cambiato senso e i discendenti di quegli antichi condottieri non difendono ma aggrediscono e opprimono il misero lavoratore della terra.

Non a caso un analogo ciclo del capitalismo ha condotto alla presente situazione di mostruoso volume di una produzione per nove decimi inutile alla sana vita della specie umana, ed ha determinato una sovrastruttura dottrinale che richiama la posizione di Malthus, invocando, a costo di chiederli alle forze infernali, consumatori che inghiottano senza posa quanto l’accumulazione erutta.

La scuola del benessere, con la sua pretesa che l’assorbimento individuale di consumo possa salire oltre ogni limite, gonfiando le poche ore che il lavoro obbligato e il riposo lasciano a ciascuno di passi e riti e morbose follie parimenti obbligate, esprime in realtà il malessere di una società in rovina, e volendo scrivere le leggi della sua sopravvivenza non fa che confermare il decorso, forse ineguale, ma inesorabile, della sua orribile agonia.

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