The duellists (I duellanti)

The duellists (I duellanti)

Introduzione

Capitolo uno: FMI / AIIB, la logica del duello sul piano creditizio e bancario

Capitolo due: FMI /AIIB, la logica del duello sul piano creditizio e bancario (approfondimenti)

Capitolo terzo: Una vittoria di Pirro

Capitolo quattro: Titoli tossici e crisi bancarie

Capitolo quinto: Le“banche tossiche”come riflesso della ‘bancocrazia moderna’

Capitolo sesto: Crollo dei prezzi del petrolio e tossicità dei titoli derivati dallo shale gas/oil americano

Capitolo settimo: Potenza economica e potenza militare come elementi chiave del duello fra aggregati capitalistici

Introduzione

‘The duellists’ è il titolo di un romanzo di Joseph Conrad, del 1908, da cui è stato ispirato anche un film girato nel 1977. Il romanzo trae spunto da un breve trafiletto di un quotidiano di provincia, in esso si racconta la storia di due ufficiali napoleonici, che, nel corso di vent’anni, si affrontarono armati in ben 17 duelli.

Al pari dei due ufficiali napoleonici, anche nella società capitalistica si affrontano in uno storico duello le classi sociali dominanti e dominate, e all’interno della classe dominante si affrontano in un duello senza sosta delle aggregazioni di interessi capitalistici concorrenti, espresse nei Moloch statali di Russia e AmericaDue apparati di potenza militare-industriale, al cui servizio opera una rete scientifica di laboratori, accademie, scuole. Un complesso di potenza militare-industriale e scientifico, senza paragoni nella storia umana, e senza rivali di pari rango sulla scena contemporanea. Le basi della forza di queste sovrastrutture statali e dei loro eserciti sono nel grado di sviluppo della struttura economica, tuttavia, essendo di tipo dialettico la relazione fra i due livelli di realtà, può anche avvenire che l’indebolimento della struttura economica non si ripercuota, immediatamente, sulla forza della sovrastruttura politico-militare. Il caso dell’America è esemplare in tal senso, l’economia americana nel dopoguerra rappresentava il 50% del PIL mondiale, mentre oggi a stento arriva al 20%, eppure tale nazione avanza ancora pretese egemoniche globali non proporzionante al peso effettivo della propria economia. Tali pretese sono fondate solo sulla forza militare (declinante) accumulata nel tempo, e precariamente conservata e aggiornata. L’altro Moloch statale controlla un territorio immenso, anche se scarsamente popolato, tuttavia ricco di materie prime di tutti i tipi, ed è attraverso l’estrazione e la vendita di queste ricchezze naturali che riesce a conservare e aggiornare il proprio arsenale militare. Il terzo attore internazionale di rilievo è la Cina, essa non possiede un esercito comparabile con quello delle altre due potenze capitalistiche, né tanto-meno un territorio ricco di materie prime, tuttavia possiede un economia industriale e diverse centinaia di milioni di produttori umani di merci, ovvero la ricchezza delle nazioni: il lavoro alienato, la fonte del plus-lavoro-plusvalore che fa girare la macchina del profitto capitalistico (1). La potenza economica cinese è necessariamente ingranata in un blocco di interessi con la Russia, la quale le fornisce protezione militare, armamenti, e materie prime (di cui la Cina è evidentemente carente). Nel presente lavoro tenteremo di analizzare ulteriormente le tendenze verso cui si muovono i processi reali del capitalismo, e in modo particolare il distacco dall’influenza del dollaro e del FMI da parte di Russia, Cina, India e altre economie, poi, in secondo luogo, analizzeremo ulteriormente le dinamiche di confronto e scontro militare fra i blocchi capitalistici concorrenti (2). Nella parte finale del lavoro cercheremo di intravedere e descrivere gli aspetti attuali del conflitto di classe, inteso in questo caso come azione di difesa e di lotta della classe proletaria mondiale.

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(1)MarxSolo la forma per spremere al produttore immediato, al lavoratore, questo plus-lavoro, distingue le formazioni economiche della società; per esempio, la società della schiavitù da quella del lavoro salariato...Poiché il valore del capitale variabile è eguale al valore della forza-lavoro da esso acquistata, poiché il valore di questa forza-lavoro determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il plus-lavoro sta al lavoro necessario; cioè il saggio del plusvalore è p : v = plus-lavoro : lavoro necessario. I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente, l’uno nella forma del lavoro oggettivato, l’altro nella forma del lavoro in movimento. Quindi, il saggio del plusvalore è l’espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale, cioè dell’operaio da parte del capitalista..Chiamiamo plus-prodotto (surplus produce, produit net) la parte del prodotto che rappresenta il plusvalore. Come il saggio del plusvalore viene determinato non dal suo rapporto alla somma complessiva, ma alla parte costitutiva variabile del capitale, così il livello del plus-prodotto è determinato dal suo rapporto non al resto del prodotto complessivo, ma alla parte del prodotto nella quale è rappresentato il lavoro necessario. Come la produzione di plusvalore è lo scopo determinante della produzione capitalistica, così non è la grandezza assoluta del prodotto, ma la grandezza relativa del plus-prodotto a dare la misura del grado della ricchezza’. Marx, primo volume del capitale.

Le formazioni economiche espressione delle società divise in classi sociali, si distinguono solo per i metodi impiegati allo scopo di spremere al produttore immediato, al lavoratore, questo plus-lavoro.

In altre parole la loro sostanza schiavistica e dispotica non muta (se non in modo esteriore e formale), adeguandosi agli sviluppi del progresso tecnico-scientifico e alle esigenze economico-sociali della produzione relative ai vari periodi storici.

Il plus-valore trova origine nel processo produttivo delle merci, tuttavia esso non resta nelle sole mani del capitalista industriale, leggiamo di nuovo il primo libro del capitale: ‘Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è sì il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’.

Il plus-lavoro determina il plus-valore, e da esso poi discendono variegate e differenti forme di appropriazione-spartizione rivolte a diverse categorie di persone che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale; queste funzioni indispensabili al mantenimento del complesso generale della produzione sociale sono soprattutto quella commerciale-distributiva e quella creditizio-finanziaria. L’interesse prodotto da un capitale concesso in prestito, quindi l’attività di finanziamento delle imprese condotta dagli istituti di credito bancari e parabancari, rientra a pieno titolo nel novero della spartizione del plus-lavoro/plus-valore descritta da Marx. Può essere importante ricordare queste parti dell’opera di Marx, soprattutto in momenti come quello attuale, caratterizzati dalla enorme crescita del capitale finanziario e usurario, e quindi da un abnorme debito pubblico e privato (certamente abnorme rispetto a periodi storico-economici precedenti), per chiarire teoricamente che gli interessi spettanti al capitale finanziario-usurario, mercantile e fondiario, sono solo l’altra faccia del parassitismo del capitale industriale, cosiddetto ‘produttivo’, che si appropria senza requie del plus-valore, per mezzo dell’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. L’impulso alla crescita della produzione capitalistica, determinato dalla concorrenza fra i diversi capitali presenti sul mercato, abbisogna anche di mezzi finanziari presi in prestito, definiti nel conto patrimoniale delle imprese variamente con il nome di capitale di debito o di terzi, oppure con il nome di passività correnti e consolidate (in relazione alla scadenza dei debiti). Questa massa di debiti diventa comunque indispensabile, nel contesto concorrenziale dell’economia borghese, per investire in nuovi fattori produttivi e realizzare maggiori quantitativi di prodotto, in modo da ottenere -successivamente- maggiori ricavi di vendita e quindi maggiori entrate di denaro (denaro che dovrà essere ulteriormente reinvestito nella crescita del capitale aziendale per fronteggiare la concorrenza degli altri capitali, in un circolo virtualmente senza fine) .

Marx:’Insieme con l’accumulazione del capitale si sviluppa quindi il modo di produzione specificamente capitalistico e, insieme al modo specificamente capitalistico,l’accumulazione del capitale. Questi due fattori economici producono, in ragion composta dell’impulso che si danno a vicenda, il cambiamento della composizione tecnica del capitale, in virtù del quale la parte costitutiva variabile diventa sempre più piccola a paragone di quella costante. Ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione,con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di accumulazione nuova. Essa allarga, con la massa aumentata della ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga scala e dei metodi di produzione specificamente capitalistici. L’aumento del capitale sociale si compie con l’aumento di molti capitali individuali. Presupposte invariate tutte le altre circostanze, i capitali individuali, e con essi la concentrazione dei mezzi di produzione, crescono nella proporzione in cui costituiscono parti aliquote del capitale complessivo sociale. Allo stesso tempo dai capitali originari si staccano polloni che funzionano come capitali nuovi autonomi. Un’importante funzione esercita in questo, fra l’altro, la ripartizione del patrimonio in seno alle famiglie capitaliste. Con l’accumulazione del capitale cresce quindi anche più o meno il numero dei capitalisti’.

La concorrenza fra capitali differenti conduce alla preponderanza del capitale costante sul capitale variabile, all’aumento della ricchezza operante come capitale e alla sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali. Questo movimento specifico dell’accumulazione espande le basi materiali dell’economia, il capitale complessivo sociale, e contemporaneamente, sotto la spinta della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, impone alla classe borghese dei continui sforzi di innovazione tecnologica e di intensificazione della produttività del lavoro. Abbiamo sviluppato in un precedente lavoro presente sul sito i tratti basilari inerenti alle dinamiche dell’accumulazione e agli effetti ad essa concatenati, come la concentrazione e la centralizzazione dei capitali, in questa ricerca abbiamo in mente di analizzare l’aspetto finanziario della centralizzazione, mostrandone il carattere bivalente di tentativo di soluzione della crisi (innestata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto) e di ulteriore aggravamento di essa. Parlando di caduta del saggio di profitto ci riferiamo alle conseguenze dell’aumento ‘storico’ del peso del capitale costante rispetto al peso del capitale variabile nella composizione ‘tecnica’ del capitale aziendale; tale variazione, immanente alle leggi dell’accumulazione capitalistica, produce un conseguente indebolimento percentuale della componente data dal lavoro salariato impiegato nella produzione, e quindi un calo relativo, percentuale, anche se non necessariamente assoluto, del plus-lavoro/plus-valore incorporato nelle merci prodotte. Pochi fondi comuni d’investimento muovono quantità enormi di denaro, il mercato finanziario è dominato da processi di centralizzazione analoghi a quelli che avvengono nella cosiddetta economia reale. Le banche svolgono un ruolo predominante nelle transazioni collegate all’investimento del capitale monetario dei propri clienti, la figura del promotore finanziario, abile venditore di opzioni di impiego dell’adorato denaro dei tanti risparmiatori amanti del rischio, assurge oramai al grado di divinità bifronte del mercato finanziario, con funzioni alternative di salvezza-arricchimento o di perdizione – impoverimento del devoto adoratore del dio denaro. Sarebbe arduo spiegare le motivazioni che spingono all’azzardo di investimenti ad alto rischio taluni risparmiatori, resta il fatto che il sistema creditizio-finanziario raccoglie il denaro dei risparmiatori per impiegarlo in successive operazioni, sia di tipo puramente finanziario-speculativo ( acquisto di titoli azionari, obbligazionari…), sia di tipo creditizio ( finanziamenti alle imprese e alle famiglie). L’utile d’esercizio di un istituto di credito è dato dalla differenza fra i costi e i ricavi di un anno, nella realtà dal saldo fra gli interessi attivi maturati sulle operazioni di impiego finanziario-speculative e creditizie, e gli interessi passivi da versare ai depositanti. Sappiamo, tuttavia, che il termine interesse, e quindi l’utile d’esercizio del settore bancario dell’economia derivato fondamentalmente dal saldo fra interessi attivi e passivi, è solo un frammento del plus-valore che il capitale industriale divide con le altre branche del meccanismo economico borghese ‘il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’.

Una parte cospicua dei depositi bancari viene impiegata nell’acquisto di titoli del debito pubblico le obbligazioni, che in Italia assumono il nome di BTP, CCT, BOT. Esse si differenziano in base alla durata, e quindi al tasso di rendimento che è maggiore nei titoli dalla scadenza più lunga. Naturalmente il livello di rischio è maggiore nei titoli azionari rispetto ai titoli di stato, anche se il recente default di alcuni stati (Argentina, Grecia…) dimostra che non esistono certezze assolute di recupero del capitale monetario del depositante anche nel caso di investimenti in titoli del debito pubblico. L’analisi del ruolo delle banche e del debito pubblico contenuta nel ‘Capitale’ vale la pena di essere riportata: ‘ Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna’. Tratto da ‘Crisi del capitalismo, modelli di lettura e tendenze di sviluppo’

(2)Ricordiamo che anche investendo la quinta parte, o poco meno (cioè 90 miliardi di dollari), del budget americano per le spese militari ( che invece supera i 500 miliardi di dollari), la Russia rimane l’unico attore internazionale in grado di costituire, secondo le stesse parole di un generale statunitense, una minaccia ‘esistenziale’ alla nazione americana. La Russia possiede un enorme riserva di ordigni nucleari, inoltre ha le capacità militari-industriali di produrne molti altri e di utilizzarli efficacemente contro l’America (attraverso una grossa flotta sottomarina di sommergibili a propulsione nucleare, dotati di testate missilistiche atomiche, o attraverso l’uso di bombardieri strategici a lungo raggio di azione, e anche attraverso l’utilizzo di missili intercontinentali capaci di colpire il territorio nemico partendo da basi sotterranee). Certo, anche gli Stati Uniti posseggono delle capacità distruttive corrispondenti, e quindi non è al momento ipotizzabile che i due attori internazionali portino il livello di scontro per il controllo globale (delle risorse naturali e della forza-lavoro proletaria), ai limiti dell’autodistruzione. Molto meglio, in una logica di dominio spietatamente razionale, provare a tirare la corda senza mai provocarne la rottura (in un tacito accordo con l’avversario di pari potenza). Questo copione si ripete dalla fine della seconda guerra mondiale, ed è stato ampiamente sperimentato nella guerra di Corea, in Vietnam, a Cuba, in Angola e Namibia. Successivamente lo stesso copione è stato rappresentato in Afghanistan e in tempi recenti in Cecenia e Georgia, e ora si replica in Siria, Iraq e nel Donbass. Gli elementi ricorrenti del copione sono incentrati sul tentativo di erodere, o meglio, usando una metafora scacchistica, di mangiare una parte dei pezzi dell’avversario imperiale (ovvero l’altro giocatore). Tuttavia non si tratta di un semplice gioco, pur se è vero che viene condotto (dalle oligarchie borghesi coinvolte), secondo gli schemi collaudati del gioco degli scacchi. Pensiamo alla scena finale del film di Kubrik degli anni sessanta, in cui il dottor ‘Stranamore’, a cavallo di una bomba nucleare, si avviava follemente verso verso l’innesco del ‘casus belli’ fatale fra le due superpotenze. Oppure la scena del film di Bergman, Il Settimo Sigillo’, in cui un cavaliere di ritorno dalle crociate, dove aveva perso la fede, giocava una misteriosa partita scacchi con la morte. Palesemente, la presenza della bomba atomica e dei suoi effetti irreversibili alligna da tempo nell’immaginario collettivo di una parte dell’umanità, soprattutto nella minoranza borghese, cioè quella che più di altri avrebbe il timore di perdere status e privilegi a seguito di un olocausto nucleare distruttivo e auto-distruttivo. Le moltitudini di diseredati che popolano il globo hanno già ora, bomba o non bomba, il discutibile dono di di vivere in una maniera umanamente insostenibile, e la loro stessa condizione esistenziale è la prova che la fame, la malattia, lo sfruttamento possono egregiamente sostituire gli effetti della radioattività post-atomica(…)sul piano dei puri esiti militari, le avventure belliche fomentate dagli americani in Ucraina, Siria, Georgia, e Cecenia in tempi recenti, o nei decenni lontani dell’Unione sovietica in Vietnam, Angola e Afghanistan, hanno sempre prodotto dei risultati incerti e deludenti. In una situazione di sostanziale parità tecnologico-militare, infatti, sia le esperienze storiche, sia le analisi di molti autorevoli istituti di studi strategici e militari occidentali, confermano la probabile superiorità dell’esercito russo in uno scontro con armi convenzionali che si svolgesse sul territorio nazionale russo. In modo particolare, alcuni studi militari anglosassoni evidenziavano, già negli anni ottanta, la maggiore volontà di combattimento e di sacrificio del soldato russo, cioè la maggiore motivazione dovuta al fatto di combattere per la difesa della propria terra ( nel caso di una offensiva congiunta Nato-America). In ogni caso le esperienze pregresse e le deduzioni analitiche poco incidono sulle determinanti materiali che spingono gli Stati Uniti a condurre il proprio gioco internazionale, e lo stesso vale, inevitabilmente, per la Russia. Come accade per le imprese aziendali concorrenti, costrette dalle regole del ‘mercato’, cioè dalle regole dell’economia capitalistica, a ricercare tutti i sistemi per consolidare ed ampliare la propria presenza sul mercato (ovvero studi di marketing, studi di previsione e controllo budgetario delle varie aree della gestione, ricerca e innovazione tecnologica, studio e applicazione di modelli più efficienti ed efficaci di organizzazione aziendale), anche gli apparati statali di oppressione sono spinti a tutelare la propria esistenza, e quella della classe borghese di cui sono una emanazione, con tutti i mezzi teorico-conoscitivi e pratico-applicativi esistenti. Scienza e tecnologia, lo abbiamo già scritto, sono una parte importante e cruciale di questa interminabile ricerca di assetti più avanzati di controllo e di dominio sulla classe proletaria e sui rivali capitalistici pericolosi. Gli stati uniti temono da tempo la minaccia congiunta dei BRICS, temono il dinamismo e la crescita economica di nazioni come la Cina, L’India, il Brasile e i tanti paesi che sono attratti nell’orbita del blocco economico-militare, il cui perno atomico è la Russia. La Russia, il paese che ha sconfitto tartari e turchi, ha battuto l’armata napoleonica, ha battuto la Wehrmacht e le Waffen ss, e ora possiede oltre 5000 ordigni nucleari, un immenso territorio ricco di materie prime, e un esercito competitivo anche sul piano della guerra convenzionale. Per questi motivi il ‘generalone’ a stelle e strisce, prima citato, ha parlato della forza militare russa come l’unica reale minaccia esistenziale alla vita dell’America. Un mondo bipolare, dunque, non l’impero monocratico a guida americana, non lo scontro di civiltà o la fine della storia, come sostenevano due eminenti accademici americani appena quindici anni fa, ma il continuo procedere e svolgersi della storia reale, cioè la storia della lotta di classe fra borghesia e proletariato, e quindi anche la lotta interna alla classe mondiale borghese (i fratelli coltelli), la lotta dei loro spaventosi apparati statali-militari, supportati dalla scienza e dalla tecnologia. Una conflittualità interna alla borghesia che esplode soprattutto nelle fasi economico-sociali di contrazione degli investimenti e della domanda, e quindi di conseguente incremento dello scontento sociale causato dalla disoccupazione e dall’aumento della povertà (….) Con la dissoluzione del precedente blocco capitalista ‘sovietico’, ormai troppo costoso e farraginoso per continuare ad esistere (e competere con successo con i rivali americani), e poi con la successiva riorganizzazione e razionalizzazione delle principali risorse militari-industriali e scientifico-tecnologiche ex sovietiche nelle mani della borghesia russa, sono sorti degli scenari inediti dal punto di vista geo-politico. En passant, utilizziamo non a caso dei termini presi a prestito dal linguaggio economico-aziendale come riorganizzazione e ristrutturazione, perché le ragioni della dissoluzione dell’Unione sovietica e della successiva riorganizzazione efficentista della sua erede principale, la federazione russa, sono anche da intendere alla luce comparativa dei comuni processi di contenimento dei costi, taglio dei rami secchi e riorganizzazione (dei metodi e delle procedure di esecuzione delle mansioni lavorative), tipiche di una impresa economica capitalistica. Dopo il processo di industrializzazione e modernizzazione capitalistica realizzato durante la fase stalinista-autoritaria del regime di classe borghese russo, e i successivi contorcimenti degli anni settanta e ottanta, definiti come periodo della stagnazione, in parallelo con la fase economica mondiale iniziata negli anni settanta, determinata dalla fine degli effetti del bagno di giovinezza della seconda guerra mondiale, è iniziato negli anni novanta un periodo di risveglio dell’orso russo. Questo risveglio fa svanire le ingenue narrazioni sul super-imperialismo, o sull’unico impero mondiale. In effetti se è vero che gli apparati di potenza della classe borghese russa e americana hanno degli interessi comuni, nell’opprimere la classe proletaria, è pure vero che sono spinti da ulteriori interessi politico-economici, proprio come accade nella quotidiana concorrenza fra imprese capitalistiche. L’elemento della competizione economico-aziendale fra capitali individuali, presente come variabile originaria e basica del modo di produzione capitalistico, si ripropone dunque a livello più ampio nella contesa fra le mostruose attrezzature statali di oppressione possedute dalle varie frazioni della classe borghese mondiale. Il rafforzamento degli stati (almeno di quelli collegati alle borghesie più forti), e quindi la progressiva caduta della loro precedente mascheratura democratica, trova la sua ragion d’essere principale nella crescita della povertà, nella sovrappopolazione relativa determinata dai processi fondamentali dell’economia capitalistica (ovvero nella tendenza alla sostituzione del capitale lavorativo umano, il lavoro vivo, il capitale variabile, con il macchinario, cioè con il capitale aziendale costante). La tendenza storica alla sostituzione del lavoro ‘umano’ con il lavoro delle macchine all’interno delle aziende capitalistiche (soprattutto sotto la spinta della lotta per la concorrenza), è la causa fondamentale della caduta tendenziale del saggio di profitto e delle conseguenti, periodiche, crisi economiche. L’espulsione di forza-lavoro umana dai processi produttivi è quindi una tendenza incoercibile dell’economia capitalistica, una tendenza che sta alla base della crescita di una massa di senza lavoro, un vero e proprio esercito industriale di riserva (per il capitale), impiegabile nei momenti di ripresa dell’attività economica. Abbiamo recentemente analizzato la funzione sociale di questa riserva di forza-lavoro inoccupata, poiché la sua stessa esistenza agisce (sul mercato del lavoro) come potente fattore di contenimento della richiesta (da parte degli occupati) di aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro. Gli stessi flussi migratori che modificano il panorama sociale europeo da almeno venti anni, sono un effetto del passaggio (nei paesi di provenienza dei migranti) dalle originarie economie agricole di sussistenza e auto-consumo, ad economie industriali-capitalistiche (con il corollario di disoccupazione legato ai processi ineliminabili dell’economia capitalistica). Un altro fenomeno collegato all’industrializzazione capitalistica è il passaggio dalle campagne alle città di enormi masse umane, con la derivata, e potenzialmente pericolosa concentrazione di queste masse nelle metropoli: quindi, una popolazione precedentemente impiegata in attività agricole si trova ora ad essere proletarizzata in vista dell’uso della sua forza-lavoro nei processi produttivi dell’industria. Abbiamo scritto che questa concentrazione di masse umane (ma soprattutto di forza-lavoro di riserva inoccupata) nelle metropoli urbane, è potenzialmente pericolosa, perché le stesse condizioni di vita emarginate e la povertà relativa di questa ‘riserva’ costituiscono un fattore permanente di rivolta e di rischio per l’ordine pubblico borghese. Le periodiche rivolte nelle periferie metropolitane di Parigi e di Londra sono un chiaro esempio dimostrativo della realtà del rischio da noi ipotizzato. Per questi motivi l’apparato statale, nella fase economica avanzata del regime di classe borghese, deve necessariamente rafforzarsi, e passare dalla forma democratico-legalitaria iniziale, a quella burocratico-poliziesca dei nostri tempi, come ben ricordato in vari articoli e testi della corrente degli anni 50 e 60. Il rafforzamento dell’apparato statale di oppressione borghese è quindi conseguente agli stravolgimenti economico-sociali determinati dallo stesso modo di produzione capitalistico. In un certo senso il capitalismo si sviluppa all’interno di una serie di contraddizioni intrinsecamente ineliminabili, che, tuttavia, lungi dal determinarne (almeno fino a questo punto) la crisi e la scomparsa finale, lo spingono invece a riassestarsi, almeno temporaneamente, con l’immane e cronica distruzione quotidiana di lavoro vivo, e a volte con le ecatombi di vite, di mezzi tecnici di produzione e di infrastrutture caratteristiche delle guerre mondiali e delle guerre ‘locali’. Le notizie di agosto descrivono dei fenomeni preparatorii di una guerra su ampia scala, quasi come se fosse vicino lo scontro diretto fra i due eserciti più letali e potenti della terra (…. .)In sostanza è dalla fine della seconda guerra mondiale che registriamo le evoluzioni del confronto fra le due superpotenze militari-industriali esistenti, assistendo alle guerre per procura o per interposta persona in varie parti del globo, non potendo i due colossi nucleari scontrarsi in una guerra ‘totale’ convenzionale, potenzialmente preludio di una ecatombe nucleare generale. Il problema che si pone oggi come ieri, e che ci spinge pertanto ad essere scettici sulla possibilità di una guerra ‘totale’ imminente, risiede nel limite assegnabile a un eventuale conflitto aperto e diretto fra russi e americani. Chi dovrebbe fissare questo limite, e poi soprattutto chi potrebbe garantire la sua osservanza da parte dei due contendenti? L’equilibrio del terrore esiste, l’arsenale nucleare posseduto dai due competitori globali non ha confronti numerici con i piccoli arsenali nucleari di India, Cina, Francia, Pakistan, Inghilterra e Israele. Il club della bomba invade come una presenza fastidiosa e perturbante i sogni di una parte dell’umanità, e tuttavia ci racconta anche un altra storia, la storia di due apparati militari-industriali che, attraverso la loro impossibile guerra aperta, dimostrano al resto del mondo e delle nazioni la loro terrificante capacità distruttiva. Un segnale e un monito per ricordare agli attori presenti sullo scacchiere mondiale il nome di chi possiede la chiave dell’apocalisse, di chi detiene l’unico arsenale bellico da fine del mondo. In lunghi decenni ormai alle nostre spalle è andato ricorrentemente in scena lo stesso copione, l’identica rappresentazione dell’incontro scontro accelerato e poi frenato, la guerra e la pace, l’odio e l’amore (sempre impossibile) fra le due ‘entità’ statali più potenti che storicamente la classe borghese sia riuscita a edificare. Da veri ‘fratelli coltelli’ i due rivali imperialisti sfoggiano la potenza dei propri apparati militari-industriali (supportati da scienza e tecnologia adeguate) allo scopo di terrorizzare le frazioni borghesi concorrenti e soprattutto il nemico di classe proletario. Quest’ultimo rappresenta una minaccia esistenziale alla società capitalistica, mentre le rivalità imperiali russo-americane hanno solo l’obiettivo di conservare e ampliare le posizioni di potere raggiunte dalle rispettive borghesie di riferimento (all’interno della società esistente)… tratto daDinamiche di confronto e scontro fra i blocchi imperialistici contemporanei’

Capitolo uno

FMI / AIIB, la logica del duello sul piano creditizio e bancario

La potenza capitalistica americana controlla il FMI e la Banca mondiale, e potrebbe utilizzare queste due organizzazioni per escludere la concorrenza (cioè i BRICS) dal commercio globale e dal sistema finanziario di cui le due organizzazioni sono allo stato attuale un perno importante. Il loro controllo può consentire all’America di condizionare l’Europa a imporre ulteriori sanzioni alla Russia (o almeno di prolungare quelle attualmente esistenti, come di fatto già accaduto). Tuttavia queste prospettive, in parte già attualizzate, hanno prodotto una reazione di segno uguale e contrario da parte della ‘concorrenza’. La risposta ha il nome di AIIB, ovvero lAsian Infrastructure Investment Bank. Molto semplicemente i paesi capitalistici concorrenti dell’America (sul piano economico e politico) hanno creato una organizzazione finanziaria internazionale, sostitutiva del FMI. L’AIIB ha lo scopo di concedere prestiti ai paesi che hanno bisogno di finanziamenti, sostituendosi di fatto alla banca mondiale e al FMI controllati dall’America. Quindi con L’AIIB non solo viene vanificata la prospettiva di esclusione dei BRICS dai vantaggi della partecipazione al commercio internazionale e al sistema finanziario globale, ma addirittura si pongono le basi per il superamento dell’egemonia americana nel campo del credito internazionale. L’AIIB si pone come alternativa finanziaria ai programmi di FMI e Banca Mondiale (cioè ai programmi di istituzioni creditizie che sorreggono le imprese, le banche e i possessori di bond degli Stati Uniti). Inoltre la Cina, in seguito alle minacce americane di tagliare fuori la Russia dal sistema di liquidazione SWIFT interbank, ha accelerato la creazione del China International Payments (CIPS), cioè un sistema di credito nei pagamenti, volto a bypassare le minacce americane.

I governi russo e cinese investono da vari anni nelle proprie reciproche sfere economiche, cementando una integrazione funzionale delle proprie economie (vendita del petrolio russo e fornitura di tecnologia e armamenti avanzati alla Cina, e corrispondenti investimenti cinesi in Siberia e altre aree economiche russe). Gli investimenti di queste due potenze capitalistiche oltrepassano gli ambiti delle proprie economie nazionali, rivolgendosi anche ad altre economie desiderose di finanziamenti. Un fatto curioso e ormai paradossale (alla luce degli eventi successivi) è il prestito di tre miliardi di dollari concesso dalla Russia all’Ucraina nel 2013 (ancora governata da un parlamento filorusso) al tasso del 5% (quando il tasso medio dei bond ucraini si aggirava intorno al 12%). Questo tasso agevolato di prestito al 5% fu evidentemente concesso a scopi politici (mantenere l’Ucraina nella sfera di interessi russi), tuttavia il corso degli eventi successivi dimostrò l’inutilità del sacrificio dei 3 miliardi di dollari, infatti la rivoluzione colorata nata intorno agli scontri di piazza Maidan, la successiva presa del potere a Kiev da parte di forze politiche filo-americane, la contromossa russa dell’occupazione della penisola di Crimea, la guerra del Donbass, hanno delineato un quadro politico di allontanamento (temporaneo) di buona parte dell’Ucraina dalla sfera di interessi russi. L’Ucraina odierna è di fatto in una situazione di default, attraversata da una crisi economica e da livelli di povertà senza precedenti nell’Europa contemporanea, con la realtà di diversi milioni di lavoratori costretti ad emigrare alla ricerca di lavoro. Il quadro non sarebbe completo se omettessimo di ricordare la mossa del FMI (dicembre 2015) che ha cambiato le proprie regole di assicurazione dei crediti, e quindi la garanzia di copertura in caso di insolvenza da parte dei debitori statali. Questo cambiamento ha determinato di fatto la non esigibilità del credito di 3 miliardi, la cui estinzione era prevista entro il 20 dicembre 2015. Il giorno 8 dicembre un portavoce del FMI ha annunciato che il collegio esecutivo aveva concordato ‘il cambio dell’attuale linea politica sulla non-tolleranza di arretrati a creditori ufficiali’ . In altre parole si annunciava il cambiamento di una linea durata almeno cinquant’anni, che consisteva nel negare la concessione di ulteriori prestiti alle nazioni in arretrato di pagamento (verso le scadenze dei prestiti ricevuti da altre nazioni). Il potere politico ucraino, aiutato dalla mossa del FMI, e quindi dagli stati Uniti che hanno una posizione predominante dentro il FMI, ha espresso l’intenzione di dichiarare il default (e quindi di non potere rispettare le scadenze dei rimborsi del prestito ricevuto dai russi), consapevole di potere ugualmente accedere ai prestiti di altre nazioni (venuta meno la precedente regola cinquantennale del FMI).

Attualmente una mole considerevole di capitale finanziario/industriale cinese è impegnata nella costruzione di ferrovie ad alta velocità, infrastrutture e sistemi elettrici per i porti di nazioni dell’Asia e dell’Africa. Anche il capitale russo è coinvolto negli investimenti attraverso la fornitura di petrolio e gas (parliamo di coinvolgimento inteso sia come semplice capitale di prestito a terzi, sia come partecipazione azionaria diretta nelle s.p.a operanti in loco). Ebbene, immaginiamo per un attimo cosa potrebbe accadere ( grazie alle nuove regole del FMI) ai regolari rimorsi dei prestiti russi e cinesi. Lo scenario più pessimistico potrebbe ricalcare quello in cui è incorso il prestito di tre miliardi di dollari ricevuto dall’Ucraina. Questo cambiamento delle regole è una mossa astuta, ma probabilmente dall’efficacia incerta, congegnata dalla borghesia americana per danneggiare gli affari delle rivali borghesie russe e cinesi. Perché parliamo di incerta efficacia di questa mossa? Per un motivo semplice; chiediamoci quale nazione o istituzione finanziaria internazionale avrebbe interesse a finanziare ulteriormente uno stato fallito, cioè dichiaratamente insolvente e in default. Probabilmente nessuna, a meno che alle ordinarie richieste di serietà e garanzia di rimborso da parte dell’affidato, cioè del debitore, non vengano sostituite delle valutazioni di tipo geo-politico (è già accaduto con la Grecia, a cui l’Europa ha concesso una strana dilazione nei rimborsi dei prestiti ricevuti, probabilmente anche grazie ai buoni uffici di forze politiche che volevano impedire il ‘salvataggio’ della Grecia da parte dei prestiti russo-cinesi). Tuttavia il caso greco è particolare, data la modesta entità della massa debitoria ad esso attribuibile, mentre nella situazione ucraina è più complicato prevedere un salvataggio dell’Europa, data la superiore entità del debito pubblico ucraino ( inoltre l’Europa sta già pagando un prezzo elevato per le sanzioni imposte alla Russia per l’annessione della Crimea). In definitiva il centro capitalistico americano sta tentando (in concerto con i non sempre entusiasti vassalli europei) di indirizzare le politiche creditizie di istituzioni come il FMI, che raccoglie il capitale finanziario / monetario di molti paesi (addirittura la Russia partecipa con uno scarso 3%), verso una logica di duello con l’AIIB, cioè con lo strumento finanziario/creditizio dei rivali economici e politici russo-cinesi. I prestiti concessi dall’AIIB sono alieni dal controllo valutario/finanziario americano, e quindi non sono espressi in dollari. L’AIIB, e una successiva Unione Economica Euroasiatica, darebbero solo ulteriore impulso al capitalismo di paesi come l’India, la Russia, la Cina, l’Iran…favorendo la completa autonomia nel campo agro-alimentare, tecnologico, dei servizi bancari e valutari. E’ difficile prevedere un arresto dei processi capitalistici integrativi delle aree economiche che fanno capo a questi paesi, perché la concentrazione e la centralizzazione dei capitali opera come forza immanente dietro questi processi integrativi, e quindi la strategia americana di intervento sul piano finanziario/creditizio (FMI) è, a nostro parere, una mossa perdente (come la politica del caos in medio-oriente). Il Fondo Monetario Internazionale, inteso come espressione di un certo capitale finanziario internazionale (europeo/americano), ha sempre imposto alle nazioni di pagare i debiti inter-governativi (fatte salve le valutazioni di opportunità geopolitica). Il pagamento dei debiti, e soprattutto dell’interesse maturato su di essi, hanno costretto le economie capitalistiche più deboli (In Europa l’Italia, Grecia, Portogallo, Spagna) ad accettare le politiche di austerità e le privatizzazioni suggerite dal FMI (e quindi tagliare il welfare, inasprire l’imposizione fiscale sui proletari, bloccare i salari e incrementare il grado di sfruttamento della forza-lavoro). Anche i cambi di regime, le primavere arabe, e il disordine mediorientale sono in parte collegati al bisogno di rapina e saccheggio diretto di capitali nazionali (ovvero petrolio, impianti estrattivi, infrastrutture e oleodotti) da parte di capitali internazionali smaniosi di bottino ( in crisi da astinenza di plus-valore). Il caso della Siria è esemplare, poiché in essa hanno giocato un ruolo predominante gli opposti interessi degli aggregati capitalistici che duellano (oltre che con gli eserciti) anche con gli strumenti creditizi rivali di AIIB e FMI. Quando la borghesia di un certo paese cerca di difendere il proprio capitale (petrolio, impianti estrattivi, infrastrutture e oleodotti), rifiutando di privatizzarlo e ‘venderlo’ al capitale internazionale ‘interessato’, allora scoppiano i ‘cambi di regime’ e ‘la promozione della democrazia’ in stile ‘Maidan’ e Siria. L’AIIB è in definitiva uno strumento finanziario-valutario funzionale al blocco capitalistico a guida russo-cinese, e in quanto tale contende al FMI e alla Banca Mondiale, in quanto strumenti del blocco euro-americano, le sorti e il controllo della società borghese planetaria.

Abbiamo spesso sostenuto che nella fase senile del capitalismo (come nella fase dell’accumulazione originaria) prevale l’elemento finanziario del debito pubblico (1), ora se analizziamo una delle principali funzioni svolte da questi mastodontici strumenti ( AIIB, FMI e Banca Mondiale) ci rendiamo conto che essa consiste nel finanziamento/assicurazione dei debiti pubblici di determinati paesi. Attraverso questo meccanismo i finanziatori-creatori degli strumenti noti come AIIB, FMI e Banca Mondiale, cioè il capitale finanziario espresso dalle economie capitalistiche più forti, controlla e ingloba una parte del plus-valore prodotto dagli schiavi salariati dei paesi economicamente più deboli (costringendo questi paesi ad accettare le politiche di austerità (e quindi i tagli al welfare, una maggiore imposizione fiscale sui proletari, il blocco dei salari e l’incremento del grado di sfruttamento della forza-lavoro). Le privatizzazioni, invece, costituiscono dal punto di vista economico e legale una forma di espropriazione del capitale più forte a danno di quello più debole, in linea, d’altronde, con la tendenza storica alla centralizzazione dei capitali. In definitiva le ricette proposte da questi strumenti finanziari internazionali, funzionali al parassitismo delle borghesie più potenti, sono l’incremento del grado di sfruttamento (austerità) da un lato e dall’altro lato l’espropriazione/centralizzazione dei capitali più deboli (in altre parole la conferma di due leggi tendenziali dell’economia capitalistica).(1)Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti. Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari fra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quella degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello Stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna’. Marx.

Postilla: (alcuni passaggi tratti da ‘Chaos Imperium’, ritenuti importanti per inquadrare gli argomenti affrontati nel capitolo uno)

La suddivisione del globo terrestre in blocchi imperialisti è un processo che perdurerà finché vi sarà il capitalismo. Considerando la caduta storica del tasso mondiale di profitto, la lotta imperialista non può che diventare più estrema, mentre le crisi (sia nella sfera finanziaria, sia nella sfera produttiva), tendono a diventare sempre più gravi e devastanti. I blocchi imperialisti agiscono al pari di predoni affamati che si disputano una preda. E tuttavia questa preda (il bottino di plus-valore) diventa dopo ogni crisi sempre più evanescente, e quindi sempre più feroce diventa la contesa per la sua conquista e spartizione da parte dei predoni borghesi(…..)Abbiamo sostenuto, sulla scorta dell’analisi di Lenin, che l’imperialismo è una fase del capitalismo che accomuna le varie aree geo-economiche del globo in un solo gioco feroce di dominazione. Tuttavia le borghesie nazionali, e i loro apparati statali di riferimento, sono vive e vegeti, e quindi è ancora una volta da escludere la rinascita del teorema kautskyano in qualunque veste precedentemente analizzata (governo occulto mondiale, imperialismo globale). In senso derivato è anche da escludere che esista un fattore meccanico di auto-distruzione o di collasso dell’organismo capitalistico. La putrefazione incalzante del cadavere che ancora cammina (in assenza della rivoluzione proletaria), incide solo nei rapporti di forza tra le potenze imperialiste. Possiamo tentare di prevedere, allora, per ogni singolo imperialismo, le linee di tendenza nella lotta per la spartizione del bottino sempre più povero (almeno percentualmente) di plus-valore globale. Uno degli strumenti utilizzati storicamente dal capitale per sopperire alla caduta del saggio medio di profitto nei settori produttivi è stato ed è l’incremento del debito pubblico.

Il debito pubblico, e il correlato aumento delle imposte gravanti sul reddito dei proletari, indispensabili per pagare gli interessi ai possessori del debito (fondi comuni, banche…), funge, a parità di retribuzione, da potente fattore di incremento del tasso di sfruttamento reale, e quindi come un miracoloso rigeneratore di plus-valore, quindi come una controtendenza parziale rispetto alla legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Tuttavia, a un certo livello quantitativo, la valorizzazione del capitale nella sfera finanziaria del debito pubblico, ma anche in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, diventa un fattore di ulteriore squilibrio, accelerando, come scrive Marx, le crisi periodiche dell’economia capitalistica. Gli stessi debiti sovrani iniziano ad essere esposti al gioco della speculazione, come una volta accadeva principalmente in ambito azionario e obbligazionario ‘privato’, cosicché enormi masse di capitale fittizio vagano per i circuiti finanziari mondiali alla ricerca di valorizzazione, determinando in certi casi il temutissimo e famigerato default di interi bilanci statali. Potremmo suggerire una comune origine capitalistica, intesa come concatenazione di fattori endogeni ed esogeni, sia nella ‘incruenta’ genealogia del fallimento finanziario di uno stato sotto l’attacco della speculazione, sia nella disgregazione territoriale cruenta di uno stato sotto l’attacco delle mire imperialiste esogene, e delle lotte borghesi endogene (Siria, Libia, Iraq,Yemen, Ucraina). Quando la FED ha acquistato una massa ragguardevole di debito federale, ha evidentemente tentato di calmierare il rendimento dei propri titoli del debito pubblico, e anche la BCE ha fatto lo stesso con i titoli pubblici di alcuni soci statali europei, rivendendoli poi alle varie banche nazionali. Queste misure hanno avuto l’obiettivo di proteggere i debiti sovrani dall’assalto della speculazione del capitale fittizio internazionale, e quindi in definitiva da un elemento interno allo stesso sistema economico di cui i debiti sovrani sono una parte. In questa dinamica apparentemente paradossale, in realtà si consuma una ulteriore lotta fra i fratelli coltelli borghesi per suddividere su nuove basi il bottino di plus-valore, e garantire l’intatto privilegio di uno stile di vita parassitario alla frazione di borghesia vincente. Così è accaduto dopo la crisi finanziaria del 2008, trasferita dall’America sull’Europa, con il conseguente netto peggioramento della situazione economico-sociale soprattutto in Italia, Grecia, Spagna, Portogallo.

La tempesta perfetta della speculazione finanziaria, in altre parole prelude sempre, storicamente, a una ridefinizione dei rapporti di forza fra le potenze capitalistiche nella lotta ‘esistenziale’ per l’accaparramento del bottino di plus-valore.

La finanziarizzazione generale dell’economia, tuttavia, potrebbe anche segnalare il declino del ruolo egemonico dell’America. Infatti, se osserviamo i movimenti per la creazione e il consolidamento di accordi di tipo monetario-commerciale fra Russia, Cina, India e altri paesi dell’area euroasiatica, in sinergia con molti paesi sud-americani, africani e mediorientali, emerge una forte tendenza a sostituire la yuan cinese al dollaro, come valuta di riferimento nelle transazioni commerciali internazionali. L’America, d’altronde, nel dopoguerra possedeva l’egemonia in almeno tre campi: produzione, finanza e potere militare, mentre oggigiorno mantiene un incerto vantaggio solo nel campo militare. Di conseguenza è facile comprendere la definizione di chaos imperium attribuitagli, derivando la sua attuale importanza geo-politica solo dalla possibilità di continuare ad esercitare un efficace controllo economico-militare sulle risorse petrolifere globali, e quindi un derivato controllo sull’economia globale. Le attuali vicende mediorientali dimostrano come sia difficile, tuttavia, continuare ad esercitare militarmente il controllo sulle risorse energetiche altrui, quando il proprio apparato militare è reduce da decenni di invasioni, occupazioni e conflitti per il controllo di queste risorse, e al contempo ritornano sulla scena i vecchi nemici imperiali (Russia), in associazione ai nuovi competitori economici globali (Cina).

L’imperialismo contemporaneo dunque assume in parte le vecchie forme della accumulazione originaria: espropriazione, saccheggio e spartizione conflittuale delle risorse mondiali.Non essendoci una reale ripresa economica sulla base di una sensibile accumulazione allargata del capitale, a causa della caduta storica del saggio di profitto mondiale, allora resta solo l’accumulazione per saccheggio ed espropriazione ‘manu militari’ delle altrui risorse energetiche (ma anche delle vie di trasporto di esse).

Ripetiamolo, stiamo ipotizzando un ritorno su scala maggiore delle forme originarie di accumulazione del capitale, i dati economici mostrano infatti una tendenza del capitale monopolistico-finanziario a reinvestire parte dei profitti ottenuti nel settore industriale secondario nazionale, nelle aree economiche del mondo dove vi è abbondanza di plus-valore, depredando direttamente i capitali (risorse energetiche, risorse umane a basso costo, capitale costante), i capitalisti locali e i loro stati nazione, attraverso la potenza militare accumulata nel corso del tempo (vale sia per l’America che per la Russia). Questa tendenza dell’imperialismo contemporaneo si concretizza anche attraverso la disgregazione degli stati, che lungi dal determinare un fenomeno di imperialismo globale, in realtà accentua l’aspra lotta fra blocchi militari-economici concorrenti. L’accumulazione allargata tradizionale ( e il relativo reinvestimento dei profitti nell’azienda che li ha prodotti) permane, tuttavia, principalmente a livello nazionale, mentre a livello internazionale si assiste a una parabola di ritorno alla forma originaria di accumulazione ‘primitiva’ per espropriazione (previa disgregazione e ricomposizione funzionale ai nuovi padroni degli originari apparati statali di difesa del capitale nazionale depredato, spesso in accordo con una frazione di borghesia locale). Considerazioni ulteriori: sappiamo che la base della produzione di plus-valore è il capitale produttivo (in primis quello del settore industriale). Anche l’imperialismo contemporaneo, pur compiendo delle ardite parabole di ritorno alle forme originarie di accumulazione per espropriazione, non può prescindere dalla legge di base della produzione di plus-valore, e quindi è esso stesso produzione di plus-valore (in prima istanza) e poi, ma in seconda istanza, attività di rapina di plus-valore ad altri capitali (deboli militarmente, e quindi incapaci di difendere il proprio bottino). Questo significa, dal punto di vista della lotta di classe e del suo soggetto sociale principale, che è ancora il proletariato industriale a rappresentare la punta di lancia fondamentale, mentre sono da considerare con molto scetticismo le infatuazioni per soggetti diversi e variamente definibili ( Occupy wall street, movimenti no qualcosa, rivolte sottoproletarie urbane e via discorrendo, generalmente esaltate dagli eredi dell’area di autonomia).

Ripetiamo ancora una volta che il capitale ‘produttivo’ per accumularsi e combattere la diminuzione tendenziale del saggio di profitto, ha bisogno di continue innovazioni dei mezzi produttivi (e delle merci da offrire ai consumatori). Come conseguenza diretta di questo doppio processo di accumulazione e di lotta contro la caduta della redditività del capitale investito, l’economia capitalistica è condotta a sfruttare in modo sempre più intenso, sia la forza-lavoro e sia le risorse del pianeta, mentre deve anche aumentare la quantità delle merci prodotte e immesse sui mercati di sbocco. Infatti, diminuendo la percentuale di plus-valore incorporata in una singola merce, sarà necessario produrre e vendere maggiori quantitativi di merci per conseguire lo stesso profitto, cioè il profitto precedente alla diminuzione della percentuale di plus-valore/plus-lavoro incorporati nella singola merce. Ma di questo passo si giunge ben presto alla saturazione dei mercati, sia per l’eccesso di merci che sono sfornate a ritmi vulcanici, sia per la paludosa natura stessa dei mercati, che non sono in grado di assorbire, ai prezzi proposti dalle imprese in vista di un certo profitto, l’intero quantitativo di merci offerte (vulcano della produzione e palude del mercato). Allora il capitalismo cerca mercati di sbocco più ricettivi per le merci prodotte, al di fuori dell’ambito nazionale, ma cerca anche forza-lavoro internazionale disposta ad accettare salari più bassi della forza-lavoro nazionale. Il capitalismo soppianta i modi di produzione ‘residuali’ ancora presenti in qualche nicchia geografica, e trasforma le economie agrarie autoctone di autoconsumo in agricoltura capitalistica intensiva, spesso condotta su base mono-colturale. Questi processi rendono inoltre disponibile allo sfruttamento di fabbrica una massa umana di ex contadini proletarizzati, i quali, in assenza di piena possibilità di lavoro nelle imprese industriali del proprio paese, si mettono in cammino verso le aree capitalistiche dove maggiori sono le richieste di forza-lavoro a basso costo. Per ovviare alla tendenza storica rappresentata dalla caduta del saggio di profitto, l’impresa capitalistica deve riuscire ad aumentare la produttività del lavoro umano, applicando ritmi e metodi più intensi ed efficienti nei reparti e negli uffici, inoltre deve aumentare i quantitativi globali di merci prodotte, cercando in tutti i modi di venderle. Tuttavia, la domanda globale di acquisto che si incrocia sui mercati con l’offerta di merci prodotte dalle imprese tende a calare, poiché i bassi salari, ma soprattutto la disoccupazione crescente, conseguente alla variazione della composizione organica del capitale, tolgono reddito e potere di acquisto alla platea di potenziali clienti e consumatori delle merci. Come un cane che si morde la coda il capitalismo mette in atto dei processi contraddittori, e quindi, per reagire alla caduta tendenziale del saggio di profitto, sviluppa delle controtendenze economiche (soprattutto l’aumento della produttività del lavoro e della quantità di merci prodotte), ma questi rimedi suscitano a loro volta un eccesso di merci, forza-lavoro, e capitale costante che incidono ulteriormente sulla redditività degli investimenti. La crisi si manifesta quindi nella sfera della circolazione delle merci, come incapacità di vendere il prodotto sui mercati, e quindi come blocco della triade D-M-D’. Ma dietro questo blocco nella sfera della circolazione si cela la variazione nella composizione organica del capitale aziendale, cioè la sostituzione progressiva di capitale variabile (le risorse umane) con capitale costante (mezzi tecnici di produzione). Le risorse umane espulse dal processo produttivo perdono buona parte del precedente reddito e potere di acquisto, la domanda globale si deprime, e quindi si inceppa la indispensabile fase di trasformazione del plus-valore incorporato nelle merci durante la produzione, e offerte nella sfera della circolazione-distribuzione, in ricavo di vendita, entrata monetaria, profitto, Alla fine anche gli spazi internazionali in cui vendere e trasferire merci e capitali, depredare e rapinare risorse energetiche e sfruttare forza-lavoro, si riducono progressivamente, costituendo un ulteriore limite all’accumulazione e valorizzazione del capitale. Lo sbocco distruttivo intensificato/acutizzato di merci, di forza-lavoro in eccesso e capitali sovraccumulati, come sosteniamo da sempre, si configura a questo punto quale percorso obbligatorio della ripresa economica. La distruzione creatrice, il bagno di giovinezza, la morte e rinascita del Moloch capitalista, incombono ricorrentemente all’orizzonte del destino socio-economico del modo di produzione borghese. E’ questa la traiettoria e catastrofe dell’economia capitalistica, definita con limpidezza nell’invariante teoria marxista, essa non va confusa però con il superamento de facto di questa economia, ma con la possibilità che a un certo punto della traiettoria si sviluppi (sotto la spinta del peggioramento delle condizioni materiali di vita del proletariato) la rinascita di una forte opposizione politico-sociale al regime borghese, capace di trasformare a sua volta l’imminente catastrofe in un evento di segno opposto.

Capitolo due: FMI/AIIB, la logica del duello sul piano creditizio e bancario (approfondimenti)

Il FMI sta dunque ‘aggiornando’ le sue regole operative in merito agli stati insolventi, e uno dei primi effetti di questo aggiornamento va a colpire il ‘diritto’, precedentemente riconosciuto ai creditori statali (ad esempio la Russia nei confronti dell’Ucraina) di impugnare il contenzioso davanti a un tribunale internazionale (unanimemente riconosciuto). In effetti la regola precedente, per cui nessun paese poteva pretendere ulteriori prestiti se in condizioni di default, o insolvente, verso un altro paese, è stata creata dopo la seconda guerra mondiale dai vincitori anglo-americani, e ha governato gli ultimi settant’anni. La sua attuale modificazione, ipotizziamo, è da intendersi come una mossa per creare intoppi nel recupero dei finanziamenti ai rivali capitalistici russi e cinesi. Un episodio, non il primo e sicuramente non l’ultimo, del duello bancario-finanziario fra centri capitalistici e borghesie concorrenti. L’obiezione dei soliti scettici e innovatori della teoria potrebbe essere questa: dunque, come si può parlare di duello fra segmenti opposti della classe borghese, se il capitale globale è intrecciato da innumerevoli partecipazioni azionarie di livello transnazionale? Può, in altre parole, il capitale fare concorrenza a se stesso? Non viene meno, in tal modo, la ragione stessa della competizione fra i fratelli coltelli borghesi? L’obiezione sembra avere una qualche fondatezza, perché gli intrecci di capitali multi e transnazionali sono un fatto reale, mentre è irreale la conclusione che si vuole trarre dalla constatazione di questo dato di fatto: ovvero la fine delle contese fra fratelli coltelli borghesi e l’autonomizzazione del capitale dall’apparato di forza statale (scindendo in tal modo ogni interconnessione fra area economica, economia nazionale e apparato/i statale/i di riferimento). Ancora una volta, postulando l’autonomia del capitale, cioè della struttura economica ( intesa nello specifico come economia nazionale o area economica infra-nazionale o transnazionale) dalla sovrastruttura politico-statale (singolo stato nazionale o alleanza e blocco di stati ed eserciti) si assolutizza e separa una parte, un fenomeno, dalla relazione con il sistema complesso e dinamico (cioè l’insieme di tutte le parti e di tutti i fenomeni) in cui quello stesso fenomeno è effettivamente compreso. Le S.P.A, il capitale finanziario, gli intrecci di capitali (partecipazioni azionarie) non significano affatto la fine delle lotte fra interessi capitalistici contrapposti e particolari. L’esperienza empirica ci insegna, infatti, che nella stessa assemblea di azionisti di una S.P.A possono formarsi cartelli azionari in conflitto, determinandosi, sulla base di opposti interessi, maggioranze e minoranze assembleari. Il caso del FMI è esemplare di quanto andiamo sostenendo, in esso la Russia detiene una partecipazione del 3% , quindi tecnicamente un intreccio di capitale, eppure questo fatto non ha impedito al socio più influente (gli Stati Uniti) di esercitare la sua influenza per cambiare le regole del gioco (con effetti sfavorevoli sulla possibilità di recupero da parte della Russia del credito concesso all’Ucraina). In altre parole, anche l’appartenenza di più capitali allo stesso capitale sociale di una determinata S.P.A, non implica la fine degli scontri fra interessi divergenti, cioè la fine della concorrenza e degli scontri di interessi fra frazioni borghesi. Lo scontro fra interessi borghesi divergenti (cioè fra economie nazionali o aree economiche infra-nazionali o transnazionali) si sposta con frequenza dal piano commerciale, valutario e finanziario al piano militare. In questo caso gli aggregati di interessi in conflitto, i capitali, lungi dall’autonomizzarsi dalla sovrastruttura statale, mostrano tutta la loro interdipendenza dal serbatoio di forza rappresentato dal singolo stato nazionale (o dall’alleanza di stati).

Torniamo ora alla traccia principale, abbiamo esposto il senso del cambiamento delle regole del F.M.I, e alcuni effetti ‘collaterali’ del cambiamento: Russia e Cina possono ora concedere tutti i prestiti che vogliono agli altri governi, ma non c’è una copertura internazionale (una legge valida erga omnes) che gli riconosca il diritto di essere rimborsati dai propri debitori, o meglio tale diritto non viene riconosciuto (a Russia e Cina) dai concorrenti economici e politici che attualmente controllano il F.M.I.

 

 

Capitolo terzo: Una vittoria di Pirro

Dunque il capitalismo americano ‘lavora’ per il cambiamento di regole creditizie internazionali risalenti alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia i cambiamenti potrebbero produrre degli effetti collaterali (spiacevoli) per gli stessi artefici della loro messa in cantiere. Leggiamo la dichiarazione di una importante figura politica della federazione russa: ”Questa riforma, che ora stanno tentando di implementare, è ideata solo per calzare bene all’Ucraina, ma potrebbe piazzare una bomba a tempo sotto tutti gli altri programmi dell’FMI.”

In effetti ci si può chiedere perché la scappatoia all’insolvenza dell’Ucraina verso la Russia, fornita dal cambio delle regole del F.M.I, non dovrebbe poi essere sfruttata anche da altri soggetti statali insolventi (non solo insolventi verso Cina e Russia, ma anche verso la Francia, l’Inghilterra, la Germania o gli stessi Stati Uniti). Il significato principale della vittoria di Pirro americana non è, tuttavia, nel rischio di estendere a se stessa gli effetti del cambiamento indotto nelle regole del F.M.I, ma nell’avere favorito e accelerato, attraverso questa mossa, la contromossa della creazione della A.I.IB, e in generale l’integrazione economica, finanziaria e valutaria degli avversari. Bisogna chiedersi quali siano, attualmente, le capacità di calcolo politico e strategico delle élite borghesi americane, alla luce dei fallimenti inanellati in Siria, Ucraina, e non ultimo nella vicenda del F.M.I. La bilancia dei pagamenti della Federazione russa, dopo il ribasso del prezzo del petrolio e del gas, è in affanno (tuttavia, anche in questo caso, gli effetti negativi del ribasso hanno colpito pure gli autori del ribasso; cioè l’Arabia Saudita e l’America). Diciamo subito che il ribasso è stato determinato da un calo effettivo della domanda internazionale (riflesso diretto della crisi economica), ma verosimilmente anche dalle susseguenti strategie di lotta ‘commerciale’ di importanti centri capitalistici americani (e dei loro protetti e vassalli) contro il rivale russo. L’ulteriore stangata finanziaria al rivale russo è stata inferta rendendo arduo il recupero dei tre miliardi di dollari concessi all’Ucraina, e soprattutto ponendo in essere le condizioni per una generale non sanzionabilità internazionale dei debitori statali insolventi, con effetti caotici e nefasti sull’intero sistema creditizio globale. Osservando la fenomenologia caotica (e l’effetto boomerang, altrimenti detto vittoria di Pirro) derivanti da queste azioni americane (sul piano creditizio-finanziario), possiamo azzardare un paragone con le strategie del caos della geo-politica americana in varie aree del globo ( e quindi con le correlate vittorie di Pirro riservate agli americani in quanto artefici di questa geo-politica).

In Siria l’ISIS (strumento di guerra asimmetrica e fattore oggettivo del terrorismo di stato antiproletario) dopo la cacciata da Palmyra viene ora sconfitto militarmente e cacciato dalla città strategica di Qurayten, la cui liberazione da parte della coalizione di forze siriane, russe e iraniane, apre la strada verso la capitale del cosiddetto ‘califfato’ Raqqa (a questa stessa coalizione). Anche in questo caso la politica del Chaos Imperium americano non ottiene i risultati previsti, e rinforza invece l’immagine e le posizioni geo-politiche dell’avversario ‘esistenziale’ di sempre, ovvero l’apparato militare-industriale russo. Le sanzioni economiche imposte alla Russia dopo l’annessione ‘manu militari’ della Crimea (sanzioni volute dall’America e fatte proprie dall’Europa ‘obtorto collo’), non hanno prodotto l’indebolimento economico fatale o l’isolamento politico del colosso statale euro-asiatico, ma anzi hanno solo accelerato i processi di integrazione (di tipo politico, militare, finanziario, commerciale, valutario) del suddetto colosso con la Cina, l’India e altri paesi.

Bisogna chiedersi forse se non esista una contraddizione fra il vassallaggio europeo agli interessi del Chaos Imperium (un chiaro segno di questo vassallaggio è l’imposizione europea di sanzioni alla Russia) e l’interesse capitalistico europeo di investire capitali e commerciare con la Russia. La presenza di basi militari americane in Europa, la stessa alleanza della NATO a guida americana, sono dati di fatto che rivelano la condizione di vassallaggio dell’Europa (gigante economico e nano politico). Nella logica capitalistica l’economia più avanzata (dotata quindi del più temibile apparato militare-industriale) proietta l’ombra della sua dominazione (rapinatrice) sulle economie e sugli stati più deboli. Nel caso dell’America, tuttavia, questa capacità di dominazione viene erosa lentamente dal declino economico (strutturale) che si ripercuote, inevitabilmente, anche sul piano (sovrastrutturale) della proiezione di potenza politico-militare globale.

Abbiamo in passato paragonato la politica del caos alla tattica della terra bruciata (tattica messa in atto dagli eserciti in ritirata, allo scopo di rallentare l’avanzata dell’esercito avversario). Chi mette in pratica questa tattica rivela la sconfitta subita, e cerca, attraverso una serie di mosse disperate, dettate da circostanze di grave pericolo, di evitare la propria distruzione. In realtà queste mosse dimostrano solo lo stato di difficoltà in cui versano i soggetti che le pongono in essere, i quali, sottoposti all’iniziativa e alle minacce dell’avversario, cercano di rinviare la resa dei conti attraverso lo stratagemma del caos. Tuttavia un siffatto stratagemma si è spesso rivelato, nel corso della storia, un arma a doppio taglio. In questo senso sosteniamo che la politica del caos (sia sul piano finanziario-creditizio che sul piano politico-militare), si trasforma spesso in vittoria di Pirro, cioè in un’ulteriore accelerazione dei processi di decadenza dei suoi autori (in questo caso del Chaos Imperium).

Capitolo quattro: Titoli tossici e crisi bancarie

Nel circuito bancario-finanziario del capitalismo mondiale circolano dei valori fittizi, superiori di 50 volte il PIL mondiale. La caduta del saggio di profitto nell’economia reale diventa la causa basilare della bolla finanziaria; l’investimento finanziario-bancario, alternativo e sostitutivo di quello nell’economia reale, si riproduce in modo frattalico, come un gioco di specchi autoreferenziale fra crediti e debiti, staccato da ogni rapporto commerciale di compravendita di merci e servizi. La bolla è formata innanzitutto da titoli tossici, cerchiamo di descrivere in cosa consiste il loro funzionamento. Agli inizi della crisi attuale, cioè nell’ottobre 2007, un titolo tossico era definito come il bond (titolo) di una cartolarizzazione, con caratteri tecnico-contabili complessi, opachi, tali da renderne la valutazione difficile e incerta. Proviamo allora a comprendere cosa significa ‘cartolarizzazione’: la cartolarizzazione è una operazione assimilabile alla cessione di crediti, e dunque è un’operazione finanziaria (non necessariamente collegabile ai titoli tossici). Diciamo qualcosa sulla cessione di crediti: essa avviene a titolo oneroso, il cedente ottiene da una banca o da altri intermediari creditizi, in cambio del pagamento di interessi passivi calcolati sui giorni di anticipo rispetto alle scadenze regolari dei crediti, una somma corrispondente al valore totale o parziale dei crediti ceduti. In genere l’impresa cede un portafoglio di crediti verso clienti commerciali, questi crediti, rappresentati da fatture di vendita, o da cambiali attive sostitutive del pagamento immediato da parte del cliente, vengono ceduti a una banca, o a una società di factoring, le quali concedono (tecnicamente) un anticipo monetario al cedente (come contropartita alle fatture o alle cambiali attive presentate). La cessione di credito avviene generalmente alla clausola pro soluto, tale clausola, diversamente dalla clausola pro-solvendo, implica che l’impresa cedente non è tenuta a fornire garanzie alla società intermediaria in caso di insolvenza, cioè di mancato pagamento da parte dei debitori ceduti. Tuttavia anche le banche possono cedere i propri crediti (nati da concessioni di mutui e finanziamenti vari alla clientela), a società intermediarie che, a fronte dei crediti ceduti, emettono titoli negoziabili, collocabili sui mercati nazionali o internazionali (e qui entriamo nell’ambito della cartolarizzazione).

La base finanziaria della cartolarizzazione non è nient’altro che una tecnica di smobilizzo di capitali altrimenti vincolati nella forma di finanziamento a terzi (quindi un modo per trasformare in liquidità immediata quella parte di liquidità differite rappresentate dai crediti verso clienti). Questa pratica di smobilizzo caratterizza da lungo tempo le operazioni finanziarie intercorrenti fra banche e imprese industriali e commerciali. Tuttavia, quando parliamo di cartolarizzazione, riferendoci alla crisi del 2008, pensiamo innanzitutto alla diffusione e vendita di titoli garantiti dai mutui concessi ai cittadini americani per l’acquisto di immobili. In questo caso siamo in un ambito che travalica il semplice smobilizzo di crediti commerciali, ed entriamo nella sfera speculativa delle vere e proprie operazioni di cartolarizzazione. I soggetti coinvolti in queste operazioni sono tre: il creditore originario (nel caso americano sono le banche che hanno concesso i mutui senza pretendere garanzie), il cessionario, cioè la società finanziaria intermediaria, che ha solo lo scopo di effettuare una o più cartolarizzazioni, e infine il sottoscrittore/compratore dei titoli emessi dal soggetto numero due. La crisi del 2008 ha fortemente incrinato la fiducia dei potenziali compratori verso tutti i titoli cartolarizzati, quindi anche verso quelli garantiti da solide garanzie di recupero, alla scadenza, della somma investita per l’acquisto. I titoli sospettati di essere illiquidi (cioè non rimborsabili in parte o in tutto) sono stati venduti in massa, provocando un crollo del loro valore originario di emissione, trasformandoli in titoli tossici, con caratteri tecnico-contabili complessi, opachi, tali da renderne la valutazione difficile e incerta. Una banca americana fu definita nel 2008 ‘zombie bank’, perché continuava ad esistere anche avendo le casse vuote. Questa banca aveva un passivo di oltre 600 miliardi di dollari, dovuti all’emissione di mutui sub-prime, cioè di mutui concessi a clienti privi delle garanzie necessarie per ricevere quel determinato finanziamento. La massa dei mutui concessi in modo poco avveduto ( su sollecitazione della FED allo scopo di rilanciare l’economia), è stata poi raggruppata in pacchetti e venduta a società finanziarie cessionarie (costituite allo scopo), quotate in borsa come SPA. Quando buona parte dei mutui originariamente concessi dalla ‘zombie bank’ ai clienti inaffidabili non stati restituiti, l’inadempienza è ricaduta sui possessori delle azioni della società concessionaria che aveva cartolarizzato i crediti ceduti (i mutui), e non sulla banca. Quando si è diffusa la notizia della illiquidità dei titoli basati sui mutui sub-prime, si è verificato un crollo della loro domanda. Intanto la crisi economica reale, l’aumento della disoccupazione, ha reso aleatoria ogni ulteriore prospettiva di recupero delle somme prestate dalla banca ai soggetti inaffidabili. A causa del deprezzamento del mercato immobiliare e quindi del valore delle case, anche la rivendita dell’immobile ipotecato, ha consentito alla banca di recuperare solo una parte delle somme anticipate al cliente per l’acquisto del bene. Nonostante lo stratagemma della cartolarizzazione, la perdita secca determinata dai mutui sub-prime ha colpito infine pure la banca (oltre che i possessori delle azioni della società concessionaria e dei titoli tossici).

La FED stampa moneta, come le altre banche centrali, chiediamoci a quali ancoraggi economici reali si leghino le quotazioni e i cambi delle maggiori valute circolanti.

Esiste il legittimo sospetto che anche per certe monete possa proporsi un discorso analogo a quello dei titoli tossici. La creazione di titoli tossici non si è interrotta nel 2008, ma è proseguita, oggigiorno possiamo valutare che il sistema bancario globale abbia emesso 50 volte il pil mondiale in titoli, e in moneta circolante. Titoli di credito per qualcuno e quindi di debito per qualche altro. Una immensa bolla determinata dai meccanismi di finanziarizzazione del capitale, cioè dalla ricerca del profitto nel gioco di specchi dei titoli del debito pubblico e privato, ‘il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di Borsa e la bancocrazia moderna’. Marx

Come si può ben evincere dal passo citato, Marx anticipa la vicenda dei titoli tossici, poiché è ben chiaro nella sua analisi, anche se risalente agli ultimi decenni del 1800, che ‘il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, (e) il commercio di effetti negoziabili di ogni specie’.

L’appropriazione di plus-valore in veste di interesse sui titoli, cioè ‘effetti negoziabili di ogni specie’, nasce dalla difficoltà storica di valorizzazione del capitale nella sfera dell’economia reale, difficoltà determinata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto. Gli apparati statali borghesi spremono fino alla consunzione il proletariato, costretto a subire le imposte che vengono impiegate per pagare il capitale usuraio-finanziario che detiene i titoli del debito pubblico. Un doppio parassitismo coglie gli sventurati sudditi del capitale: il parassitismo dato dal furto di plus-lavoro nelle moderne galere aziendali, e il parassitismo del capitale finanziario a cui le entrate fiscali dello stato borghese garantiscono un ‘equo’ interesse.

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Capitolo quinto: le“banche tossiche”come riflesso della ‘bancocrazia moderna’

Attualmente quasi nessuna banca europea è valutata in borsa ad un valore superiore al suo capitale netto (in sostanza la differenza algebrica fra le attività consistenti nei crediti concessi alla clientela,e le passività rappresentate dai debiti verso i depositanti). Le azioni che formano il capitale sociale delle banche operanti nella forma giuridica di SPA non ottengono dunque il favore del mercato di borsa, gli investitori mostrano disaffezione rispetto ai titoli azionari emessi dalle banche. Tale stato di scarso interesse per i titoli azionari bancari è determinato da due fattori: in primo luogo (apparentemente) dalle sofferenze/difficoltà nel recupero dei crediti concessi alle imprese e alle famiglie a causa della crisi, in secondo luogo (realmente) dalla presenza nella pancia di queste banche di titoli tossici, i famosi ‘effetti negoziabili di ogni specie’. Nella sezione delle attività (quindi i crediti) del conto patrimoniale (soprattutto delle grandi ‘investment bank‘) ritroviamo dunque la paccottiglia tossica di cui scrivevamo nel capitolo quattro. Il rapporto fra le sofferenze bancarie, collegate alle difficoltà di recupero di parte dei crediti concessi alle imprese e alle famiglie, e le sofferenze collegate alle decine di miliardi di titoli illiquidi, che molte grandi banche europee custodiscono in pancia, mostra mediamente una certa equivalenza fra i due aspetti (anche se in certi casi di grandi banche, di cui omettiamo il nome, i titoli illiquidi o tossici rappresentano ben l’80% o il 75% delle attività patrimoniali totali). Alla luce di questi dati si comprende meglio la disaffezione dei mercati finanziari verso i titoli azionari in cui è suddiviso il capitale sociale delle banche SPA.

Credito in sofferenza, titoli tossici, valute nazionali ballerine, vanno interrelati all’attività economica capitalistica basica, produttrice di merci, cioè di valori reali e di valori astratti.

Marx analizza la contraddizione insita nella merce, il suo arcano, il valore d’uso e il valore di scambio della merce, e quindi l’attività economica capitalistica come contraddizione tra due forme di ricchezza: la ricchezza materiale espressa nella produzione di beni d’uso, e la ricchezza astratta, rappresentata nella categoria del valore di scambio monetario. La prevalenza del valore di scambio monetario, già a livello della forma merce, pone le basi per le successive difficoltà in cui si contorce l’economia capitalistica. La ricchezza astratta, il valore monetario di scambio della merce, prevale sulla ricchezza materiale, ovvero sul valore d’uso dei beni (la produzione di beni sotto forma di merci è proprio l’espressione di questa prevalenza, che tuttavia non è un fatto puramente tecnico-economico, ma viceversa rappresenta il riflesso di un rapporto violento di dominazione attuato da una classe sociale di sfruttatori). La produzione di merci (non di beni d’uso) è funzionale alla valorizzazione del capitale monetario investito, cioè alla realizzazione di un profitto in grado di reintegrare i costi sostenuti in anticipo dall’impresa e soprattutto di monetizzare (nella sfera della circolazione/scambio) il plus-valore contenuto nella merce. La produzione di beni d’uso non rappresenta il fine dell’attività economica, ma solo un mezzo per valorizzare il capitale, cioè per fare più soldi impiegando dei soldi. Quando tale obiettivo incontra delle difficoltà nel campo della produzione ‘reale’ di merci (ma abbiamo visto che lo scopo di questa produzione in regime capitalista è la ricchezza astratta, cioè l’incremento del valore monetario impiegato) allora il capitale si riversa nella sfera finanziaria.

Il rapporto credito/debito è il fulcro dell’attività finanziaria, esso è dato dall’anticipazione di un valore monetario da parte del creditore bancario a un debitore (capitalista industriale o commerciale), in cambio dell’impegno alla restituzione del valore anticipato (più un interesse) per mezzo del futuro valore prodotto (il plus-valore futuro di una ipotetica, astratta, produzione di merci, viene quindi attualizzato nel presente attraverso al concessione di credito). La somma restituita alla scadenza dell’anticipazione, cioè del prestito, viene denominata nella dottrina contabile con il nome di montante ( la somma del capitale anticipato, più l’interesse calcolato sul tempo di anticipazione a un certo tasso). Dopo la crisi degli anni settanta il capitalismo ha ulteriormente accresciuto la sfera rifugio finanziaria, nel tentativo di compensare, attraverso i più o meno lucrosi interessi ottenuti dalle anticipazioni di valore, cioè dal credito, la caduta percentuale del plus-valore (e quindi del saggio di profitto) nella sfera industriale. Un castello di carte speculativo ha tentato vanamente di sostituire la fonte della ricchezza, cioè il lavoro umano, quello stesso lavoro che andava progressivamente diminuendo nella composizione organica del capitale aziendale. Non ripetiamo le cause storiche di questa diminuzione (già spiegate nelle pagine precedenti attraverso una citazione di Marx), ci interessa invece rilevare che il volume del credito (cioè delle anticipazioni di valore rispetto a una astratta produzione futura di valore) è cresciuto a dismisura, diventando fattore di aggravamento delle crisi (ma non di certo il fattore originario, essendo la crisi del capitale una risultante della sovrapproduzione di merci e della sovraccumulazione di capitali derivata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto). In modo compulsivo l’economia capitalistica trasferisce nella sfera finanziaria la brama di valorizzazione del valore (il fare denaro con il denaro), che costituisce già dall’origine il marchio d’infamia di questo modo di produzione.

Titoli spazzatura, tossici, illiquidi, derivati, sub-prime, in altre parole gli ‘effetti negoziabili di ogni specie’ di cui scrive Marx, continueranno a riprodursi in modo esponenziale fino a quando il capitalismo continuerà a vivere. La gestione di questi ‘effetti negoziabili di ogni specie’, surrogati del profitto aziendale storicamente calante, è ora principalmente affidata alle banche centrali e agli stati. Non bisogna stupirsene, infatti, come ricorda Marx, ‘Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti’.

Le banche centrali, in quanto ente emittente, sono molto importanti per la formazione della massa totale di capitale monetario, circolante nel settore finanziario e industriale capitalistico: esse concedono prestiti alle banche private a tassi d’interesse zero, anche alle banche con la pancia piena di titoli tossici che avrebbero scarsa possibilità di ricevere prestiti da altre banche private. Inoltre, in questa funzione di sostegno al contemporaneo castello di carte finanziario-speculativo, acquistano pure i titoli di stato al fine di evitare che il mercato di suddetti titoli crolli rovinosamente. Questa triplice attività ha lo scopo di evitare il collasso finanziario del sistema capitalistico (o almeno di uno dei blocchi di economie capitalistiche che si fronteggiano nel contesto globale contemporaneo). Nelle condizioni attuali, svanita la fiducia fra le grandi banche internazionali a causa dei dissesti emersi a partire dalla crisi del 2008, le banche centrali devono concedere prestiti a tasso zero alle banche in difficoltà (pur di far sopravvivere il capitale finanziario che da tempo predomina nello stadio del capitalismo senescente). Tuttavia, queste operazioni di supporto creditizio, sono dei palliativi che non possono cambiare i dati macroeconomici, cioè la caduta tendenziale del saggio di profitto con la correlata sovrapproduzione di merci e sovraccumulazione di capitali. In assenza di una ripresa economica reale, e quindi in assenza del ritorno ad una adeguata valorizzazione del capitale ‘produttivo’ attraverso la reale estorsione di plus-lavoro ai proletari, le alchimie finanziarie delle banche centrali possono solo posticipare l’esplosione della futura bolla speculativa. Immettendo in modo abnorme capitale monetario nel sistema bancario in sofferenza, sia per i crediti insoluti che per il possesso di titoli tossici, le banche centrali prendono a garanzia dei prestiti concessi alle banche private i titoli tossici invendibili. In questo modo tendono a diventare esse stesse un fattore di instabilità, in quanto il valore delle loro riserve tende a deprezzarsi a causa della quantità di titoli tossici contenuta. Le politiche di austerità e di rigore invocate come un mantra dalle autorità bancarie centrali, poi applicate dai governi nazionali, nascondono la volontà di fare pagare il conto del dissesto finanziario, e quindi la crisi del capitale, alle stesse vittime del sistema, attraverso la ricetta obbligata di sempre (aumento dello sfruttamento e dura repressione delle azioni di lotta della classe sfruttata).

Capitolo sesto: Crollo dei prezzi del petrolio e tossicità dei titoli derivati dallo shale gas/oil americano

Affrontiamo, o almeno proviamo, alcuni aspetti relativi all’attuale deprezzamento del petrolio. Il termine ‘economia politica’ racchiude la doppia origine di questo deprezzamento. In altre parole riteniamo verosimile individuare come origine del deprezzamento, da una parte l’effettivo calo economico della domanda collegato alla crisi, e dall’altra parte una strategia geopolitica di conservazione dell’egemonia Americana (azzardiamo l’ipotesi che il peso del secondo aspetto sia anche superiore al peso del primo nella genesi del deprezzamento). Nel settembre 2014, guarda caso appena un mese dopo la drastica sconfitta militare nel Donbass subita dall’esercito ucraino (sostenuto dall’America), da parte delle milizie filorusse, gli incontri tra il segretario di stato USA Kerry e il principe saudita Abdullah, pongono le basi per una diminuzione del prezzo del greggio (rispetto al valore di mercato). Diciamo che una riduzione del prezzo era nei fatti, cioè nei dati economici relativi al calo della domanda globale, e tuttavia il deprezzamento effettivo ha poi probabilmente superato il livello del calo della richiesta di greggio oggettivamente misurabile sui mercati. Inoltre la produzione giornaliera di petrolio non è stata diminuita dai produttori del golfo, segno che il calo della domanda non era così verticale come invece lasciava supporre la effettiva misura di riduzione del suo prezzo. In effetti esiste il legittimo sospetto che la riduzione del prezzo, o meglio quel livello di riduzione, siano serviti innanzitutto a un fine di lotta commerciale e politica con il rivale economico-politico russo (la cui economia dipende in parte dalle esportazioni di petrolio e metano). Dietrologia? Forse, tuttavia nessuno può sensatamente negare che ogni giorno, nel mercato concorrenziale capitalistico, le imprese adottino ogni stratagemma per sbarazzarsi dei concorrenti, e allora perché negare a priori che nella fattispecie del deprezzamento del petrolio, non abbiano pesato (oltre al ‘normale’ gioco della domanda e dell’offerta) dei fattori ‘diciamo’ di contesa più ampia fra blocchi capitalistici concorrenti? In economia aziendale esiste un parametro chiamato ‘Break even point’, esso è definito come il punto di pareggio fra la somma dei costi fissi (ad esempio l’affitto annuo di un capannone), i costi variabili aziendali (ad esempio il costo delle materie prime e della manodopera correlati a un certo volume -variabile- di produzione) e i ricavi di vendita di quel certo prodotto. Ebbene, in questo caso, il deprezzamento ‘indotto’ del prezzo del petrolio ha determinato una situazione in cui paesi come Iran, Russia e Venezuela (il cui punto di equilibrio fra costi e ricavi è mediamente superiore ai 100 dollari per barile) risultano particolarmente danneggiati (commercialmente) dalla riduzione provocata dalla concorrenza americano-saudita. Il punto di equilibrio fra i costi e i ricavi della produzione petrolifera di paesi come gli Emirati Arabi e il regno saudita si attesta invece sotto i 100 dollari a barile, e dunque Il ribasso agisce sulle economie di questi paesi in modo meno pesante rispetto alla concorrenza.

Gli effetti negativi del ribasso riguardano in modo particolare il Venezuela, un paese in cui il rapporto fra costi di produzione (fissi e variabili) e ricavi di vendita è decisamente sfavorevole a questi ultimi. La Russia ha risentito di meno del calo dei prezzi petroliferi, avendo grosse riserve auree, un debito pubblico piuttosto basso se paragonato a quello dei competitori euro-americani, e consistenti riserve di liquidità in valuta estera. A mantenere i prezzi petroliferi bassi ha contribuito l’eccesso di offerta del prodotto, infatti le petromonarchie del golfo, al fine di continuare l’operazione di ribasso, hanno aumentato la produzione/estrazione del greggio, pur in presenza di un calo della domanda (e in questi casi la legge della domanda e dell’offerta determina come effetto susseguente la deflazione, cioè l’ulteriore calo dei prezzi petroliferi). Se il calo del prezzo del greggio fosse inseribile dentro un semplice confronto fra domanda e offerta, allora una ratio economica elementare dovrebbe spingere i produttori a ridurre l’offerta per controbilanciare il calo della domanda, limitando così la caduta dei prezzi. Invece le cose sono andate in altro modo, poiché delle ragioni politico-economiche più ampie, basate sul calcolo di infliggere un danno decisivo alla concorrenza, hanno favorito la mossa rischiosa di cui stiamo trattando. In effetti l’economia russa ottiene una parte cospicua del suo PIL annuo dalle esportazioni di metano e petrolio, e quindi pur avendo un debito pubblico basso ha subito dei danni elevati dal calo dei prezzi petroliferi. Un effetto derivato di questa situazione è il deprezzamento del rublo di quasi il 50% (in linea con il calo percentuale dei prezzi petroliferi). Anche le sanzioni volute dall’America hanno giocato la loro parte. Tuttavia la mossa commerciale americana nasce dalla disperazione, e in fondo si appaia con la tattica della terra bruciata a cui abbiamo spesso assimilato la politica del caos di questa potenza capitalistica in declino. La lotta per la concorrenza fra ‘fratelli coltelli’ borghesi si acutizza nelle fasi di sovrapproduzione di merci e sovraccumulazione di capitale costante e variabile, è dunque in queste fasi che ogni mossa e stratagemma viene messo in campo dai competitors internazionali. Il ‘regime-change’ è lo stratagemma eseguito con un certo successo in Libia, in Ucraina e in Siria (per citare solo i casi più eclatanti) dal ‘Chaos Imperium’ americano. Esso consiste in sintesi nello sfruttare le condizioni endogene di conflitto sociale, nate dalle stesse contraddizioni del modello capitalistico, per ottenerne dei vantaggi economico-politici. Inizialmente è il proletariato che, in certi paesi, pur resistendo al peggioramento delle condizioni di oppressione e di sfruttamento, non riuscendo ad ottenere un ribaltamento dei rapporti di forza con la classe avversaria, cioè non riuscendo a spostare sul piano politico le lotte economiche immediate, viene successivamente intruppato sotto le variegate bandiere religiose e nazionali che celano lo scontro di interessi economici fra frazioni sociali borghesi (frazioni legate a determinate aree economico-aziendali capitalistiche). La disgregazione degli stati nazionali e la successiva aggregazione su nuove basi di spartizione del potere, sono in genere il corollario delle lotte fra fratelli coltelli borghesi che si manifestano su base nazionale/locale (in cui il proletariato gioca spesso un ruolo subordinato al conflitto fra opposte e concorrenti frazioni borghesi). Sarebbe tuttavia impreciso ritenere che queste dinamiche abbiano solo una dimensione endogena, locale/nazionale; la verifica storica dimostra che invece le grandi potenze capitalistiche contemporanee si inseriscono nei conflitti delle borghesie locali e nazionali come fattore esogeno di appoggio a una o più parti in lotta, al fine di ottenerne utili politici ed economici. In modo particolare il ‘regime-change’ ha assunto la forma politica delle rivoluzioni colorate (Ucraina ), o delle primavere arabe (Siria, Libia, Egitto), dove alle proteste sociali iniziali, nate sul terreno proletario, subentra nel tempo un combinato di interessi capitalistici locali in conflitto, utilizzato a sua volta dal ‘Chaos Imperium’ per provocare il ‘regime-change’ (in vista del saccheggio e della rapina diretta di capitali – petrolio e oleodotti – ad altre economie capitalistiche prive di un adeguato apparato industriale-militare in grado di difenderle dal brigantaggio dei capitali più forti). La preda viene tuttavia contesa, in certi casi, fra le due maggiori potenze statali-militari borghesi esistenti, e allora il vortice di distruzione assume tratti parossistici (pensiamo alla Siria). Il ‘regime-change’ come mezzo per ottenere il controllo o il furto del capitale altrui (materie prime e oleodotti) ha lo scopo, per l’America, di preservare la propria presunta egemonia globale. Anche le sanzioni, il deprezzamento del petrolio e quindi delle valute dei concorrenti, hanno lo scopo di destabilizzare le situazioni sociali dei concorrenti capitalistici più forti, nell’illusione di ricavarne un provvidenziale ‘regime-change’ a favore dei propri interessi di potenza. Tuttavia, nel duello fra potenze capitalistiche, ad ogni mossa corrisponde una contromossa, come abbiamo visto nel caso dell’AIIB, la nuova banca internazionale sorta per fronteggiare il gioco creditizio spregiudicato del FMI a guida americana. Il duello sul piano militare non è da meno, con l’intervento russo in Georgia nel 2008, in Crimea e nel Donbass nel 2014, e infine in Siria nel settembre 2015. La stessa mossa del ribasso del prezzo del petrolio ha avuto delle conseguenze non solo per la concorrenza, ma anche per l’economia americana, con il mercato dello shale gas-oil in difficoltà. Il punto di pareggio fra i costi e i ricavi della produzione di shale gas-oil è infatti troppo alto ( 85/90 dollari) per assorbire indenne gli effetti di ritorno della caduta del prezzo del petrolio. Un ulteriore scenario potrebbe essere dato dalla crisi delle imprese americane operanti nel settore dello shale gas-oil . Queste imprese sono fortemente dipendenti dal credito bancario, e quindi se dovessero rivelarsi insolventi alla scadenza dei debiti contratti con le banche, si potrebbe innescare un meccanismo a valanga di fallimenti bancari analogo alla crisi del 2008: anche considerando il precario equilibrio finanziario-patrimoniale di alcune grandi banche, con la pancia piena di vecchi titoli tossici (i derivati).

Capitolo settimo: Potenza economica e potenza militare come elementi chiave del duello fra aggregati capitalistici

Abbiamo spesso ripetuto che il controllo delle risorse petrolifere ed energetiche è di fondamentale importanza per le grandi potenze capitalistiche, poiché nel loro controllo vi è la chiave per la conservazione e l’accrescimento della propria forza economica, e dalla forza economica dipende la forza militare-industriale di un apparato statale. Dunque un semplice ribadimento dell’intreccio dialettico, storicamente verificato, fra la struttura economica e la sovrastruttura politico-militare. Gli Stati Uniti, per fare un esempio, dalla fine della seconda guerra mondiale hanno perseguito una strategia di contenimento e di contrasto verso l’Unione Sovietica, per impedire al rivale capitalistico di dominare l’Europa occidentale e il Medio Oriente. Un equilibrio di potere sarebbe stato modificato in modo rilevante, a danno degli Stati Uniti, se i sovietici avessero conseguito il controllo di queste aree. In definitiva i maggiori aggregati capitalistici cercano di impedire alle potenze rivali di controllare le risorse energetiche e le vie commerciali atte al trasferimento di merci, metano, petrolio. Nella situazione contemporanea è importante ricordare che i fattori quantitativi (ad esempio la massa totale di lavoratori salariati disponibili) incidono, nel lungo termine, anche sulla differenza qualitativa esistente fra il grado di sviluppo di economie capitalistiche differenti. Il lento distacco dalle precedenti condizioni di asservimento nei confronti di altre potenze capitalistiche (colonialismo), ha permesso alle borghesie di paesi molto popolosi come l’India e la Cina di sviluppare la propria struttura (forza) economica e al contempo di rafforzare la sovrastruttura (forza) statale-militare. I cosiddetti capitali autonomi (dalla sovrastruttura statale-militare) in realtà non esistono, tuttalpiù sono una delle ennesime illusioni di cui cianciano alcuni impenitenti mistificatori della dottrina (sanamente realista) del marxismo. I capitali reali, invece, competono spietatamente ( a dispetto dei processi economici di concentrazione e centralizzazione), e così pure il duello fra le borghesie rivali diventa sempre più intenso, e sempre più intensa diventa la guerra cronica, e in prospettiva acuta, fra opposti aggregati capitalistici di potenza (economica e militare ).

La lotta per il potere dentro la società capitalistica mondiale si esprime come confronto fra aggregati di potenza economico-militari; questi aggregati incarnano gli interessi di opposte fazioni internazionali della classe dominante borghese. Di conseguenza gli stati borghesi sono alla continua ricerca di opportunità per ampliare la propria sfera di potenza, tentando di battere e superare le forze rivali (la concorrenza) militarmente, geograficamente ed economicamente. La sicurezza di questi stati, e quindi la tutela degli interessi economico-sociali della propria borghesia, dipendono dall’intreccio funzionale fra potenza economica e potenza militare. Il riflesso di questa realtà di fatto trova puntuale conferma nell’elaborazione di precise strategie militari, da parte delle maggiori potenze capitalistiche (USA, Cina, Russia): Full-spectrum dominance è il nome della teoria militare americana che indica le linee guida per il raggiungimento della totale superiorità militare sugli avversari. Nel 2000 il Pentagono rese pubblico un documento dal titolo ‘Joint Vision 2020′, in questo documento si delineava la strategia della ‘Full Spectrum Dominance’ come strumento per raggiungere la superiorità militare attraverso il totale, simultaneo, controllo di tutto lo spettro del campo di battaglia. In termini operativi questo significa il controllo del campo di battaglia di terra, mare, cielo, ma anche dello spazio extratmosferico (guerre spaziali) e dello spettro elettromagnetico (guerra elettronica). In questa visione strategica l’apparato militare-industriale deve potere disporre di mezzi di lotta adeguati allo scopo, e quindi di una tecnologia superiore a quella dell’avversario, tecnologia fornita da un apparato scientifico integrato e complementare. Come scrivevamo nell’estate del 2015, infatti, lo scopo funzionale della scienza borghese è quello di ‘capitolare’ continuamente di fronte alle esigenze del complesso militare e industriale, e quindi di consentire lo sviluppo di nuove tecnologie da utilizzare in contesti di conflitto armato. Full-spectrum dominance: una dottrina militare finalizzata al controllo totale del campo di battaglia, in modo da dominare lo scontro con l’avversario e gli esiti della battaglia. Con qualche variazione sul tema, anche i Moloch statali-militari capitalistici di Russia e Cina stanno collaborando e adeguando le proprie dottrine militari, in vista del continuo confronto/scontro con la teoria e la pratica bellica del competitore globale USA (il ‘Chaos Imperium’). Abbiamo verificato, nei precedenti capitoli, come dentro questa logica di duello interminabile fra potenze capitalistiche, e con il termine ‘potenza capitalistica’ intendiamo l’intreccio funzionale di struttura economica e sovrastruttura statale-militare, la Cina abbia rimodellato i legami economici, valutari e finanziari di un aggregato composito di economie capitalistiche, creando degli strumenti alternativi al FMI, al sistema di pagamenti SWIFT, ed alla Banca Mondiale a direzione americana. Quando parliamo di aggregati di economie capitalistiche dobbiamo ricordare che si tratta di semplici manifestazioni di alleanze di interessi convergenti fra fazioni (dominanti) di borghesie nazionali. Dunque è fisiologico che nel corso del tempo si verifichino dei cambi di campo, degli scollamenti o dei rafforzamenti (dentro queste alleanze di interessi). Le attuali vicende politiche del Brasile e dell’India dimostrano la complessità e anche la labilità dei rapporti di alleanza fra i soci capitalistici di un aggregato di potenza, quindi si può dare solo una lettura dinamica delle realtà di scontro fra questi aggregati (e anche della loro composizione interna). Nella logica di ‘Full Spectrum Dominance’ è implicita anche la scomposizione dell’alleanza avversaria, facendo perno sulle divisioni e sui contrasti di interessi esistenti fra i ‘soci’ di una determinata alleanza capitalistica. L’esito dello scontro imperialistico viene così a dipendere da uno spettro di condizioni convergenti in due fattori principali: il rafforzamento della propria potenza economica e militare, e l’indebolimento dell’altrui potenza economica e militare (ad esempio favorendo la scomposizione dell’alleanza avversaria).

Nell’anno 2007 l’America ha iniziato a schierare missili antimissile in Polonia, all’interno del programma denominato ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’. La giustificazione ufficiale per questo atto è stata quella di volere neutralizzare improbabili attacchi provenienti dai ‘paesi canaglia’ (Iran, Corea del Nord). In realtà si è trattato, secondo molti esperti militari, di una mossa aggressiva e intimidatoria verso la Federazione russa. Nel 2006 erano stati inoltre comunicati dal Pentagono i dettagli della dottrina militare del “Global Strike”, mirante a rendere operativa una “forza militare dispiegabile globalmente” proiettata “in tutto il nostro pianeta”. Possiamo dunque arguire che “Global Strike” e ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’ siano da considerare dei programmi, finalizzati alla realizzazione della strategia del Pentagono denominata ‘Full Spectrum Dominance’. Il Pentagono ha investito, secondo alcune stime, dagli anni ottanta a tutt’oggi, almeno 200 miliardi di dollari nello sviluppo di sistemi missilistici miranti all’intercettazione e all’abbattimento dei missili nucleari sovietici e poi della Federazione russa. Nulla di nuovo sotto il sole ci si obietterà, è dagli anni cinquanta che la Russia e l’America, in quanto potenze nucleari, cercano freneticamente di superarsi nella capacità di interdizione e di annichilimento reciproco. Infatti, come nel gioco degli scacchi, in cui ad ogni mossa deve corrispondere una contromossa, anche la Russia ha fatto la sua contromossa verso il ‘Ballistic Missile Defense (BMD)’; vediamo di cosa si tratta. L’accerchiamento militare della Federazione russa (o almeno il suo tentativo) è attuato con il posizionamento di sistemi (BMD) nei territori di alcuni paesi dell’ex patto di Varsavia, tuttavia la leadership russa ha di recente reso noto lo sviluppo di una tecnologia missilistica, denominata dalla sigla ICBM RS-26, in grado di colpire a undicimila chilometri di distanza dal punto di lancio, e di variare incessantemente la traiettoria di percorso, penetrando perfino i più avanzati scudi di difesa antimissile escogitati, al momento, dalla potenza americana.

Sul piano puramente militare, dunque, è verosimile una situazione di apparente equilibrio delle forze in campo (almeno in merito alla decisiva componente nucleare), e allora, non ponendosi nella realtà di fatto la possibilità di una supremazia nel campo nucleare, è ipotizzabile, al momento, una intensificazione delle guerre ibride, per procura, ammantate e rivestite da bandiere nazionali e religiose. Le principali aree di deflagrazione di queste dinamiche di confronto/scontro fra aggregati capitalistici, sono le aree geo-economiche legate alla presenza di risorse energetiche e di oleo-gasdotti, di porti e di infrastrutture funzionali al trasferimento delle risorse energetiche. Medio-oriente, Asia, Balcani ed Europa centrale, sono le aree di frattura più esposte alla lotta fra gli interessi capitalistici concorrenti. La distruzione rigeneratrice di capitale costante e variabile in eccesso è lo sfondo sistemico generale in cui sono inquadrabili e spiegabili i fenomeni politico-militari sopra descritti, una deriva di morte e di sterminio prodotta dal ‘modello’ economico sociale capitalistico.

 

 

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