The Duellists (Capitolo sesto: Crollo dei prezzi del petrolio e tossicità dei titoli derivati dallo shale gas/oil americano)

Capitolo sesto: Crollo dei prezzi del petrolio e tossicità dei titoli derivati dallo shale gas/oil americano

Affrontiamo, o almeno proviamo, alcuni aspetti relativi all’attuale deprezzamento del petrolio. Il termine ‘economia politica’ racchiude la doppia origine di questo deprezzamento. In altre parole riteniamo verosimile individuare come origine del deprezzamento, da una parte l’effettivo calo economico della domanda collegato alla crisi, e dall’altra parte una strategia geopolitica di conservazione dell’egemonia Americana (azzardiamo l’ipotesi che il peso del secondo aspetto sia anche superiore al peso del primo nella genesi del deprezzamento). Nel settembre 2014, guarda caso appena un mese dopo la drastica sconfitta militare nel Donbass subita dall’esercito ucraino (sostenuto dall’America), da parte delle milizie filorusse, gli incontri tra il segretario di stato USA Kerry e il principe saudita Abdullah, pongono le basi per una diminuzione del prezzo del greggio (rispetto al valore di mercato). Diciamo che una riduzione del prezzo era nei fatti, cioè nei dati economici relativi al calo della domanda globale, e tuttavia il deprezzamento effettivo ha poi probabilmente superato il livello del calo della richiesta di greggio oggettivamente misurabile sui mercati. Inoltre la produzione giornaliera di petrolio non è stata diminuita dai produttori del golfo, segno che il calo della domanda non era così verticale come invece lasciava supporre la effettiva misura di riduzione del suo prezzo. In effetti esiste il legittimo sospetto che la riduzione del prezzo, o meglio quel livello di riduzione, siano serviti innanzitutto a un fine di lotta commerciale e politica con il rivale economico-politico russo (la cui economia dipende in parte dalle esportazioni di petrolio e metano). Dietrologia? Forse, tuttavia nessuno può sensatamente negare che ogni giorno, nel mercato concorrenziale capitalistico, le imprese adottino ogni stratagemma per sbarazzarsi dei concorrenti, e allora perché negare a priori che nella fattispecie del deprezzamento del petrolio, non abbiano pesato (oltre al ‘normale’ gioco della domanda e dell’offerta) dei fattori ‘diciamo’ di contesa più ampia fra blocchi capitalistici concorrenti? In economia aziendale esiste un parametro chiamato ‘Break even point’, esso è definito come il punto di pareggio fra la somma dei costi fissi (ad esempio l’affitto annuo di un capannone), i costi variabili aziendali (ad esempio il costo delle materie prime e della manodopera correlati a un certo volume -variabile- di produzione) e i ricavi di vendita di quel certo prodotto. Ebbene, in questo caso, il deprezzamento ‘indotto’ del prezzo del petrolio ha determinato una situazione in cui paesi come Iran, Russia e Venezuela (il cui punto di equilibrio fra costi e ricavi è mediamente superiore ai 100 dollari per barile) risultano particolarmente danneggiati (commercialmente) dalla riduzione provocata dalla concorrenza americano-saudita. Il punto di equilibrio fra i costi e i ricavi della produzione petrolifera di paesi come gli Emirati Arabi e il regno saudita si attesta invece sotto i 100 dollari a barile, e dunque Il ribasso agisce sulle economie di questi paesi in modo meno pesante rispetto alla concorrenza.

Gli effetti negativi del ribasso riguardano in modo particolare il Venezuela, un paese in cui il rapporto fra costi di produzione (fissi e variabili) e ricavi di vendita è decisamente sfavorevole a questi ultimi. La Russia ha risentito di meno del calo dei prezzi petroliferi, avendo grosse riserve auree, un debito pubblico piuttosto basso se paragonato a quello dei competitori euro-americani, e consistenti riserve di liquidità in valuta estera. A mantenere i prezzi petroliferi bassi ha contribuito l’eccesso di offerta del prodotto, infatti le petromonarchie del golfo, al fine di continuare l’operazione di ribasso, hanno aumentato la produzione/estrazione del greggio, pur in presenza di un calo della domanda (e in questi casi la legge della domanda e dell’offerta determina come effetto susseguente la deflazione, cioè l’ulteriore calo dei prezzi petroliferi). Se il calo del prezzo del greggio fosse inseribile dentro un semplice confronto fra domanda e offerta, allora una ratio economica elementare dovrebbe spingere i produttori a ridurre l’offerta per controbilanciare il calo della domanda, limitando così la caduta dei prezzi. Invece le cose sono andate in altro modo, poiché delle ragioni politico-economiche più ampie, basate sul calcolo di infliggere un danno decisivo alla concorrenza, hanno favorito la mossa rischiosa di cui stiamo trattando. In effetti l’economia russa ottiene una parte cospicua del suo PIL annuo dalle esportazioni di metano e petrolio, e quindi pur avendo un debito pubblico basso ha subito dei danni elevati dal calo dei prezzi petroliferi. Un effetto derivato di questa situazione è il deprezzamento del rublo di quasi il 50% (in linea con il calo percentuale dei prezzi petroliferi). Anche le sanzioni volute dall’America hanno giocato la loro parte. Tuttavia la mossa commerciale americana nasce dalla disperazione, e in fondo si appaia con la tattica della terra bruciata a cui abbiamo spesso assimilato la politica del caos di questa potenza capitalistica in declino. La lotta per la concorrenza fra ‘fratelli coltelli’ borghesi si acutizza nelle fasi di sovrapproduzione di merci e sovraccumulazione di capitale costante e variabile, è dunque in queste fasi che ogni mossa e stratagemma viene messo in campo dai competitors internazionali. Il ‘regime-change’ è lo stratagemma eseguito con un certo successo in Libia, in Ucraina e in Siria (per citare solo i casi più eclatanti) dal ‘Chaos Imperium’ americano. Esso consiste in sintesi nello sfruttare le condizioni endogene di conflitto sociale, nate dalle stesse contraddizioni del modello capitalistico, per ottenerne dei vantaggi economico-politici. Inizialmente è il proletariato che, in certi paesi, pur resistendo al peggioramento delle condizioni di oppressione e di sfruttamento, non riuscendo ad ottenere un ribaltamento dei rapporti di forza con la classe avversaria, cioè non riuscendo a spostare sul piano politico le lotte economiche immediate, viene successivamente intruppato sotto le variegate bandiere religiose e nazionali che celano lo scontro di interessi economici fra frazioni sociali borghesi (frazioni legate a determinate aree economico-aziendali capitalistiche). La disgregazione degli stati nazionali e la successiva aggregazione su nuove basi di spartizione del potere, sono in genere il corollario delle lotte fra fratelli coltelli borghesi che si manifestano su base nazionale/locale (in cui il proletariato gioca spesso un ruolo subordinato al conflitto fra opposte e concorrenti frazioni borghesi). Sarebbe tuttavia impreciso ritenere che queste dinamiche abbiano solo una dimensione endogena, locale/nazionale; la verifica storica dimostra che invece le grandi potenze capitalistiche contemporanee si inseriscono nei conflitti delle borghesie locali e nazionali come fattore esogeno di appoggio a una o più parti in lotta, al fine di ottenerne utili politici ed economici. In modo particolare il ‘regime-change’ ha assunto la forma politica delle rivoluzioni colorate (Ucraina ), o delle primavere arabe (Siria, Libia, Egitto), dove alle proteste sociali iniziali, nate sul terreno proletario, subentra nel tempo un combinato di interessi capitalistici locali in conflitto, utilizzato a sua volta dal ‘Chaos Imperium’ per provocare il ‘regime-change’ (in vista del saccheggio e della rapina diretta di capitali – petrolio e oleodotti – ad altre economie capitalistiche prive di un adeguato apparato industriale-militare in grado di difenderle dal brigantaggio dei capitali più forti). La preda viene tuttavia contesa, in certi casi, fra le due maggiori potenze statali-militari borghesi esistenti, e allora il vortice di distruzione assume tratti parossistici (pensiamo alla Siria). Il ‘regime-change’ come mezzo per ottenere il controllo o il furto del capitale altrui (materie prime e oleodotti) ha lo scopo, per l’America, di preservare la propria presunta egemonia globale. Anche le sanzioni, il deprezzamento del petrolio e quindi delle valute dei concorrenti, hanno lo scopo di destabilizzare le situazioni sociali dei concorrenti capitalistici più forti, nell’illusione di ricavarne un provvidenziale ‘regime-change’ a favore dei propri interessi di potenza. Tuttavia, nel duello fra potenze capitalistiche, ad ogni mossa corrisponde una contromossa, come abbiamo visto nel caso dell’AIIB, la nuova banca internazionale sorta per fronteggiare il gioco creditizio spregiudicato del FMI a guida americana. Il duello sul piano militare non è da meno, con l’intervento russo in Georgia nel 2008, in Crimea e nel Donbass nel 2014, e infine in Siria nel settembre 2015. La stessa mossa del ribasso del prezzo del petrolio ha avuto delle conseguenze non solo per la concorrenza, ma anche per l’economia americana, con il mercato dello shale gas-oil in difficoltà. Il punto di pareggio fra i costi e i ricavi della produzione di shale gas-oil è infatti troppo alto ( 85/90 dollari) per assorbire indenne gli effetti di ritorno della caduta del prezzo del petrolio. Un ulteriore scenario potrebbe essere dato dalla crisi delle imprese americane operanti nel settore dello shale gas-oil . Queste imprese sono fortemente dipendenti dal credito bancario, e quindi se dovessero rivelarsi insolventi alla scadenza dei debiti contratti con le banche, si potrebbe innescare un meccanismo a valanga di fallimenti bancari analogo alla crisi del 2008: anche considerando il precario equilibrio finanziario-patrimoniale di alcune grandi banche, con la pancia piena di vecchi titoli tossici (i derivati). 

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