Inversione del rapporto corretto tra fini e mezzi nella ‘visione’ di alcune forze sindacali

Inversione del rapporto corretto tra fini e mezzi nella ‘visione’ di alcune forze sindacali

La presentazione di un libro su una importante vicenda sindacale ci spinge a fare alcune considerazioni di tipo politico. La militanza sindacale è di sicuro un impegno arduo nell’attuale fase dello scontro sociale, soprattutto quando il sindacalista prende sul serio il ruolo di difensore delle condizioni economico-giuridiche del lavoratore dipendente. I sindacalisti più avveduti comprendono bene, tuttavia, i limiti intrinseci dell’azione di difesa immediata dei diritti sul luogo di lavoro e del salario. Infatti stiamo parlando di difesa di un lavoro alienato, imprigionato nelle galere aziendali del capitale; stiamo parlando di una condizione di tortura (alienazione) che viene difesa dal sindacato allo scopo di evitare un suo peggioramento. Qualcuno ci obietterà che l’azione sindacale ha ottenuto, nel corso della storia del movimento operaio, anche dei miglioramenti economico-normativi delle condizioni del lavoro salariato, quindi essa (l’azione sindacale) non è solo difensiva dell’esistente, ma anche, in certi casi, migliorativa. Le vicende degli ultimi decenni sono sotto gli occhi di tutti, nei paesi a capitalismo avanzato (est/ovest) le ‘conquiste’ degli anni 60 e 70, cioè gli aumenti salariali e le misure assistenziali e assicurative (pensioni, sanità..) ottenute sulla scia della ricostruzione post-bellica, e funzionali alla creazione di un mercato di massa dei consumi, vengono inesorabilmente smantellate. Lo smantellamento deriva dalla crisi da sovrapproduzione di merci e dalla sovraccumulazione di capitale costante e variabile. La logica dominante del profitto impone il suo prezzo alle vite dei proletari, destinati a contorcersi nell’alternativa fra l’accettazione di retribuzioni medie al limite della sopravvivenza, e il conflitto aperto con il sistema sociale esistente. Battersi per conservare il posto di lavoro, in una situazione economica in cui la caduta storica, tendenziale, del saggio medio di profitto, spinge la macchina del capitale a incrementare il saggio di sfruttamento del lavoro salariato, ci rende quantomeno dubbiosi. Certo anche noi riconosciamo l’importanza delle lotte sindacali, in quanto momento di crescita dell’azione di classe proletaria. Tuttavia, come abbiamo recentemente ricordato, solo la direzione di una forza politica marxista, può indirizzare le lotte economiche immediate verso un orizzonte di mutamento socio-economico definitivo, rendendo i miglioramenti salariali non reversibili in base agli alterni cicli economici di crescita e contrazione. Un mutamento socio-economico in cui scompaia in verità la stessa nozione di salario, azienda, concorrenza, mercato, denaro….cioè scompaia in definitiva il capitalismo stesso. Possiamo riflettere sulle condizioni oggettive e soggettive che hanno finora impedito una direzione ‘politica’ delle lotte immediate, si possono valutare i rapporti di forza sociali che giocano da freno o da acceleratore del conflitto di classe, tuttavia non si devono confondere il fine con il mezzo, cioè l’azione sindacale (il mezzo) con l’azione politica di guida e direzione delle lotte economiche immediate, per la realizzazione del programma comunista invariante (il fine). Tale inversione del fine con il mezzo, è analoga all’inversione del rapporto fra lavoro morto e lavoro vivo tipica del processo produttivo capitalistico, e quindi, così come il lavoro morto cristallizzato in forma di capitale costante domina e sussume in se il lavoro vivo umano, così pure il mezzo organizzativo delle lotte economiche immediate, il sindacato, si trasforma in certi casi, nel fine stesso di queste lotte. Invece, in una logica non alienata di conflitto di classe ( quindi non invertita nel rapporto fine/mezzi), le lotte economiche immediate, e i loro contenitori organizzativo/sindacali, ritrovano un senso rivoluzionario solo a condizione di essere funzionali alla realizzazione del programma comunista invariante, sotto la direzione di una forza politica marxista. Ricordiamo questi aspetti basilari della dottrina marxista storicamente invariante, non per pedante vocazione professorale, ma solo per diradare i dubbi relativi ai limiti dell’azione sindacale (di certo tassello importante del conflitto sociale, ma in se stessa insufficiente a produrre un mutamento socio-economico profondo e duraturo, se scollegata da una forza politica marxista e dal suo programma comunista). Sappiamo bene che la possibilità di una intensificazione del conflitto di classe è collegabile al verificarsi di determinate condizioni oggettive e soggettive ( e parlando di condizioni oggettive di certo la legge marxista dell’impoverimento progressivo – relativo e assoluto – è la più significativa). La storia della lotta di classe è fatta di vittorie parziali e di sconfitte, il conflitto sociale è una costante immanente nella società borghese, il compito di una forza politica proletaria è quello di lavorare con realismo per contribuire a dirigere le lotte economiche e sociali immediate (il mezzo), prodotte dalle stesse contraddizioni del modo di produzione capitalistico, verso il compimento del programma comunista invariante (il fine).

Postilla

Partito, azione economica, sindacati

La ‘Questione Sindacale’ come aspetto particolare della tattica del partito

Proviamo a ragionare sulla tattica di azione del partito, in momenti storici caratterizzati da rapporti di forza favorevoli alla classe borghese. Pure all’interno di determinanti sociali contingenti dunque sfavorevoli all’azione di classe proletaria, la sinistra ha più volte teorizzato che la forza o la debolezza politica del Partito dipendono, oltre che dall’intensità del conflitto sociale esistente in un certo segmento del divenire storico, anche in parte dalla capacità di delineare una tattica di azione precisa, chiara, coerente con i principi strategici contenuti nel programma, e conosciuta da tutti i militanti. Questa tattica che vincola ogni militante, è nient’altro che la dittatura del programma sul corpo del partito (essendo il programma la sintesi unitaria di strategia e tattica).

La Sinistra, nel corso della sua lotta contro l’opportunismo, soprattutto nella forma politica stalinista e riformista, ha compreso e verificato che solo un organizzazione politica basata sui principi del centralismo organico può assumere un efficace ruolo direttivo di futuri conflitti sociali rivoluzionari. L’esperienza storica precedente ha dimostrato che il principio di maggioranza, o addirittura il dispotismo burocratico di minoranze di carrieristi o illuminati, sono il migliore viatico per il ripetersi di errori e opportunismi, e quindi per l’affossamento di ogni prospettiva efficace di trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici. Non si tratta dunque di rifiutare, in base a un principio dogmatico aprioristico, la democrazia maggioritaria o il centralismo burocratico-democratico, ma solo di trarre le giuste conclusioni dall’esperienza storica delle controrivoluzioni e quindi comprendere come entrambe le forme partito (burocratica-stalinista e democratica-riformista) siano state (e continuino ad essere) solo delle semplici espressioni funzionali della potenza di classe della borghesia. Il centralismo organico trova invece la sua ragion d’essere essenziale nella dittatura del programma (questa dittatura esclude ugualmente che una maggioranza democratica o una minoranza burocratica, entrambe in grado di deviare dal programma comunista autentico, possano determinare la linea politica del partito).

La prevalenza del programma è data dal concetto di invarianza storica del marxismo.

Infatti il programma comunista (nella sua inscindibile dimensione strategico-tattica) è l’incarnazione della conoscenza storicamente invariante, raggiunta nella ‘mezzeria’ del milleottocento sull’onda di lotte di classe rivoluzionarie (cioè di esperienze sociali reali). Tale conoscenza, affermatasi come un fascio abbagliante di luce, è la sola bussola che può efficacemente guidare il partito nella lotta politica contro il sistema borghese, e quindi solo la sua dittatura sul partito, attraverso il programma comunista che la contiene (che contiene questa teoria) può fare evitare gli errori in cui è caduto l’opportunismo (stalinista e socialdemocratico). Le questioni politiche vanno affrontate alla luce dei risultati teorici raggiunti dal partito, sulla base delle precedenti lotte sociali proletarie, e quindi sulla teoria marxista che ne è il riflesso e la sintesi (verificata più volte nel corso storico). Dunque questi risultati teorici (verificati storicamente) non devono essere rimessi in discussione, né tanto meno essere soggetti all’approvazione o alla bocciatura di maggioranze o minoranze interne, e questo proprio per evitare un cammino a ritroso, un arretramento nella lotta teorica che il partito si assume come compito fondamentale nell’attuale fase controrivoluzionaria. Non stiamo proponendo dei codici di regolamento interni, o una sorta di etica comportamentale sub specie politica (mezzucci che non servono a niente rispetto alla chiarezza delle questioni che è compito del partito porre in essere, in modo efficace, a tutti i militanti, sulla base della teoria invariante acquisita una volta per tutte). Le questioni poste in modo chiaro e coerente con la linea programmatica invariante (strategica e tattica), non lasciano spazio a diatribe fra compagni e oscillazioni tattiche, opinioni personali, dibattiti, frazioni, linee di pensiero (con annesse lotte politiche per la direzione del partito e successive scissioni). Il modo migliore per evitare i ricorrenti scenari delle divisioni sterili e delle lotte interne autodistruttive, è quindi la continua, assidua, comune, attività di studio delle posizioni programmatiche invarianti marxiste (nella loro connessione con la lettura della realtà e con i compiti susseguenti del partito). Una buona attività di studio e di chiarimento ai propri componenti (o meglio di auto-chiarimento, posto che le legittime perplessità di qualche componente sono utili a tutti i componenti) rappresentano la cartina da tornasole della efficacia di una prassi organica.

L’azione del partito nel campo della tattica sindacale

Se è vero che la tattica discende da principi stabili, e quindi non sono ammissibili contraddizioni fra i due aspetti, allora si può ben comprendere perché gli errori di tattica del partito rispetto alla questione sindacale conducono spesso a degenerazioni opportunistiche dei principi. L’Attività di difesa immediata di tipo economico-legale, cioè l’attività sindacale, rappresenta un importante campo di intervento del partito in seno al proletariato, quindi una impostazione sbagliata in questo campo significa una impostazione sbagliata nel rapporto fra partito e classe.

Sulla questione sindacale abbiamo scritto di recente. I testi di riferimento sono sul sito (il lavoro sul Jobs act, con il capitolo conclusivo sui sindacati di lotta e di sistema, pubblicato nel settembre 2014, e quello pubblicato nel giugno 2015 sulle controversie interne a un sindacato di base). Proviamo a precisare uno schema interpretativo: Il conflitto di classe basico fra capitale e lavoro vivo, all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, determina in modo regolare delle lotte di difesa immediata delle proprie condizioni di lavoro da parte della classe salariata. Queste lotte mirano ad ottenere condizioni retributive e norme favorevoli alla condizione proletaria. Sono dunque lotte contrattuali interne al modello economico capitalistico e alla legalità borghese, che non modificano la sostanza dell’alienazione capitalistica del lavoro, anche se presentano una indubbia importanza per la nascita di un movimento politico operaio: ‘Poiché le prime borghesie rivoluzionarie vietarono ogni associazione economica come tentativo di ricostituire le corporazioni illiberali del Medioevo, e poiché ogni sciopero fu violentemente represso, tutti i primi moti sindacali presero aspetti rivoluzionari. Fin da allora il “Manifesto” avvertiva che ogni movimento economico e sociale conduce a un movimento politico e ha importanza grandissima in quanto estende l’associazione e la coalizione proletaria, mentre le sue conquiste puramente economiche sono precarie e non intaccano lo sfruttamento di classe’. Partito rivoluzionario e azione economica’, 1951. Il dato storico-sociale è questo: la lotta economica immediata pone in esistenza degli organi rappresentativi, le associazioni sindacali. Leggiamo parte di un testo del 1945, decisamente importante per comprendere i nessi fondamentali del rapporto fra partito e sindacato: “In prima linea tra i compiti politici del partito e’ il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Dev’essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe. Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito: i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi del padronato.

La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extra- proletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italianodeve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali guanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie.”(La Piattaforma politica del Partito, tesi n. 12, da ‘Prometeo’ del 1945). Dunque, cercando di cogliere spunto da questo testo, in primo luogo sottolineiamo il punto centrale che a nostro avviso rende attualissima la sua riproposizione: la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati, e strumenti passivi degli interessi del padronato’. Non ci sarebbe nulla da aggiungere, il sindacato, la funzione sindacale si integra e si completa (rispetto alla funzione del partito e ai compiti che esso persegue) solo quando ‘alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato’. Il testo del 1951,’ Partito rivoluzionario e azione economica’ descrive con chiarezza il percorso storico di integrazione delle strutture sindacali dentro la logica di dominio borghese, citiamone dunque una parte : ‘Nella successiva epoca, la borghesia avendo compreso che le era indispensabile accettare che si ponesse la questione sociale, appunto per scongiurare la soluzione rivoluzionaria tollerò e legalizzò i sindacati riconoscendo la loro azione e le loro rivendicazioni; ciò in tutto il periodo privo di guerre e relativamente di progressivo benessere che si svolse sino al 1914. Durante tutto questo periodo, il lavoro nei sindacati fu elemento principalissimo per la formazione dei forti partiti socialisti operai e fu palese che questi potevano determinare grandi movimenti soprattutto col maneggio delle leve sindacali. Il crollo della Seconda Internazionale dimostrò che la borghesia si era procurata influenze decisive su una gran parte della classe operaia attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari, i quali quasi dappertutto dominavano l’apparato dei partiti’. Partito rivoluzionario e azione economica, 1951.

Dunque, dialetticamente, dinamicamente, la borghesia ingloba lo strumento di difesa immediata del proletariato, il sindacato, ma anche parte consistente dei partiti operai ‘attraverso i suoi rapporti e compromessi con i capi sindacali e parlamentari’. Il percorso di inclusione sistemica si prolunga e si approfondisce nel corso del tempo, con l’accumulo di sconfitte pratiche della classe proletaria sul terreno dello scontro storico con la classe avversaria borghese. Riprendiamo la lettura del testo del 1951: ‘Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso inquadramento dell’inquadratura sindacale e politica, e si tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l’abolizione del movimento sindacale. All’opposto fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una o nell’altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo e statale’.Partito rivoluzionario e azione economica,1951

La temporanea offensiva violenta del capitalismo contro i sindacati e i partiti rivoluzionari che in essi lavoravano, negli anni 20, dimostra la potenziale permeabilità dello strumento sindacale da parte del partito rivoluzionario (per i propri fini), ma sia ben chiaro, questo avviene solo quando le condizioni della lotta di classe lo permettono, cioè quando l’antagonismo della classe proletaria raggiunge livelli quantitativi e qualitativi pericolosi per il sistema borghese. In altre situazioni sociali, di ristagno, riflusso e controrivoluzione non ha senso ipotizzare una tattica di controllo graduale dello strumento sindacale, perché esso è saldamente nelle mani dell’avversario di classe, e quindi non si pongono proprio le condizioni oggettive per una lenta ed efficace intrusione al suo interno. L’esperienza storica dimostra che anche quando si è verificato un passaggio di mano del controllo politico dello strumento sindacale, passaggio dalla borghesia al proletariato (pensiamo alle fasi iniziali della rivoluzione russa), questo passaggio è sempre avvenuto non in modo graduale ma nettamente rivoluzionario. Torniamo ora alla descrizione dei percorsi di integrazione delle strutture sindacali dentro la logica di dominio borghese: ‘I sindacati fascisti comparvero come una delle tante etichette sindacali, tricolore contro quelle rosse gialle e bianche, ma il mondo capitalistico era oramai mondo del monopolio e si svolsero nel sindacato di stato, nel sindacato forzato che inquadra i lavoratori nell’impalcatura del regime dominante e distrugge in fatto e in diritto ogni altra organizzazione. Questo gran fatto nuovo dell’epoca contemporanea non era reversibile, esso è la chiave dello svolgimento sindacale in tutti i grandi paesi capitalistici. Le parlamentari Inghilterra e America sono mono-sindacali e i sindacati nelle loro gerarchie servono i governi quanto in Russia. La Vittoria delle Democrazie e il ritorno in Italia dei ricineschi più che ricinati personaggi pre – marcia non è quindi stata una reversione del fascismo molto meno regressista di costoro (ma intanto annoti Tonino che noi, monomarxisti ecc. più diamo ad uno del progressista più desidereremmo di vederlo livragato). Se la situazione storica italiana fosse stata reversibile, ossia se avesse qualche base la sciocca posizione del secondo Risorgimento e della nuova lotta per la Nazione e l’Indipendenza, cavallo più che mai inforcato dagli stessi stalinisti, non avrebbe avuto un minuto di esistenza la tattica di fondare una confederazione unica di rossi e di gialli, di bianchi e di neri, e senza l’influenza dei fattori di forza storica, cui dovendo dare un nome va preso quelle di Mussolini, le masse non avrebbero subito quest’ordine bestiale recato dall’enciclica moscovita nella Pasqua 1944. Le successive scissioni della confederazione Italiana Generale del Lavoro col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi dl diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazioni sindacali, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo.” Le scissioni sindacali in Italia, Battaglia Comunista N. 21 del 1949

‘Anche dove, dopo la seconda guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista, appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista. ‘Partito rivoluzionario e azione economica’ 1951.

Proviamo a considerare solo le ultime righe, cioè la proposizione‘l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista’. Dunque l’impiego e il controllo delle associazioni sindacali diventa importante per l’estensione e il successo di ‘ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista’, quando le condizioni oggettive e soggettive dello scontro di classe permettono al partito di influenzare e impiegare queste ‘inquadrature associazioniste sindacali’.

I testi appena riproposti sottolineano l’esigenza di controllo delle organizzazioni sindacali da parte della sovrastruttura statale borghese, in nome della classe capitalistica, ma anche, per opposti motivi, da parte del partito comunista. Possiamo dunque ipotizzare che lo svuotamento della funzione originaria dei sindacati (da organo di difesa a strumento di ingabbiamento dell’azione di classe del proletariato) sia da collegarsi alla persistente forza del regime sociale borghese. Il sindacato di stato, dunque, come funzione necessaria di una fase capitalistica avanzata, una fase in cui l’intensificazione del grado di sfruttamento e di povertà impongono un maggiore livello di controllo sociale (anche attraverso le organizzazioni sindacali di sistema). In queste dinamiche dobbiamo considerare anche l’esistenza di strati sociali proletari integrati nella società borghese, e dunque costituenti la base sociale profonda del sindacato di sistema. Dunque, nel sindacato di sistema si incontrano i convergenti interessi di dominio della borghesia, e la difesa di un relativo benessere economico da parte di strati proletari privilegiati. Leggiamo ancora una volta i testi della corrente in merito a tale questione: ‘Queste radicali modificazioni del rapporto sindacale ovviamente non risalgono solo alla strategia politica delle classi in contrasto e dei loro partiti e governi, ma sono anche in rapporto profondo al mutato carattere della relazione economica che passa fra datore di lavoro e operaio salariato. Nelle prime lotte sindacali, con cui i lavoratori cercavano di opporre al monopolio dei mezzi di produzione quello della forza di lavoro, l’asprezza del contrasto derivava dal fatto che il proletariato, spogliato da tempo di ogni riserva di consumo, non aveva assolutamente altra risorsa che il quotidiano salario, ed ogni lotta contingente lo conduceva ad un conflitto per la vita e per la morte.

E’ indubitabile che mentre la teoria marxista della crescente miseria si conferma per il continuo aumento numerico dei puri proletari e per l’incalzante espropriazione delle ultime riserve di strati sociali proletari e medi, centuplicata da guerre, distruzioni, inflazione monetaria, ecc., e mentre in molti paesi raggiunge cifre enormi la disoccupazione e lo stesso massacro dei proletari laddove la produzione industriale fiorisce, per gli operai occupati tutta la gamma delle misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato crea un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino; il salariato ha dunque qualche cosa da rischiare, e questo (fenomeno d’altra parte già visto da Marx, Engels e Lenin per le cosiddette aristocrazie operaie) lo rende esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta’. Partito rivoluzionario e azione economica, 1951

‘Per la Sinistra l’opportunismo non è un fenomeno di natura morale e riducibile a corruzione di individui, ma è un fenomeno di natura sociale e storica per cui l’avanguardia proletaria, invece di disporsi sullo schieramento che si pone contro il fronte reazionario della borghesia e degli strati piccolo-borghesi, più di essa ancora conservatori, dà l’avvio ad una politica di saldatura fra il proletariato e le classi medie. In questo il fenomeno sociale dell’opportunismo non diverge da quello del fascismo, perché si tratta sempre di un asservimento ai ceti piccolo borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali, la cosiddetta classe politica e la classe burocratico-amministrativa, che in realtà non sono classi capaci di vitalità storica, ma spregevoli ceti marginali e ruffiani, nei quali non si ravvisano i disertori della borghesia di cui Marx descrive il fatale passaggio nelle file della classe rivoluzionaria ma i servitori migliori e le lance spezzate della conservazione capitalistica che campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari’. Tesi di Napoli, 1965

Proviamo a riassumere; il quadro socio-politico globale affermatosi dopo la controrivoluzione stalinista (e il trinceramento totalitario fascista e nazista), è quello di un dominio di classe borghese dalle forme statali sempre più dispotiche, burocratiche e poliziesche (un quadro determinato soprattutto dai rischi di rivolte nelle enormi metropoli in cui lo sviluppo del capitalismo ha concentrato le masse proletarie, in prevalenza impoverite e sfruttate in modo crescente). I regimi democratico-parlamentari, affermatisi prevalentemente nel dopoguerra, confermano il teorema che il fascismo ha perso la guerra ma ha vinto la pace (a dispetto delle apparenze, e in ragione della potenza degli apparati polizieschi e dei metodi repressivi impiegati contro le fasce proletarie in lotta). Questa continuità sostanziale fra fascismo e democrazia trova giustificazione nell’intensificazione dei fenomeni socio-economici che sono stati all’origine dei regimi totalitari del ventesimo secolo. Il capitalismo, nell’attuale fase senile/putrescente, ha bisogno di potenti strumenti statali di coercizione, intimidazione e repressione per dominare una classe proletaria sempre più sfruttata e impoverita. Partendo da questa esigenza sistemica si può comprendere l’involuzione ‘statalista’ o ‘tricolore’ dei sindacati con il maggior numero di iscritti. Abbiamo infatti ipotizzato che in questa involuzione giochino un ruolo essenziale due fattori oggettivi: in primo luogo l’esigenza complementare di un controllo più intenso della borghesia su masse proletarie più acutamente sfruttate e impoverite, e in secondo luogo il compromesso e l’alleanza di frazioni privilegiate proletarie con la classe borghese. Un altro discorso, che faremo in seguito, riguarda le dinamiche di lotta e susseguente integrazione sistemica dei sindacati di base. Il quadro socio-politico delineato non è immutabile, i rapporti di forza fra le classi possono cambiare, e il partito, anche con le sue risorse formali limitate, può contribuire a sostenere il cambiamento. I condizionamenti materiali, oggettivi e soggettivi, socio-economici e politici, potrebbero mutare nel tempo in ragione delle stesse dinamiche immanenti (cioè le leggi tendenziali di sviluppo) del capitalismo. In questa prospettiva diventa importante ragionare sui tipi di intervento/interazione del partito con i sindacati. Nel dopoguerra la corrente ipotizzava delle condizioni preliminari per una ripresa delle lotte di classe, vediamole: ‘Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese. I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte e tre queste condizioni, dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta, sono stati dati: dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali; dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello stato; dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte’. Partito rivoluzionario e azione economica, 1951.

Il testo del 1951 pone come prima condizione preliminare di un movimento rivoluzionario l’esistenza di ‘un ampio e numeroso proletariato di puri salariati’. In altre parole l’esistenza di ampie fasce sociali di senza riserve ( proletariato inteso nell’accezione originaria di classe sociale che possiede solo la propria prole, cioè i propri figli).

Dobbiamo allora valutare attentamente se nella situazione attuale si verifichi o meno questa condizione. La crisi capitalistica, accentuatasi a partire dal 2008, ha senza dubbio eroso una parte delle riserve economiche e patrimoniali che rappresentano la base materiale dell’opportunismo sindacale e politico di alcune fasce privilegiate di lavoratori (cassa integrazione, assicurazione contro gli infortuni e le malattie; pensioni per infortuni e vecchiaia, assistenza sanitaria). L’erosione di queste garanzie, congiuntamente all’aumento della pressione fiscale sui beni e sui servizi di prima necessità, e insieme all’incremento della disoccupazione, determina di conseguenza l’erosione dei risparmi depositati nei conti bancari o postali dalle fasce proletarie privilegiate. Quindi, di fronte a un quadro socio-economico di questo tipo, con una parte considerevole della ‘popolazione’ precipitata in condizioni di maggiore disagio materiale, non appare azzardato prevedere un aumento dei conflitti sociali, dell’instabilità politica, ma soprattutto un allentamento delle capacità corruttive e inclusive del capitale sui suoi schiavi privilegiati (aristocrazia operaia).

Dunque, almeno in merito alla prima condizione, possiamo rilevare che sussistono delle dinamiche socio-economiche in atto, tendenzialmente/potenzialmente favorevoli alla sua realizzazione. La seconda condizione è data daun grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato’.

Anche in questo caso bisogna valutare con realismo i rapporti di forza fra le classi, perché anche i regimi totalitari del ventesimo secolo avevano un sindacato di massa statale, di certo poco permeabile all’azione del partito, e allora poniamoci nel presente capitalistico, e attualizziamo il teorema ‘il fascismo ha perso la guerra ma ha vinto la pace’. Leggiamo a tal proposito un altro testo del 1951: ‘Il marxismo ha vigorosamente respinta, ogni volta che è apparsa, la teoria sindacalista, che dà alla classe organi economici nelle associazioni per mestiere, per industria o per azienda, ritenendoli capaci di sviluppare la lotta e la trasformazione sociale. Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato. Tesi caratteristiche del partito, 1951.

Dunque anche in questo testo viene ribadita l’importanza dell’azione tattica del partito dentro le organizzazioni economiche di classe, con la precisazione/precauzione di considerare arduo questo compito tattico dentro le organizzazioni sindacali ‘divenute parte integrante dell’apparato di Stato’.

Si tratta, anche in questo caso di valutare i rapporti di forza fra le classi e le condizioni reali del conflitto sociale, perché se è storicamente verificato che in una fase rivoluzionaria delle parti significative dell’apparato statale possono convergere con le forze proletarie in lotta, tuttavia questa convergenza è da escludere (almeno tendenzialmente) nei periodi di ristagno controrivoluzionario. Ritornando alla seconda condizione, fondamentale per il successo della ‘prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale’ , cioè l’esistenza di ‘un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato’, è indubbio che almeno nelle economie capitalistiche più avanzate e senili si verifichi in pieno tale condizione, ma è anche vero che gli attuali rapporti di forza fra le classi consentono alla borghesia di inglobare quasi completamente le forze sindacali dentro la cornice legalitaria dello stato.

Di conseguenza, in una situazione che rispecchia in pieno la debolezza contingente dell’azione di classe del proletariato, ogni penetrazione tattica del partito dentro i maggiori sindacati diventa estremamente problematica. Quindi, se è vero che il sindacato è ‘organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario’, attuata con la presenza e la penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe’, è anche necessario porre questa possibilità/prospettiva all’interno di una valutazione realistica dei rapporti di forza esistenti fra borghesia e proletariato, in una certa fase dello scontro di classe immanente alla società capitalistica. Si potrà obiettare che il cambiamento degli equilibri sociali dipende anche dall’azione tattica del partito dentro le strutture sindacali date, e quindi non avrebbe molto senso attendere passivamente che le situazioni si modifichino in modo autonomo e indipendente dall’azione dell’organo partito. In linea di principio questo è verosimile, tuttavia l’azione tattica che non si fa guidare dalla bussola del realismo, è solo un’azione sterile e velleitaria, e quindi è un’azione che spreca energie e risorse nel vano tentativo di controllare le strutture sindacali ‘divenute parte integrante dell’apparato di Stato’ (strutture che raccolgono unsalariato (che) ha dunque qualche cosa da rischiare, e (per) questo (è) esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta).

Quindi, al ‘di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario‘, quello che davvero funge da bussola per l’azione è la considerazione materialistica della situazione reale dei rapporti di forza (e quindi la verificabilità della presenza o assenza delle tre condizioni poste come essenziali, per un azione efficace del partito dentro il sindacato). La terza condizione, nella situazione economico-sociale del capitalismo globale (senile o in via di rapida senilità ) è alquanto difficile da verificare, infatti non si vedono grosse tracce di ‘un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese’. Tale assenza di tracce, o almeno di sufficienti tracce, non significa che sia preclusa per sempre una qualche ripresa significativa dell’azione di classe, e quindi un conseguente rafforzamento del partito rivoluzionario, sulla scia delle ricorrenti e sempre più acute crisi capitalistiche. Tuttavia, nell’anno 2016 dell’era borghese, non si intravedono ancora i segni immediati di un cambiamento (quantitativo e qualitativo) dello scontro di classe immanente alla società capitalistica. Dunque, in assenza di variazioni significative del conflitto basico fra capitale e lavoro nel breve periodo, e perdurando di conseguenza l’inclusione delle maggiori organizzazioni sindacali dentro l’ordinamento statale borghese, non ha senso pratico (in altre parole è staccato dal principio di realtà, e quindi è sterile e velleitario) ogni proposito di ‘presenza e … penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe’.

Addirittura nei 31 punti abbiamo sostenuto che il contatto con gli strati più corrotti e integrati del proletariato, strati che costituiscono una parte rilevante della base sociale dei sindacati di sistema, può a sua volta produrre riflessi negativi e opportunistici anche sulla linea politica del partito proletario. Da tale considerazione è nato il termine di partito ‘metafisico’, un partito che per mantenere saldamente la sua linea programmatica invariante, deve a un certo punto separarsi dalla fisica (opportunistica) della classe (o meglio della sua stragrande maggioranza). Tali ragionamenti non implicano la chiusura all’azione di propaganda e proselitismo fra i proletari iscritti ai sindacati maggioritari di sistema (e tanto meno ai sindacati più o meno di opposizione). Il succo del discorso è che bisogna sempre valutare con lucidità e discernimento la situazione reale, e quindi verificare nel modo più rigoroso e scientifico possibile la presenza o l’assenza delle tre condizioni enunciate nel testo del 1951, evitando scivoloni attivistici sterili e velleitari.

Postilla: sindacato di lotta e di sistema

Abbiamo in precedenza accennato ai sindacati di opposizione (di base), la cui presenza si manifesta persino dentro un quadro generale di inglobamento sindacale nella logica borghese. Tale argomento è stato affrontato in modo dettagliato in due testi pubblicati nel settembre 2014 e nel giugno 2015. Anche in una situazione sociale di riflusso e stagnazione generale della lotta di classe, una parte minoritaria dei salariati lotta per obiettivi economico-normativi più avanzati rispetto al resto dei lavoratori salariati. Questo antagonismo rappresenta la base sociale dei sindacati di lotta. Nel fuoco delle lotte immediate le associazioni di base richiedono concessioni non sempre compatibili con la logica del profitto, e quindi tali sindacati sono definibili come associazioni di lotta e non come associazioni di sistema, proprio perché le loro piattaforme sindacali mirano davvero a migliorare la condizione economico – legale dei salariati (all’interno del modo di produzione capitalistico). Tuttavia nel corso dei cicli di lotta, con le sconfitte e i ripiegamenti della classe proletaria (quindi anche di quelle frazioni più antagoniste), perfino i sindacati di lotta ripiegano su piattaforme rivendicative coerenti con gli arretramenti del conflitto sociale basico fra capitale e lavoro vivo. In questa fase una parte maggioritaria del precedente sindacato di lotta viene omologata alla prassi delle altre organizzazioni sindacali di sistema. E quindi il sindacato di lotta inizia a proporre rivendicazioni contrattuali coerenti con la logica del profitto. Una parte minoritaria di tali associazioni continua a restare fedele alle vecchie piattaforme, senza eccessivo seguito e successo. Queste organizzazioni ultra minoritarie sopravvivono in attesa di un ritorno massiccio delle lotte economico-salariali, lotte che ne avevano determinato in passato la stessa nascita nella forma di sindacato. Abbiamo descritto il divenire dialettico di sindacati di lotta e di sistema, e i correlati moti di lotta economico-salariale, come aspetti interni alla cornice del sistema borghese. Si tratta di dinamiche interne al sistema, almeno fino a quando le piattaforme rivendicative non compatibili con la logica del profitto, e quindi le lotte di classe che ne sono la base sociale, non producono una forza sociale in grado di collegarsi alla invariante teoria rivoluzionaria (e quindi consentono al partito di dirigere il proletariato inquadrato nelle organizzazioni sindacali). Un salto qualitativo e quantitativo del conflitto di classe, capace di porre sul piano politico il problema della trasformazione dei rapporti di produzione capitalistici. In vista di tale obbiettivo si ricorda che anche il partito comunista nasce dalle lotte di classe, tuttavia esso possiede, diversamente dalle organizzazioni sindacali, una scienza sociale invariante, e un programma e una tattica da essa derivati, che il sindacato non può avere (per la sua stessa funzione di organo di difesa immediata). Quindi si può anche parlare di sindacato di classe, ma solo nel senso che un tale sindacato propone al padronato delle richieste di miglioramento o almeno di difesa dell’esistente condizione economica della classe. Condizione che è comunque di sfruttamento. Il partito deve essere in grado di fare propaganda e proselitismo fra i proletari, in modo da selezionare una avanguardia politica comunista, in questo senso si può ipotizzare che tale compito sia più agevole fra gli iscritti ai sindacati di lotta, ben consci delle dinamiche di inclusione o di radicalizzazione a cui sono soggette tutte le organizzazioni di difesa immediata della classe. In ogni caso, un’azione tattica efficace di controllo e di intrusione del partito dentro il sindacato, resta condizionata dall’esistenza concomitante dei tre fattori esposti nel testo del 1951.

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