Organismi sindacali, movimenti, partito: alcune considerazioni riepilogative

Organismi sindacali, movimenti, partito: alcune considerazioni riepilogative

Ripercorrendo la traccia contenuta nei testi della corrente, relativamente agli anni 50 e 60, sono emerse alcune costanti analitiche che ora proveremo a riassumere. La spinta ad agire, anche quando le condizioni socio-politiche si dimostrano sfavorevoli, mentre la ragione politica consiglierebbe di attendere, è un errore ricorrente nella storia del movimento proletario. L’errore produce normalmente effetti di grave spreco e dissipazione delle scarse risorse di lotta e militanza disponibili, e quindi torna utile di fatto al sistema di potere borghese. Tale errore sembra derivare da due cause concatenanti, a loro volta messe in essere dalla potenza del regime di dominazione del capitale (in una certa fase della lotta di classe): dunque, una causa è data dall’impazienza e dalla disperazione delle forze politiche attivistiche, mentre l’altra causa è data dall’offuscamento e dal relativo sviamento teorico di queste stesse forze attivistiche. Una determinata condizione sociale oggettivamente sfavorevole al proletariato e alle sue avanguardie, in ultima analisi, produce anche la deriva attivistica, la quale va intesa come un elemento reattivo condizionato, sfociante in un ulteriore peggioramento e indebolimento delle scarse forze politiche proletarie.

Che fare ? I testi della corrente, citati estesamente nei precedenti capitoli, spiegano senza ombra di dubbio che il programma di azione marxista in un contesto di rapporti di forza di un certo tipo è molto semplice: conservazione e salvaguardia del patrimonio teorico storicamente invariante, trascritto e contenuto nei testi (e quindi non nelle teste ‘geniali’ dei singoli maestri di pensiero), un patrimonio invariante a cui devono aderire tutti gli organi funzionali del corpo formale del partito. Il termine dittatura del programma indica per l’appunto questa realtà organizzativa e operativa del partito, sottratto ai personalismi, alle frazioni, alle discussioni sul nulla, proprio in quanto organismo finalizzato alla realizzazione integrale e condivisa dello stesso programma politico. Un aggregazione di energie di lotta pratica e teorica, saldamente in possesso di una conoscenza efficace, perché storicamente verificata, dei processi socio-economici capitalistici.

Che fare ? Gli stessi testi della corrente indicano che oltre a conservare e salvaguardare il patrimonio teorico marxista, è fondamentale diffondere questo stesso patrimonio, e le analisi della realtà da esso derivate, nei vari strati della società (proprio così, ai proletari ma anche ai non proletari): dunque, attività di propaganda e proselitismo.

Infine questi testi suggeriscono di sviluppare, nei limiti delle risorse militanti disponibili e delle condizioni socio-politiche sfavorevoli, l’azione di contatto con i proletari anche dentro gli organismi sindacali esistenti, le assemblee, le riunioni, senza ignorare il grave livello di asservimento delle principali organizzazioni sindacali alle compatibilità di bilancio dell’economia capitalistica. Le ampie citazioni riportate analizzano con chiarezza il problema della coscienza politica sviluppabile dentro i movimenti interclassisti o dentro le organizzazioni di difesa economica immediata; ebbene, la valutazione data in merito alle ipotesi di sviluppo di una salda coscienza di classe in questi contesti, è nettamente negativa. Il proletario, nel sindacato sviluppa (tendenzialmente) solo una visione della difesa dei propri interessi congiunturali e particolari, salariali e giuridici (sempre reversibili), mentre resta prevalentemente esclusa da tale visione particolare l’esigenza di una salvaguardia permanente dei propri interessi (umani) di classe, attraverso l’azione politica volta al superamento del regime sociale borghese. I testi lo ripetono in continuazione, la coscienza viene portata da un ambito esterno alle lotte salariali, questo ambito esterno è il partito, infatti il partito condensa in se stesso una conoscenza raggiunta nei momenti di massimo scontro politico con l’avversario di classe borghese (conoscenza non realizzabile, dunque, sul piano delle ordinarie lotte salariali/sindacali). Un altro aspetto ricordato e sottolineato nei testi citati è la decisiva partecipazione dei transfughi/traditori delle classi dominanti alla formulazione della ‘ideologia’ socialista, tale circostanza serve a ribadire che la condizione economico-sociale proletaria non implica, meccanicamente, una maggiore propensione alla formulazione/adesione al programma comunista (rispetto al quadro sociale generale). In modo particolare la teoria e la salda chiarezza delle cose è sempre successiva all’azione di lotta, almeno nei casi storicamente verificati, per cui si può affermare che la rivoluzione la fanno gli ignoranti (a condizione di essere diretti da chi la teoria e la salda chiarezza delle cose già la possiede da tempo).

Affrontata la pars construens, volgiamoci ora alla pars destruens, cioè alle variegate casacche indossate dall’errore attivistico (sindacati indipendenti, coordinamenti e comitati proletari, movimenti di lotta nazionali, movimenti interclassisti).

In merito alle cosiddette sigle sindacali indipendenti, già in ‘partito e classe’ troviamo un netto giudizio negativo, essendo tali realtà essenzialmente apolitiche, cioè raggruppanti soggetti uniti solo dalla difesa congiunturale e particolare dei propri interessi economici. Teorizzando gli stessi concetti abbiamo usato in un precedente lavoro i termini sindacato di lotta e sindacato di sistema, spiegando la parabola di progressiva integrazione dentro le ragioni del sistema aziendale anche da parte dei sindacati di lotta (nati sull’onda dello scontento e del conflitto sui luoghi di lavoro, quando esso non è rappresentato dai preesistenti sindacati di sistema). Abbiamo verificato che quando il livello dello scontro (immediato-economico) in certi luoghi di lavoro tende a decadere (scontro condotto beninteso da una minoranza dei lavoratori), allora anche le piattaforme rivendicative dei sindacati minoritari di lotta si adeguano alla mutata situazione, non ricevendo più stimoli di forza e orientamento dalla loro base associativa. Quale senso politico può avere dentro questa dinamica ricorrente di lotta e integrazione sindacale, esaltare i sindacati indipendenti, oppure i coordinamenti e i comitati spontanei, facendo del mezzo quasi un fine in se stesso. I testi della corrente chiariscono bene che in una situazione sociale sfavorevole, le dinamiche fondamentali sono quelle di una utilizzazione dello strumento sindacale da parte dei poteri capitalistici dominanti, mentre risulta storicamente problematico (o sterile) lo stesso lavoro di contatto e propaganda del programma comunista dentro tali strutture associative. In merito ai sindacati minoritari di lotta, dovrebbe essere chiaro che la loro stessa verificata condizione minoritaria è il termometro della inanità degli sforzi volontaristici di chi indica nella creazione/diffusione di sindacati indipendenti una tappa decisiva della ripresa dello scontro di classe. Come qualcuno ha opportunamente ricordato di recente, le lotte (o i movimenti di lotta) non si creano, ma vengono messi in essere da fattori storici e circostanze socio-economiche non direttamente controllabili dal soggetto politico (il partito), anche se talvolta il partito ha dimostrato di avere la forza e l’influenza, conferitegli da una sintesi di fattori storici oggettivi e soggettivi, in grado di fargli guidare i movimenti di lotta sul piano della trasformazione di sistema. Ma oggi esistono le condizioni oggettive e soggettive per parlare di guida del partito nei confronti dei proletari di avanguardia associati nelle organizzazioni sindacali, almeno quelle numericamente significative ? Esistono oggi le tre condizioni concomitanti considerate fondamentali per parlare di uso proletario dello strumento sindacale?

Se le risposte sono negative, allora perché non limitarsi a proseguire sulla linea di azione prescritta nei testi della corrente, cioè il contatto con i proletari, anche dentro gli organismi sindacali esistenti, le assemblee, le riunioni, senza ignorare il grave livello di asservimento delle principali organizzazioni sindacali alle compatibilità di bilancio dell’economia capitalistica e d’altro canto la stessa parabola integrativa dei sindacati di lotta, in assenza di un grado adeguato di conflitto sociale di classe dentro i luoghi di lavoro. La pretesa attualità delle lotte nazionali, e il successivo sostegno ad esse da parte dei ‘marxisti’, oggi, nell’anno 2016, continua a lasciarci senza parole. Ancora più assurda è la pretesa di mistificare in termini di lotta antimperialistica le forze variegate del terrorismo fondamentalista, fenomeno su cui abbiamo scritto anche di recente, evidenziandone la funzione di terrore di stato al servizio di specifici interessi di frazioni locali di borghesia e di centri capitalistici di potenza imperiali. Per meglio approfondire il tema rimandiamo ai testi presenti sul sito, soprattutto a ‘Isis e politica americana del caos’, ‘Dinamiche di confronto e scontro fra blocchi imperiali concorrenti’, ‘Chaos Imperium’, ‘Evviva la questione nazionale: ancora tu ?’.

Resta assodato che anche questa forma di poliedrico attivismo a sostegno delle lotte nazionali/fondamentaliste conduce alla deformazione dei principi teorici marxisti. Infatti, al di là delle pittoresche e furbesche coloriture raggiunte dallo sforzo inane di motivare la richiesta di un sostegno proletario, oggi, anno 2016, alle lotte interne di frazioni nazionali e internazionali del capitale, in definitiva è proprio la realtà di competizione concreta di interessi interna al capitale, invece, che serve a spiegare l’agitazione teorico-pratica degli ultimi incalliti adepti dell’attualità delle lotte nazionali (succubi e condizionati, nel loro presunto ‘libero pensiero’, dalle forze economico-sociali borghesi che mascherano le loro contese, fondate sul venale interesse geo-economico, sotto le false bandiere nazionali e religiose). Anche in questo caso la funzione di classe di questo specifico tipo di opportunismo attivistico è quella di sempre, validamente definita da Lenin nei termini di disarmare teoricamente i proletari per indirizzarli verso la sconfitta pratica, cioè, in questo caso, il dispendio delle scarse risorse di militanza del partito a sostegno di lotte interne alla classe avversaria.

Non possiamo concludere il riepilogo delle questioni affrontate nell’articolo senza fare almeno un cenno ai moderni movimenti a soggetto. Con tale neologismo indichiamo fenomeni sociali effimeri e congiunturali come ‘Occupy’ (la madre di tutti i movimenti interclassisti), No Tav, No dal Molin, Indignados, e infine il recente ‘Nuit Debout’ .

Una elementare analisi ‘sociologica’ della composizione di classe di questi movimenti ci direbbe, in primo luogo, che in essa prevale l’elemento piccolo borghese, e in secondo luogo che questo elemento/fascia sociale predominante è soggetto (in sincronia con la nascita di un certo movimento) al peggioramento della propria condizione o status socio-economico. E’ possibile collegare le due cose, e comprendere il sorgere e lo sparire di questi effimeri movimenti di protesta con la ridefinizione in atto delle quote percentuali di plus-valore, da spartire fra i soggetti variamente collegati alla classe parassitaria borghese?

Una volta chiarita la natura, o meglio la composizione di classe prevalente, di siffatti fenomeni, possiamo davvero inseguirli, additandoli come l’ennesimo segnale della nuova società comunista che avanza, quando già i testi della corrente, negli anni cinquanta, spiegano che in tali fenomeni sociali prevale alla fine l’impronta ideologica del regime di classe dominante, e quindi è a maggior ragione velleitario sostenere che questi movimenti non si creano ma si dirigono: cosa dirigiamo, lo scontento reattivo di frazioni sociali piccolo borghesi che protestano contro la perdita del precedente status socio-economico?

‘Nuit debout’, un movimento di rivolta contro il rimescolamento degli status socio-economici interni alle classi dominanti, assolutamente inserito nelle regolarità di funzionamento dell’organismo sociale capitalistico, come le periodiche rivolte sottoproletarie delle periferie metropolitane (Ferguson), anch’esse fraintese e rincorse incautamente dagli stessi predicatori dell’effimero quotidiano e del nulla politico (come se la distinzione ottocentesca marxista fra rivolta e rivoluzione non fosse mai esistita, come se la polemica con Bakunin e Proudon non si fosse mai verificata).

Ultimo pensiero ‘inattuale’ sulla inveterata moda di esaltare/mistificare tutto ciò che si muove sulla superficie sociale del mondo contemporaneo. Il marxismo autentico non si ferma mai alla superficie dei fenomeni, ma cerca di indagare le cause profonde e nascoste di questi fenomeni, utilizzando la sicura bussola della conoscenza invariante (raggiunta da alcuni gruppi di uomini nel momento del più intenso scontro pratico con il regime sociale borghese). Gli innovatori e i de-formatori di tale patrimonio teorico invariante non si avvedono di riprodurre, nell’ossessiva pulsione a inseguire tutto ciò che si muove sulla superficie sociale del mondo contemporaneo, i vecchi e stagionati errori opportunistici già compiuti in un lontano passato, da altri gruppi di erranti utili alla conservazione del regime di oppressione del capitale.

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