Quattro euro e sette centesimi (di cibo trafugato al supermarket): giornate capitalistiche

Quattro euro e sette centesimi (di cibo trafugato al supermarket): giornate capitalistiche

Tre Maggio 2016, sulla prima pagina di un quotidiano dalla grande tiratura nazionale viene riportata la seguente notizia: ‘Ha rubato per fame, non è considerabile reato’. La notizia si riferisce alla sentenza di assoluzione di un giovane clochard da parte della cassazione, proviamo a riassumere parte delle motivazioni che hanno spinto i giudici ad annullare le precedenti condanne. Ebbene, secondo la sentenza, la condizione dell’imputato e le circostanze in cui è avvenuto l’impossessamento della merce dimostrano che egli si impossessò di quel poco cibo, per far fronte a una immediata e non rinviabile esigenza di nutrirsi: dunque ha agito in stato di necessità.

Una storia di ordinaria miseria e disperazione, come tante altre, nella monotona sequenza di giornate capitalistiche, tutte segnate dalla condizione di violenza e dominio dell’uomo sull’uomo, la violenza e il dominio di una classe sociale su un altra classe sociale. Il ragazzo clochard era stato inizialmente condannato a sei mesi di reclusione, e al pagamento di una multa di cento euro, poi, come abbiamo scritto, la giustizia ha cambiato parere, sottraendo il reo ai rigori delle patrie galere. L’articolo del 3 maggio si lancia in una serie di considerazioni scontate sulla crescita dei poveri nell’Italia in crisi economica, e sullo spreco di cibo che ogni anno, mediamente, viene compiuto dai ‘cittadini’ in stato di sazietà, ovvero almeno 42 chili a testa. Sempre continuando nell’ottica della denuncia morale, l’articolo enuncia poi il volume globale annuo della corruzione nel bel paese, cioè 60 miliardi di euro, e infine il dato statistico sul nuovo numero di poveri giornaliero, in questo caso 615. Al di là del fattore indignazione, la sentenza apre la strada almeno a due riflessioni: in primo luogo la sentenza asserisce che in determinate fattispecie di reato (contro la proprietà), valgono le attenuanti dello stato di necessità, cioè l’impellente ‘immediata e non rinviabile esigenza di nutrirsi’.

In secondo luogo, in linea con le previsioni deducibili dalla legge marxista sull’aumento della povertà (assoluta e relativa), la situazione di indigenza di una parte crescente della società tende a riflettersi anche, parzialmente, limitatamente, sul piano giudiziario, mitigando talora l’erogazione delle sanzioni contro determinati reati compiuti sotto i morsi della fame. Per chi come noi conosce la funzione reale dell’attrezzatura statale, non è affatto contraddittorio rilevare come, talvolta, una parte di questa attrezzatura possa recepire considerazioni di normale umanità e buon senso, fermo restando il ruolo di puntello generale agli assetti di potere della classe dominante. Ricordiamo una cosa a coloro che potrebbero parlare di capitolazione della giustizia, sulla base di questa vicenda particolare, dopo avere teorizzato per anni la presunta capitolazione della scienza, davanti alle ragioni dell’onnipresente movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente. Le giornate capitalistiche sono violente e feroci, e per un umano che viene sottratto alle conseguenze più deteriori e paradossali di un regime sociale costruito sull’oppressione di classe, ci sono di sicuro da qualche parte mille altri umani che vengono schiacciati dall’attrezzatura statale del capitale. Abbiamo riportato nel volantino del primo maggio un motto latino: ‘Frangar non flectar’, per suggerire che bisogna smetterla di piegarsi davanti al potere di un meccanismo sociale alienante, anche se naturalmente esprimiamo la massima comprensione verso chi ha agito in stato di necessità, impossessandosi di quattro euro e sette centesimi di cibo, per far fronte ad una immediata e non rinviabile esigenza di nutrirsi; e tuttavia ci auguriamo ancora di più che spariscano, sotto l’urto dell’azione di classe del proletariato, addirittura le cause e le circostanze sociali che costringono sempre più umani ad impossessarsi di quattro euro e sette centesimi di cibo per non morire di fame.

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