L’assalto del dubbio revisionista ai fondamenti della teoria rivoluzionaria marxista

Nota redazionale: Pubblicato sul numero 5 della rivista Prometeo del 1947, il testo si pone retoricamente la domanda se è ‘ sempre valida la impostazione critica formulata dal marxismo’.   La domanda è posta come pretesto, all’interno di un percorso argomentativo in cui si utilizza l’ars retorica nella sua accezione positiva: cioè quella di uno strumento per conseguire la dimostrazione di un contenuto opposto al senso della domanda iniziale. Le verifiche storiche precedenti al 1947 contengono già la risposta al quesito retorico: non ci sono possibilità di trasformazione sociale alternative al percorso autenticamente marxista-rivoluzionario. 

Quindi cosa rispondere a coloro che  si chiedono ‘suggestivamente se non era (è) possibile, evitando il sanguinoso epilogo della guerra di classe, inserire in un placido graduale tramonto della società borghese il generarsi delle nuove forze della società del lavoro’.

Il testo del 1947 affronta tali dubbi, chiarendo cheDinanzi a questi recenti e vecchi dubbi critici, va riproposta nei suoi termini essenziali la posizione critica propria del partito di classe del proletariato al confronto dei dati dei nuovi tempi’. 

Il marxismo, inteso come teoria storicamente invariante, ha svelato la correlazione delle varie formazioni sociali con determinati modi di produzione, ha descritto il loro sorgere e il loro trapasso sulla base di condizioni oggettive e soggettive interdipendenti di tipo economico-sociale e politico. Questa teoria è dunque l’arma teorica più efficace di critica e lotta alla società capitalistica (da parte del proletariato e dei transfughi della classe dominante). Le linee guida di questa teoria sono state fissate nella fase di un acuto scontro di classe, intorno alla  metà del 1800, quando più nitida è apparsa la scena reale del conflitto sociale fra forze opposte, portatrici di opposte visioni dell’esistenza e di antitetiche missioni storiche.

I sostenitori della variabilità del contenuto qualitativo del programma comunista, nei suoi aspetti sia di tattica che di strategia, fanno continuo appello alla evidente mutevolezza dell’esistenza, per giustificare l’esigenza di innovare il corpus teorico marxista. Tuttavia se qualcosa muta, è anche vero che prima del mutamento c’era qualcosa che non mutava, qualcosa che per un certo tempo ha mostrato dei caratteri fondamentalmente (storicamente) costanti, caratteri su cui è in seguito intervenuto il mutamento. Fintanto che l’organismo socio-economico capitalistico esiste, le sue caratteristiche fondamentali sono quelle descritte dal marxismo, e quindi resta valida per la classe proletaria l’indicazione programmatica marxista che è quella della organizzazione di essa (la classe) in un partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa (…) che realizzerà la trasformazione del vecchio meccanismo economico.’

Il testo del 1947 fornisce lumi, almeno a nostro avviso, anche su un altro errore ricorrente fra le file dei ‘modificatori/innovatori’ della teoria marxista: questo errore presenta generalmente una articolazione triadica nella lettura della realtà sociale, ovvero; meccanicismo, economicismo, scientismo. Vediamo di cosa si tratta, provando a riassumere brevemente le note distintive di tale errore, un errore che si sostanzia prima di tutto nella ingenua formulazione di un rapporto assoluto (uni-lineare) fra causa ed effetto (meccanicismo): in modo particolare le cause puramente economiche (aumento del capitale costante, centralizzazione aziendale, crisi economica) sarebbero le determinanti univoche del mutamento sociale (al di là di ogni aspetto politico/sociale collegato ai rapporti reali di forza fra le classi). Quindi, ritagliando sulla realtà sociale l’abito della propria concezione deformata del mutamento sociale, l’economicismo meccanicista sfocia infine nello scientismo, cioè nella lettura dei fatti umani alla luce della scienza borghese. Il socialismo scientifico diventa semplice utilizzazione dei parametri della scienza che c’è in questa società, in nome dei presunti cedimenti teorici dell’apparato scientifico contemporaneo al marxismo. Il concetto di ideologia si applicherebbe, per i nostri scientisti, al diritto, all’economia politica, a certe produzioni filosofiche e letterarie, mentre l’attuale scienza ne sarebbe in parte immune, in modo da consentirci poi di teorizzare/prevedere anche sulla scorta dei suoi progressi, collassi e catastrofi naturali del sistema borghese.  Vediamo cosa dice invece il testo del 1947: (il modo di produzione capitalistico) ad un certo stadio dello sviluppo, non può più contenere nei suoi schemi di organizzazione sociale, statale e giuridica queste enormi forze (che ha contribuito a sviluppare), e cade in una crisi finale per il rivoluzionario prorompere della principale forza di produzione, la classe dei lavoratori, che attuerà un nuovo ordine sociale...La via attraverso la quale questa classe raggiunge il suo posto di nuova protagonista della storia è quella della organizzazione di essa in un partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa‘.

I fattori principali della crisi finale del regime borghese sono dunque di tipo economico e socio-politico, ovvero ‘il rivoluzionario prorompere della principale forza di produzione, la classe dei lavoratori’.  Dunque è una forza umana, sociale, che apre la via, verso un nuovo ordine sociale, organizzandosi in un partito politico, partito funzionale all’inquadramento (di questa stessa forza sociale) in efficace energia di lotta contro la classe dominante.

Dunque è il conflitto di classe, tendente, è vero, ad acutizzarsi a causa del periodico, sistemico, incremento del grado di sfruttamento e oppressione messo in atto dal regime socio economico borghese, a costituire il motore del mutamento. In definitiva è la principale forza di produzione, la classe dei lavoratori, con le sue lotte coscientemente indirizzate dal programma comunista del partito, depositario della teoria critica rivoluzionaria, ‘che attuerà un nuovo ordine sociale‘. 

L’errore meccanicista/scientista converge infine nel gradualismo, anzi potremmo sostenere, a ragion veduta, che esso è solo l’altra faccia della medaglia gradualista. Infatti, se si sostiene che il mutamento sociale trova origine su un piano semplicemente uni-lineare di causa ed effetto, come per il riflesso condizionato studiato in da Pavlov negli anni venti, allora il progetto cosciente umano, il programma politico del partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa’ ( quindi la rete di interdipendenza dialettica della totalità dell’essere reale, sul piano storico e sociale), perde il senso e il ruolo decisivo nei processi di cambiamento, ruolo che invece il testo del 1947 continua ad attribuirgli, è il caso di dirlo, senza nessuna ombra di dubbio revisionista’.

 

Buona lettura

L’assalto del dubbio revisionista ai fondamenti della teoria rivoluzionaria marxista

La portata dei più recenti eventi è talmente formidabile, che sembra giustificare un riesame di tutte le posizioni critiche circa i caratteri dello svolgimento del mondo moderno, anche da parte del movimento di avanguardia delle classi lavoratrici. Su queste esigenze e sul caos determinato dalle ripercussioni della guerra speculano gli esponenti delle tendenze opportunistiche, espressione dell’influenzamento borghese sulla ideologia del proletariato, per spezzare nelle mani di questo, prima delle armi materiali, quelle della sua critica rivoluzionaria.

E sempre valida la impostazione critica formulata dal marxismo, secondo la quale il moderno sistema economico e di governo della borghesia capitalistica, descrivendo nella storia una immensa parabola, sorge dal rovesciamento rivoluzionario dei regimi feudali, attua la liberazione di imponenti forze produttive sorte dalle nuove risorse tecniche a disposizione del lavoro umano, consente ad esse, dapprima, un ritmo sempre più vasto, un’espansione irresistibile in tutto il mondo conosciuto, ma, ad un certo stadio dello sviluppo, non può più contenere nei suoi schemi di organizzazione sociale, statale e giuridica queste enormi forze, e cade in una crisi finale per il rivoluzionario prorompere della principale forza di produzione, la classe dei lavoratori, che attuerà un nuovo ordine sociale?

La via attraverso la quale questa classe raggiunge il suo posto di nuova protagonista della storia è quella della organizzazione di essa in un partito politico, depositario della teoria critica rivoluzionaria, che inquadra le forze avverse alla classe dominante, e le conduce nella lotta contro di questa fino alla guerra civile, alla istituzione della dittatura del proletariato, che realizzerà la trasformazione del vecchio meccanismo economico?

Ovvero, come in tutte le grandi svolte della storia contemporanea si è sostenuto da tante parti, e come più che mai oggi si sostiene, gli eventi costringono a valutare diversamente queste aperte antitesi tra forze sociali ed epoche storiche opposte, ed indica al proletariato, soprattutto nel quadro dei tremendi schieramenti di forze materiali offerti dalle guerre, altre prospettive ed altre esigenze più urgenti di quelle del superamento definitivo del sistema borghese, prospettive ed esigenze che lo inducono ad associazioni di forze con gruppi politici e nazionali della classe dominante?

L’interrogativo, negli stadi storici che precedettero i colossali scontri militari, veniva posto in termini ben diversi, ma conduceva sempre a scuotere l’orientamento classista degli strati più risoluti della classe lavoratrice.

La società borghese appariva svolgersi, con l’aumento della sua ricchezza ed il diffondersi di nuovi bisogni e nuovi mezzi per soddisfarli, verso forme più alte della cosiddetta vita civile; ed allora, sempre al fine di una revisione della diagnosi rivoluzionaria marxista, si chiedeva suggestivamente se non era possibile, evitando il sanguinoso epilogo della guerra di classe, inserire in un placido graduale tramonto della società borghese il generarsi delle nuove forze della società del lavoro.

Dinanzi a questi recenti e vecchi dubbi critici, va riproposta nei suoi termini essenziali la posizione critica propria del partito di classe del proletariato al confronto dei dati dei nuovi tempi.

 «Prometeo», n.5, 1947

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