Chi mai dietro la svastica? Il cretinismo democratico


 

 

Nota redazionale: Abbiamo di recente affrontato la questione del mito legalitario-democratico, sostenendo che si trattava solo di una mascheratura, mirante a diffondere l’impostura della libertà e dell’uguaglianza del cittadino nello stato liberale (un cittadino astrattamente sganciato dalla sua condizione sociale, cioè dall’appartenenza a una delle classi sociali che formano la società capitalistica dominante).  Alcuni recenti episodi di controllo e disciplinamento del dissenso sociale, che si sono manifestati addirittura sotto forma di censura e di indagine legale su alcune ricerche sociologiche sul campo, ricerche focalizzate su dei movimenti di protesta a contenuto prevalentemente ambientalista, spingono a fare delle considerazioni generali.

La presunta libertà di ricerca e di opinione, concessa/elargita dal regime democratico-parlamentare, è stata dunque dissacrata e profanata, almeno agli occhi di coloro che ci credono, e quindi i tormenti del dubbio si sono insinuati nelle anime belle che continuano ad avere una stolta ed ingenua fede nelle imposture legalitarie del sistema sociale dominante.  

Ma quale libertà può esserci, in definitiva, in una società divisa in classi sociali di oppressi e oppressori? Il marxismo vede e svela la divisione sociale e la lotta fra le classi come una costante storica, almeno a partire dalla fine del comunismo originario, e di conseguenza nega ogni possibilità che possa esserci una libertà sostanziale per quella maggioranza di umani sottoposta al giogo del dominio di classe. Quando determinate opere dell’ingegno, magari sotto forma di ricerche e di studi accademici, rischiano di fornire ulteriore benzina allo scontento sociale, allora interviene l’attrezzatura energetica di potere della classe dominante: ovvero lo stato. Parliamo di processi di controllo, repressione e punizione del dissenso sociale, miranti soprattutto a terrorizzare i soggetti che sono in bilico, indecisi fra la protesta e la subordinazione. Solo il cretinismo democratico, per riprendere l’espressione del testo del 1960, può davvero pensare di vivere in un mondo corrispondente alle apparenze ingannevoli con cui il sistema di sfruttamento capitalistico si riveste.  

L’oppressione di classe è la stessa, sia nella forma politica democratica che in quella fascista, noi marxisti l’abbiamo sempre saputo, ricorda il testo del 1947 ‘Forza, violenza, dittatura…’. Il fascismo ( in forma potenziale o attualizzata) è il metodo di governo, cioè di controllo e repressione, prevalente nella società contemporanea (e in questa circostanza gioca un ruolo fondamentale la classe media):’ I fatti reali, ossia l’affermazione del metodo fascista nella società borghese di oggi, e la concordanza nelle omelie pacifiste da tutte le bande, hanno comune origine e spiegazione nel generale corteggiamento delle classi medie, svolto abilmente dai poteri del grande capitalismo, e sudiciamente dai partiti che truffano il nome di comunisti e si richiamano a Mosca. La guerra è stata perduta dall’antifascismo proprio in quanto da tutte le parti, e soprattutto su ordine dello stato di polizia del Cremlino, la menzogna democratica viene corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitazione dei ceti sociali intermedi, a cui i grandi Stati mostruosi super-industriali si dedicano a gara, emulativa, si intende’.

Le classi medie, ricorrentemente minacciate di piombare nel gorgo della proletarizzazione, sotto la spinta immanente della crescita della popolazione di riserva, sono dunque corteggiate dal grande capitale (ma anche dai moderni e meno moderni partiti social-democratici e stalinisti). Ceti medi: la loro posizione sociale amorfa li spinge all’opportunismo, al mercenarismo, perché, come recita il testo del 1960: ‘Due sono le classi potenzialmente bellicose nella guerra sociale: la capitalista e la salariata. Tra di esse non vi sono che strati affollati ma amorfi condannati a servire altrui. Da qui la fangosità delle soluzioni maggioritarie. Pacifisti per loro natura, quei ceti non possono combattere che come mercenari. Il capitale li può comprare, ed espressione di questo mercenarismo è il fascismo, stimmata che caratterizza la fase contemporanea. Il fascismo, espressione della dittatura dell’alto capitale, non sarebbe potuto nascere, colla sua bandita di illusioni su un compito autonomo della classe media (che di ciò si pasce negli squadrismi servili come nel teppismo della delusa gioventù del dopoguerra) senza la preparazione gigantesca del secolare inganno democratico e popolaresco, tendente all’interclassismo di principio e quindi ingannevolmente esaltante i ceti medi come vano cemento tra le due vitali avverse classi storiche’.

Il testo del 1960 riprende dunque le classiche questioni  relative alla demistificazione dell’inganno legalitario, aprendo anche degli interessanti squarci sulla posizione sociale delle classi medie, sull’interclassismo democratico ad esse collegato, e infine sulla funzione storica (generalmente regressiva) svolta dagli strati sociali intermedi.

Quale ‘attualità’ può rivestire un testo del genere nella situazione dell’anno 2016? E’ una domanda oziosa, è chiaro. Non sono pochi i soggetti politici, oggigiorno, ancora abbagliati dalle attività dei contemporanei movimenti interclassisti, espressione del ceto medio in subbuglio (a causa del rischio di proletarizzazione). Dal nostro punto di vista, però, il problema non è il ceto medio che si agita, creando l’illusione di un movimento immobile, ma il personale politico infettato dal virus dell’attivismo. Si tratta di un allegra brigata politica che ancora una volta rincorre tutto ciò che si muove sulla superficie sociale, riempiendosi la bocca e la penna di movimenti reali che aboliscono qualcosa ( un qualcosa che invece può essere abolito solo dal movimento di lotta della classe operaia, rettamente orientato e guidato dall’avanguardia ‘umana’ racchiusa nel partito, come d’altronde ci viene insegnato da una teoria e da una prassi storicamente verificate).

Senza derive anarcoidi o spontaneistiche, ampiamente condannate dalla storia, perché Una dittatura non si uccide che con una fase storica di contro-dittatura. Non si trattava di appendere per i piedi la persona del dittatore, che solo in quella posizione non ebbe funzione di pagliaccio. Bisognava davvero colpire la classe che era dietro di lui’.

Il testo sostiene che l’essenziale è colpire la classe che sta dietro gli attori variegati e intercambiabili dei regimi politici funzionali alla conservazione di determinati regimi socio-economici di oppressione, cioè la classe borghese, sempre pronta ad utilizzare‘la menzogna democratica (…) corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitazione dei ceti sociali intermedi’. Un monito e un consiglio dissuasivo, dunque, per tutti coloro che più o meno in buona fede sono abbacinati dai miti del movimentismo interclassista. 

Dovrebbe essere scontato ritenere, almeno per un marxista, che non tutti i ‘movimenti’ che si agitano sulla superficie della società borghese abbiano un contenuto di classe (in senso proletario) , e quindi di reale opposizione sociale (in relazione ai soggetti sociali che li compongono, al programma, e alla presenza o meno di un partito comunista). Il testo del 1960 chiarisce bene il pericolo insito nel fraintendimento della funzione sociale del ceto medio, e dunque il successivo farsi risucchiare nella ‘menzogna democratica (…) corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitazione dei ceti sociali intermedi’. 

Perché dovremmo illuderci sugli attualissimi movimenti non si riesce a comprendere, abbiamo forse deragliato nella retta valutazione quando si è presentato il fenomeno sociale del 1968?

Qualcuno sostiene che determinati movimenti, sorti sulla base di contenuti estranei al movimento proletario, possano tuttavia evolversi e diventare dei movimenti di classe( in senso proletario) . Tale affermazione dovrebbe essere supportata da una opportuna documentazione (in relazione ai soggetti sociali che li compongono, al programma, e alla presenza o meno di un partito comunista). Se tale documentazione non è producibile allora l’affermazione diventa apodittica (e quindi sostanzialmente autoreferenziale e sofistica).

Il termine “apodittico” deriva dal greco apodèiknymi , cioè dimostrare, apodeiktikòs, e quindi  indica ciò che è suscettibile di dimostrazione. Si tratta di un aggettivo impiegato per definire le proposizioni che sono dimostrabili, necessariamente vere o auto-evidenti, oppure impossibili. Nella logica aristotelica il termine ha il significato di “dimostrativo”, cioè il prodotto della dimostrazione.Tuttavia, nella contemporanea accezione filosofica, l’aggettivo apodittico rinvia a una parte della logica dialettica di tipo sofistico, cioè a quella parte della logica che segue percorsi dimostrativi solo attraverso il puro ragionamento (dunque senza il supporto e la conferma dei dati dell’esperienza storico-sociale). Quindi un ragionamento sofistico/apodittico, è essenzialmente un ragionamento astratto dai dati dell’esperienza concreta (estraneo di conseguenza al materialismo storico -dialettico). Assimilabile invece alla metanoia prodotta dal capo carismatico nel suo seguito ( il capo si rivolge ai suoi e afferma: l’esperienza profana e il senso comune vi insegnano che il ceto medio non può produrre movimenti classisti/proletari, ma io vi dico di avere fede in me, e di pensare il contrario, in base alla prova e alle stimmate della mia autorità personale carismatica). Come si può ben arguire, il sofisma apodittico non dimostrabile in modo storico-dialettico, deraglia necessariamente dal piano del puro ragionamento (dove si dimostra fallace a causa della sua astrattezza) al piano socio-fattuale del potere carismatico. Il sofisma,  insostenibile sul piano del materialismo storico-dialettico, deve infatti ricorrere al dato del potere carismatico, e quindi alla fede nei poteri taumaturgici di un capo per essere creduto come vero da un seguito di fedeli. Minima moralia. Un movimento, prevalentemente condizionato dal ceto medio, inteso erroneamente da qualche soggetto politico presunto marxista come una forma di opposizione proletaria,  nella realtà resterà sempre una manifestazione sociale del ceto medio. Quello che si verificherà in modo reale, invece, sarà solo il sostegno  che il soggetto marxista fornirà, inopinatamente, alle attività di una classe sociale storicamente funzionale al grande capitale (fascismo docet).

Il testo del 1960 si presenta con un titolo in forma di domanda, domanda a cui risponde la storia stessa, documentata e reale. Dietro la svastica c’è la classe sociale borghese, piccola, media e grande, che continua tuttora ad appestare l’esistenza del genere umano con la sua decadenza, mantenuta in vita solo dalla subordinazione di buona parte delle sue vittime e dal cretinismo democratico di taluni soggetti politici ‘sinistri’.

Buona lettura

Chi mai dietro la svastica?

Il cretinismo democratico

Questa società che infradicia nel più sfatto senilismo e puzza di putrefatto tenta drogare la sua decadenza nella mania di fatti nuovi.

Due oggi giganteggiano, nella bolsa opinione popolare fabbricata in serie. Uno è la distensione ruffiana tra americani e russi, saturnale della imbecillità pacifista, l’altro è un nuovo quanto decrepito fantasma, il fascismo o nazismo, che terrorizza dai muri graffiati di croci uncinate e domani forse di fasci littori. In Germania è accusato il governo di Adenauer, in Italia domani quello di Segni; e si difendono con il dire che i morti non ritornano. Dalla parte opposta, nella stampa dei traditori della rivoluzione proletaria, si è felici che il morto risusciti, e si guazza nella euforia di ridare vita alla ignobile crociata antitedesca. Come rimedio si prospetta quello di sempre, una contro-novità, una nuova maggioranza parlamentare. Il fascismo, se vuole, farà lo stesso buon affare politico di allora. È miglior gioco imbrattare un muro in barba alla polizia, che risponde con mosse legali e costituzionali.

La crociata è quella solita e maledetta; la campagna di odio nazionale che ogni volta ha segnato la rovina del movimento della classe operaia. Nel 1914 l’incanata contro Guglielmone, nel 1940 contro Hitler (con scoppio ritardato di Stalin), è oggi, una volta ancora sullo sfondo dei giri di valzer e di alcova tra russi e americani, contro l’ondata di disegni a carbonella. Lo scopo è sempre quello, castrare le energie rivoluzionarie di classe col falsificare il loro bersaglio storico: il capitalismo borghese e democratico.

La nostra posizione storica (per scarso che il nostro seguito sia) ci permette di non stupire né degli amorazzi distensivi né del morto che risuscita. Fino dalla guerra non abbiamo creduto alla frottola che la democrazia avesse sconfitto il fascismo, né a quella che i suoi pretesi vincitori di Occidente ed Oriente si sarebbero scontrati, su quel tiepido cadavere, in armi.

I fatti reali, ossia l’affermazione del metodo fascista nella società borghese di oggi, e la concordanza nelle omelie pacifiste da tutte le bande, hanno comune origine e spiegazione nel generale corteggiamento delle classi medie, svolto abilmente dai poteri del grande capitalismo, e sudiciamente dai partiti che truffano il nome di comunisti e si richiamano a Mosca.

La guerra è stata perduta dall’antifascismo proprio in quanto da tutte le parti, e soprattutto su ordine dello stato di polizia del Cremlino, la menzogna democratica viene corteggiata nella sua forma più funesta: la sollecitazione dei ceti sociali intermedi, a cui i grandi Stati mostruosi super-industriali si dedicano a gara, emulativa, si intende. Quale altra fu la tentata formula storico-sociale del fascismo?

Dall’America si vuole mascherare la più atroce dittatura del grande capitale colla favola delle azioni distribuite tra milioni di cittadini nella pretesa moderna forma di capitalismo di popolo, per negare la esistenza di una antitesi tra classe ricca e povera. Dalla Russia si incoraggiano i partiti dipendenti a porre molto al di sopra della tutela degli interessi proletari quella dei ceti piccolo borghesi e medio-borghesi. Trionfa ovunque nelle insidie demagogiche – e non diversa è la cosa nella struttura russa – la middle class che in Inghilterra, campo sperimentale del marxismo, significava due secoli fa proprio borghesia capitalistica, allora rettamente intesa come classe media tra la sconfitta nobiltà feudale e la nascente classe operaia.

Ma mentre la middle class del Settecento è dovunque nell’Ottocento divenuta la aperta classe dominante sociale, ossia la classe estrema, i romanzati ceti medi delle società del Novecento sono melma umana senza storia presente e futura.

Due sono le classi potenzialmente bellicose nella guerra sociale: la capitalista e la salariata. Tra di esse non vi sono che strati affollati ma amorfi condannati a servire altrui. Da qui la fangosità delle soluzioni maggioritarie. Pacifisti per loro natura, quei ceti non possono combattere che come mercenari. Il capitale li può comprare, ed espressione di questo mercenarismo è il fascismo, stimmata che caratterizza la fase contemporanea. Il fascismo, espressione della dittatura dell’alto capitale, non sarebbe potuto nascere, colla sua bandita di illusioni su un compito autonomo della classe media (che di ciò si pasce negli squadrismi servili come nel teppismo della delusa gioventù del dopoguerra) senza la preparazione gigantesca del secolare inganno democratico e popolaresco, tendente all’interclassismo di principio e quindi ingannevolmente esaltante i ceti medi come vano cemento tra le due vitali avverse classi storiche. La democrazia parlamentare e popolare fu il terreno di coltura del microbo fascista. Nel 1919 già in Italia al presentarsi del moderno fenomeno lo dicemmo, concludendo che per uccidere la infezione fascista sola strada era quella di svergognare e pestare la democrazia, i partiti e i ceti su cui si appoggia, di cui sono parte squisita quelli dell’opportunismo socialdemocratico di allora, comun-democratico di oggi.

Vinse il fascismo quando invano proponevamo di rispondere incursionando con squadre di puri proletari le sedi degli stati maggiori dei magnati borghesi, banche ed anonime, logge e vescovadi, invece di fare blocco pacifistico con i lacrimatori sulla defunta libertà spacciata dai borghesi, come Mosca ordinò dopo non aver capito che ogni concessione alla forma parlamentare (come quelle del 1919 e 1920) ci deviava dalla sola possibilità, extralegale, di battere il fascismo. Oggi ricompare la svastica e le carogne non sanno che riproporre la convergenza tra proletariato e ceti medi sul piano elettorale. Alti sono i loro clamori contro il neo-nazismo, quanto chiara la loro funzione di suoi propiziatori, se qualcosa insegna la storia.

Una dittatura non si uccide che con una fase storica di contro-dittatura. Non si trattava di appendere per i piedi la persona del dittatore, che solo in quella posizione non ebbe funzione di pagliaccio. Bisognava davvero colpire la classe che era dietro di lui. Ma ancora una volta come l’aveva salvata il terrore squadrista la salvò il suo necessario complemento, la truffa parlamentare. La stupida giostra deve dunque ricominciare? Alle urne dunque, per Togliatti, convergendo in esse con gli squadristi nati di ieri e di domani.

Possono i seniori cretinizzati del partitone capire che la storia si fa con le dittature e non con la scomunica delle dittature? Essi, lenoni della pratica e della dottrina, hanno battezzato la falsa vittoria sul fascismo come secondo risorgimento italiano. Ma nemmeno quello, nel suo posto della storia delle classi, sono all’altezza di capire. In quella vicenda ebbero luce le dittature e fecero schifo supremo le convergenze.

Il 18 aprile 1861 si riuniva a Torino il parlamento del Regno d’Italia. Cavour stava disarmando nel Mezzogiorno le formazioni rivoluzionarie garibaldine che miravano a Roma. Garibaldi aveva in un primo tempo rifiutata la candidatura, poi si decise e accettò l’elezione al primo collegio di Napoli, per tentare di opporsi al legale smantellamento della rivoluzione, sola forza in cui credeva. Questo ministero, egli disse provocando l’ira di Cavour e la sospensione della seduta, ha steso sul Mezzogiorno la sua malefica mano. Alla ripresa continuò: «ll vostro decreto vibrò il colpo decisivo all’esercito meridionale. La dittatura fu un governo legittimo; è essa l’autrice del plebiscito che vi ha dato due regni; avete oggi rifiutato l’esercito che ve li donava». La occhiuta borghesia piemontese sfruttava e odiava gli eserciti irregolari, rivoluzionari; li liquidò a tradimento nel 1859, nel 1861, nel 1866. Perché non lo avrebbe fatto, se non vi avessero provveduto altri traditori, nel 1945?

Togliatti e i suoi usano il testone ingenuo di Garibaldi, che dopo quella invettiva si ritirò dal seggio parlamentare nel suo esilio, a fini elettorali; ma teorizzano la politica eleggendo a loro modello il puttanesco conte di Cavour, o il suo degno epigono Giovanni Giolitti.

La critica teorica che Marx faceva di Garibaldi a Londra, quando tolto dal suo clima di insorto si univa alla vuota filantropia pacifista delle leghe per la libertà democratica, ben era valida in dottrina allora ed oggi. Garibaldi, rivoluzionario nel metodo di azione, biascicava allora le stesse vane ideologie sulla fraternità dei popoli che oggi i pretesi aggiornatori di Carlo Marx, leggi per tutti lo stesso Krusciov, enunciano nello stesso stile ipocrita che adopera dal suo lato Eisenhower.

Secondo il capoccia e il suo caudatario italiota sarebbe posizione moderna, rispetto alla invocazione leniniana di quaranta anni or sono, della alternativa dittatura di una delle due classi estreme sul mondo, rimettersi al giudizio di maggioranze dei parlamenti nazionali, o delle competizioni inermi internazionali!

Questa modernissima gente, sempre preoccupata di porre in scena una ultima conversione e contorsione, non è lontanamente all’altezza storica in dottrina di Lenin nel 1919 e di Marx nel 1866. Ma nella vile pratica rinnegata che segue, non raggiunge nemmeno l’altezza storica che aveva nel 1861 un Garibaldi, generale della borghesia sì, ma fedele fino alla morte ai mezzi dell’azione armata e della dittatura.

Non sono quarant’anni avanti, ma un secolo indietro.

«Il Programma Comunista», n. 2 del 1960


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