Questione agraria e proprietà

Questione agraria e proprietà.

La  riforma agraria così  come risultato sociale dell’Italia  anni  50  e  60  del novecento,  e quindi per come è stata  portata  avanti dal P.C.I. con  Togliatti segretario, non fu  una questione di prospettiva  “graduale” socialista, ma una politica piccolo borghese, in  quanto il suo risultato è stato  un frazionamento terriero dei  latifondi per ciascuna  famiglia contadina, espressione di una proprietà, la proprietà  poderale  parcellare: essa in generale ha come condizione, in confronto al modo di produzione capitalistico puro  e sviluppato, uno  sproporzionato dispendio di  energia di forza lavoro (Il  capitale,  Libro III) tanto che il  contadino deve vendere la  stessa quantità di grano e  cereali ad un prezzo di mercato corrispondente a otto ore medie di lavoro  spendendo ad esempio, individualmente, 12;  esprime  dunque  un  dispendio  non  razionale di lavoro nella  agricoltura, nel piccolo  campo o podere; dispendio  che  solo  la  conduzione  capitalistica dell’agricoltura può da principio debellare  conducendo ad una  disciplina più organizzata nei  tempi di produzione, nella  semina, nella concimazione  con l’impiego coordinato di  più braccianti cooperanti su  un terreno agricolo molto più  vasto, sotto il giogo del  capitale. Col tempo, con  l’impiego di trattori e  mietitrebbiatrici il piccolo  contadino proprietario si è trasformato, con agevolazioni  fiscali e welfare prelevato dal  plus lavoro gratuito dell’ operaio dell’industria, in  capitalista assumendo  braccianti. Solo con  l’estensione del lavoro bracciantile, cioè dei salariati  nella agricoltura, con la concentrazione della terra e la centralizzazione di molti acri  o ettari di terra nelle mani di  grandi aziende, con l’uso razionale delle tecniche di  coltura tramite fertilizzanti  chimici ed estensione del  capitale, quali  seminatrici,  mietitrebbiatrici, e forza  lavoro salariata, dunque con  lo sfruttamento della manodopera bracciantile  nelle vaste tenute agricole e  nell’allevamento, sorgono le  basi materiali di un conflitto  rivoluzionario e di una  prospettiva collettiva,  associata e socialista nell’organizzazione del lavoro agricolo. L’inganno diffuso prima dal  P.C.I. staliniano e togliattiano  e  oggi  dalla  “sinistra  radicale”, è tutto  profuso nel difendere la piccola proprietà privata  fondata sul lavoro personale,  compresa quella della terra,  con le cosiddette riforme di  struttura a vantaggio degli  imprenditori “illuminati”  dell‟industria e contro i  “latifondisti  agrari  conservatori”  forgiando  riforme rovesciate del tutto antirivoluzionarie;  riforme  agrarie, cioè frammentazione  terriera dei latifondi  –  la  terra  a chi lavora, cioè ai contadini  parcellari, che divengono  piccoli proprietari privati  – riforme simili a quelle sostenute dal programma  politico contadino piccolo  borghese dei SR (socialisti rivoluzionari) dopo la  rivoluzione Russa del 1917  –  ostacolando la diffusione  della classe salariata  (braccianti senza terra  propria) nelle campagne,  soggetto nodale della rottura rivoluzionaria del modo di  produzione capitalistico, il  quale si sviluppa con la concentrazione e poi con la  centralizzazione dei capitali  esistenti, quindi con  l’esproprio dei piccoli e medi  produttori agricoli. Le riforme  agrarie in Italia hanno  favorito lo sviluppo di una  piccola e media borghesia  nelle campagne o fatto dei  contadini privati, col tempo, dei grandi imprenditori, e il  frutto di queste riforme, sulla  base materiale del lavoro quotidiano del privato  contadino sulla propria terra,  con le sue sementi, il suo  bestiame, i suoi attrezzi agricoli i suoi propri prodotti da vendere sul mercato, sono state l’egoismo, l’ottusità politica e il bigottismo antirivoluzionario procrastinato nel tempo.
La fame di proprietà individuale della terra del contadino che corona i sogni della riforma agraria è sintetizzata con l’espressione di Gramsci, che scrive di istinto di proprietario,
primitiva avidità di terra. Ma tale istinto di possesso individuale non lo si può far risalire all’epoca primitiva tout court, ma a quelle precise condizioni che hanno creato la proprietà individuale della terra. Basandoci invece sulla scoperta scientifica sociale marxista che le forze produttive, cioè le tecniche di produzione, mutano i rapporti tra gli uomini nella loro
attività lavorativa, mutano il loro rapporto con il lavoro e con il prodotto del lavoro, diciamo che la comparsa dell‟aratro di legno – che ha reso superfluo il debbio, cioè l’uso del fuoco per l’estirpazione delle erbe secche e infestanti e la cenere come fertilizzante rigeneratore del suolo – ha sviluppato la rotazione biennale, con un anno di riposo del terreno dopo la coltivazione (maggese). L’estensione ridotta dell’aratura da parte di un uomo con singolo
aratro in rapporto all’estensione di terra del villaggio, sebbene relativamente poco estesa,
la ridotta capacità di penetrazione dell‟aratro, dunque del vomere come sporgenza a ramo
grezzo di un semplice tronco di legno, quindi la ridotta profondità dei solchi
praticata dall’aratro per introdurvi le sementi, non garantiva un raccolto sufficiente per tutta
la comunità di villaggio. Pertanto ciascuna famiglia o membro di villaggio, ha cominciato a costruire più aratri per un raccolto bastevole in funzione collettiva della comunità. Sebbene l’eccedenza del raccolto diveniva scorta per tutta la comunità, l’uso sistematico di più aratri
di legno individuali dei membri di villaggio, per aumentare il raccolto, è stata la base
tecnica perché si instaurasse un rapporto di possesso tra produttore e strumento di lavoro, tra uomo primitivo agricoltore e aratro e perché, pertanto, si producesse la divisione della terra comune primitiva in piccoli lotti mediante cippi di legno separatori, creando le basi materiali del possesso individuale della terra: l’uomo primitivo ha cominciato a vedersi come proprietario del lotto di terra, già all’interno della stessa comunità associata, mentre in
precedenza la terra era una semplice fonte ad uso comune di materie prime. La pietra di
selce, per produrre i primi strumenti di lavoro o da cui raccogliere cibo, come le
graminacee selvatiche, ricavare le materie prime, pelli animali scarnate e raschiate con punte e denti di selce per il vestiario, per l’abitazione: paglia, argilla, sterco animale come isolante termico, come al tempo della caccia, della semplice raccolta, del debbio forestale e del debbio maggese forestale con riposo ventennale del suolo; la tecnica di produzione mediante il debbio, che era alla base del nomadismo e dello spostamento da una foresta o da un bosco agli altri, escludeva dunque, per lo meno all‟interno della stessa comunità, con eccezione delle guerre tra tribù differenti e distanti, un rapporto di possesso del produttore con boschi e foreste.
L’incremento dei raccolti, quindi delle scorte di cibo e sementi, dovuti a successivi
perfezionamenti degli aratri di legno, il perfezionamento del vomere non più come
escrescenza a ramo di un tronco di legno che fungeva da bure, l’aratro di legno a chiodo, l’impiego di nuovi sistemi di trazione animale per l’aratura – dalla trazione che aveva come
perno un‟asse orizzontale fissata tra le corna del bue, al perno dato dal collo del bue e poi delle coppie di buoi, dunque alla trazione per aggiogamento – l’incremento delle eccedenze per gli scambi con altre comunità, è stato il prodotto e al tempo stesso la causa della crescente divisione del lavoro tra membri della stessa comunità, abili nella costruzione degli aratri come artigiani primitivi distinti dai coltivatori dediti all’aratura, alla semina, al raccolto e dai pastori dediti al pascolo dei buoi, dunque della divisione tra membri della comunità in base ai loro differenti mezzi di produzione, dunque alla loro differente funzione lavorativa. L’alba, perciò, della divisione terriera in base allo specifico
prodotto, quindi allo specifico e differenziato rapporto col proprio lavoro fino allo scambio di merci sempre più differenziate tra produttori separati nel quadro di quell’incremento della popolazione e di nuovi bisogni di consumo che potevano sorgere solo sulla base dell’aumento della produzione dei mezzi di sussistenza, culminando nell’estensione dei villaggi e nella separazione tra essi e i primi borghi artigiani entro le mura della città.
Dunque, se all’inizio della sua esistenza l’uomo primitivo non si pone neppure il problema
del possesso e del godimento individuale o privato del suolo e dei prodotti del lavoro, in
quanto è naturale l’uso a rotazione migratoria della terra per la collettività tribale, ne
consegue che lo sviluppo maturo delle forze produttive fino all’estremo di un modo di
produzione non più collettivo e tribale, ma moderno, associato o comunistico, partorito
dalle stesse contraddizioni capitalistiche, non solo esclude la proprietà, ma anche il godimento individuale (usufrutto).
Facciamo ora alcune considerazioni riguardo l’economia capitalistica nel suo insieme: il livellamento salariale verso il ribasso di cui siamo testimoni in questi primi decenni del XXI secolo, causato dall’uso sistematico di macchinari, soprattutto digitali, non solo tende ad eliminare i premi di produttività, portando la produzione ad alti volumi di quantità media per ogni operaio, escludendo o rendendo altamente relativa
l’abilità individuale dell‟operaio stesso nel produrre molti pezzi di merce in poco tempo di lavoro, ma scardina e fa traballare ogni forma possibile di proprietà individuale per il lavoratore, come l’abitazione, ad esempio. L’affitto di appartamenti per più persone e la ricerca di tale opportunità da parte di chi cerca in città casa e lavoro per dividere le spese con i coinquilini, a causa del salario magro che viene erogato dall’azienda, comincia già,
con lo sviluppo attuale del capitale, a porre le basi materiali per escludere, a livello di percezione sociale, il pieno possesso individuale, proprietario, dell’abitazione come merce duratura per i lavoratori salariati. L’accrescimento continuo della ricchezza materiale come accumulazione di capitale e sua proprietà da parte di una minoranza sociale, da un lato, e dall’altro, la spoliazione completa del controllo dell’operaio sulle condizioni del proprio lavoro e sul prodotto del lavoro, in definitiva l’aumento del capitale costante e la conseguente eccedenza di forza lavoro proletaria disoccupata, è alla base della creazione di un‟escrescenza di
proletariato disoccupato. Dapprima separati dai mezzi di lavoro nei loro Paesi di origine, poi attratti, estromessi e respinti in Occidente dalle condizioni oggettive della pratica lavorativa che sono proprietà del capitale,  pertanto condizioni imposte dal capitale, e attraverso le quali solo il capitale ha il potere di concedere il permesso (ricattatorio e “sprezzante”) di lavorare, ad ogni spinta propulsiva dell‟accumulazione, queste riserve del proletariato sono gettate nel degrado sociale e morale più brutale dei senza lavoro e dei pagati sotto prezzo.
“Disprezzati” pertanto, mai come oggi, e isolati, come riserve, quindi come esercito industriale di riserva proletario, essi esplodono con la furia afroamericana negli U.S.A. con quella delle banlieue di Parigi, di Londra.
Su questo retroterra di sfruttamento ed emarginazione Il fondamentalismo religioso  diventa, per determinati strati di eccedenza proletaria immigrata, l’estremo, alienato, rifugio oppiaceo dal dolore, una reazione furiosa, e funzionale al dominio del capitale, in quanto incapace di reale consapevolezza di classe.  Come processo sociale reale, a questa estraneazione dalle condizioni di lavoro, a questa potenza esterna dominante sotto forma di capitale morto, si associa, tendenzialmente, il riflesso alienato del terrorismo stragista a sfondo religioso (vero e proprio fiore del male incubato nel terreno putrescente della società capitalistica, e ad essa funzionale). Ricordando che la religione, in sintesi, è l’oppio dei popoli, ma anche il lamento della creatura oppressa (Marx), possiamo sostenere che essa, e i paradisi promessi, per i migranti (ma non solo per questa categoria sociale ), sono l’estremo rifugio oppiaceo dal dolore, la reazione a questa spoliazione, a questa alienazione e dissociazione dai mezzi del loro lavoro, e di conseguenza dal prodotto del proprio lavoro . Questa estraneazione delle condizioni di lavoro, appartenenti al capitale come potenza esterna dominante, rivive nella  coscienza dei proletari immigrati come potenza sociale demoniaca opprimente e degradante, della e nella civiltà occidentale.

Come ipotesi e forma di previsione, considerando come base materiale e motivazionale l’assenza di proprietà personale di prodotti del lavoro duraturi e le condizioni di oppressione e sfruttamento, il proletariato, sotto la spinta di tali condizioni socio-economiche è il soggetto sociale indispensabile al mutamento storico. Esso può porre in essere, in presenza di circostanze oggettive e soggettive, la sua metamorfosi da classe per il capitale a classe per sé, e quindi mutare l’orizzonte degli eventi storici. La classe proletaria può porre le basi socio-economiche per superare il possesso individuale e l’istinto proprietario riversato sulle merci feticcio, che nel mondo alienato sembrano possedere gli uomini come potenze animate, fino a diventare anima stessa degli uomini. L’alienazione è il tratto essenziale in cui sono prodotte queste merci, in quanto merci, all’interno dell’economia capitalistica: in primo luogo attraverso la separazione tra
progettazione ed esecuzione. Una separazione che determina una condizione di lavoro passivo, automatico, seriale, che domina gli operai salariati, nell’atto stesso del produrre. Un dominio che si manifesta, dunque, attraverso, la separazione tra la proprietà dei mezzi di produzione e il lavoratore che li usa, e attraverso la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale (divisione che spezza la connessione pratica e teorica di una produzione diretta ad uno scopo produttivo razionale e cosciente, che si realizza solo con il controllo comune e attivo dei mezzi di produzione e del processo produttivo).

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