Pensioni anticipate: un polpettone non commestibile

La trattativa d’estate fra governo e sindacati non promette grosse novità per i milioni di lavoratori vicini alla pensione, o che quantomeno si illudono di essere vicini all’età pensionabile. I limiti anagrafici e contributivi per ottenere l’agognata pensione sono stati infatti ferocemente inaspriti dalla riforma Fornero, e le proposte dell’attuale governo Renzi pongono delle condizioni molto pesanti ai lavoratori che intendessero andare in pensione anticipatamente. Da tempo va dunque avanti una inconcludente trattativa fra sindacati e governo sulle pensioni anticipate: diciamo inconcludente poiché la posizione del governo non è cambiata di una virgola rispetto al progetto iniziale. Come già accaduto per il jobs act, per la riforma della scuola o della pubblica amministrazione, il governo Renzi procede come un panzer, forse per dimostrare ai poteri capitalistici esistenti il suo decisionismo e la sua determinazione nel realizzare le misure adeguate al rilancio dell’economia nazionale. Dunque ecco davanti agli occhi della pubblica opinione l’immagine di un governo del fare e di un ‘premier’ forte e deciso. Le ricerche di marketing politico hanno stabilito da decenni che l’elettorato determinante, in una contesa elettorale, vota sulla scia del fascino prodotto dai ‘leader carismatici’. Dunque l’immagine e la comunicazione pubblica di questi personaggi deve soddisfare i bisogni elementari di una quota ragguardevole di cittadini-elettori, e trasmettere attraverso l’uso di poche parole chiave, quasi in modo ipnotico, delle rassicuranti banalità sulla creazione di posti di lavoro, sulla lotta alla corruzione, sulla crescita dell’economia, sulla benevolenza e sulla considerazione dei partner europei e dell’America. In realtà i margini di manovra (per i parlamenti nazionali) nel campo della politica economica sono molto ridotti dagli accordi europei, mentre la politica estera degli stati nazionali europei è regolata da alleanze preesistenti come la NATO. La borghesia italiana, nella sua partecipazione alla competizione economica globale, paga inoltre il prezzo della ridotta presenza sul territorio nazionale di materie prime e di risorse energetiche. Il settore secondario-industriale risente di questa circostanza, e attualmente concentra su pochi colossi aziendali pubblici e privati la sua attività nel mercato nazionale e internazionale. Le dimensioni aziendali medio-piccole delle industrie italiane, sono anche un effetto della scarsità di materie prime e di  risorse energetiche presenti sul territorio nazionale. I governi e i parlamenti svolgono in generale delle funzioni subordinate alle sorti cicliche dell’economia capitalistica, tentando di assecondare con la propria attività legislativa i suoi processi economici ‘naturali’. In primo luogo l’incremento dell’estrazione di plus-lavoro assoluto e relativo dai lavoratori: questo incremento vale come una controtendenza storica del capitalismo, in opposizione alla caduta tendenziale del saggio di profitto ( collegata alla variazione della composizione organica del capitale aziendale impiegato nel processo produttivo). Nel mese di giugno abbiamo pubblicato un articolo che ha analizzato l’innalzamento dell’età pensionistica come un mezzo per ottenere, in definitiva, un maggiore raccolto di plus-lavoro assoluto dalle vite dei proletari. Il capitalismo italiano, negli ultimi vent’anni, ha perseguito senza indugi questa strada, associandola al lavoro precario e sottopagato giovanile. Probabilmente, alle prossime elezioni politiche, il PD e Renzi subiranno una sconfitta, infatti i segnali di disaffezione verso la squadra di Renzi li abbiamo già visti alle recenti elezioni amministrative. Alla lunga, infatti, le ricette capitalistiche non vengono gradite da molti elettori. Tenere in piedi il capitalismo oggi implica il danno collaterale di una gioventù proletaria costretta a rincorrere sine die il sogno di un lavoro, attraverso il crudele surrogato degli stage, dell’alternanza scuola – lavoro, inclusi apprendistato e tirocini vari, a retribuzione zero o quasi. La tutela degli interessi dell’economia capitalistica, e quindi l’esigenza di plus-lavoro assoluto, implica poi il disumano obbligo di continuare a lavorare, fino alla soglia dei settant’anni. Spremere ogni goccia possibile di plus-lavoro dalle vite dei proletari, al di sotto dell’apparente buon senso e della razionalità dei discorsi sul pareggio di bilancio nei conti pubblici, questo è il capitalismo reale, tutto il resto è noia. Se l’uso parsimonioso di denaro pubblico fosse il vero problema, e il risparmio il vero faro dell’azione dei governi, allora potrebbe essere evitato l’acquisto di aerei da guerra costosi e dal profilo tecnico molto discusso, ugualmente si potrebbe rinunciare all’esborso di vari miliardi di euro per il salvataggio di qualche istituto di credito in difficoltà. Le spese inutili dello Stato sono tante, a partire da quelle destinate ai cosiddetti costi della politica, cioè alle retribuzioni dei cuochi e sotto-cuochi del polpettone capitalistico. Boiardi, dirigenti e consulenti di stato super pagati, spese per la bonifica di terreni ed aree inquinate dall’industria capitalistica, spese mediche ed ospedaliere per la cura di patologie determinate dal cibo, dall’acqua, dall’aria e dalle condizioni di lavoro che il sistema di vita capitalistico impone alle masse umane; ecco le spese che potrebbero essere evitate se esistesse una  società vicina ai veri bisogni dell’umanità. Per ora prevale la logica del profitto, e quindi trova piena spiegazione il folle obbligo di continuare a lavorare fino ai settant’anni, o di lavorare in modo semi gratuito facendo stage e apprendistato da sedici fino a cinquanta anni. Un muratore, un macchinista, un operaio di altoforno, un minatore, ma anche un maestro elementare o un operatore ecologico possono farcela secondo gli Stati borghesi , possono sforzarsi di sembrare giovanili e in buona forma anche a settant’anni e dare il proprio contributo di plus-lavoro al famelico potere capitalistico divoratore di esistenze. Tuttavia il governo italiano apre uno spiraglio. L’alternativa è la pensione anticipata di tre anni, ma solo a patto di accettare delle condizioni particolari : un mutuo ventennale con una banca, garantito dallo stato, per reperire la somma relativa ai tre anni di pensione anticipata, una collegata assicurazione per garantire la banca del totale recupero del finanziamento (in caso di morte del pensionato prima della scadenza del mutuo), e infine una pensione decurtata per venti anni della rata mensile da restituire alla banca, naturalmente comprensiva di interessi. Dunque un lavoratore intorno ai sessantaquattro anni, dopo quasi quarant’anni di lavoro, dovrebbe caricarsi sulle spalle un mutuo ventennale, comprensivo di interessi e assicurazione, per poi risparmiare  tre anni di ulteriore supplizio lavorativo.  Probabilmente saranno pochi i lavoratori allettati dal meccanismo bancario – assicurativo escogitato dall’attuale cast politico-governativo: si tratta ora di comprendere come può essere risolta la contraddizione capitalistica fra il bisogno di plus-lavoro assoluto, perseguito innalzando l’età pensionabile, e il calo di rendimento e le assenze per malattia tipiche dei lavoratori più anziani. Purtroppo per il capitale, l’energia psico-fisica del lavoratore non resta eternamente giovane, e dunque l’impiego massiccio di lavoratori anziani tende a minare  la produttività media delle risorse umane aziendali . Questa problematica è verosimilmente all’origine delle proposte governative sulle pensioni anticipate. Vedremo quali ulteriori strategie impiegherà la sovrastruttura politico – statale, in sinergia con le esigenze della struttura economica, se la riforma/ritocco delle pensioni non dovesse dare i frutti sperati.

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