Processi socio-economici e ricomposizione politica

Nel corso del tempo storico il movimento operaio ha sempre mostrato delle differenziazioni politiche al suo interno, causate da vari fattori socio-economici, e in primo luogo dalla condizione di lavoro e dal tenore di vita, dal possesso di riserve patrimoniali, dal posizionamento nell’aristocrazia operaia, nei ceti medi in via di proletarizzazione, o nella riserva proletaria di inoccupati, dunque dal maggiore o minore grado di inserimento nella società capitalistica. Ipotizziamo che la stratificazione socio-economica ‘oggettiva’ della classe sia correlabile alle differenze e frammentazioni politiche e organizzative esistenti in una data fase del conflitto di classe; differenze che noi valutiamo in conclusione come la conseguenza (sul piano della soggettività politica) delle differenze ‘oggettive’ esistenti nel campo socio-economico. I processi economici capitalistici tuttavia tendono a proletarizzare/pauperizzare una  parte crescente della popolazione, in coerenza con la legge marxista della miseria crescente. Questo dato storico pone in essere le condizioni sociali ‘oggettive’ per la ricomposizione politica del movimento operaio. Il fatto che i processi economici capitalistici producano delle condizioni socio-economiche favorevoli alla ricomposizione politica ( intorno a un programma comunista), non significa che questa debba avvenire inevitabilmente, meccanicamente, o in tempi determinati. Inoltre la minaccia di una maggiore conflittualità sociale proletaria sulla base del fenomeno della miseria crescente (assoluta e relativa), non può che spingere la classe borghese ad aumentare a sua volta la pervasività  dei mezzi di controllo culturale -ideologico e di controllo e repressione statale (normativa , giudiziaria e poliziesca ) verso la massa crescente di proletari occupati e inoccupati. Questo incremento della esigenza di controllo e repressione è un aspetto funzionale alla conservazione della società capitalistica, ed esso si estrinseca innanzitutto attraverso il rafforzamento degli stati. La durezza degli interventi di ‘ripristino’ dell’ordine pubblico in Francia e in Grecia (di fronte alle proteste operaie) provano ampiamente la nostra tesi. Lo scontro con i meccanismi tipici di controllo e di repressione dello stato borghese potrebbe favorire, in certe limitate fasce di proletariato, una percezione immediata della realtà di oppressione del regime capitalista (oltre le apparenze democratico-legalitarie con cui tale regime trova utile ammantarsi). Dunque, quando si parla di lavoro per la ‘ricomposizione’ dei frammenti politici separati del movimento operaio, bisognerebbe tenere conto dei fattori soggettivi, e soprattutto oggettivi, che  pongono in essere determinate situazioni. In considerazione dei fattori economici che operano come tendenze favorevoli all’incremento della conflittualità sociale (la legge della miseria crescente), e quindi alla ricomposizione politica, e tenendo conto anche dei fattori che operano (in prevalenza) sotto forma di controtendenza (intesi come maggiore grado di oppressione ideologica e di controllo e repressione statale), si possono poi formulare delle prudenti ipotesi previsionali. In ogni caso, le previsioni di sviluppo in merito alla crescita o alla decrescita del conflitto sociale sono da formulare non solo in considerazione delle tendenze acceleratrici e delle relative contro-tendenze deceleratrici, esistenti in una data fase; ma anche dal confronto con le esperienze storiche pregresse. Analizzare con un efficace, verosimile, modello interpretativo il complesso di tendenze e contro-tendenze dinamicamente in atto, significa non solo utilizzare degli schemi di approssimazione multi-causali, ma anche essere in grado di tracciare le dinamiche di condizionamento reciproco dei principali fattori operanti sul terreno, e dunque di leggere gli esiti finali di un certo processo economico e sociale come il risultato di una complessità di cause interagenti come attrattori di movimento nello spazio (apparentemente) caotico degli eventi.

Periodicamente, da qualche angolo politico, qualcuno sostiene che è giunto il momento della ricostruzione dei frammenti politici e organizzativi del movimento operaio. Tale proposito, a prescindere dagli esiti pratici conseguiti di volta in volta, generalmente modesti, pone subito un interrogativo: perché si dovrebbero superare le divisioni politiche, auspicando  la ricomposizione delle scissioni, se i motivi di divergenza permangono inalterati? In altre parole, quale senso politico avrebbe un assemblaggio di programmi e concezioni teoriche divergenti, o addirittura antitetiche? Oltretutto, se è vero che le divisioni politiche riflettono le divisioni socio-economiche fra i differenti strati di proletariato, allora che senso avrebbe proporre la strada della ricomposizione politica, mentre le cause sociali della scomposizione permangono inalterate? Mettiamo anche in conto che la nostra osservazione potrebbe essere accusata di semplicismo, perché chi lavora per le riunificazioni politiche può a sua volta sostenere che la povertà crescente (assoluta e relativa) erodendo progressivamente verso il basso le differenze (patrimoniali e reddituali) in seno al proletariato, dovrebbe erodere anche le differenze politiche. Anche queste obiezioni, a nostro avviso, sono mal poste. Il dato del crescente impoverimento non basta, in se stesso, a porre all’attualità la questione della ricomposizione politica; tale questione potrebbe diventare attuale solo se, sulla base di determinati peggioramenti delle condizioni di vita del proletariato, si sviluppassero delle azioni effettive di lotta estese e durature. Dunque, in presenza di un movimento sociale di lotte, avrebbe un senso politico anche la questione della guida politica di questo movimento di lotte (e del programma comunista verso cui indirizzare tale movimento). In una situazione di esteso, duraturo e intenso scontro di classe, tuttavia, solo una forza politica in grado di valutare con realismo il divenire dei rapporti di forza fra le classi, sulla base dei capisaldi della teoria marxista, potrebbe aggregare le altre forze politiche sparse del proletariato, come storicamente verificatosi in Russia, ma anche in Italia nel 1921 (seppure in una situazione non pre-rivoluzionaria). La memoria storica delle sconfitte e delle parziali vittorie del movimento operaio, costituisce una importante lezione per tracciare un percorso di azione efficace anche per il presente. Teoria e programma comunista non possono dunque prescindere dalle lezioni della storia. Nella storia politica anche un minuscolo partito formale può fare da catalizzatore (in una determinata situazione) per gli sparsi frammenti politici esistenti. Riepilogando: sono le condizioni oggettive dello scontro sociale, che, a un determinato livello, possono interagire con il piano politico soggettivo, e consentire ad una organizzazione formale, a un partito, collegato alla teoria marxista, di indirizzare e guidare la lotta di classe verso la realizzazione del programma comunista. È anche vero che il senso del lavoro politico del partito, nei momenti di riflusso della conflittualità sociale, è quello di conservare e affilare l’arma teorica, intesa come strumento efficace di analisi della realtà e quindi di demistificazione della ideologia dominante, nella prospettiva di orientare una frazione di classe operaia, in modo da poter incidere meglio sui processi reali di lotta, quando i rapporti di forza e la situazione del conflitto di classe dovessero mutare significativamente. In questo senso può intendersi il concetto di interazione dialettica fra il piano oggettivo socio-economico (del conflitto di classe), e il piano soggettivo politico del conflitto (essenzialmente il partito storico/formale comunista).

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