Questioni nazionali – religiose e marxismo

Osserviamo, soprattutto negli ultimi anni, da parte di varie forze politiche che a parole si richiamano al marxismo, una intensificazione della tendenza a sostenere frazioni di classe sociale borghese (in lotta fra di loro). È una annosa questione quella dell’attualità o meno delle lotte nazionali, una questione che ha determinato, periodicamente, delle fratture e delle divisioni all’interno di forze politiche variamente accomunate da un riferimento al marxismo. Seguendo alla lettera il significato della teoria marxista, non dovrebbe invece esistere alcun dubbio amletico sulla valenza delle lotte nazionali; nel senso che queste lotte riguardano ormai delle contese interne alla classe borghese (non sono certamente lotte anti feudali), e quindi sono fenomeni catalogabili come estranei agli interessi di classe del proletariato. Catalogna, Palestina, Kurdistan, Paesi baschi, Padania e via dicendo sono denominazioni di aree geo economiche capitalistiche, aree in cui alcune frazioni borghesi tentano, legittimamente, di far progredire i propri interessi economico-aziendali a tutto detrimento di altre aree. Da un punto di vista capitalistico è normale che un aggregazione di interessi economici miri al controllo delle risorse energetiche di un territorio, oppure a ridurre i costi fiscali staccandosi dal contesto politico statale preesistente. Al di sotto delle narrazioni etnico nazionali (o ultimamente religioso fondamentaliste) che vengono adoperate per giustificare di volta in volta le lotte infra borghesi, sono gli scontri di interessi economici che (almeno per un marxista ) dovrebbero contare davvero nella lettura della realtà  effettiva delle cose. E tuttavia non sempre è così, infatti, per molti soggetti politici che si fregiano del nome marxista, sembra che sia necessario appoggiare la frazione borghese x, al posto della frazione y, o viceversa. Come se gli interessi capitalistici di una componente borghese fossero da preferire, per una serie di raffinati e complessi calcoli politici, agli interessi di una opposta componente borghese. Una volta svelata la natura prettamente borghese di una guerra diretta fra attori statali, o anche fra milizie ribelli contro altre milizie o eserciti statali regolari, dovrebbe essere normale suggerire (vivamente e caldamente) al proletariato di non farsi trasformare in carne da cannone, in nome delle lotte di interesse intestine della classe sociale avversaria. Questa prima asserzione non toglie che, osservando gli scontri di interesse fra opposte componenti di borghesia, sia possibile prevedere che la vittoria, o la sconfitta, di uno dei rivali (fratelli coltelli) possa favorire o rallentare la storica missione del proletariato (che è quella di porre fine alla dominazione della borghesia, e non certo quella di lottare sotto le sue bandiere). In ogni caso, al di là di eventuali calcoli e previsioni sul minore o maggiore vantaggio relativo all’esito dello scontro inter-borghese; per i proletari, nell’anno 2016, non si tratta di sostenere il borghese x contro il borghese y, ma di unirsi, al di là delle bandiere di nazione, razza e religione, per combattere una sola battaglia internazionale, nel nome dell’unica questione per cui vale davvero la pena di lottare: la questione dell’emancipazione sociale,  politica ed economica dal giogo secolare del parassitismo borghese. Dunque, considerando che le guerre interne alla classe borghese sorgono sulla base di interessi e obiettivi  antitetici agli interessi proletari (cioè per l’accaparramento di risorse energetiche e materie prime, oltre che per l’appropriazione del plusvalore prodotto dal plus-lavoro dei proletari), e hanno inoltre la funzione ‘sistemica’ di distruggere capitale costante e variabile in eccesso, per rilanciare il ciclo di valorizzazione, appare decisamente assurdo che qualche ‘marxista’ chieda ai proletari di partecipare/parteggiare per uno dei fratelli coltelli nelle guerre che hanno la funzione oggettiva di sterminare forza-lavoro proletaria in eccesso, e di garantire la continuazione dello sfruttamento – di questa forza lavoro – da parte del vincitore di turno. Abbiamo ripetutamente analizzato, negli ultimi anni, le vicende belliche che si manifestano sotto forma di scontri dissimulati e guerre per procura fra i due maggiori blocchi militari-industriali capitalistici mondiali. L’area in cui si manifesta il conflitto fra potenze imperiali è definibile come ‘soglia di frattura’; questa è in effetti un area dove le precedenti vicende storiche e la presenza di risorse energetiche, materie prime, vie commerciali e basi navali, spinge alla contesa violenta, al duello, alla big dance (in una gara spietata di parassitismo) i moloch statali concorrenti. Dunque, parafrasando il sottotitolo di un nostro recente articolo, una gara spietata di parassitismo, in fondo, si nasconde (come motivazione reale) dietro le variegate questioni nazionali e religiose dei nostri tempi (inopinatamente inseguite anche da parte di chi dovrebbe, in quanto marxista, avere sviluppato gli anticorpi cognitivi per riconoscere le lotte tra fratelli coltelli borghesi, distinguendole da quelle di natura proletaria).
La nostra ipotesi in merito alla incapacità di discernimento che affligge taluni soggetti politici è sempre la stessa: si tratta in poche parole del virus dell’attivismo, un virus che fa scambiare i movimenti interclassisti, nati dai periodici fenomeni di riposizionamento verso il basso delle classi medie, per opposizione e antagonismo proletario al sistema borghese, oppure fa scambiare la concorrenza di interessi capitalistici su base geoeconomica per una lotta di liberazione anticoloniale o antimperialista. Minima moralia: il compito oggettivo dell’attivismo, in una fase storica di controrivoluzione, è quello di servire la classe dominante, favorendo l’inutile spreco di risorse militanti, in battaglie velleitarie o nel sostegno chimerico ai conflitti nazionali-religiosi, conflitti dal contenuto di classe (reale) opposto e in antitesi con quello immaginato dagli immancabili attivisti di turno.

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