Sulla ‘natura’ capitalistica delle cose

Una banca centrale (e non si tratta di quella italiana) lancia l’allarme: i conti pubblici sono a rischio se non si innalza l’età pensionabile a 70 anni. Sembrerebbe uno scherzo ma invece è tutto vero, e la notizia serve anche a dimostrare  l’esattezza delle nostre precedenti analisi sull’esigenza, comune alle varie economie nazionali capitalistiche, di incrementare l’estrazione di plus-lavoro/plusvalore assoluto dal  proletariato, allungando l’età pensionabile (al fine di rilanciare il ciclo di valorizzazione). In questo senso vanno intese le nuove normative in materia di lavoro (jobs act in salsa italica e francese), in materia di pubblica istruzione (alternanza e stage), e sopratutto in materia di innalzamento dell’età pensionabile. Non bisogna meravigliarsi se le cose stanno così, può essere considerato crudele e spietato, ma lo svolgimento dell’economia capitalistica è noto dalla metà del 1800, quando le sue leggi (diciamo non molto caritatevoli) sono state descritte e svelate efficacemente nell’opera di Marx ed Engels. I fatti possono essere negati o descritti in modo falso, e tuttavia essi sono ostinati nella loro persistenza. Non importa se il tipo di percezione di massa dell’economia capitalistica va nel senso della sua naturalità, e quindi della sua conseguente non storicità. Si può essere indotti a credere in quello che fa comodo al sistema borghese, e non di meno provare poi sulla propria pelle le conseguenze dei fatti reali descritti dalla critica marxista, cioè la disoccupazione, la miseria crescente e l’alienazione come effetti inevitabili di determinate leggi economiche reali, verificate nel corso storico di secoli. Leggi economiche non ‘naturali’ ma sociali che nascondono, beninteso, una realtà di dominazione e parassitismo da parte di una classe sociale verso un altra classe sociale. L’economia politica borghese classica (e anche meno classica) si è sempre fermata alla superficie dei fenomeni economici, naturalizzando un modo di produzione e distribuzione di beni e servizi necessari per la riproduzione della vita umana: un modo di produzione, non eterno e naturale sui generis, ma sorto, invece, all’interno di quella branca dell’evoluzione naturale che è rappresentata dalla storia della specie umana. La classe borghese e i suoi chierici hanno sempre affermato che la proprietà privata e il libero mercato corrispondono alla natura delle cose, e la merce è il marchio che assume la produzione di beni e servizi nella ‘naturale’ economia capitalistica. La ‘natura’ capitalistica della merce è il valore di scambio, incorporante una frazione di plusvalore basato sul furto di un certo plus-lavoro, e il valore di scambio prevale sempre sul valore di uso dei prodotti (il valore d’uso prevarrebbe nell’ipotesi che i beni e i servizi fossero realizzati solo per soddisfare i bisogni della specie umana). Scopo del processo produttivo capitalistico è il furto parassitario di una quota di plus-lavoro proletario (non compreso nella contropartita retributiva-salariale oraria, giornaliera o mensile), di conseguenza le attività economiche capitalistiche non hanno come fine reale la soddisfazione dei bisogni umani, ma solo la brama (naturale?) di sfruttamento perseguita da una classe sociale di parassiti (per valorizzare il valore del capitale impiegato all’inizio di un certo ciclo economico)(1). Usiamo spesso il termine ‘logica del profitto’, ma non dobbiamo mai dimenticare che, per il Marxismo, il profitto è una realtà che ha poco a che fare con una qualsivoglia forma di logica, e invece ha molto in comune con un appetito, una pulsione istintuale, una volontà di dominio basica: ‘fame da lupi per il plus-lavoro’ è infatti la formula coniata da Marx (per spiegare la molla del processo produttivo capitalistico). Quando una banca centrale o un governo ripetono, in maniera stucchevole, il mantra dell’innalzamento dell’età pensionabile, fino quasi al termine vita di 70 anni, non si rendono conto di proporre una misura biologicamente improponibile ed economicamente anche dannosa -forse – per le aziende. Un lavoratore ultrasessantenne, al netto delle narrazioni ideologiche, è di sicuro poco produttivo, mediamente, in rapporto ai lavoratori più giovani. Di conseguenza, quale vantaggio immediato, in termini di produttività del lavoro potrebbe esserci, per le forze economiche e sociali che si propongono di consumare fino ai limiti della ordinaria (naturale) capacità biologica le energie vitali del lavoratore, estraendo da esse il prezioso plus-lavoro /plusvalore? In un articolo sullo stesso argomento, del giugno 2016, abbiamo mostrato che anche in presenza di una minore produttività, l’innalzamento dell’età pensionabile è comunque un vantaggio per il sistema, in quanto obbliga i proletari a una maggiore permanenza sul lavoro (diversi anni di prolungamento che vanno comunque a sostituire il precedente diritto al non lavoro del pensionato). Marx descrive, non a caso, l’inesorabile meccanismo di sfruttamento capitalistico, come tendenzialmente sfociante nell’estinzione precoce della vita del lavoratore (e di certo obbligare gli anziani a restare sul posto di lavoro , non dovrebbe essere proprio congeniale al loro stato di salute). L’obbligo di restare al lavoro fino a 70 anni, dunque, è inscrivibile nella tendenza storica dell’economia borghese a ricercare il profitto ad ogni costo, senza troppi scrupoli e problemi di coscienza per la vita di chi si troverà costretto a lavorare fino alle soglie della tomba (quando in realtà l’attuale grado di sviluppo tecnico delle forze economiche consentirebbe di ridurre il tempo di vita che gli uomini devono destinare al lavoro). Ne abbiamo già parlato in altri articoli; costringere degli anziani a farsi spremere plus-lavoro fino a settant’anni è davvero troppo, eppure non ci aspettiamo, è non c’è nessuna ironia nelle nostre parole, una rivoluzione per questo ‘troppo’ che il sistema riserva ai lavoratori. Sono tante, infatti, le cose che rappresentano un ‘troppo’ rispetto alla misura e alla ‘normale’ decenza umana, non di meno accettate e metabolizzate da una umanità assuefatta, come un novello Mitridate, ai veleni del capitalismo putrescente. In un  vecchio articolo della nostra corrente , dal titolo ‘il cadavere ancora cammina’, è scritto che sono le giovani e possenti labbra del proletariato a dare un alito di vita al cadavere del capitalismo, questo è ancora vero, solo che adesso, pensando al settantenne obbligato a lavorare per salvare (come qualcuno sostiene) i conti pubblici, si prova come una vertigine, di fronte all’abisso delle cose che una classe sociale, condannata dalla storia, può fare e progettare pur di continuare ad esistere e dominare. Fino a quando una concomitanza storica di fattori determinanti di tipo prevalentemente oggettivo (economico) e di tipo prevalentemente soggettivo (socio-politico), non rimetterà in discussione il potere della borghesia, questa classe sociale potrà continuare a sostenere che il suo parassitismo è inserito nell’ordine naturale delle cose.

(1).
«Il risultato del processo di produzione capitalistico non è quindi né un semplice prodotto (valore d’uso) né una merce, cioè un valore d’uso avente un valore di scambio determinato. Risultato e prodotto di esso è la creazione di plusvalore per il capitale e quindi l’effettiva conversione di denaro o di merci in capitale, cosa che anteriormente al processo di produzione essi non erano se non a livello di intenzione di destinazione. Il processo di produzione assorbe più lavoro di quanto sia pagato e tale assorbimento, questa appropriazione del lavoro non pagato che avviene nel processo di produzione capitalistica ne costituisce lo scopo immediato. Infatti ciò che il capitale (e quindi il capitalista in quanto tale) vuole produrre, non è ne un valore d’uso immediato ai fini di autoconsumo, ne una merce destinata a essere trasformata prima in denaro e poi in valore d’uso. Esso ha come scopo l’arricchimento, la valorizzazione del capitale, il suo accrescimento, e quindi la conservazione dell’antico valore e la creazione del plusvalore. E questo prodotto specifico del processo di produzione capitalistico viene ottenuto proprio grazie allo scambio con il lavoro che, per questa ragione, è detto produttivo’. Marx,il capitale.

‘ll furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a una nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. Il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, così come il non- lavoro dei pochi ha cessato di essere la condizione dello sviluppo delle forze generali della mente umana’.
Marx, ‘Lineamenti fondamentali per una critica dell’ economia politica’.

Considerazioni…
Dunque leggiamo che ‘scopo immediato’, scrive Marx, è ‘l’ appropriazione del lavoro non pagato’ nel processo produttivo capitalistico. E in seguito, nelle righe successive, (questo processo produttivo) ha come scopo successivo la valorizzazione del capitale, l’arricchimento, cioè, usando le parole di Marx ‘la conservazione dell’antico valore e la creazione del plusvalore’. Sono concetti, scopo immediato e scopo successivo, a nostro avviso, ripresi in questo articolo. Quindi ‘Appropriazione di lavoro non pagato’ come ‘scopo immediato’, funzionale allo scopo finale, o semplicemente successivo, della valorizzazione del capitale.

La citazione di Marx aiuta a chiarire la questione dello scopo immediato come condizione fondamentale per conseguire lo scopo succedaneo (collegato) della valorizzazione del capitale. La formula impiegata da Marx, ‘appropriazione di lavoro non pagato’ come ‘scopo immediato’, mostra delle analogie con il significato del termine furto. Da un punto di vista formale/legale lo scambio fra capitale (salario) e forza-lavoro avviene fra eguali, e quindi il lavoratore non è in assoluto costretto ad accettare la divaricazione fra il lavoro necessario a compensare il valore del salario ricevuto e il lavoro eccedente, non corrispondente a nessuna contropartita retributiva: tuttavia, il non possesso dei mezzi di produzione (e più in generale l’alienazione /estraneazione dal processo economico di produzione dei beni e dei servizi funzionali alla vita) rende aleatoria e inesistente tale possibilità. In ‘Economia marxista ed economia borghese’ esiste un passo in cui si afferma che non è il possesso privato dei mezzi di produzione l’aspetto fondamentale per definire un economia come capitalistica, ma la possibilità (da parte di una certa classe sociale) di controllare il processo di produzione economico di beni e servizi allo scopo (rieccoci) di appropriazione di plus-lavoro proletario, e poi, quindi di valorizzazione del capitale impiegato. La stessa economia aziendale (insegnata nelle scuole) finalizza l’attività del singolo esercizio amministrativo annuale di una impresa al risultato economico positivo (utile). Il problema è che sia il diritto borghese che l’attuale contabilità generale aziendale, si fermano alla superficie delle cose.

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