Aleppo: il punto focale della crisi siriana

 

t90

 

La guerra in Siria si protrae da cinque anni, essa è diventata la cartina da tornasole di una dinamica di scomposizione e ricomposizione di interessi capitalistici diversificati, ed ha anche un significato generale, in quanto una dinamica di scomposizione e ricomposizione è presente (in potenza) anche in molte altre altre economie nazionali borghesi. Sotto la spinta ineludibile delle proprie leggi di sviluppo, il capitalismo si manifesta come scontro permanente di interessi fra opposte fazioni della stessa classe sociale borghese (sia a livello di aggregati internazionali di potenza, sia a livello di frazioni nazionali). Gli scontri di interesse della borghesia vengono abitualmente dissimulati sotto il manto delle lotte nazionali e religiose, impiegando come truppa combattente, prevalentemente, proprio i proletari. Questo ultimo aspetto è una costante del sistema borghese, che riesce da tempi immemori a risolvere le contese sul controllo territoriale delle materie prime e delle vie commerciali, impiegando eserciti formati in massima parte da componenti della classe sociale avversaria. Nel caso siriano hanno giocato molti fattori, di tipo sia interno che esterno. I fattori interni sono in fondo solo due: il primo è lo scontento sociale di una parte del proletariato, causato dal peggioramento della situazione economica (in questo caso possiamo vedere in azione la legge marxista della miseria crescente). Il secondo fattore interno trova origine, come già detto, nella lotta fra diversi segmenti di classe borghese siriana, in particolare fra quella parte legata all’attività commerciale e industriale ‘privata’, e quella legata invece all’amministrazione pubblica e alla rendita petrolifera. Dunque, in Siria, partendo da una iniziale intensificazione dello scontro fra le classi sociali antagoniste, tipiche del capitalismo (borghesia/proletariato), e da una maggiore competizione fra segmenti della stessa classe borghese nazionale, si è venuto a determinare uno scenario favorevole all’intervento di interessi capitalistici esterni. Anche questi ultimi, schematicamente, sono sintetizzabili in due aggregati fondamentali, riconducibili ai due maggiori blocchi capitalistici di potenza oggi operanti sulla scena internazionale. Questi interessi economico-sociali concorrenti si aggregano, nel mondo contemporaneo, intorno a due apparati militari-industriali di enorme potenza (dotati di una indispensabile appendice funzionale tecnico-scientifica): parliamo, ovviamente, del moloch statale russo e del moloch statale americano. Intorno al dato di fatto della forza ‘pratica’, effettuale, di questi spaventosi apparati di potenza, si condensano gli interessi socio-economici di variegate borghesie nazionali in cerca di difesa (o di affermazione/prevaricazione) nella basica, permanente, lotta fra fratelli coltelli, che caratterizza il modo di produzione capitalistico. La posta del gioco di dominazione è rappresentata (principalmente) dal controllo delle materie prime energetiche (petrolio e metano), e delle vie con cui queste materie prime vengono trasferite e commercializzate. Tutto si gioca sul possesso dell’oro nero, la principale fonte energetica che consente (attualmente) il funzionamento del demenziale ciclo di produzione e consumo capitalistico. La Siria possiede grosse riserve di petrolio, inoltre rappresenta, geograficamente, anche una possibilità di sbocco sul mediterraneo per i prodotti petroliferi dei paesi del golfo persico. La motivazione ufficiale del sostegno ai ribelli ‘moderati’, da parte di alcuni paesi del golfo, della Turchia e dell’America (ma anche di vari paesi europei) è nel fatto che questi ‘moderati’ combattono contro il regime di Assad. Qualcuno potrebbe ricordare che ai tempi della guerra fra l’Iran e l’Iraq, gli stessi soggetti che ora osteggiano Assad, definendolo un tiranno, hanno invece appoggiato senza eccessivi problemi di sensibilità democratica Saddam Hussein (per poi scaricarlo quando non serviva più). Non bisogna stupirsi di fronte alle giravolte strumentali dei poteri statali borghesi, in quanto lo scopo stesso della politica borghese è la salvaguardia pragmatica dei propri interessi di classe, mentre le spiegazioni fornite alle masse dai maggiori rappresentanti politici (cuochi e sotto cuochi del solito polpettone del potere) e dalla grancassa mediatica sono normalmente parziali e inverosimili. Un esempio lampante della mistificazione continua dei fatti è dato dalla vicenda di Aleppo, presentata da molti media come una città ‘martire’, senza un minimo tentativo di analisi ragionata sulla genesi del presente stato di cose. In realtà un coacervo di appetiti geopolitici ha tentato di provocare un cambio di regime in Siria, e decliniamo volutamente il verbo al passato perché è improbabile, dopo l’intervento politico-militare russo, il recente smarcamento della Turchia e l’esplicita collaborazione militare cinese, che possa davvero verificarsi il regime change. Tuttavia la logica del confronto/scontro fra i soliti fratelli coltelli borghesi prevede di arrecare il massimo danno possibile al proprio avversario (come normalmente accade anche nella competizione fra imprese aziendali concorrenti). Dunque, anche sapendo di non possedere le carte per vincere la partita siriana, il coacervo di interessi capitalistici che puntava sul regime change non può che giocare a rallentare la piena vittoria della concorrenza. E’ il caso di ricordare che prima dell’inizio della guerra erano in corso d’opera degli imponenti progetti di costruzione di nuovi oleodotti e impianti estrattivi da parte di alcune multinazionali russe; queste condutture petrolifere  avrebbero dovuto trasferire verso est, attraversando il territorio iracheno, i prodotti petroliferi necessari soprattutto all’ulteriore sviluppo dell’economia cinese (ma anche dell’India e di altri paesi asiatici). Se si riflette sul grado di crescita delle economie che partecipano all’accordo di cooperazione di Shanghai, si può ben comprendere che esiste, verosimilmente, una stretta correlazione tra questo dato geo-economico e le attuali turbolenze mediorientali. Mentre in Libia il regime change ha dato i suoi buoni frutti all’alleanza di interessi rotante intorno alla superpotenza americana, in Siria le cose non sono andate per il verso giusto, perché già da subito sono intervenuti degli altri attori capitalistici, in diretta difesa dei propri interessi minacciati dagli appetiti della concorrenza euro americana. Dopo l’intervento militare russo del settembre 2015, sembra che alcuni attori regionali si siano defilati dalla contesa (Israele e Turchia), per pure ragioni di realpolitik, mentre la superpotenza americana ha puntato soprattutto sulla variabile delle milizie curde, per mantenere un piede in Siria, e intralciare le strategie di potenza degli avversari. Nel mondo capitalistico registriamo in modo permanente una girandola di accordi, patti, trattati ed alleanze fra differenti soggetti economici e militari, aventi per base una convergenza più o meno temporanea di interessi. Gli attriti pregressi fra Cina e Russia, le rivalità tra India e Cina sembrano ora superate, a tutto vantaggio di una salvaguardia di comuni interessi geo economici, questa nuova situazione ha  prodotto il risultato di una cooperazione nel campo del credito (aiib), degli scambi in valute alternative al dollaro, e soprattutto nella integrazione delle rispettive forze militari. A titolo di esempio citiamo le continue esercitazioni congiunte fra le marine militari di Russia e Cina, o il recente utilizzo della base aerea iraniana di Hamadan da parte delle forze aerospaziali russe. Un alleanza economico militare formata solo dalla Cina e dalla Russia sarebbe già in grado di competere seriamente con l’America e i suoi alleati, se poi consideriamo tutti i paesi che gravitano intorno ai primi due avremo un quadro più preciso dei rapporti di forza internazionali. Per la prima volta, nel lavoro dal titolo ‘isis e politica americana del caos’ abbiamo delineato le strategie del caos perseguite da uno dei due protagonisti imperiali del mondo contemporaneo. Quando le risorse economiche e militari iniziano a scarseggiare, viene imposta (agli attori del ‘grande gioco’) una razionale valutazione del rapporto fra i fini e i mezzi. Dunque un coinvolgimento indiretto (guerra per procura, asimmetrica, dissimulata) nel confronto permanente con l’avversario imperiale, diventa una strada obbligatoria. Se non posso controllare un area ricca di materie prime con la classica occupazione militare, posso tuttavia seguire il precetto del ‘divide et impera’, oppure fare terra bruciata e avvelenare i pozzi per complicare e rendere vana la vittoria dell’avversario. Grosso modo abbiamo appena delineato uno dei fattori di innesco, o meglio di causa causante, operante all’interno dei conflitti mediorientali (e in altri contesti geopolitici). La battaglia di Aleppo può rappresentare una svolta nel lungo conflitto siriano. Aleppo è la seconda città siriana per numero di abitanti, ed è un importante centro di attività economiche, non troppo distante dai confini con la Turchia. La sua perdita o la sua totale riconquista è dunque essenziale per la divisione o il mantenimento della unità statale – territoriale della nazione. La divisione è l’obiettivo perseguito dalla compagine a guida americana, allo scopo di ottenere una nuova situazione favorevole a una multiformità di interessi politici ed economici. Gli avversari di questa compagine di interessi perseguono ugualmente il proprio utile, sostenendo invece l’integrità territoriale della Siria. A parti invertite – è quello che accade in Donbass e Crimea. Ad Aleppo, l’ago della bilancia sembra indicare l’ora della ritirata per i progetti di divisione territoriale; vedremo cosa ci riserverà il prossimo futuro. E, soprattutto, cercheremo di verificare se gli sviluppi della situazione di crisi, in Siria e nelle aree collegate, possano favorire una qualche forma di iniziativa autonoma della classe proletaria
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