Dialogato coi morti (parte conclusiva)

Nota redazionale: presentiamo la parte conclusiva di ‘Dialogato coi morti’, preparandoci a rispondere al seguente quesito:  le problematiche contenute in questo testo degli anni 50 sono ancora attuali? Certo, anche in considerazione del fatto che chi non impara dalla conoscenza sorta da pregresse esperienze, è destinato a ripetere gli errori del passato, e poi perché, comunque, ogni epoca interroga il proprio passato a partire dalle questioni poste dal presente. 

Il particolare pregio delle righe che vi riproponiamo consiste, a nostro giudizio, nella presenza di una panoramica riassuntiva su alcuni argomenti di persistente attualità; partito, organizzazione, tattica (ma anche il ruolo della volontà individuale nel percorso storico, il suo ridimensionamento e il successivo inquadramento nella prassi del partito). Il determinismo storico inserisce l’azione del singolo o di un gruppo sociale nel quadro di circostanze materiali precise, relative a un certo modo di produzione dei beni necessari alla vita, e quindi ci svela il grado di condizionamento della cosiddetta ‘libera volontà’ da parte dei bisogni (vitali) e dei correlati interessi economici (dell’uomo reale). Tuttavia, una possibilità di libertà della volontà, entro un ventaglio determinato di scelte, è data nella prassi del partito, riportiamo in tal senso un passaggio da ‘Dialogato’ : ‘La classe assurge a soggetto di coscienza (di fini programmatici) quando si è formato il partito, e si è formata la dottrina. Nel cerchio più stretto che è il partito, come organo unitario, si comincia a trovare un soggetto di interpretazione del cammino storico, delle sue possibilità e strade. Non sempre, ma solo in certe rare situazioni dovute a pienezza dei contrasti nel mondo della base produttiva, nel soggetto «partito» ammettiamo, oltre alla scienza, anche la volontà, nel senso di una possibilità di scelta tra atti diversi, influente sul moto degli eventi. Per la prima volta la libertà, non dignità di persone, appare. La classe ha una guida nella storia in quanto i fattori materiali che la muovono si cristallizzano nel partito, in quanto questo possiede una teoria completa e continua, un’organizzazione a sua volta universale e continua, che non si scomponga e componga ad ogni svolta con aggregazioni e scissioni; queste sono però la febbre, che costituisce la reazione di un simile organismo alle sue crisi patologiche’.

Ripetiamo: la classe assurge  a soggetto di coscienza, quando si è formato il partito e la dottrina storicamente invariante (termine, quest’ultimo, che sta a significare la massima acquisizione/approssimazione conoscitiva nata dall’esperienza reale della lotta di classe, intorno alla metà del 1800). Il testo spiega che la classe assurge a soggetto di coscienza, a condizione si sia formato il partito e la dottrina storicamente invariante, perché i fattori materiali socio-economici che spingono l’azione di classe (e la memoria dell’esperienza/azione) si ‘cristallizzano’, cioè si trasmettono e conservano nella forma partito, in quanto scienza /conoscenza (completa e continua) e organizzazione (universale e continua).

Siamo di fronte a una sopravvalutazione della funzione della forma partito? Ci poniamo da soli (e in anticipo) la possibile obiezione, a cui risponderemo con le ultime righe del testo sopracitato. La forma partito è una condensazione delle energie (attuali e potenziali) di azione e di percezione/pensiero/teoria della classe, la sua importante caratteristica è di essere la depositaria più adeguata (al fine della battaglia politica) delle conoscenze acquisite nel corso delle esperienze storiche della lotta di classe; conoscenze racchiuse nei testi, alla cui documentazione si richiama l’attività pratico-teorica del presente (come utile guida e opportunità da cogliere per non ripetere gli errori del passato). Dunque la dottrina continua e completa (partito storico), viene intesa come una mappa, una bussola, per orientarsi dentro il labirinto delle mistificatrici apparenze della società borghese, e quindi, in fondo, il suo uso è quello di un indispensabile arma teorica (di tagliente efficacia) rivolta contro questo tipo di società. Le svolte e i cambiamenti che avvengono dentro i parametri di sviluppo della formazione sociale borghese, non possono mutare le caratteristiche fondamentali di tale società (svelate nella teoria marxista), e quindi non possono neppure causare svolte e revisioni creatrici (nella stessa teoria marxista). In ogni caso questa considerazione non implica una successiva trasformazione in senso metafisico del partito – nella sua veste di  organizzazione formale-empirica – poiché il veicolo privilegiato della scienza/conoscenza invariante, in quanto partito formale, cioè organizzazione politica, subisce costantemente la pressione di potenti condizionamenti dalla realtà sociale capitalistica in cui opera. Le aggregazioni e le scissioni, sono dunque un dato di fatto innegabile, come ricorda il testo del 56, un dato correlato, in ultima istanza, alla forza o alla debolezza dei condizionamenti della società borghese (nel loro rapporto di interdipendenza con la forza o la debolezza dell’azione di classe del proletariato).

Aggregazioni e scissioni sono definitela febbre, che costituisce la reazione di un simile organismo alle sue crisi patologiche’. Il termine utilizzato è febbre, quindi il sintomo di una patologia socio-politica profonda, causata dalle capacità altalenanti di condizionamento della società borghese (nel suo rapporto di interdipendenza con la forza o la debolezza dell’azione di classe del proletariato).Tuttavia, aggregazioni e scissioni, vanno considerate, innanzitutto, come un segnale della capacità reattiva dell’organismo politico formale (l’organizzazione partito), alle sue crisi patologiche, alle sue malattie. Valutare i processi di scissione/aggregazione solo come una negativa frammentazione/dispersione di forze militanti, o viceversa come una unione di componenti eterogenee, sarebbe dunque limitativo .

 

La funzione del partito

A leggere i discorsi di Mosca sembra che una almeno delle pietre angolari di Marx e di Lenin resti al suo posto: la necessità e la funzione di prima linea del partito politico di classe.

La questione del partito e dei suoi rapporti con lo Stato fu al centro della lotta spietata con l’opposizione russa. Mentre questa reagiva al fatto che con l’apparato statale e la sua polizia si colpivano e mettevano fuori combattimento i membri del partito comunista, che doveva nello Stato essere considerato il portatore della dittatura di classe, e il vero «soggetto di sovranità», al solito si insultarono Trotzky e Zinoviev come quelli che volevano rompere il partito nella sua unità, e sabotarlo. Essi risposero fieramente rivendicando la dottrina di Marx e di Lenin sulla natura e la funzione del Partito politico di classe, cui erano stati da sempre fedeli.

Oggi, mentre nulla si dice (e pure Stalin affrontava nei precedenti congressi, per quanto infrequenti, il problema) sulla questione dello Stato e della sua permanenza massiccia, mentre contraddittoriamente si pretende di avere raggiunta una società senza classi destinate a sparire, e «oggetto di sovranità», oggi si afferma però ancora, e dopo avere trovato fra tutti il solito la, perfino pappagallesco, che il partito deve continuare ad essere l’organo supremo che maneggia, giuste le sue direttive programmatiche e le sue decisioni, la macchina statale.

Ma è chiaro che anche questa posizione si va scomponendo. Il sintomo si trova facilmente tra i caudatari dell’estero. Infatti come mantenere tal punto, e lanciare oltre frontiera, colle altre, la parola d’ordine di rimediare alle scissioni leniniste, ricostituendo l’unità dei partiti «operai», e traendo nel loro fronte anche quelli delle classi medie? La labilità anche in questo delle enunciazioni date a Mosca emerge dal contegno dei seguaci più cinici. Il peggio viene dall’Italia, al solito. Nenni ha fatto dure dichiarazioni su quello che, per lui e per la sua corta visione, forma il nuovo corso: nella stessa sua trivialità ha detto il vero. Non è al grado coi suoi pari di avere scrupoli teorici, e neppure ha e sa tanto da simularli.

Il concetto del rapporto tra partito e Stato, che è tutto solidamente contenuto nei testi marxisti e nella storia della lotta di classe, dal ‘Manifesto’ in poi, viene scosso da coppie di calci.
«Il concetto leninista della funzione dirigente del Partito nello Stato è ancora valido? È ancora il partito lo strumento adeguato» per guidare la vantata azione creativa delle masse? «Deve il partito stare, come sta, sopra lo Stato, anche nella gerarchia che colloca (ma vedete un po’ che roba!) il segretario del partito prima del Presidente del Consiglio?».

La risposta è data senza esitare: il partito deve cessare di essere unico, deve allo stesso grado di ogni altro tornare sotto lo Stato parlamentare, e peggio, questo deve sottostare, più che al succedersi democratico dei partiti, alla superiore guida di una magistratura togata.

Queste cretinerie togate sono il colmo del ridicolo che la penosa vicenda di Russia attira, insieme all’infamia, sulle conquiste proletarie circa il partito, lo Stato, la dittatura, che splendevano trent’anni addietro di luce abbagliante, e che oggi si annebbiano se solo ondeggia la coda di un quadrupede ragliante.

Manuale dei principi

Non è giusto dire che il guazzabuglio ideologico venga solo da oltre cortina. La miseria teorica è insita nel trapasso che il XX congresso ha sbandierato tra la direzione personale di Stalin, sostenuta dal culto della personalità, e la nuova direzione collegiale, legata non si sa poi come ad una nuova legalità comunista nello Stato e alla democrazia interna nel partito. Qui non una sola parola è nel suo luogo, e questa lotta al culto della personalità non ci darebbe alcun motivo di soddisfazione, anche se non fosse, come abbiamo dimostrato all’inizio, soltanto una nauseante commedia.

Che mai vuol dire culto della personalità, e chi mai lo ha instaurato e affermato, in Russia o altrove? È veramente esistito questo strapotere individuale? Esso altro non è che una frottola romanzata al solo fine di diffamare il sano e robusto concetto della dittatura, che si vuole da filistei ridurre a quello dell’imposizione autocratica. Il fideista riserva il culto a figure di oltre natura ed oltre vita, e non divinizza il capo sociale. L’illuminista e l’idealista critico smontano l’autorità che sia trasmessa dal potere ultraterreno a un uomo che, anche se è Re travicello, personifica un istituto superato: mettono tutti sullo stesso piano di partenza, divinizzano se mai la volontà popolare, il dubbio personaggio di Demos. Il marxismo, e qui avreste bisogno del trattatino storico-filosofico, non fa perno né su una Persona da esaltare, né su un sistema di persone collettivo, come soggetti della decisione storica, perché trae i rapporti storici e le cause degli eventi da rapporti di cose con gli uomini, tali che si portino in evidenza i risultati comuni a qualunque singolo; senza pensare più ai suoi attributi personali, individuali.

Siccome il marxismo respinge come risolvente della «questione sociale» ogni formulazione «costituzionale» e «giuridica» premessa alla concreta corsa storica, così non avrà preferenze e non darà risposta alle questioni mal messe: deve decidere tutto un uomo, un collegio dì uomini, tutto il corpus del partito, tutto il corpus della classe? Anzitutto non decide nessuno, ma un campo di rapporti economico-produttivi comuni a grandi gruppi umani.

Si tratta non di pilotare, ma di decifrare la storia, di scoprirne le correnti, e il solo mezzo di partecipare alla dinamica di esse, è di averne un certo grado di scienza, cosa assai diversamente possibile in varie fasi storiche.

E allora chi meglio la decifra, chi meglio ne spiega la scienza, l’esigenza? Secondo. Può essere anche uno solo, meglio del comitato, del partito, della classe. E consultare «tutti i lavoratori» non fa fare più passi che consultare tutti i cittadini colla insensata «conta delle teste». Il marxismo combatte il laburismo, l’operaismo, nel senso che sa che in molti casi, nella maggior parte, la delibera sarebbe controrivoluzionaria ed opportunista. Oggi non si sa se il voto andrebbe alla padella o alla brace: Stalin o gli Anti-stalin. Difficile perfino escludere che sarebbe la seconda la fregatura maggiore. Quanto al partito, anche dopo la sua elezione da quelli che per principio negano le «pietre angolari» del suo programma, la sua meccanica storica neppure si risolve con «la base ha sempre ragione». Il partito è un’unità storica reale, non una colonia di microbi-uomo. Alla formula che dicono di Lenin di «centralismo democratico» la sinistra comunista ha sempre proposto di sostituire quella di centralismo organico. Quanto poi ai comitati, moltissimi sono i casi storici che fanno torto alla direzione collegiale: non qui dobbiamo ripetere il rapporto tra Lenin e il partito, Lenin e il comitato centrale, nell’aprile 1917 e nell’ottobre 1917.

Il migliore detector delle influenze rivoluzionarie del campo di forze storiche può, in dati rapporti sociali e produttivi, essere la massa, la folla, una consulta di uomini, un uomo solo. L’elemento discriminante è altrove.

Schemetto elementare

È noto che siamo schematici. Possono vedersi al riguardo le tesi dei congressi comunisti italiani e mondiali, sostenute dalla sinistra al tempo dell’Internazionale Comunista. Si videro anche rivolte sanissime di partiti ai comitati, come alla conferenza illegale del 1924 nelle Alpi del Partito Comunista d’Italia, da oltre un anno tenuto dalla corrente centrista: non solo votò per l’opposizione di sinistra la grandissima maggioranza degli iscritti, ma perfino quella dell’apparato centrale. Nessuno si meravigliò da nessuna parte e il comitato non «cadde» per questo. È caduto per ben altre vie: comanda ancora, con Stalin e senza.

Dunque la questione dell’azione e di che cosa la guida (?) si può ridurre in tre tempi principali.

Apparizione di un nuovo modo di produzione, come quello capitalista industriale. Rivoluzione politica con cui la classe che in esso controlla i mezzi di produzione va al potere, e fonda il suo Stato. Apparizione della classe che in quella nuova forma dà la propria opera senza partecipare al controllo sociale: il proletariato. Il concetto di classe per Marx non è in questa constatazione descrittiva, ma nel manifestarsi di azioni comuni (che sono determinate da comuni condizioni) in primo tempo non volute né deliberate da nessuno. Formazione di una nuova teoria-programma della società, che si oppone a quella apologetica della classe dominante. Solo da questo punto (si capisce con infinite complicazioni, avanzate e rinculi) abbiamo la «costituzione del proletariato in partito politico», e solo da questo momento una classe storica. Quindi, condizioni storiche perché agisca una nuova classe: teoria – organizzazione politica di classe.

Secondo stadio. Con queste condizioni la nuova classe conduce la lotta per scacciare l’altra dal potere. Nel caso che esaminiamo, costituzione del proletariato in classe dominante. Distruzione del vecchio Stato. Nuovo Stato. Dittatura di classe, il cui soggetto è il partito. Terrore (anche la rivoluzione borghese ha avuto tali fasi, come ogni rivoluzione).

Terzo stadio. Transitorio in senso storico ma lungo e complesso. Sotto la dittatura del partito sono successivamente infranti i rapporti di produzione difesi dalla vecchia classe, e che sbarravano la via a nuove forze produttive. Vengono gradualmente estirpate le influenze ideologiche di ogni natura e di costume cui la classe proletaria era soggetta. Le classi spariscono, dopo la rivoluzione del proletariato moderno, ma prima di sparire seguitano a lottare, in posizione rovesciata. Con esse sparisce l’apparato di forza dello Stato.

Tutto questo sembra inutile ripetizione. Abbiamo messi un momento tutti i pezzi bianchi e neri al proprio posto per farci fare la domanda antica: dove prendiamo la coscienza, la volontà, la «guida» dell’azione? E, se volete, l’autorità? Non abbiamo lasciato nessun pezzo disoccupato, fuori della scacchiera.

Nel citare Lenin non si sono accorti di una magnifica sua costruzione, che giunge a ben altro, che al… Comitato Centrale.
«La classe operaia… nella sua lotta in tutto il mondo… necessita di un’autorità nella misura in cui il giovane operaio necessita della esperienza dei combattenti più anziani contro l’oppressione e lo sfruttamento… dei combattenti che hanno preso parte a molti scioperi e a diverse rivoluzioni, che hanno acquistato saggezza per le tradizioni rivoluzionarie ed hanno quindi un’ampia visione politica. L’autorità della lotta mondiale del proletariato è necessaria ai proletari di ogni paese… Il corpo collettivo degli operai di ogni paese che conducono direttamente la lotta sarà sempre la massima autorità su tutte le questioni».

Il centro di questo passo sono i concetti di tempo e di spazio portati all’estensione massima; tradizione storica della lotta, e campo internazionale di essa. Noi aggiungiamo alla tradizione il futuro, il programma della lotta di domani. Come si convocherà da tutti i continenti e sopra tutti i tempi questo corpus leniniano, cui diamo il potere supremo nel partito? Esso è fatto di vivi di morti e di nascituri: questa nostra formula non l’abbiamo dunque «creata»: eccola nel marxismo, eccola in Lenin.

Chi ciancia ora di poteri e di autorità affidate a un capo, a un comitato direttivo, a una consultazione di contingenti corpi in contingenti territori? Ogni decisione sarà per noi buona se starà nelle linee di quella ampia e mondiale visione. Può coglierla un occhio solo, o milioni di occhi.

Questa teoria eressero Marx ed Engels, da quando spiegarono contro i libertari, in quale senso sono autoritari i processi delle rivoluzioni di classe, in cui l’individuo sparisce, come quantité negligeable, coi suoi capricci di autonomia, ma non si subordina a un capo, a un eroe, o a una gerarchia di passati istituti.

Altro che la storia fasulla e meschina degli ordini feroci e sinistri di Stalin, e della riverenza per lui, fattori che avrebbero costruito, a creder dei gonzi, decenni di storia!

Senso del determinismo

Per il determinismo conta nulla la coscienza e la volontà di un individuo: la sua azione è determinata dai suoi bisogni e dai suoi interessi, e poco importa come egli formuli la spinta che egli crede, a cose fatte, avere svegliata la sua volontà, di cui si accorge in ritardo. Questo vale per quelli in basso e in alto, miseri e ricchi, umili e potenti. Dunque non troviamo noi marxisti nulla nella persona, nelle persone; e nella «personalità», povera marionetta della storia, tanto meno. Più è nota, da più fili è tirata. Per il nostro grandioso gioco essa non è un pezzo, nemmeno una modesta pedina. Ma negli scacchi v’è il Re? Si, colla sola funzione di farsi fottere.

Nella classe l’uniformità, il parallelismo di situazioni crea una forza storica, una causa di sviluppo storico. Ma l’azione precede egualmente la volontà, e più la coscienza di classe.

La classe assurge a soggetto di coscienza (di fini programmatici) quando si è formato il partito, e si è formata la dottrina. Nel cerchio più stretto che è il partito, come organo unitario, si comincia a trovare un soggetto di interpretazione del cammino storico, delle sue possibilità e strade. Non sempre, ma solo in certe rare situazioni dovute a pienezza dei contrasti nel mondo della base produttiva, nel soggetto «partito» ammettiamo, oltre alla scienza, anche la volontà, nel senso di una possibilità di scelta tra atti diversi, influente sul moto degli eventi. Per la prima volta la libertà, non dignità di persone, appare. La classe ha una guida nella storia in quanto i fattori materiali che la muovono si cristallizzano nel partito, in quanto questo possiede una teoria completa e continua, un’organizzazione a sua volta universale e continua, che non si scomponga e componga ad ogni svolta con aggregazioni e scissioni; queste sono però la febbre, che costituisce la reazione di un simile organismo alle sue crisi patologiche.

Dove le «garanzie»?

Dove dunque trovare le garanzie contro la degenerazione, il disfacimento del corso del movimento, del suo partito? In un uomo è poco; l’uomo è mortale, è vulnerabile dai nemici. È, se unico, pessima fragile garanzia, anche se in un solo la si credesse mai insita.

Prenderemmo tuttavia sul serio il gran vantare di avere trovato la garanzia collegiale, dopo la scomparsa di un capo, che dirigeva a suo arbitrio? Tutto ciò non è serio. In Russia tutto è stato perduto, e nulla resta da salvare. Comunque il disfacimento sotto Stalin mostra lati meno deteriori di quelli che ora, deviando da lui, si vengono mostrando, mentre delle sue magagne nulla si vede, e non si potrebbe vedere, corretto.

Le nostre garanzie sono note e semplici.

  1. Teoria. Come abbiamo detto non nasce in una fase storica qualunque, né attende per farlo l’avvento del Grande Uomo, del Genio. Solo in certi svolti può nascere: delle sue «generalità» è nota la data, non la paternità. La nostra dovette nascere dopo il 1830 sulla base dell’economia inglese. Essa garantisce in quanto (anche ammettendo che l’integrale verità e scienza sono obiettivi vani, e solo si può avanzare nella lotta contro la grandezza dell’errore) la si tiene ferma nelle linee dorsali formanti un sistema completo. Durante il suo corso storico ha due sole alternative: realizzarsi o sparire. La teoria del partito è un sistema di leggi che reggono la storia e il suo corso passato, e futuro. Garanzia dunque proposta: niente permesso di rivedere, e nemmeno di arricchire la teoria. Niente creatività.
  2. Organizzazione. Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale o nazionale, dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e «geografiche» che danno fondamentali svolti all’azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all’altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunziatore di «nuovo corso» uguale traditore.

Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando sì vieta a gruppi locali di «creare» per conto loro autonomi programmi, prospettive, e movimenti.

Questa dialettica relazione tra la base e il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta. Da Stalin a un comitato di sottostalinisti nulla è stato capovolto.

  1. Tattica. Sono vietate dalla meccanica del partito «creatività» strategiche. Il piano di operazioni è pubblico e notorio e ne descrive i precisi limiti, ossia i campi storici e territoriali. Un esempio ovvio: in Europa, dal 1871, il partito non solidarizza con alcuna guerra di Stati. In Europa, dal 1919, il partito non partecipa (non avrebbe dovuto…) ad elezioni. In Asia e Oriente, oggi tuttora, il partito appoggia i moti rivoluzionari democratici e nazionali e un’alleanza di lotta tra proletariato e altre classi fino alla borghesia locale. Diamo questi crudi esempi per evitare si dica che lo schema è uno e rigido sempre e dovunque, ed eludere la famosa accusa che questa costruzione, materialista storica integralmente, derivi da postulati immoti, etici od estetici o mistici addirittura. La dittatura di classe e di partito non degenera in forme diffamate come oligarchie, a condizione che sia palese e dichiarata pubblicamente in relazione ad un preveduto ampio arco di prospettiva storica, senza ipocritamente condizionarla a controlli maggioritari, ma alla sola prova della forza nemica. Il partito marxista non arrossisce delle taglienti conclusioni della sua dottrina materialista; non è fermato, nel trarle, da posizioni sentimentali e decorative.

Il programma deve contenere in linea netta l’ossatura della società futura in quanto negazione di tutta la presente ossatura, punto dichiarato di arrivo per tutti i tempi e luoghi. Descrivere la presente società è solo una parte del compito rivoluzionario. Deprecarla e diffamarla non è affar nostro. Costruire nei suoi fianchi la società futura nemmeno. Ma la rottura spietata dei rapporti di produzione presenti deve avvenire secondo un chiaro programma, che scientificamente prevede come su questi spezzati ostacoli sorgeranno le nuove forme di organizzazione sociale, esattamente note alla dottrina del partito.

Cattiveria dell’uomo?

Che in avvenire risorti partiti proletari rivoluzionari abbiano a subire ulteriori involuzioni, crisi e degenerazioni, non lo si nega, e non vi saranno mai ricette per escluderlo.

Ma è scontato che, dopo avere ancora una volta proposte, e dopo che un avvenire non vicino abbia costruite, tutte le garanzie, che abbiamo così chiamate solo per accettare correnti inviti polemici, la più parte di quelli dell’altra banda, e molti dei nostri, credentisi tali, se ne usciranno collo scuotere di testa: «Inutile! Nessuna misura rimedierà alla libidine di potere dell’uomo. Lo Stato, il Partito, l’organizzazione, in ogni situazione, tempo e posto, finiscono nel consolidare privilegi della gerarchia suprema, che si abbarbica a ricchezza, benessere, soddisfazione di inesausta vanità. L’uomo è canaglia. Cerca gioia e dominio e passa sul suo simile, il suo corpo, e la sua fame».

Questo argomento non merita un rigo di risposta. Se a questo si crede, se questo fosse lontanamente vero, se l’uomo non fosse virtualmente tanto buono quanto la diffamata madre «bestia», e se la canaglia non è proprio l’organizzazione sociale (che dialetticamente nasce da una sequenza storica di inevitabili e per questo utili fasi di canaglieria) allora è finita, allora siamo belli e fritti; noi con Marx, Engels, Lenin siamo tutti crollati, e la nostra illustre o ignota letteratura può andare a un falò unico.

Quelli che riempiono il mondo di questa nuova leggenda della storia criminologista: «gli errori di Stalin erano evitabili; bastava che egli non fosse così duro, aspro e feroce», avranno un facile successo. Ma la storia del tremendo cammino della rivoluzione comunista scriverà che è questo il più infame scaracchio che finora abbiano lanciato sulle effigi di Marx e di Lenin, che scioccamente, oltre che mentitamente, affiggono ancora alle mura dei trivii, ove vendettero l’antica fede.

Alla figura immensa di Lenin questa gente vuole legare il trucco, con cui sperano di battere per altri anni marchette, che dalla linea ferma della dottrina sia giusto evadere per attuare creatività ed arricchimento, in quanto egli lo avrebbe per primo affermato. Ma è solo eliminando questa originale fallacia, che davvero il movimento andrà oltre le secche del culto della persona, e del peggiore culto e corteggiamento vile della folla, della massa.

Il vecchio marxista che, da lunghi decenni, sull’opera grande di Lenin, sulla parola viva e l’azione sua, lavora e studia, dimostra di averlo fatto profondamente in quanto spoglia il falso mito di Lenin stesso dalla leggenda che egli abbia ricreato ed arricchito la comune dottrina, laddove da leone ne difese ogni versetto, fino all’ultimo suo respiro.

Ma quando poi sente che un tale compito, che va contestato ai giganti, e non meno al non pigmeo Giuseppe Stalin, passerebbe con pari diritto di manipolazione agli odierni omuncoli, figli di un’epoca putrescente in cui teoria, scienza ed arte decadono, non trovano echi simili a quelli che schiere di voci squillanti sorsero a levare nelle epoche fertili della storia, ultimi i rinascimenti e le lotte di liberazione borghesi, che da un secolo sormontammo, ed ultima su loro ed oltre loro l’epopea russa e mondiale di Ottobre 1917… allora cadono dalle mani del semplice milite di una dottrina intangibile le armi dialettiche; egli poco eroicamente le abbassa a tenersi il ventre, per scongiurare il rischio di pisciarsi sotto.

Ventata di ossigeno

Non potevano i «provocatori» non avere buon gioco sul terreno allettante della «filosofia», e crediamo di avere trovato pane per i loro denti, gettando argini alti contro la mania di sciogliere il nodo di oggi colla solita insulsa tremebonda ricerca: chi sarà domani il padrone? E di dare nomi al dramma recitato sulle scene di Mosca. Noi gli abbiamo trovato altro, fondamentale senso.

Ritorniamo infine, per chiudere la nostra giornata, sul solido nostro terreno: la fisica dei fatti economici, la lotta corpo a corpo degli interessi materiali di classe, al vertice del cui ribollire la nostra scuola ha posto le chiavi del presente, del passato e del futuro, nel quadro unitario di cui abbiamo conquistata la totale visione, se non ci affligge totale cecità.

La colossale costruzione della «teoria» emulativa, secondo la quale il ritmo di progressione produttiva del sistema russo batte il ritmo del sistema del capitalismo di occidente contemporaneo e lo supererà tra un certo tempo in senso assoluto – rimettendo la decisione sulle sorti del mondo al platonico esito di questo confronto – si drappeggia di una tesi folle: che tale ritmo si veda per la prima volta nel mondo e nella storia, e che i suoi indici numerici attestino l’ingresso di un principio nuovo, al posto degli antichi.

Questa mistificazione gigante è tutta nel gioco della difesa e della conservazione del sistema capitalistico, che si ostenta voler sconfiggere. Come altrimenti spiegare che vi fanno eco le più schiette pubblicazioni e diffusioni occidentali?

Esiste in America un Research InstituteInc., of New York (Istituto di ricerca) che ha diramato un rapporto speciale alle
«trentamila ditte, la maggior parte delle quali corporazioni industriali, di cui l’Istituto è consulente in materia di economia, legislazione, dirigenza aziendale (management), relazioni industriali ed umane, tecnica delle vendite e conquista dei mercati (Sale and Marketing)».
Il titolo e suggestivo «The toughest challenge» che si potrebbe tradurre forse «Il cimento supremo».

Al lavoro è premessa una significativa dichiarazione: questa ricerca è svolta sui fatti, al di fuori della adesione ad ogni scuola economica e ad ogni politica di governi.

Tutta la materia che qui da ben altra sponda abbiamo studiata, è esposta come cosa estremamente seria e fondata, e le cifre di Krusciov e Bulganin sono soppesate con rispetto e con impegno estremo. Questi esperti del capitalismo chiudono ammettendo che la palma possa anche spettare al sistema sovietico, non invocano repressioni o guerra, studiano a fondo solo la risorsa per le firms delle ondate di ordini di armi, e consigliano infine l’accesso aperto all’invito al «marketing» coi temuti rossi. Si mettono anche essi a calcolare in quanti anni coi noti piani potrebbero gli indici occidentali di produzione, come massa, e pro-capite, essere scavalcati dall’U.R.S.S. Mentre non tacciono i punti deboli del sistema orientale, soprattutto nell’agricoltura, espongono anche quelli di occidente, valutano il decorso del ritmo economico, la possibile crisi, e si mettono decisi sul piano «distensivo».

La consulenza dell’alto capitalismo dice dunque che l’invito all’emulazione è da accogliere, per il parallelismo dei due sistemi; che per i due imperialismi vi è panno da tagliare, prima di combattere.

Ci ha colto in questo non disprezzabile studio una coincidenza di prospettiva con la nostra (venti anni di pace). Da calcoli sul volume delle materie prime disponibili nei due campi, e sull’entità dell’industrializzazione delle zone sottosviluppate del mondo, si presume che la duplice accumulazione capitalistica abbia sicuro sfogo per tutto il prossimo ventennio. Al 1975 deciderà la guerra, o la rivoluzione? Da qui ad allora la lotta teorica deciderà tra la economia della esplosione, e quella del crescente benessere. Due avversari progressivi si allineano nella «Challenge»: teoricamente, combattono a fianco.

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