BISANZIO SOCIALISTA…


Nota redazionale: ancora un testo del 1951, incentrato principalmente sul significato delle divisioni, frazioni, correnti, scissioni e tendenze presenti nel campo politico socialista (o più genericamente proletario). Una stupida dipendenza dai luoghi comuni può far ritenere che le divisioni siano state, dentro l’universo politico del movimento operaio, quasi sempre un fattore di debolezza. Invece, il testo che vi proponiamo sostiene il contrario, dimostrando (sulla base di un ampia documentazione storica) l’importanza delle divisioni politiche, quando queste ultime servono a favorire una linea proletaria reale, in opposizione alle tendenze opportuniste, utopistiche e piccolo borghesi del sempreverde socialismo reazionario. Tali tendenze sono il risultato dei condizionamenti della dominazione di classe borghese, si tratta di tendenze particolarmente virulente, epidemiche, soprattutto nelle fasi di ristagno e riflusso del conflitto di classe proletario. Tentando di preservare la chiara visione marxista delle cose raggiunta alla metà del 1800, sull’onda dello scontro di classe di quel particolare periodo, il partito proletario è costretto senza sosta ad usare l’arma della critica contro le devastanti deformazioni dottrinarie vomitate a getto continuo dal miasma ideologico borghese. Un compito fondamentale per mantenere lucida e affilata l’arma teorica marxista, proteggendola dalla ruggine corrosiva dell’opportunismo. Qualcuno potrebbe sostenere che nel panorama contemporaneo non ha senso parlare di lotta contro l’opportunismo, perché, in fondo, non essendoci più partiti di massa (in Italia) con un programma  socialista/social-democratico, non può (di conseguenza) essere possibile neppure la via opportunista (riformista, gradualista) alla realizzazione di questo programma. Su un piano logico-formale è così, mentre nella realtà teorica e pratica del marxismo è altrimenti. I partititi, le forze sindacali, le associazioni che variamente operano nella società borghese, possono svolgere una funzione al servizio del sistema o in opposizione al sistema. La sostanza non cambia affatto se una forza politica o sindacale che trent’anni addietro si definiva comunista (mentre invece era funzionale al capitale), oggi, abbandonando anche nella ragione sociale il richiamo al programma di allora, propugna senza vergogna il libero mercato. Il termine opportunista designa (allora come oggi) una realtà bifronte: da un lato l’aspetto formale di una via riformista al programma di trasformazione sociale, dall’altro lato l’aspetto sostanziale del supporto al sistema economico-sociale capitalistico. Se non si comprende che è importante e fondamentale questo secondo aspetto (ieri come oggi), e non l’abito formale che fa da rivestimento alla sostanziale funzione pro-sistema dell’opportunismo, si può anche ritenere che non esistano più le circostanze per una lotta contro di esso. Inoltre si deve ricordare che, sebbene rimpicciolite rispetto ai decenni passati, esistono anche oggi delle pseudo formazioni/gruppi anti-capitalistici (riviste, associazioni, partitini) che mentre formalmente propugnano programmi marxisti, sono invece sostanzialmente inscrivibili nell’opportunismo. La Bisanzio socialista andava intesa, ai tempi di Marx e poi di Lenin, come una confusione di voci sorte comunque nel grembo del movimento operaio, nel 1951, in presenza della politica del partito stalinista invece si ricorda che ‘Nella sala del teatro Goldoni, trent’anni fa, la intemperante e fremente rappresentanza comunista bolliva come un vulcano al solo accenno di un ponte gettato a Serrati, che proponeva il ponte gettato a Turati. Oggi, migliaia di delegati ascolteranno, senza fremere, in una ben preparata regia di passivismo conformista, proporre che si getti un ponte che, per la Pace di Picasso o la guerra di Rokossovski, raggiunga fin l’ultimo borghese italiano.Quale progresso, in trent’anni dai superati e rancidi metodi di allora! La tirrena e toscana città non sarà più paragonata a Bisanzio, ma a Gomorra. I monaci della castità rivoluzionaria sono ormai subissati. Largo a voi, o sacerdoti dell’amore politico contro natura!’.

BISANZIO SOCIALISTA

IERI

Un luogo comune per la stampa di tutti i tempi e di tutte le lingue è la satira alle interminabili discussioni dei congressi e delle tendenze socialiste, e l’ostentato compiacimento che da questa mania di spaccare i capelli in quattro e rivedersi a vicenda pedantemente le carte e le bucce, che affliggerebbe i capi del movimento proletario, siano a getto continuo nate divisioni e scissure, che alla fine indebolendo il movimento servivano a rassicurare i suoi avversari. È passata, direbbe il borghese alla finestra, dopo aver tolte la sbarre; anche questa è passata, ma non solo grazie a Cristo ed al Questore, bensì anche al diavolo della discordia, allo spirito sottile e disfattista della supercritica e della dissensione.

Vecchia storia e vecchio argomento di infiniti commenti per i giornalisti borghesi, che in comodi palchi erano invitati ai congressi proletari, godendosela un mondo quando si baruffava in platea e si subissava l’oratore alla tribuna di lazzi e di sibili, tra le proteste dei suoi fautori di frazione. Vecchia storia, che però non impediva il più largo e attento interessamento di quella stampa dei partiti borghesi, del governo e dei suoi organi, e la più ampia diffusione delle notizie; insieme tutto che mal dissimulava il sostanziale riconoscimento della grande importanza dei partiti nel seno dei quali, nel campo nazionale e internazionale, quei dibattiti e quelle crisi avevano sviluppo.

Ma le diverse interpretazioni di una comune dottrina e di un comune programma, e le diverse proposte sulle decisioni di azione da prendere, la vivezza, l’asprezza e la violenza talvolta dei contrasti, non sono di certo state proprie solo del moderno movimento socialista, né hanno avuto a teatro solo un periodo e solo un paese: esse sono un fatto storico, anzi un fattore storico, generale e primario.

Chi volesse, infatti, raccontare la storia degli urti tra le varie scuole e sottoscuole, chiese e chiesuole, partiti e sette palesi ed occulte, finirebbe col dovere esporre tutta la storia umana, e dovrebbe riconoscere che le interminabili polemiche e diatribe non furono fine a sé stesse o semplici manifestazioni e sfoghi di cervelli e fegati esaltati o malati, bensì presentarono, a chi sappia intendere, la vera sovrastruttura dei reali contrasti di forza, di potere, e ancora più in fondo di interessi, tra gli aggruppamenti sociali.

Ma veniamo senz’altro divagare al movimento del proletariato moderno, per stabilire che se lo si vuole definire una Bisanzio, bisogna non prendersela soltanto coi socialisti italiani di questo mezzo secolo, ma con quelli di tutti i paesi fin da quando di socialismo si prese a parlare.

Per il socialismo quale oggi lo intendiamo, e del quale come fattore storico di primissima linea nessuno, tra fautori, interpreti di cento sfumature, ed avversari di tutte le sponde, nega oramai l’importanza, come non riconoscere che la sua storia direbbe nulla, a chi la leggesse prescindendo dagli urti incessanti delle tendenze?

Proudhon era per i suoi contemporanei un rivoluzionario estremo ed un nemico dell’ordine sociale vigente tra i più radicali; eppure ben prima del Manifesto Marx lo attacca in una polemica addirittura scarnificatrice e ne dichiara reazionarie le vedute storiche, filosofiche, economiche e politiche sottomettendo le sue enunciazioni ad una spietata anatomia.

Nel blocco di granito del Manifesto dei Comunisti del 1848 è parte integrante quella sulla “letteratura” socialista e comunista. Il movimento dei lavoratori nullatenenti e poveri anche di istruzione e di cultura, poiché anche questi sono privilegi che seguono la possidenza beni, e sono contesi al misero quanto il pane e il companatico, il movimento che oramai non fa più appello a benefattori, a spiriti illuminati, o a principi e signori di buona intenzione, ma chiama a raccolta proprio e soltanto i diseredati ignoranti ed analfabeti del lavoro manuale, questo movimento si preoccupa dunque in prima linea non solo della sua letteratura, ma soprattutto della sua rigorosa separazione e selezione contro le “letterature” difformi e spurie, segna cioè limiti rigorosi ed invarcabili tra la propria dottrina e i propri principii, e quelli di tanti falsi socialismi che già sono in circolazione, nel momento che il socialismo autentico redige il proprio atto di nascita e fissa i suoi connotati.

Da allora in poi, nessun movimento delle masse ha potuto avanzare senza definire la sua teoria, e in nessun modo ha così ben potuta definire la sua teoria come nel lavoro critico dedicato alla “confutazione delle opposte scuole”. Tutte le tappe di questo procedimento, anche quando è stato necessario tagliare nel vivo e applicare il ferro rovente, sono state tappe vive ed utili del cammino rivoluzionario: la disfatta si è profilata agghiacciante ogni volta che si è dato gioco ai luoghi comuni insinuanti che deprecano il settarismo, piagnucolano sulla divisione delle forze, invocano i corruttori amplessi nella falsa unità di forze eterogenee, e fanno calare il sipario dei compiacenti reciproci silenzi di capi, che hanno a suprema preoccupazione non la vittoria di loro parte, ma la personale carriera. Perfino Dante, fierissimo uomo di parte, tra tanti delinquenti e traditori di ogni cosa sacra e profana, sceglie il più profondo buco dell’Inferno per piantarvi l’infame Bocca degli Abati, traditore del suo partito, venditore dei suoi compagni alla parte nemica.

Verso questo solo dannato, il solo che si vergogni di declinare il suo nome, Dante giunge alla fisica offesa, e glie lo estorce afferrandolo per i capelli e ferocemente strappandoli, dimentico per un momento della incorporeità dei trapassati….

La tolleranza in politica è la più forcaiola delle posizioni.

Un secolo addietro era dunque già il caso di stabilire una frontiera tra i comunisti e una serie di false dottrine. I capitoli vibrano ancora oggi di vita possente: essi definiscono tre gruppi di “socialismi”: quelli reazionari, quelli conservatori, quelli utopisti. Reazionario era nel 1848 ogni movimento che si opponeva alla rivoluzione della borghesia contro la nobiltà terriera e legittima. Nel “socialismo feudale” i difensori dell’ancien régime cercarono audacemente di sfruttare, contro le apologie del nuovo sistema liberale e democratico borghese, le denunzie dello sfruttamento padronale venute dai primi gruppi operai della nuova industria, e le prime critiche proletarie all’inganno della democrazia borghese. Reazionaria in teoria per la visione marxista della storia, reazionaria è questa posizione in politica, in quanto vorrebbe la inverosimile alleanza di operai e nobili contro borghesi. Ma vi è un secondo tipo di socialismo reazionario, duro questo assai a morire, è il socialismo “piccolo borghese”, che vuole superare la ingiustizia e la disuguaglianza sociale con un sistema di gestione corporativa delle fabbriche, patriarcale-familiare della terra; è il socialismo che hanno attualmente fatto proprio i preti e i cristiani, e che – come Marx scrisse – merita di finire in uno “stupido miagolio”. Una terza specie è il socialismo “tedesco” ante 1848, che poneva avanti la minuta borghesia germanica artigiana e commerciale imbevuta di ipocrisia e di pregiudizi, e pronta a fare il gioco dei poteri assoluti, nel periodo in cui ancora non era avviata la possente evoluzione dell’economia germanica verso uno dei primi posti nel grande industrialismo mondiale. Il secondo paragrafo colpisce il socialismo “borghese”, e quindi conservatore della attuale società di classe, a patto di “migliorarla”, di fare sì che i lavoratori vi abbiano miglior trattamento: è la sporca dottrina sempre vivente di socialdemocratici, di laburisti, di riformisti: da quando Marx la svergognò in Proudhon padre del falso estremismo, essa ha avuto mille edizioni, e si manifesta in forme patologiche più numerose di quelle che nascono per gli organismi animali sul ceppo della sifilide.

Il terzo paragrafo è la critica degli utopisti, fatta col rispetto per alcuni grandi precursori che sentirono l’influenza dei primi moti operai, ma dimostrando che tali scuole, respingendo come mezzo la lotta rivoluzionaria e sostenendo quello della pacifica persuasione, si portano fuori dalla strada della lotta di classe e cadono nel socialismo reazionario e borghese.

Per fondare nel 1864 la Prima Internazionale, Marx ed Engels, devono condurre una fiera lotta contro le tendenze umanitarie, filantropiche, pacifiste di piccoli borghesi radicali, che ostinatamente cercano seguito nelle file operaie, e non è piccola cosa metterli fuori, e usare gli antidoti contro la loro azione corruttrice teoretica, in un periodo in cui essi in vari paesi d’Europa partecipano a lotte armate che sono indiscutibilmente sulla via rivoluzionaria generale.

Non meno difficile è l’azione nel movimento operaio tedesco in cui domina fino alla sua morte in giovane età la forte figura di Lassalle, che si dice seguace di Marx nella teoria, ma la diffonde in modo inadeguato, e malgrado il temperamento battagliero, colla sua sopravvalutazione del suffragio universale perfino rispetto ad una piena rivoluzione borghese, prepara di lunga mano la rovina del proletariato tedesco nella palude socialdemocratica. Interminabile il ricordo delle polemiche tra lassalliani e eisenachiani, rari ma causticanti gli interventi di Marx e di Engels contro gli errori non solo dottrinali, ma tattici ed organizzativi del crescente partito, degli stessi capi della ala “marxista”.

Negli anni che precedettero e seguirono la Comune si svolge un’altra lotta: quella contro le tendenze libertarie e federaliste di Bakunin, che al Congresso dell’Aja nel 1872 condusse alla scissione dell’Internazionale attraverso polemiche, che dal campo teorico e di metodo scendono fino ad attacchi violentissimi e perfino accuse di provocazione poliziesca.

Molto si è lacrimato su quella polemica e le stesse pretese storie del movimento per decenni e decenni hanno messo scioccamente in primo piano le antipatie personali, le ambizioni del bollente Bakunin, il carattere fegatoso e settario che si attribuisce dai fessi a Carlo Marx, uomo disinteressato se mai ve ne furono, non solo davanti al personale successo e alla conquista di supreme cariche, ma di fronte al parere della pubblica opinione vicina e lontana e al corteggiamento della massa e dello stesso ambiente dei seguaci. Nei decenni successivi il doppio revisionismo di riformisti tipo Bernstein e di sindacalisti tipo Sorel, intaccando i punti fondamentali del marxismo, avvalorò un colossale equivoco: che l’indirizzo “autoritario” di Marx fosse a destra rispetto a quello “comunista libertario”, e potesse servire di piattaforma alle concezioni possibiliste e conciliatorie di classe, all’impiego dello Stato borghese e liberale per fabbricare, con leggi, pezzi di socialismo. Ma doveva venire nella teoria Stato e Rivoluzione di Lenin, nella storia il potere dei Soviet in Russia, nella organizzazione la fondazione della Terza Internazionale dopo il tradimento dei socialisti di guerra, per mettere in piena luce quanto fosse cretino il chiamare “pettegolezzo” l’atto di accusa contro la setta bakuniniana e la Alleanza della democrazia socialista, che contrapponeva alla Internazionale operaia un guazzabuglio di piccoli borghesi romantici e di anarchici. Occorre alla vittoria proletaria il centralismo, dice Marx, coerente alla lettera al Manifesto alle opere storiche e a quelle economiche pagina per pagina, come le occorre l’autorità; non potendosi senza tali mezzi mettere a terra il potere e l’economia del Capitale. Ma solo i deficienti leggono che il Centro statale e l’Autorità statale medesima possono divenire campo di una azione pacifica con cui le opposte classi si “emulano” (così come oggi vogliono gli stalinisti nel loro piano ufficiale: pace mondiale, azione legale nei paesi di Occidente, blocco di classi in Oriente, idillio dovunque). La Rivoluzione può abbattere il Centro politico borghese ed il suo Stato organizzato, solo con un organo centrale di guerra civile, il Partito comunista in tutto il mondo. Caduto quel Centro nemico nella guerra di classe, non si può dare il via alla concezione fanciullesca e disfattista delle “libere autonome Comuni economiche e politiche”, ma occorre ridurre in frantumi la macchina istituzionale borghese formando l’opposta macchina centrale dello Stato rivoluzionario di classe, e col peso “dispotico” della sua dittatura strappare al Capitale ad uno ad uno gli artigli e le zanne nel campo della produzione e della economia sociale.

Questo e non altro è il discorso che deve fare il comunismo, tanto dinanzi alla addomesticabile dinamite di Michele Bakunin, quanto alla rapace colomba di Giuseppe Stalin; tra le quali ben si inserisce la diserzione dei socialisti della Seconda Internazionale, guerrieri al servizio della borghesia, pompieri delle insurrezioni proletarie, ed infine boia della rivoluzione.

Se questa scorsa si dovesse completare, lasciando del tutto da parte una storia da farsi in sede propria delle lotte di tendenza del socialismo italiano, come meglio coronarla se non con l’insegnamento storico della Rivoluzione Russa? Quante diverse sezioni di scuole e partiti che si richiamavano ai proletari, erano di contro alla possente unità statale dello zarismo, e della borghesia in Russia? Populisti, menscevichi, internazionalisti, bolscevichi, socialisti rivoluzionari di destra, socialisti rivoluzionari di sinistra, anarchici individualisti, anarchici comunisti, nichilisti, e via via.

Quale ottimo gioco per la controrivoluzione, quale fatale disunione, quale disfattismo fratricida… Il luogo comune può essere sepolto insieme ai cadaveri della famiglia imperiale, e disperso dietro gli ultimi onorevoli deputati all’Assemblea costituente, defenestrati dai calci dei fucili dei marinai comunisti insorti.

OGGI

Il pletorico partito che in Italia porta il nome di comunista, e che nella pratica nulla distingue dall’altro partitone socialista (mentre alla loro “destra” navigano due piccoli partiti social-parlamentari di cui la posizione dottrinale non si sa in che differisca da quella dei primi) è oggi chiassosamente intento a commemorare una delle svolte più tipiche di quel processo di selezione dei metodi e degli organismi di lotta che fu la scissione di Livorno 1921.

È molto notevole che tutto quello che fu detto, da tutti i lati, contro l’evento e la politica di Livorno, corrisponde alla prassi, al metodo e agli slogan in cui si ravvoltolano gli ufficiali commemoratori di oggi.

Livorno fu incolpata come la più ingiusta, estrema, settaria e rovinosa delle secessioni, maledetta allora ed oggi come folle errore da parte di tutti i fautori dei fronti unici, degli abbracci unitari, dei blocchi democratici, dei comitati liberatori, della caccia all’adesione della massa, pagata qualunque prezzo. Perché allora esaltare Livorno?

I massimalisti unitari, nella infiammata e spesso tumultuosa discussione, negarono disperatamente che nel partito che si spezzava vi fossero le classiche “due anime”, si proclamarono rivoluzionari, comunisti, leninisti e bolscevichi quanto ogni altro, si dichiararono per la Terza Internazionale di Mosca contro la Seconda di Bruxelles, per la dittatura proletaria, contro la socialdemocrazia, per l’impiego della violenza contro il social-pacifismo; fecero di più i massimi sforzi per sostenere che “i destri italiani” valevano meglio “dei sinistri degli altri paesi”, scagionando Turati e compagni dalla accusa di opportunisti e social-traditori poiché avevano negato appoggio, in pace come in guerra al governo borghese.

Dal canto loro tutti i partiti del radicalismo borghese e della piccola borghesia, i cui stati maggiori venivano travolti già dalla bufera fascista, deprecarono la scissione come la rottura del fronte che, secondo i loro comodi, doveva servire ad opporre l’arrivo di Mussolini al potere, tenendovi i tradizionali arnesi della borghesia italiana.

Inutile ricordare che poco dopo Livorno, il 3 Agosto 1921, tutti questi partiti, denunziati come traditori dal giovane partito comunista, sottoscrivevano il lurido patto di pacificazione con i fascisti, collaborando a disarmare i proletari investiti dalle quotidiane aggressioni delle camicie nere.

Nelle stesse file di destra dell’Internazionale Comunista, che già incominciava lentamente a ripiegare dalle tradizioni rivoluzionarie dei grandi anni rossi, si fecero a Livorno critiche aperte: si era, dalla settaria frazione comunista italiana tagliato troppo a sinistra, lasciando posizioni importanti di organizzazioni, rappresentanze politiche, stampa e così via al vecchio partito. La tradizione di Livorno e del movimento comunista italiano 1921 corrispondeva ad una posizione di sinistra in seno allo stesso movimento comunista internazionale, e tale fu infatti la posizione compatta del partito nei congressi del 1921 e 1922, in cui esso dissentì dalla tattica generale della Internazionale di Mosca e dai tentativi fatti in Italia per “correggere l’errore di Livorno”; tentativi che del resto abortirono perché, malgrado che il partito socialista in successive crisi si fratturasse in tronconi, solo una sparuta minoranza dei cosiddetti “terzini” rientrò nella Internazionale; ed anche a questa “fusione” il partito comunista italiano si oppose, adattandovisi per pura disciplina.

Il “livornismo” subì in seguito energiche cure, che con molta difficoltà condussero ad eliminarlo dal partito italiano. Malgrado che la situazione creata dal fascismo e l’assoluto senso di disciplina rendessero agevole fin dal 1923 la sostituzione della dirigenza di sinistra, ossia “linea Livorno”, con quella centrista che mano mano accettò la tattica dei fronti unici coi socialisti, e poi dei blocchi colla democrazia borghese antifascista, il partito, consultato ancora nel 1924, e nel 1926, rispose a maggioranza per la “politica di Livorno”, di cui le vicende ulteriori hanno poi disperso, per le versioni ufficiali, fino le ultime tracce.

E allora a che ricordare, commemorare, esaltare?

A Livorno con indignazione e con violenza si respinse la scusa che i capi parlamentari come Treves e Modigliani non avevano in guerra accettato di votare per i ministeri di unione nazionale e per i crediti – gli attuali commemoratori, come i Togliatti e gli Scoccimarro, sono stati ministri nel 1945 per i gabinetti che facevano la guerra antitedesca, così come antitedesca e democratica era stata quella di Salandra e Orlando.

A Livorno si proclamò che quei vecchi socialisti, non privi di un passato decente, non potevano evitare l’epiteto infamante di opportunisti sebbene avessero costantemente negato il possibilismo ministeriale e l’entrata nei governi borghesi che promettessero riforme sociali – gli odierni partiti commemoratori di Livorno gridano ad ogni momento che, malgrado la presente situazione mondiale, essi non aspirano ad altra politica che la partecipazione ad un governo “nazionale”, che accolga in loro i “rappresentanti dei lavoratori” per attuare concordemente le “riforme di struttura”.

A Livorno i comunisti, nelle mozioni, i manifesti e i discorsi, conclusero senza esitare per questo aperto schieramento di forze contro tutti i partiti borghesi coalizzati con lo stesso partito socialista, lotta per rovesciare il potere della borghesia italiana; gli odierni partiti commemoranti, di fronte in blocco, di alleanza in coalizione, hanno invocato concordia ed unione nazionale, non solo nella fase dei comitati antifascisti e in quella del governo tripartito, ma anche oggi. Essi pretendono apertamente che nella campagna per la pace e la neutralità devono andare con loro non solo i lavoratori delle città e delle campagne, non solo le masse povere come i contadini proprietari, non solo i ceti medi e la piccola borghesia, ma gli stessi borghesi “intelligenti” e sanamente guidati dall’amore della patria e della indipendenza italiana. Se guerra domani vi sarà, essi si guarderanno bene dal dire: facciamo politica di rottura nazionale e di disfattismo perché vinca la Russia che noi proclamiamo proletaria contro l’America borghese, e dopo la vittoria sia possibile appendere i borghesi locali; ma diranno: invitiamo all’azione partigiana filorussa tutti gli italiani, anche ricchi capitalisti e borghesi: la sconfitta dell’America non è un successo proletario, essa è un affare nazionale italiano!

Truman è un cattivo protettore e De Gasperi un pessimo capo, non per le masse lavoratrici, ma per gli stessi capitalisti italiani, che sono invitati a respingerne le lusinghe, e a chiedere, se sono veri patrioti, una tessera del partito comunista italiano, il solo che abbia una sensibilità vera all’interesse della nazione!

Nella sala del teatro Goldoni, trent’anni fa, la intemperante e fremente rappresentanza comunista bolliva come un vulcano al solo accenno di un ponte gettato a Serrati, che proponeva il ponte gettato a Turati.

Oggi, migliaia di delegati ascolteranno, senza fremere, in una ben preparata regia di passivismo conformista, proporre che si getti un ponte che, per la Pace di Picasso o la guerra di Rokossovski, raggiunga fin l’ultimo borghese italiano.

Quale progresso, in trent’anni dai superati e rancidi metodi di allora! La tirrena e toscana città non sarà più paragonata a Bisanzio, ma a Gomorra.

I monaci della castità rivoluzionaria sono ormai subissati.

Largo a voi, o sacerdoti dell’amore politico contro natura!

“Battaglia Comunista” n. 2 del 19-31 gennaio 1951

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