Ruina imperii

 

Ruina imperii

Gli appetiti, e vitii del Principe di una Monarchia sono da esser molto temuti: perché non si raffrenando è forza, che venga ad essere la ruina del suo Imperia… (Machiavelli)

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Premessa

Parte prima: piani inclinati di fuga

Parte seconda: una montagna di debiti

Parte terza: piani inclinati di fuga/crisi e prospettive di scontro fra apparati militari-industriali (S-500 “Samoderzhets”, autócrat)

Premessa

Il debito pubblico americano ammonta a 19.000 miliardi di dollari, solo nel mese di agosto 2016 Russia, Cina e Arabia Saudita vendevano 38 miliardi di dollari di debito americano. Inoltre, allo scopo di proteggersi dalle fluttuazioni valutarie del dollaro, diverse banche centrali hanno deciso di acquistare imponenti quantità di oro, in sostituzione delle riserve di dollari. Tuttavia, per la stabilità del sistema valutario-finanziario americano è fondamentale garantirsi un imponente flusso di risorse monetarie estere, per tamponare il deficit commerciale e di bilancio e finanziare le spese, dunque è indispensabile riuscire a vendere i titoli del debito pubblico. L’Organizzazione dei Paesi Esportatori del Petrolio (OPEC) ha conseguito un accordo con la federazione Russa per diminuire la produzione di petrolio, consentendo l’aumento dei prezzi, rimuovendo in questo modo un mezzo di lotta commerciale contro la Russia, grande esportatore di petrolio ( la Russia ricava buona parte delle entrate annue proprio da questa risorsa). Il ribasso dei prezzi del petrolio era, ammesso che ci fosse una strategia geopolitica dietro di esso, già dall’inizio un arma spuntata e a doppio taglio (in quanto danneggiava economicamente anche i suoi fautori, mentre non sortiva grandi difficoltà sull’economia russa, gravata da un debito pubblico molto inferiore rispetto a quello dei concorrenti). Abbiamo scritto in ‘The duellists’, nel mese di Aprile, che il ruolo del dollaro come valuta di riserva mondiale è ormai rimesso da tempo in discussione (pensiamo solo agli interscambi in yuan fra Mosca e Pechino). Questi dati economici sembrerebbero annunciare un nuovo salto nel processo di sviluppo della crisi del capitalismo (in modo particolare del player americano), nei capitoli successivi, che pubblicheremo nei prossimi giorni, tenteremo di prevedere le possibili direzioni di questo sviluppo.

 

 

Parte prima: piani inclinati di fuga

‘I buoni capitani non vengono mai a giornata se la necessità non gli strigne o la occasione non gli chiama’.
Niccolò Machiavelli

Un oggetto sferico rotola su una superficie inclinata, la sua è una traiettoria obbligata di fuga dal punto di partenza che si concluderà al limite della superficie. Ammettiamo che alla fine della superficie iniziale ci sia una caduta verticale, e quindi l’inizio di un altra superficie inclinata. Nulla vieta di pensare che questo ‘ciclo’ di caduta e rotolamento possa ripetersi innumerevoli volte, almeno fino a quando non intervengono delle forze esterne. Anche il ciclo di crisi capitalistiche si ripete periodicamente, risolvendosi in regolari distruzioni di capitale costante e variabile, funzionalmente rigeneratrici del ciclo di valorizzazione del capitale, del profitto, e in ultima istanza della non vita parassitaria di una minoranza sociale borghese. La caduta storica, tendenziale, del saggio medio di profitto dei capitali aziendali investiti nell’economia reale produttiva (e anche in quella finanziario-fittizia), spinge con forza inesorabile le imprese concorrenti capitalistiche a duellare in una gara spietata di parassitismo (‘Big dance’), per qualche dollaro/euro/yuan in più di plusvalore/plus-lavoro proletario. In questo scenario magmatico e caotico di concorrenza tra fratelli coltelli borghesi, si delineano spesso delle tendenze prevalenti di sviluppo nella lotta concorrenziale, i cui esiti sono quindi prevedibili con un certo grado di sicurezza. Le economie nazionali o le aree economiche più vecchie dal punto di vista dello sviluppo capitalistico, quindi più innervate/dotate di capitale costante nel processo produttivo, e di conseguenza più indotte (rispetto ai capitalismi ‘giovani’) a investire nella sfera finanziaria, rotolano fatalmente sul piano inclinato del declino (a tutto vantaggio dei giovani leoni rampanti dei capitalismi emergenti, in questo caso i BRICS ). Il passaggio storico del testimone (sullo scacchiere borghese) fra Repubblica di Venezia, Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti, dimostra la realtà di questa ricorrente meccanica di finanziarizzazione e di successivo declino/ridimensionamento delle economie capitalisticamente più sviluppate. Il declino di un capitalismo, e quindi della sua precedente proiezione geopolitica di potenza sullo scacchiere internazionale, implica sempre un certo corollario di convulsioni e assestamenti, di cui troviamo ampia documentazione nelle passate vicende storiche. Il declino della base economica da cui estrarre plus-valore, coincide (tendenzialmente) con il grado di incremento del capitale costante (mezzi tecnici) nei processi produttivi, quindi – in base a una costante storico-dialettica – proprio l’iniziale rimedio concorrenziale (macchinismo) si trasforma (lentamente) in un fattore di caduta del saggio di profitto. L’esportazione dei capitali in plaghe economiche più produttive di plus-valore, dove più è presente un capitale variabile (forza-lavoro) a buon mercato, rappresenta un rimedio temporaneo, precario, innanzitutto a causa della concorrenza di altri capitali (imperiali), e poi della inevitabile tendenza dell’economia ‘nativa’ a ‘mettersi in proprio sviluppando a sua volta il percorso economico-tecnologico fatto in precedenza dall’ospite imperiale. Pensiamo alla ex colonia inglese, L’India, pensiamo alla Cina, solo per fare  due esempi eclatanti.

 Il capitale ‘declinante’ non uccide se stesso, perché una elevata presenza di capitale costante/macchinario nell’attuale economia non implica, una irreale vicinanza del socialismo, ma viceversa un incremento compensativo del grado di sfruttamento sul residuo capitale variabile umano (per controbilanciare la caduta del saggio di profitto, cosa che viene chiamata, senza vergogna, aumento della produttività dal codazzo di politici ed economisti borghesi ), e poi perché l’aumento del capitale costante significa principalmente aumento dell’esercito industriale di riserva. Alla luce delle precedenti considerazioni non si comprende la tendenza, da parte di alcuni ‘analisti’, di presentare in termini di rosea imminenza del ‘socialismo’ una concatenazione di fenomeni che rientra invece nella ciclicità di distruzione e rigenerazione del capitale (a meno che tali eventi ciclici, ricorrenti, non rappresentino a loro volta la necessità e l’occasione – Machiavelli ‘docet’ – per far venire a giornata ‘il buon capitano/partito’). 

 

 

Parte seconda: una montagna di debiti

‘I più grandi dolori sono quelli di cui noi stessi siamo la causa.’
Sofocle

Presentiamo alcuni dati relativi alla crescita del debito (pubblico e privato) nel mondo.

Il debito pubblico americano ammontava nell’anno 2000 a 5600 miliardi, alla fine del 2007 era di 9200 miliardi, mentre oggi siamo a 19.200 miliardi. Il tasso di crescita del debito USA è considerevole, soprattutto se si tiene conto che il rapporto PIL/debito nel 2007 era pari al 65%, mentre oggi è pari al 105%. In altre parole da questi dati emerge che il PIL americano, dal 2007 al 2016, cresce molto di meno del debito. La dinamica di crescita del debito pubblico è paragonabile, a livello percentuale, a quella del debito delle corporation private, passato dai 3300 miliardi del 2007 agli oltre 6000 miliardi del 2016.

Se consideriamo il debito totale USA nel 2016, quindi il debito del governo federale, famiglie, singoli stati, aziende, enti locali… raggiungiamo la cifra di 64.000 miliardi. Il debito totale nel 2000 ammontava a 28.600 miliardi, quindi in 16 anni tale montagna debitoria si è più che raddoppiata. L’aumento del debito pubblico trova origine innanzitutto nei salvataggi di alcune banche e aziende ‘decotte’, evidente segnale delle difficoltà di sistema dell’economia capitalistica globale, ma in questo caso di quella USA. Chiediamoci chi presterebbe a cuor leggero il proprio denaro ad un’impresa con una montagna di debiti, probabilmente nessuno, e infatti coloro che in precedenza avevano erogato dei prestiti agli USA, acquistando i titoli del suo debito pubblico, adesso iniziano prudentemente a vendere. Gli acquirenti sono principalmente le banche, le quali a loro volta vendono ai propri clienti i titoli USA. Un giro di boa di compravendite che racchiude tutte le incertezze degli operatori del mercato finanziario e valutario. Anche la bilancia commerciale, cioè il saldo fra le esportazioni e le importazioni è in passivo: il deficit attuale è di 8600 miliardi. Tale deficit va accumulandosi, almeno dagli inizi del 2000, evidenziando le difficoltà in cui si dibattono i ‘fondamentali’ dell’economia americana. Dunque gli USA continuano a stampare dollari, utilizzandoli per continuare a spendere e acquistare beni e servizi in giro per il mondo, pur in presenza di un debito totale di 64.000 miliardi e di un deficit commerciale di 8600 miliardi. Prima o poi i nodi giungono al pettine, e una resa dei conti (pubblici e privati) americani dovrà esserci, a meno che una provvidenziale guerra su vasta scala non rimescoli le carte del gioco, della ‘Big Dance’, ovvero la gara spietata di parassitismo fra le varie borghesie nazionali.

L’America stampa denaro, ‘quantitative easing’ è il nome assegnato alla scelta della FED di immettere nuova liquidità all’interno del sistema economico. Una politica monetaria espansionistica, di stimolo alla crescita economica, in cui le banche centrali acquistano titoli governativi con scadenza a breve termine, per abbassare (con il rialzo della domanda) innanzitutto gli interessi di breve termine sui titoli stessi. Dunque questa immissione di massa cartacea/monetaria pone le premesse per la maggiore circolazione dei titoli del debito pubblico. Per ora, tuttavia, una parte del debito pubblico che consente di mantenere un certo livello di consumi in USA, viene scaricato sul resto del mondo.

Osserviamo di passaggio, tornando agli aspetti economico-finanziari, che la Cina ha in portafoglio titoli oltre 1250 miliardi di obbligazioni del tesoro USA, mentre il Giappone possiede 1300 miliardi di obbligazioni USA. In definitiva, considerando anche altri investitori esteri, circa 6000 miliardi di obbligazioni del tesoro USA sono in mani straniere (un terzo del debito).

Un altro strumento atto a reperire delle risorse finanziarie dalle tasche altrui sono i derivati. I derivati sono dei titoli non dotati di un valore proprio, autonomo, intrinseco, in quanto derivano il loro valore da altri titoli, o da beni soggetti a variazioni di prezzo. Quindi il valore dei derivati è agganciato alle oscillazioni di valore o di prezzo di determinati (sottostanti,underlying asset) prodotti finanziari o beni reali (mobili e immobili). Il carattere speculativo dei derivati è piuttosto marcato, infatti ogni derivato ruota intorno ad una scommessa sull’andamento futuro di un certo oggetto: ad esempio il tasso di cambio fra due valute diverse, la quotazione di un titolo, il prezzo di certe merci o di certe materie prime. Potremmo fare alcune considerazioni di tipo psicologico sul fascino dell’aleatorio, del rischio, nella società liquida contemporanea (termine da noi non condiviso, coniato da un sociologo moderno), per dare ragione della diffusione di questo nuovissimo strumento finanziario, tuttavia saremmo fuori strada. Non è la presunta società liquida a favorire la diffusione dei derivati, anche perché il mondo attuale ha poco di liquido, e invece molto di rigidamente oppressivo (miseria, sfruttamento, violenza, alienazione…). E’ invece la ricerca di valorizzazione ad ogni costo del capitale, divenuta problematica nel settore dell’economia produttiva, a spingere verso i caotici lidi della sfera finanziaria una massa di investitori (imprese industriali, banche, privati, enti pubblici…). 

La società capitalistica contemporanea accentua, attraverso l’alea della scommessa finanziaria alla base dei titoli derivati, il basilare rischio d’impresa che sottintende la lotta concorrenziale fra capitali aziendali diversi. Da un altro lato questa società accentua, mediamente, anche il grado di sfruttamento della forza-lavoro occupata, anch’esso elemento basico dell’economia capitalistica.

I derivati sono dentro la pancia di molte importanti banche europee, secondo alcuni studi recenti le banche finlandesi, tedesche e inglesi hanno in pancia più del 20% delle loro componenti attive (attivo patrimoniale) in titoli derivati. Complessivamente le banche europee hanno il 13% medio di derivati nel proprio attivo. Si rileva una sproporzione notevole fra l’attivo delle banche italiane, pari a 2300 miliardi, dove i derivati sono valutati in 123 miliardi, e l’attivo delle banche tedesche, pari a 4060 miliardi, dove i derivati ammonterebbero a oltre 800 miliardi.

Un altro discorso va fatto in merito ai crediti inesigibili, o con un certo grado di inesigibilità, in questi casi si adopera il metodo contabile della svalutazione. In Italia i crediti svalutati e in sofferenza sono intorno ai 350 miliardi, una parte di essi (80 miliardi) è con molta probabilità inesigibile (in parte o in tutto).

La FED, restando in tema di crediti in sofferenza (del sistema bancario americano), dovrà intervenire massicciamente sui tassi di interesse, spostando la loro asticella percentuale fin sotto lo zero. Tale misura avrebbe l’obiettivo di tenere in vita i debitori/clienti a rischio elevato di insolvenza (parziale o totale), e di disinnescare il collasso della gigantesca montagna del debito. Tuttavia il disinnesco sarebbe solo temporaneo, i tassi a rendimento zero, o addirittura sotto lo zero, potrebbero spingere i possessori di capitale monetario a cercare fonti alternative di investimento (metalli preziosi, terreni…). In effetti, se una banca rinuncia a pretendere degli interessi sui prestiti concessi (allo scopo di tenere in vita il debitore), dovrà giocoforza ridurre o azzerare anche il tasso di interesse sui risparmi depositati nelle sue casse (da clienti/creditori), determinando effetti di fuga dei risparmiatori verso altre tipologie di investimento più redditizie. Evidentemente, osservando l’operato di alcune nazioni, queste dinamiche sono presenti anche nella decisione di smobilizzare le riserve in dollari, e nella susseguente decisione di acquistare riserve in oro. Dunque i tassi ad interesse negativo tendono a produrre un ‘distacco’ dall’investimento creditizio-monetario-bancario, almeno in una certa quota di possessori di ricchezze, spingendoli verso ‘asset/target’ alternativi. In un certo arco di tempo, non facilmente quantificabile, il fenomeno definibile con la sequenza: 1) montagna del debito, 2) tassi zero o sotto zero, 3) tendenza al distacco dall’investimento creditizio-monetario-bancario; potrebbe a sua volta determinare una netta svalutazione delle valute ‘occidentali’ più importanti (dollaro, euro, yen), cominciando dal dollaro. In fondo a questo piano inclinato di fuga potrebbe esserci la frana della montagna del debito pubblico, in quanto i possessori di obbligazioni di stato potrebbero scegliere di imitare le scelte di investimenti alternativi, compiute da altri possessori di ricchezze (a loro volta scontenti del  tasso zero offerto dal settore creditizio-monetario-bancario). Una richiesta massiccia di rimborso dei titoli di stato, comprometterebbe in successione diretta la possibilità di finanziamento per le aziende da parte delle banche, soprattutto e principalmente nell’area/blocco occidentale. Ottenere credito diventerebbe arduo, sia per i privati che per le imprese, a meno di non possedere delle sicure garanzie reddituali e patrimoniali di bilancio (ma generalmente chi ha i conti a posto non ha bisogno di finanziamenti).

Presentiamo ora qualche altro dato, a nostro avviso rilevante, per supportare qualche successiva considerazione di tipo politico: il valore complessivo del debito pubblico mondiale si aggira intorno ai 60 mila miliardi di dollari, da questo importo sono esclusi il debito dei privati e quello delle imprese economiche. Stati Uniti, Europa e Giappone, totalizzano tre quarti del debito pubblico mondiale (cioè il 75%). In ordine di grandezza decrescente l’America detiene il 29%, e l’Europa il 26% del debito pubblico mondiale. Nonostante le difficoltà l’economia capitalistica USA rappresenta il 24% del PIL mondiale, tuttavia questo dato va comparato con i dati percentuali del dopoguerra che erano quasi il doppio di quelli attuali. L’indice di produttività del lavoro in USA è quello più alto a livello mondiale, infatti con solo il 4,5% della popolazione totale viene realizzato un PIL del 24%. Tale situazione è correlata al forte impiego di capitale costante nella produzione, e alla elevata capacità aziendale di spremere (mediamente) con efficacia ed efficienza il massimo di plus-lavoro possibile dai salariati.

 

 

Parte terza: piani inclinati di fuga/crisi e prospettive di scontro fra apparati militari-industriali (S-500 “Samoderzhets”, autócrat)

Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.

Sun Tzu ‘L’arte della guerra’

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Crisi economica è un termine che indica un peggioramento delle tendenze immanenti del capitalismo, quindi la crisi è solo un aspetto ciclico (peggiorativo) di un andamento (trend) permanentemente discendente. In questo senso la crisi è definibile come un elemento permanente dell’economia capitalistica.

Potremmo sostenere che l’andamento discendente dell’economia capitalistica avvicina il momento del suo crollo. Questo è vero, a patto di specificare che il crollo potrebbe anche significare, in assenza di un mutamento di sistema economico-sociale, semplicemente la mineralizzazione del pianeta. I processi immanenti dell’economia capitalistica sono alla base della crisi permanente: in primo luogo la lotta concorrenziale fra capitali individuali, foriera dei fenomeni di concentrazione e centralizzazione, dell’aumento del capitale costante a discapito del capitale variabile, della caduta del saggio medio di profitto e infine dell’aumento della produttività del lavoro residuo (alias aumento del saggio di sfruttamento). L’aumento dello sfruttamento si impone come controtendenza alla caduta del saggio medio di profitto, caduta determinata dalla variazione della composizione organica del capitale (a sua volta messa in essere dal bisogno aziendale di ridurre i costi di produzione e lottare contro la concorrenza). Tuttavia il capitalismo, come il classico cane che si morde la coda, mettendo in essere un continuo aumento della riserva di forza-lavoro eccedente (disoccupata) e una correlata precarietà lavorativa e retributiva, e quindi diffondendo una miseria crescente fra la popolazione, funge da fattore di depressione della domanda totale di beni e servizi. Il calo della domanda produce poi un eccesso di offerta, una sovrapproduzione, e quindi l’impossibilità di monetizzare il plus-valore incorporato nelle merci. Un circolo vizioso ricorsivo, una coazione a ripetere si direbbe in psicoanalisi. La storica tendenza a investire nei paesi sottosviluppati, dove minore è la percentuale di capitale costante presente nella composizione organica del capitale, per ottenere dei sopraprofitti, è solo una temporanea panacea alla tara congenita della caduta del saggio di profitto. Il capitalismo, nelle sue articolazioni nazionali e di area, si muove in una meccanica egoistica/particolaristica di scaricamento del peso della crisi sugli altri giocatori (quindi sulle altre nazioni o sulle altre aree economiche). Torniamo alle riflessioni contenute nella premessa, se vogliamo sintetizzare lo spettacolo a cui stiamo assistendo, possiamo usare la bella immagine di un testo della corrente degli anni 50: una ‘Big Dance’ fra mostruosi apparati di potenza militare-industriale, in una gara spietata di parassitismo.  

E allora proviamo a ipotizzare come si configureranno, al di sotto delle mistificazioni e della propaganda di parte, i possibili scenari di sviluppo del confronto/scontro fra gli attuali blocchi imperiali concorrenti. Sosteniamo da tempo che una guerra ‘totale’, all’ultimo sangue, fra gli attuali Moloch statali è improbabile; non impossibile, ma improbabile, a causa del semplice motivo dell’esistenza di migliaia di ordigni nucleari in dotazione alle forze militari delle due più agguerrite borghesie capitalistiche. Chiamiamolo equilibrio del terrore, deterrenza nucleare, paura dell’apocalisse, resta il dato di fatto che dal dopoguerra ad oggi le due superpotenze non hanno mai messo mano alla pistola nucleare. Certo, lo sappiamo, non hanno neppure mai smesso di duellare più o meno indirettamente, in molti teatri di conflitto, in una gara spietata di parassitismo (come è normale che accada tra fratelli coltelli borghesi). Le guerre capitalistiche assolvono alla doppia funzione (economico-politica) di distruzione del capitale costante e della forza-lavoro in eccesso (distruzione rigeneratrice del ciclo di valorizzazione), e alla ridefinizione dei rapporti di forza e di dominazione geo-politica, fra i vari apparati di potenza statale delle borghesie nazionali e dei blocchi imperiali.

Le attuali soglie di frattura dello scontro interimperialistico sono almeno quattro: Siria, Ucraina, Yemen, e mare cinese (quest’ultima è una soglia per ora solo politico-diplomatica).

Il punto di scontro più caldo è ovviamente la Siria, dove entrambi i colossi statali capitalistici si giocano una grossa posta di potere (soprattutto in termini di immagine, e poi in via secondaria di petrolio e di controllo delle sue vie di trasferimento e commercializzazione). Il potere è anche l’immagine che viene trasmessa, attraverso un simbolo, alla percezione/visione dei soggetti subordinati, degli alleati (attuali o potenziali), dei nemici e rivali. In Siria questo simbolo è rappresentato dai sistemi antimissile russi SS 300 e SS 400, dalla flotta navale russa basata sulla portaerei-incrociatore lanciamissili ‘Admiral Kutnezov’, e sulle basi aeree (permanenti) dislocate in territorio siriano.

Mentre le minacce di alcuni settori politico-militari USA prefiguravano l’imposizione di una ‘no fly zone’ sui cieli della Siria, o addirittura il bombardamento dell’esercito siriano (ovviamente per motivi umanitari) con attacchi aerei o con missili a lunga gittata, è stata la Russia a realizzare di fatto una ‘no fly zone’ per gli aerei e i missili NATO/USA.

‘Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.’

Un attacco missilistico o aereo USA-NATO si trasformerebbe, allo stato delle cose, in una catastrofe sia sul piano militare che sul piano simbolico. I media di regime hanno propagandato in occidente, per vari decenni, la favola dell’arretratezza tecnologica del complesso militare-industriale russo, e cosa ancora più significativa, una buona parte delle élite di potere ha pure creduto che questa favola fosse una realtà. Il risveglio, in questi casi, può essere molto amaro. Allegramente, una certa informazione, continuava a raccontare la favola della disparità di investimenti annui nel campo militare fra Russia e USA, mentre fonti attendibili ‘occidentali’, oggi riconoscono che molto semplicemente la Russia aveva messo fuori dal budget federale pubblico buona parte delle spese militari, favorendo la credenza che non fosse capace di realizzare un serio rafforzamento delle sue forze armate. ‘Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.’

Mentre una parte dell’ingranamento di potere occidentale si attendeva il crollo della Russia, questa rafforzava (senza troppa pubblicità) la sua macchina letale da guerra.

Abbiamo detto della Siria, proviamo ora a dare qualche dato sull’evoluzione dell’armamento missilistico russo (offensivo e difensivo). Abbiamo già parlato del nuovo missile intercontinentale, dall’evocativo nome ufficioso di ‘Sarmat’. Un missile in grado di essere lanciato in un tempo minimo, dal volo a geometria variabile, non intercettabile da nessuno scudo antimissile esistente. Uno solo di questi missili, con il suo carico di testate nucleari, è in grado di devastare un area grande quanto il Texas o la Francia. Il nome ‘Sarmat’ è una beffa e un monito per i nemici, infatti i Sarmati, una popolazione indoeuropea stanziata nel sud della Russia, furono in grado di penetrare le mura difensive di varie città ai tempi dell’impero persiano, proprio come sembrerebbe in grado di fare l’omonimo missile intercontinentale russo (con le città dell’impero americano).

Veniamo ora alla sorpresa finale, per contrastare il Prompt Global Strike Americano, un sistema in grado di colpire in meno di un ora qualsiasi obiettivo in ogni parte del mondo, le Voyska Vozdushno-Kosmicheskoy Oborony ( Forze di Difesa Aerospaziali russe) stanno sviluppando una nuova generazione di sistemi superficie-aria, in modo particolare il missile S-500 “Samoderzhets”, Questo sistema missilistico ha un tempo di risposta di 3-4 secondi, e ha la possibilità di rilevare e attaccare nello stesso tempo fino a 10 testate di missili balistici a 600 km di distanza. Inoltre “Samoderzhets”, che in italiano significa autòcrate, è in grado di rilevare un missile balistico fino a 2000 km di distanza. Questo sistema difensivo è anche in grado di rilevare e colpire gli aerei invisibili (stealth).

Considerando il lungo raggio d’azione del sistema e le caratteristiche da guerra elettronica, “Samoderzhets”, è definibile come un mezzo di difesa eccezionale, unico e senza confronto nell’attuale panorama mondiale. Autòcrate, anche in questo caso il nome è il risultato di un misto di ironia e di sfida verso il rivale imperiale. L’autocrate è colui che governa senza altrui interferenze, in forza del proprio autonomo potere, e tali infatti erano gli Zar, e tale è il “Samoderzhets”, in grado di sigillare lo spazio aereo russo, rendendolo autonomo dall’interferenza esterna dei potenziali attacchi aereo-missilistici rivali.

Mentre l’America e i suoi vassalli si dissanguavano in conflitti inutili, spendendo migliaia di miliardi di dollari in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Ucraina, la Federazione Russa sviluppava sistemi missilistici offensivi e difensivi che hanno reso tecnicamente obsoleti i sistemi ‘occidentali’, probabilmente di almeno quattro generazioni. Adesso, chiunque vincerà le elezioni presidenziali in America, non potrà cambiare questo crudo rapporto di forza militare. Il declino americano è iniziato (Ruina Imperii), esso si manifesta sia sul piano finanziario-valutario che sul piano militare, e non ci sono facili guerre di distruzione contro l’avversario imperiale russo che possano impedirlo; vediamo cosa potrebbe significare, invece, dal punto di vista della ripresa del conflitto sociale proletario, in America, innanzitutto, una tale prospettiva di declino del capitalismo USA.

 

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