Coscienza individuale e coscienza sociale: Sabato 17 dicembre 2016, riunione pubblica nella sede di Schio, Via Porta di Sotto 43, ore 17 ore 20. La sinistra comunista internazionale

Coscienza individuale e coscienza sociale: Sabato 17 dicembre 2016, riunione pubblica nella sede di Schio, Via Porta di Sotto 43, ore 17 ore 20. La sinistra comunista internazionale

La “scoperta” della connettività’ funzionale fra neuroni, il continuo scambio di informazioni fra le diverse aree cerebrali, lo studio e l’osservazione attraverso tecniche di immagini, la risonanza magnetica funzionale, ha portato alla definizione di mappe e topografie del cervello che ancora di più ha verificato l’organizzazione di questi collegamenti che sono dinamici,cioè cambiano istante per istante a velocità impressionante per collegare più gruppi neuronali necessari per un certo compito (motorio, emozionale, di memorizzazione ecc..). D’altronde il metodo del materialismo storico-dialettico postula una realtà costituita da relazioni fra fatti, quindi connessione, interdipendenza, reazione e controreazione. Sosteniamo, sulla scorta del metodo dialettico, che l’attività cerebrale dell’uomo è determinata dall’economia e dai rapporti di produzione, caratteristici di ogni era biologica e sociale nella millenaria vita associata dell’umanità. Come demarcare dunque la coscienza sociale da quella individuale?

L’individuo stesso e la sua coscienza singola, d’altronde, così come li conosciamo nel nostro presente, non sono forse un costrutto storico-sociale determinato e transitorio?

Nei manoscritti economico-filosofici Marx analizza le peculiarità di una soggettività alienata, scissa dal proprio essere autentico, tipica del capitalismo, e quindi, in tal modo problematizza la stessa nozione di individuo portatore di libera volontà e coscienza.

‘L’operaio diventa una merce tanto più a buon mercato quanto più crea delle merci. Con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini. Il lavoro non produce soltanto merci; esso produce se stesso e il lavoratore come una merce, precisamente nella proporzione in cui esso produce merci in genere.

Questo fatto non esprime nient’altro che questo: che l’oggetto, prodotto dal lavoro, prodotto suo, sorge di fronte al lavoro come un ente estraneo, come una potenza indipendente dal producente. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, che si è fatto oggettivo: è l’ oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare, nella condizione descritta dall’economia politica, come annullamento dell’operaio, e l’oggettivazione appare come perdita e schiavitù dell’oggetto, e l’appropriazione come alienazione, come espropriazione… il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. A casa sua egli è quando non lavora e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni a esso….L’animale forma cose solo secondo la misura e il bisogno della specie cui appartiene, mentre l’uomo sa produrre secondo la misura di ogni specie e dappertutto sa conferire all’oggetto la misura inerente; quindi l’uomo forma anche secondo le leggi della bellezza.

Proprio soltanto nella lavorazione del mondo oggettivo l’uomo si realizza quindi come un ente generico. Questa produzione è la sua attiva vita generica. Per essa la natura si palesa opera sua, dell’uomo, e sua realtà. L’oggetto del lavoro è quindi l’oggettivazione della vita generica dell’uomo; poiché egli si sdoppia non solo intellettualmente, come nella coscienza, bensì attivamente, realmente, e vede quindi se stesso in un mondo fatto da lui. Allorché, dunque, il lavoro alienato sottrae all’uomo l’oggetto della sua produzione, è la sua vita generica che gli sottrae, la sua reale oggettività di specie, e così trasforma il suo vantaggio sull’animale nello svantaggio della sottrazione del suo corpo inorganico, della natura…

Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, mi sta di fronte come una potenza straniera, a chi esso appartiene allora?…L’ente estraneo, al quale appartiene il lavoro e il prodotto del lavoro, al servizio del quale sta il lavoro e per il godimento del quale sta il prodotto del lavoro, può esser soltanto l’uomo stesso….Dunque, nel lavoro alienato, espropriato, l’operaio produce il rapporto che a questo lavoro ha un uomo estraneo e che sta fuori di esso. Il rapporto dell’operaio col lavoro genera il rapporto del capitalista – o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro – col medesimo lavoro. La proprietà privata è dunque il prodotto, il risultato, la necessaria conseguenza del lavoro espropriato, del rapporto estrinseco dell’operaio alla natura e a se stesso’.

K. Marx, Manoscritti economico filosofici

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