Da ‘Dialogato coi morti’: (‘il consumo è il mezzo, la produzione il fine’)

Nota redazionale: Partiamo da una osservazione preliminare; in vari ambiti culturali ‘critici’ nei confronti dell’attuale modello di organizzazione sociale ed economico, si usa il termine ‘civiltà della tecnica’ per definire un modello di vita basato sul culto prioritario dei risultati pratici immediati, a tutto discapito delle altre dimensioni dell’essere umano. Non vorremmo aprire una lunga disamina sui contenuti delle varie correnti culturali che, pur partendo da orientamenti politici e filosofici diversi, convergono verso una critica comune dell’orizzonte tecnicistico della società moderna. Il problema che a nostro avviso va sottolineato (da un ottica marxista) è non tanto la diffusione della tecnica, ma la inversione del rapporto fra fini e mezzi, messo in atto dall’attuale impiego capitalistico della tecnica, procedente (d’altronde) di pari passo con tutte le altre forme di inversione del regolare rapporto fini mezzi messo in opera da questa società divisa in classi di sfruttati e sfruttatori.

In un contesto sociale di condivisione la tecnica rappresenta solo una sinergia di pensiero, azione e strumenti, messa in atto per realizzare uno scopo specifico. Tuttavia lo scopo, al di là degli aspetti particolari, è comunque coerente con i bisogni umani della comunità. Lo scopo della sinergia di pensiero, azione e strumenti miranti a produrre dei beni d’uso per la comunità, non è la sinergia stessa (che dunque è solo un mezzo), ma la continuità/sopravvivenza della comunità.

Il modo di produzione capitalistico ha sovvertito la regolare gerarchia fra fini e mezzi, innanzitutto nella sfera vitale della produzione economica dei beni e dei servizi necessari alla vita. In questo ambito la produzione viene finalizzata alla produzione stessa, cioè all’incremento (attraverso l’appropriazione di plus-lavoro/plus-valore) del capitale costante aziendale (il capitale morto che si nutre del lavoro vivo). Lo scopo delle attività economico-aziendali viene racchiuso nei risultati aziendali (profitti) che consentono alle aziende x, y, z di sopravvivere nel mercato concorrenziale, riducendo al minimo il capitolo dei costi annui (materie prime, lavoro, energia…). L’attività economica non è più un mezzo per produrre beni e servizi per l’umanità, ma è diventata un mezzo per accrescere (innanzitutto) le quote dei dividendi annui degli azionisti delle mastodontiche, moderne, S.P.A .Inoltre il capitale monetario valorizza se stesso, attraverso gli investimenti in titoli del debito pubblico, impiegando il ‘suo’ apparato statale per prelevare (principalmente) dai redditi delle fasce popolari (con il mezzo tributario) un congruo interesse.   

Essendo finalizzata a questo scopo pervertito, l’attività economica capitalistica è dunque una vera e propria tecnica di dominazione al servizio del regime (anti) sociale borghese. In questo senso specifico possono trovare una ragione concreta i molti lamenti sulla moderna civiltà della tecnica, e dunque la condanna della disumanizzazione collegata al suo apparire.

Il testo del 1956 analizza gli stretti legami esistenti fra le due principali economie capitalistiche esistenti, svelandone la sostanziale omogeneità di fondo:nei due campi lo scopo è lo stesso: costruire capitalismo industriale, accelerare l’accumulazione, aumentare il volume della produzione; e la via che si segue all’est, come ad ogni passo dicevamo nel Dialogato, è la stessa di quella seguita all’ovest con anticipo di quasi un secolo.

Quindi i russi sono arrivati alla stessa formula: gettare in vendita merci più allettanti per il compratore, indurre a più alto livello di consumo, perché anche lì vige la formula borghese: il consumo è il mezzo, la produzione il fine”.

 

 

 

Altro vano feticcio: la tecnica
Vorremmo domandarci in quale migliore situazione, in tale polemica sopra i monti e i mari, si troveranno quelli del XX congresso, tutti ravvolti nella loro goffa ideologia, di confronto, di concorso, di gara emulativa, di ineffabile decisione persuasiva e di preferenza tra il modo capitalista e quello «socialista» di organizzare la produzione, che paese per paese saranno prescelti dopo compulsati i cattedratici e le facoltà universitarie, sentiti gli esperti, mobilitati i tecnici a forza di corsi accelerati, missioni all’estero e simili. Dopo essersi posti su questo terreno pietoso, è risibile misurare tra i discorsini degli ometti di Mosca il balordo complesso d’inferiorità rispetto ai disinvolti sbronzati cafoni di oltre Atlantico.

A sentire Mikoyan, appo i Russi nulla funziona: scienziati, università, laboratori, istituti di ricerca, servizi statistici. Tutto è da rifare e da ricominciare in affannosa gara con le meraviglie d’America. Questo stato d’animo disfattista fa il paio colla stupefazione con cui il pubblico italiano si va esaltando per il trapianto sgangherato, sugli schermi televisivi, dei giochi americani su premi in dollari alla cultura del pubblico imbonito.

Stalin aveva in tal materia scritto cose scandalose, sempre sulla base della sua dottrina del massimo profitto, sostenendo che il capitalismo tendeva a diventare non solo più improduttivo nella massa ma anche nella qualità, e a ripristinare le forme schiaviste del lavoro delle prime aziende a salario, se ciò (e non vedeva l’assurdo dell’ipotesi economica) gli avesse dato maggiori «profitti». Aveva scritto questo:
«
Il capitalismo è per la nuova tecnica quando questa gli promette i maggiori profitti. Il capitalismo è contro la nuova tecnica e per il passaggio al lavoro a mano (?!) quando la nuova tecnica non gli promette (o permette?) i maggiori profitti».
Allora verrebbe «l’arresto tecnico del capitalismo». Questa banale concezione del capitalismo personificato che fa i suoi calcoli e di sua volontà deforma le leggi economiche non è piaciuta più, non perché si ponesse il marxismo sotto i piedi, ma perché lascia senza argomenti davanti alla elefantiasi meccanica e macchinista, ai fastigi dell’«automation» americana, e al lancio incessante al mercato del mondo di manufatti sempre più raffinati di tecnici lenocinii.

Tutti gli oratori hanno quindi invocato che i metodi di preparazione e perfezionamento tecnico dell’occidente siano in ogni campo presi a modello ed imitati, perché sono in ogni caso l’optimum, e non è permesso nemmeno pensare che in qualche settore, per motivi di classe o per effetto di leggi economiche, non si debba imparare da essi. Dunque nella impostata gara emulativa tra Russia ed America questa avrebbe in partenza già vinto, e solo seguendola si può far bene.

Ma questo è vero, non perché era aberrazione di Stalin disistimare la tecnica capitalista soggiogata dal profitto, ma perché nei due campi lo scopo è lo stesso: costruire capitalismo industriale, accelerare l’accumulazione, aumentare il volume della produzione; e la via che si segue all’est, come ad ogni passo dicevamo nel Dialogato, è la stessa di quella seguita all’ovest con anticipo di quasi un secolo.

Quindi i russi sono arrivati alla stessa formula: gettare in vendita merci più allettanti per il compratore, indurre a più alto livello di consumo, perché anche lì vige la formula borghese: il consumo è il mezzo, la produzione il fine.

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