Giornate capitalistiche: L’illusione democratica della rete

Leggiamo con affetto delle inedite righe temerarie disperse nel mare magno della rete. Stavolta si tratta di nuove arditezze (almeno rispetto ad una visione sobriamente marxista), scritte proprio riguardo al significato della rete, in quanto, udite, udite, novello cervello sociale. Riportiamo un passaggio a nostro avviso illuminante sull’intelligenza diffusa in rete, tratto da queste righe temerarie, riassumendolo così:”Una concezione errata della guerra è sempre accompagnata da una concezione sbagliata del conflitto di classe e del ruolo del partito in questo conflitto. Il partito del futuro non potrà ignorare il sistema (la rete) di comunicazione che fa il giro del mondo, ormai esistente come un cervello sociale”.

Tralasciamo le oscure considerazioni sulla concezione della guerra e sul ruolo del partito, che ben poco si collegano alle successive parole sulla rete.

Il fondamentale vizio del concettualismo astratto, della proposizione apodittica, della formuletta che riduce la foresta in un pacchetto di stuzzicadenti, è presente anche nella idea della rete come cervello sociale. Diversamente da coloro che sostengono che il mezzo di comunicazione è il messaggio, noi pensiamo che l’intreccio di saperi e di messaggi che caratterizzano il cervello sociale siano una realtà un tantino più complessa dei mezzi di comunicazione che ne consentono la circolazione. Purtroppo la sopravvalutazione del mezzo informatico si spiega, anche in questo caso, con il rifiuto di comprendere la natura dialettica dei fenomeni, a favore di una ‘reductio ad unum’ idealistica del reale. Si astrae una parte (attuale o potenziale del fenomeno), la si ipostatizza come dato principale fisso, e ci si chiude ad ogni confronto con i fatti (proposizione apodittica). Tuttavia, avendo alla base un procedimento argomentativo essenzialmente autoritario, fondato sulla astrazione-distorsione dei fatti, il pensiero apodittico è anche nichilista, in quanto riduce a nulla la concretezza dell’essere reale.

Dovendo forzare e violentare la reale complessità dei fatti, questo nichilismo sfocia in una serie di  argumentum ad absurdum, come quello della rete di comunicazione che fa il giro del mondo, ormai esistente come un cervello sociale”.

Dal punto di vista della capacità di condizionamento dell’altrui credulità, coloro che vogliono far passare come vera una sequenza di assurdità, devono possedere almeno degli stratagemmi persuasivi adeguati: in questo caso l’effetto è ottenuto (principalmente) attraverso la riproposizione ipnotica delle stesse idee, indifferenti alle contro-verifiche della storia e della cronaca. Nel caso della rete presentata inopinatamente come cervello sociale, si fa astrazione dalla molteplicità di mezzi e di modi che consentono la circolazione e formazione del pensiero sociale nella nostra società divisa in classi. Inoltre si considera illusoriamente democratico, cioè alla portata di tutta la ‘gente’, un mezzo di comunicazione prodotto all’interno di una società divisa in classi. Torniamo ora al concetto di spontaneità di massa, o meglio di auto-produzione del fenomeno rete.

La Luxemburg, 100 anni fa, sosteneva l’idea di un partito come punto attrattore di una rete di energie di lotta. Un punto aggregante, posto in essere di volta in volta dall’onda della teoria-prassi dei movimenti spontanei di lotta. Riduciamo in formule, è chiaro, un tema che meriterebbe ben altra trattazione. Suggeriamo, tuttavia, di notare eventuali somiglianze con l’idea per cui ”Il partito del futuro non potrà ignorare il sistema (la rete) di comunicazione che fa il giro del mondo, ormai esistente come un cervello sociale”.

Dunque un sistema reticolare di comunicazione, spontaneo, di massa. Dunque un inedito cervello sociale. Ma al di là del realismo di tale concezione, cioè della sua verificabilità pratica, diciamo solo che chi comunica in rete comunica sulla base di idee che si è formato spesso fuori dalla rete, cioè sulla base dell’esperienza pratica sociale, dei condizionamenti dati dalla classe sociale, dalla famiglia, dalla scuola, dall’ambiente di lavoro e anche da altro (a meno di non voler sostenere la preponderanza univoca dell’elemento mediatico informatico nella formazione della coscienza dell’uomo moderno). Dunque, al di là di tutto, in queste poche righe (che abbiamo tentato modestamente di criticare), emerge una concezione del partito del futuro alla rincorsa dei moderni mezzi di comunicazione, e questo potrebbe starci (con il dovuto discernimento), mentre più problematica appare la definizione della rete come cervello sociale.

Il partito, leggiamo da queste righe temerarie, dovrà essere dentro e sotto la rete, la quale da semplice mezzo di comunicazione diventerà infine il cervello sociale del presente e del futuro. Normalmente siamo abituati a pensare che uno dei nostri compiti politici sia l’attività di propaganda e proselitismo (forse le righe di cui parliamo si riferiscono a questo quando parlano di utilizzo del canale di comunicazione informatico, ma bisogna considerare che nella rete passa di tutto, e spesso i contenuti spazzatura oscurano quelli più interessanti politicamente, e in ogni caso gli apparati polizieschi dello stato sorvegliano e controllano la rete, è il loro mestiere, e ancora possono semplicemente inibire certi contenuti o addirittura la stessa possibilità di accesso). Inoltre, se le idee dominanti sono quelle della classe dominante, allora perché le idee prevalenti che circolano nella mitica rete dovrebbero fare eccezione alla regola?

E’ avvilente doverlo ripetere, ma si ha l’impressione che queste righe temerarie riflettano l’illusione della rete come democrazia dal basso, illusione coltivata in vari ambiti politici. Anche noi usiamo la rete, abbiamo un sito, cerchiamo di aumentare il nostro raggio di lettori, tuttavia sappiamo che questa attività di propaganda e analisi finalizzata alla lotta teorica, e al rafforzamento della nostra militanza attiva, incide molto secondariamente sulla ripresa del ciclo di lotte anti-capitalistiche. Sono le contraddizioni del capitalismo, la miseria crescente, l’aumento dell’oppressione materiale e spirituale, l’aumento dell’alienazione, a fornire benzina al fuoco del conflitto sociale. Ed è principalmente il conflitto sociale a determinare una rete di saperi e di canali di comunicazione, è esso che fornisce neuroni al cervello sociale (consentendogli di riconnettersi  al conflitto sociale del 1800 e alla sua dottrina, quel conflitto che ha fornito l’impulso materiale alla formalizzazione-elaborazione della teoria marxista invariante).

 

Postilla (Evviva i teppisti della lotta di classe)

Sosteniamo che la rete del cervello sociale è l’azione di massa, la vita reale del conflitto di classe, la memoria di questo conflitto sedimentatasi  come un archetipo luminoso, solare, nella psicologia sociale. Un articolo del 1962 ci conforta in tale visione:   ”bastò ad ispirarli, questo sì – e bisogna gridarlo alto e con fierezza – la tradizione accumulata in più di un secolo di lotta non codarda, di predicazione non vile, di battaglia politica, ideologica e organizzativa a viso aperto, che ha come punto di partenza il Manifesto e faro più vicino ma non ultimo l’Ottobre Rosso. Se questa tradizione viva nella memoria subconscia non degli individui ma della classe, e richiamata alla coscienza dalla lotta aperta e dalla sofferenza…”

EVVIVA I TEPPISTI DELLA GUERRA DI CLASSE!

Abbasso gli adoratori dell’ordine costituito!

Non è mai avvenuto, nella storia del movimento operaio, nemmeno nei periodi di più vile opportunismo di partiti e sindacati, che gli operai che insorgono contro le sopraffazioni del capitale e dei suoi lacchè, e che, ricorrendo all’arma dello sciopero, non dimenticano che questo è appunto un’arma, un’arma di guerra sociale, fossero bollati come “teppisti” e come “provocatori” da quelli che sconciamente pretendono di rappresentarli.

I peggiori riformisti potevano deplorare gli “eccessi” ai quali, secondo loro, gli scioperanti si abbandonavano; ma era prassi corrente, alla quale essi stessi si inchinavano, che lo sciopero fosse non già l’innocua manifestazione aziendale, simile a una festa di parrocchia, alla quale oggi lo si vorrebbe ridurre, ma una franca e decisa battaglia dilagante dalle fabbriche nelle vie e nelle piazze, mentre per i comunisti che portavano questo nome non per forza di inerzia storica ma per milizia vissuta, il dilagare dello sciopero dai limiti aziendali e il suo scontrarsi come episodio della guerra di classe nelle forze dell’ordine non solo erano scontato, ma salutato con entusiasmo come un fatto sociale fecondo, perché spezzava le barriere delle convenzioni e delle gerarchie stabilite e poneva anche la più modesta battaglia rivendicativa al centro di un più vasto gioco di azioni e reazioni sociali, in cui non una singola categoria operaia ma l’insieMe dei proletari erano inevitabilmente travolti e recitavano, volenti o nolenti, il ruolo di protagonisti, scrollando dal sonno i dormienti, abbattendo i confini fra settore e settore, opponendo in forma netta e irrevocabile classe contro classe.

Era il risveglio della “santa canaglia”, e canaglia era un titolo onorifico, così come oggi teppismo è un titolo di disprezzo; e i combattenti oscuri di queste battaglie aperte erano esaltati e contrapposti al marciume dei crumiri e dei “lavoratori in colletto duro”, così come oggi si pretenderebbe che i proletari fossero tutti in colletto duro, crumiri anche quando scioperano, per distinguersi dalla “teppa” dei veri, autentici scioperanti.

Torino proletaria, che i partiti del più sconcio tradimento si sono precipitati a battezzare “teppista” con un servilismo di fronte al quale i vecchi arnesi del riformismo diventano rispettabili, ha fatto né più né meno quello che una tradizione non imbelle insegnava: ridestatasi dal lungo sonno del paternalismo vallettiano e del costituzionalismo e legalitarismo sindacale e politico dei partiti della convivenza pacifica, della democrazia, e imboccata la via dello sciopero, essa è balzata d’un salto – come gia negli episodi della Lancia e della Michelin – al disopra di un trentennio di pacifismo sociale, ha ridato sangue e vita al motto marxista che lo sciopero è la “scuola di guerra” del proletariato, non una festa patronale o una celebrazione patriottica.

Violenza? Certo: non era stata violenza la firma, da parte di due sconce organizzazioni cosiddette operaie, di un contratto separato forcaiolo? Non è e non continua ad essere violenza lo sfruttamento al quale sono sottoposte le masse che affluiscono nel grande centro industriale dalle campagne e dal Sud, tallonate da una miseria che lo stamburamento degli “aiuti alle aree depresse” e de1le Casse del Mezzogiorno rende ancora più amara, per un salario miserabile e duramente sudato da consumare nelle bidonvilles del neo-capitalismo, fra il disprezzo venato di razzismo dei borghesi locali (torinesi o milanesi) “evoluti” e degli incipriati figli di papà?

E’ vano il tentativo, nel quale la stampa e i partiti della costellazione democratica si lanciano concordi, di separare come due fatti diversi e contrastanti lo sciopero della Fiat e gli “incidenti” di Piazza Statuto: il primo sedicentemente pacifico, rispettoso della legalità, in frac e sparato bianco, manifestazione di “coscienza democratica” e di rispetto della legge: il secondo sconciamente piazzaiolo (secondo la versione ufficiale proclamata da tutti) e teppista. I proletari torinesi – è il loro vanto – si sono mossi dal primo fino all’ultimo momento su un terreno di guerra di classe, davanti alla fabbrica e fuori: lungi dal mendicare il riconoscimento del “diritto di sciopero”, se lo sono preso,questo diritto, con la forza, e lo hanno affermato come dovere! I cronisti, arrivati buoni ultimi e d’altronde consapevoli delle 1eggi del mestiere, si sono sbizzarriti a dipingere i fatti di piazza Statuto: nessuno ha descritto l’atmosfera di tempesta davanti ai cancelli della Fiat; nessuno ha parlato degli operai di altre fabbriche che accorrevano per una solidarietà istintiva non solo ad aiutare i fratelli finalmente in lotta, non solo a rincuorarli, ma a premere perché entrassero in lotta e poi non mollassero, né dello schieramento dei proletari decisi a picchettare gli stabilimenti gettando intorno ad essi una rete di corpi umani attraverso la quale nessun “colletto duro” potesse filtrare; nessuno ha fotografato l’immagine in carne ed ossa della divisione della società in classi inconciliabili nei viali alberati del paradiso neo-capitalistico di Valletta, una marea di proletari coi pugni serrati da una parte, le forze d’ordine e i pompieri sindacali, gli uni e le altre impotenti, dall’altra.

Non c’era il “dialogo”, non c’era la “pacifica discussione di problemi di categoria”, c’era battaglia, muta ed imperiosa. Non c’era divisione fra proletari “interessati alla vertenza” ed “estranei”: erano proletari senza etichetta di dipendenza da nessun padrone, con la sola e gLoriosa qualifica di sfruttati in lotta aperta contro gli sfruttatori. Per la morale e la convenzione borghese erano, certo, dei teppisti: chi si rifiuta di subìre servilmente i soprusi di una società che è una provocazione continua è, per definizione, il rappresentante della feccia. Per noi, alla Mirafiori o alla Lingotto come a Piazza Statuto, erano la santa canaglia. Sorprese, disorientate, le forze dell’ordine si affidavano ai buoni uffici dei pompieri e dei conciliatori, quelli che per somma ironia si chiamano gli “attivisti” del PCI, del PSI, della CGIL, della CISL: sembrava loro che tutto dovesse finire lì, sul posto e in una rapida sfuriata, certo deplorevole ma inevitabile e forse salutare, come un febbrone che prelude al ritorno della normalità fisica e psichica.

Non fu così. La furia dilagò nelle strade e nelle piazze e, com’era nella sua logica di fatto sociale creativo, trascinò con sé i proletari di tutte le categorie, gli sfruttati di tutte le denominazioni, gli schiavi del miracolo economico, i beffati e gli irrisi della convivenza pacifica. Per un’inconsapevole ironia, essi si concentrarono in Piazza dello Statuto: certo involontariamente, scelsero a teatro della loro collera un “campo di battaglia” intitolato alla prima costituzione borghese italiana madre della più recente, quella che essi avrebbero dovuto e dovrebbero rispettare con affetto filiale, secondo le direttive della CGIL, con “unità e disciplina democratica” (comunicato della Camera confederale del 7 luglio, dopo gli avvenimenti). E qui, a sentire la stampa borghese, sarebbe avvenuto qualcosa come 1’apocalissi, il giorno del giudizio, il diluvio universale.

Santa ipocrisia borghese! I popolani delle Cinque Giornate milanesi sradicarono ben altro che cubetti di porfido e gli equivalenti di allora dei paletti segnaletici di oggi, infransero ben altro che vetri e cristalli, usarono ben altro che temperini o bastoni; fecero le barricate: per l’ideologia corrente, trattandosi di una battaglia risoltasi a favore della nazione e della nascente borghesia italiana, furono degli eroi. I proletari torinesi che si battevano contro il nemico nazionale di classe sono dei teppisti; essi che – troppo miti, troppo generosi – non tentarono nemmeno di erigere una barricata. Nel ’48 nazionale e borghese la “teppa” è salutata, blandita e coccolata, fin che fa comodo e salvo le successive repressioni: nel ’62 proletario diviene, logicamente, il mostro che leva la sua testa immonda!

E giù fiumi di retorica scandalizzata. “I più non erano metallurgici”: come se i proletari non metallurgici non soffrissero sotto lo stesso giogo degli altri! “La manifestazione doveva essere semplicemente sindacale”: come se esistesse lotta sindacale che non fosse lotta politica! “C’erano in mezzo dei pregiudicati”: come se l’enorme maggioranza degli sfruttati non avesse conosciuto la giustizia almeno per… un furto di gallina, e come se l’enorme maggioranza degli agghindati osservatori borghesi avesse la fedina pulita o almeno (poiché la fedina è elastica come la giustizia di classe) la coscienza netta! “Erano giovani”: come se non toccasse appunto ai giovani di dare ai vecchi le braccia muscolose e il cuore intatto, ch’essi più non hanno! Sotto sotto, corre pure una vena sprezzante di razzismo nuovo modello: “i soliti terroni”; figurarsi, non sanno nemmeno fare la loro firma e al processo è tanto se mostrano di sapere il loro nome e luogo di nascita, come chi dicesse “i soliti negri”, che poi nella stampa “d’alto livello” diventano gli incolti, gli ineducati, quelli che non hanno avuto la fortuna di andare a scuola, i non ancora castrati dalla cultura ufficiale e dal galateo, gli uomini dalla fronte bassa e dal coltello a serramanico.

Dopo la retorica, i processi per direttissima e le condanne di proletari che non solo i cosiddetti rappresentanti operai non hanno difeso, ma hanno ignobilmente sconfessato.

Erano, ecco tutto, dei proletari autentici, dei senza riserve. Chi li aveva “organizzati”? Si erano organizzati da sé. La “coscienza borghese” non potrà ammettere mai che gli incolti, i diseredati, gli straccioni, sappiano difendersi e sappiano attaccare con una loro strategia istintiva, fatta di una solidarietà che lo stesso sistema di produzione borghese, contro voglia e contro ogni suo desiderio, crea e cementa in loro: non possono accettare l’idea che come per un improvviso fenomeno di liberazione di una forza compressa che trova la sua strada per erompere, quel fenomeno sul quale i grandi militanti rivoluzionari – i Lenin, i Trotskij, la Luxemburg – costruirono non soltanto gigantesche teorie; quell’ “assalto al cielo” che Marx esaltò e che è la grande forza della storia e, che è la stessa cosa, della rivoluzione. I proletari scoprano dentro di sé quelle risorse incorrotte di combattività organizzata, di solidarismo istintivo, di abilità e perfino di astuzia nel dirigersi, che hanno sempre fatto la croce delle classi dirigenti e che sono sempre stata la grande forza, la sola forza, degli oppressi, sotto qualunque regime di classe. Per i borghesi, i proletari possono soltanto muoversi come un gregge: se il loro movimento ubbidisce a una logica, a un metodo, perfino ad una strategia, bisogna che ci sia in mezzo a loro qualcuno, e il “qualcuno” per gli idealisti borghesi può essere soltanto l’organizzatore uscito dalle scuole di partito, il provocatore formatosi all’alta accademia della polizia, magari il gesuita travestito. Chi aveva “organizzato”, per restare negli esempi della storia borghese, i popolani e le popolane del 14 luglio francese? Chi – per passare agli esempi nostri – aveva organizzato i proletari del quartiere di Vyborg o di Cronstadt nel 1905 e nel febbraio 1917? O la gloriosa canaglia della Comune parigina o berlinese?

Nessuno li aveva organizzati: appunto perciò si erano organizzati da sé. Nessuno era disposto a proteggerli: perciò si difesero. Nessuno ordinava loro di attaccare: ordinarono a se stessi di farlo. C’erano, al contrario, Coloro che, come si vanta la famosa “federazione giovanile torinese del PSI)) descritta come… estremista, “tentavano di porre ordine invitando alla calma” mentre la polizia caricava: li picchiarono, come sempre, in un secolo e più di battaglie di classe, si sono trattati i cani da guardia del padrone.

Non erano soltanto metallurgici: certo, tutti i proletari avevano capito che in quei giorni si giocava il comune destino di ogni sfruttato. Non erano sempre in regola con la giustizia: per definizione, i proletari non sono mai in regola con la giustizia, se non si lasciano pecorescamente sfruttare. Erano straccioni: certo, li avete resi straccioni voi. Erano incolti: è proprio il fatto che non abbiano digerito la vostra cultura da chierichetti e da macellai che li rende la classe levatrice della storia, come rese tali i sanculotti che voi esaltate solo perché vi prepararono, inconsciamente, la tavola imbandita di due secoli di banchetti.

C’era un provocatore, in mezzo a loro? Certo, ma questo provocatore si chiama la società borghese, il capitale e i suoi sgherri, la vendita quotidiana di forza-lavoro, l’estorsione quotidiana di lavoro non pagato, l’inganno della “libertà di lavoro” e della “libertà del cittadino”, la beffa dell’eguaglianza per tutti la menzogna della democrazia e delle riforme, la realtà del miracolo economico che è, per i proletari, sinonimo di lacrime, sudore e sangue. Tutto questo li ha spinti, giovani prima e vecchi lietamente poi, meridionali e piemontesi infine uniti!

Falso che li abbia mobilitati il PCI: esso sogna il pacifico viale che conduce non al socialismo, ma alla più miserabile versione dei capitalismo in termini economici, e della democrazia in termini politici. Sciocca, e peggio, infine l’accusa che li abbia mobilitati Valletta: egli non paga nulla, egli si fa pagare profumatamente l’appoggio al governo di centro-sinistra; intasca, non sborsa. Contro costoro e contro tutto lo schieramento del conformismo democratico, si sono battuti gli operai, e non ci fu neppure bisogno che gli dessero l’imbeccata quei “quattro gatti” che sono i rappresentanti fisici di correnti rivoluzionarie (oggi è venuto di moda tirar fuori ad ogni piè sospinto, secondo come gira, o gli anarco-sindacalisti, o noi internazionalisti, o tutti due insieme mescolati e confusi nella stupefacente ignoranza dei coltissimi e degli intelligentissimi); bastò ad ispirarli, questo sì – e bisogna gridarlo alto e con fierezza – la tradizione accumulata in più di un secolo di lotta non codarda, di predicazione non vile, di battaglia politica, ideologica e organizzativa a viso aperto, che ha come punto di partenza ilManifesto e faro più vicino ma non ultimo l’Ottobre Rosso. Se questa tradizione viva nella memoria subconscia non degli individui ma della classe, e richiamata alla coscienza dalla lotta aperta e dalla sofferenza; se questa tradizione è teppista, è un retaggio da teddy-boy, ebbene, noi siamo pronti a dire con fierezza: viva i teppisti, viva i teddy-boy! Se noi che battiamo quotidianamente sul chiodo di un metodo di lotta che gli operai, nella grandi svolte ritrovano da sé, siamo “provocatori”, ebbene; siamo pronti a gridare: viva i provocatori! Se poi, oggi, questa furia “teppista” possiamo solo esaltarla contro tutti, non dubitate: ci prepariamo a dirigerla!

La collera proletaria si è scatenata a Torino (e si è scatenata in una misura che è solo, pur-troppo, un millesimo di episodi gloriosi del passato, perfino del passato torinese: 1917! 1920!); per tutta risposta, i partiti e le organizzazioni che si dicono operaie hanno gridato, con una precipitazione degna soltanto di lacchè gallonati, allo scandalo. Apriamo le pagine del vecchio Marx nell’Indirizzo 1850 del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti:

“Ben lungi dall’opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione”.

I cosiddetti comunisti e socialisti di oggi non solo non ne hanno preso in mano la direzione (il che era escluso in partenza), ma si sono opposti agli “eccessi” perfino quando erano modesti sfoghi di collera santa – e li hanno sconciamente deplorati: pochi giorni dopo sedevano al tavolo delle trattative con la stessa UIL e con lo stesso padronato contro i quali si era diretta la furia proletaria. Cada sui “deploratori”, sui costituzionalisti, sugli esperti in denunzie alla polizia e alla giustizia, il disprezzo e la maledizione di tutti gli sfruttati.

Da “Il programma comunista” n. 14 del 17 luglio 1962

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