MARXISMO ED AUTORITÀ

Nota redazionale: Presentiamo lo stralcio di un testo pubblicato nel 1956, imperniato sul problema del rapporto fra marxismo e autorità. Quali sono i parametri organizzativi migliori, più efficaci diremmo, per realizzare un adeguato livello di interscambio fra la base e il vertice del partito? Esiste un metodo democratico adeguato a garantire il buon funzionamento di una organizzazione marxista?

Le esperienze storiche hanno insegnato che ‘L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso?’

Sulla base di un bilancio delle esperienze precedenti, certamente non sulla scorta di vuote astrattezze, il testo del 1956 considera dubbia e problematica la soluzione ‘democratica’ (basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa?)

In effetti quello che è saggio seguire, obbedendogli in quanto valido e veritiero, è il contenuto della conoscenza (la dottrina) storicamente invariante nata dall’esperienza della lotta di classe (‘Dottrina: il Centro non ha la facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento”).

La dottrina è racchiusa nei testi classici, e dunque è quella dottrina che fa testo, e non le teste (seppure creative, innovatrici e temerarie dei candidati leader di turno). Quella dottrina-programma rappresenta un continuum che travalica la separazione spazio-temporale fra i morti, i vivi e i non ancora nati: ”Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende”.

L’Unione di materia e pensiero, azione e memoria, e dunque di dottrina e programma invariante è alla base di questa sinergia-sincronia di volontà di lotta disperse nel tempo ( far votare morti e vivi e non ancora nati).

La dialettica è qui intesa come un forza che interconnette vari aspetti del reale, non solo sul piano spaziale ma anche su quello temporale.

Infine: ”Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forza dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici”.

 

 

 

Resoconto della Interfederale di Torino
Terza seduta
MARXISMO ED AUTORITÀ
La funzione del partito di classe ed il potere nello Stato rivoluzionario
(Il Programma Comunista, n. 14, 1956)

 

(…)

28. La classe si cerca altrove

Un anticipo di quest’arduo punto fu la lotta della sinistra nella Internazionale di Mosca contro la proposta di fare entrare il microscopico partito inglese nel Labour Party, pure sostenuta da Lenin, come extrema ratio del calare della onda rivoluzionaria europea verso il tramonto, che per noi era certo fin dal 1920, e tuttavia non consigliava cercare appoggi né dal lato socialdemocratico né da quello sindacalista-anarchico.

Nel testo del Dialogato coi Morti abbiamo usata una potente citazione di Lenin su questo punto: dove riposa l’autorità del movimento della classe operaia? Egli non parlò di numero, né di statistica conta, ma ricordò l’appoggio sulla tradizione e la esperienza delle lotte rivoluzionarie nei più diversi paesi, la utilizzazione delle lezioni di lotte operaie di tempi anche lontani. Il corpo dei lavoratori rivoluzionari di tutti i paesi, cui egli rimandava gli ansiosi di consultazioni, decisorie di difficili problemi, come in quel punto illustrammo, non ha limiti né nel tempo né nello spazio, ma distingue, nella sua base di classe, razze, nazioni, professioni. E mostrammo che non può nemmeno distinguere generazioni: deve coi viventi ascoltare anche i morti, e in un senso che ancora una volta rivendichiamo non mistico né letterario i componenti della società che avrà caratteristiche diverse ed opposte a quelle del capitalismo, che purtroppo, giusta le parole di Lenin, e quelle da lui citate di Marx, stanno ancora stampate nei cuori e nelle carni dei lavoratori attuali.

Questa unità vastissima di spazio e di tempo è dialetticamente concetto opposto al fascio, al blocco immondo di tante vantate collettività, che si coprono del nome di operaie (e peggio mille volte di popolari). Si tratta di unità qualitativa, che raccoglie militanti di formazione uniforme e costante da tutti i lidi e da tutte le epoche; e l’organismo che risolve il problema non è che uno, il partito politico, il partito di classe, il partito a base internazionale. Il partito, che ritorna nelle incessanti fondamentali richieste di Marx, di Engels, di Lenin, di tutti i combattenti del bolscevismo e della Terza Internazionale degli anni gloriosi.

L’appartenenza al partito non si stabilisce più da dati statistici o da un’anagrafe sociale: essa è in relazione al programma che il partito stesso si pone, non per un gruppo o una provincia ma per il corso di tutto il mondo del capitalismo, di tutto il proletariato salariato di tutti i paesi.

Un andazzo che mai la sinistra marxista italiana e internazionale autentica ha gradito è quello di contrapporsi agli opportunisti (largamente abbarbicati ovunque alla bassa forma della concezione operaistica) con la denominazione di partito comunista operaio, ovvero dei lavoratori.

Da quando col Manifesto siamo saliti dal movimento sociale al movimento politico, il partito si è aperto anche agli elementi non salariati, che abbracciano la sua dottrina e le sue storiche finalità; e questo risultato ormai secolare non può essere invertito né coperto da ipocrisie demagogiche.

Questi concetti abbiamo di recente dovuto ristabilire davanti alla deforme difesa del “Partito” e della sua funzione, che nel XX Congresso si è ostentato di fare nei riguardi di un partito solo, quello sovietico, mentre per gli altri paesi si è apertamente annunziato di allargare ancora i fianchi a quelle barcacce oscene, che si chiamano partiti comunisti (o di altro più deforme nome) dell’Occidente, per disfare la storica scissione di Lenin che corrisponde alla denunzia delle degenerazioni della Seconda Internazionale nella guerra 1914.

E ricordammo i punti base che garantiscono la vita interna del partito, non dalla sconfitta in campo aperto e dalla perdita di forza numerica, ma dalla peste opportunistica. Basterà farvi appena accenno.
29. Interna vita del Partito di classe

Lenin – la citazione è spesso ricorsa negli ultimi dibattiti – era per la norma del “centralismo democratico”. Nessun marxista può discutere menomamente sull’esistenza del centralismo. Il partito non può esistere se si ammette che vari pezzi possano operare ciascuno per conto suo. Niente autonomie delle organizzazioni locali nel metodo politico. Queste sono vecchie lotte che già si condussero nel seno dei partiti della II Internazionale, contro ad esempio la autodecisione del gruppo parlamentare del partito nella sua manovra, contro il caso per caso per le sezioni locali o le federazioni nei comuni e nelle provincie, contro l’azione caso per caso dei membri del partito nelle varie organizzazioni economiche, e così via.

L’aggettivo democratico ammette che si decida nei congressi, dopo le organizzazioni di base, per conta dei voti. Ma basta il conto dei voti a stabilire che il centro obbedisce alla base e non viceversa? Ha ciò, per chi sa i nefasti dell’elettoralismo borghese, un qualche senso?

Ricorderemo appena le garanzie da noi tante volte proposte e illustrate ancora nel Dialogato. Dottrina: il Centro non ha la facoltà di mutarla da quella stabilita, sin dalle origini, nei testi classici del movimento. Organizzazione: unica internazionalmente, non varia per aggregazioni o fusioni ma solo per ammissioni individuali; gli organizzati non possono stare in altro movimento. Tattica: le possibilità di manovra e di azione devono essere previste da decisioni dei congressi internazionali con un sistema chiuso. Alla base non si possono iniziare azioni non disposte dal centro; il centro non può inventare nuove tattiche e mosse, sotto pretesto di fatti nuovi.

Il legame tra la base del partito ed il centro diviene una forza dialettica. Se il partito esercita la dittatura della classe nello Stato, e contro le classi contro cui lo Stato agisce, non vi è dittatura del centro del partito sulla base. La dittatura non si nega con una democrazia meccanica interna formale, ma col rispetto di quei legami dialettici.

Ad un certo tempo nell’Internazionale comunista i rapporti si capovolsero: lo Stato russo comandava sul partito russo, il partito sull’Internazionale. La sinistra chiese che si rovesciasse questa piramide.

Non seguimmo i trotzkisti e gli anarcoidi quando fecero della lotta contro la degenerazione della rivoluzione russa, una questione di consultazione di basi, di democrazia operaia o operaio-contadina, di democrazia di partito. Queste formule rimpicciolivano il problema.

Sulla questione dell’autorità generale cui il comunismo rivoluzionario deve far capo, noi ritorniamo a trovare i criteri nella analisi economica, sociale e storica. Non è possibile far votare morti e vivi e non ancora nati. Mentre, nella originale dialettica dell’organo partito di classe, una simile operazione diviene possibile, reale e feconda, se pure in una dura, lunga strada di prove e di lotte tremende.

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