Personalità carismatica e fattori condizionanti socio-economici.

In un commento pubblicato nel mese di febbraio si dava notizia di una scissione in corso dentro il PD. La scissione si è consumata, determinando la formazione di due partiti. Vogliamo soffermarci sul recente convegno della parte che si richiama a Renzi (o che è restata nel pd, ripromettendosi di dare battaglia interna, prevedibilmente da posizioni di minoranza). In apparenza si direbbe che, a dispetto del referendum costituzionale e degli incerti risultati di governo, per molti elettori e militanti del pd valga ancora la potenza e il fascino della personalità carismatica di Renzi. In generale un mix di parole/slogan semplici e dirette (per quanto riduttive e parziali), congiunte al piglio decisionista del soggetto di turno, calati in un contesto sociale dove agisce con forza il mito del superuomo, producono invariabilmente fenomeni carismatici in successione continua. Questa combinazione di fattori carismatici pervade ogni campo della vita sociale: sport, cultura, spettacolo, politica, religione, economia. Sono innumerevoli gli esempi di figure ‘eccezionali’ cresciute come funghi nei vari settori della vita sociale, per queste super-persone si potrebbe ipotizzare un ciclo di presenza scenica paragonabile a quello dei prodotti commerciali: dunque innanzitutto la fase di lancio, poi quella di crescita, e infine la fase di declino. Proviamo allora a individuare la fase in cui è inserita, oggigiorno, la personalità ‘Renzi’. Osservando i dati (sondaggi, indici di gradimento, vicende politiche) siamo indotti a concludere che egli opera all’interno della terza fase della scena carismatica: il declino. Appurato che anche gli analisti politici più amichevoli prevedono dei risultati elettorali incerti per il pd, allora resta da capire quale ‘ratio’ spinga il grosso di questo partito a riconfermare la personalità di Renzi alla guida del partito. Possiamo ipotizzare due ragioni fondamentali: in primo luogo Renzi ha rappresentato e rappresenta una garanzia di affidabilità verso la struttura sovranazionale dell’economia europea, e al contempo di quella nazionale USA. Questa affidabilità gli deriva dalle riforme realizzate. Alcune hanno inciso sul mondo del lavoro, rendendo più appetibili gli investimenti di capitali in Italia (tali riforme hanno comunque assecondato dei processi economici capitalisticamente inevitabili). Tuttavia le riforme (che sono necessarie e fanno bene all’economia capitalistica, come declinato negli slogan del personale politico di governo) diventano un titolo di merito politico, soprattutto quando sono realizzate senza suscitare troppe proteste sociali. Dunque, il valore di una personalità politica di sistema si misura sulla capacità di ottenere il massimo, dalla classe proletaria, a fronte di un costo minimo, in termini di proteste.

In secondo luogo, appurato il gradimento internazionale (euro americano) della personalità di Renzi, e della sua (generalmente) giovane squadra di governo, resta ancora da capire se Renzi e compagnia siano spendibili (elettoralmente) sul piano nazionale, prescindendo dal ruolo di garante del capitalismo italiano nei confronti del capitalismo americano ed europeo. Sul piano nazionale (a nostro parere) il renzismo ha minori possibilità di ottenere consensi generali, tuttavia anche in questo piano esiste uno zoccolo duro socio-economico (soprattutto le fasce di borghesia legate alla rendita finanziaria, e una parte della borghesia industriale e commerciale che ha beneficiato del jobs act) che potrebbe essere interessato alla sua riconferma nella guida del futuro esecutivo. Mettendo anche in conto una sconfitta elettorale del pd, queste componenti economico-sociali avrebbero comunque la garanzia di mandare in parlamento una squadra politica affidabile, positivamente impegnata (in passato) nella realizzazione di varie riforme funzionali alla crescita economica capitalistica.

Tornando al convegno del pd, possiamo osservare che una rete di amministratori di enti locali, sindaci, funzionari e personalità varie di governo, hanno riconfermato nel ruolo di leader lo stesso politico sconfitto pesantemente al referendum costituzionale di dicembre. Nei toni della relazione tenuta al convegno di marzo sono cambiati alcuni dettagli, innanzitutto ha avuto maggiore spazio l’uso della terza persona al posto della prima (un cambiamento importante secondo alcuni osservatori).

Abbiamo accennato allo stereotipo del capo, una variabile sociale preponderante nella società capitalistica. Eppure, proprio l’esaltazione compulsiva di questo stereotipo, sul piano dei simboli e delle parole, può nascondere una strutturale ininfluenza del suddetto contenuto (simbolico-letterario) sul piano sociale reale. Questa ininfluenza si verifica in ragione della potenza del condizionamento sociale del pensiero e del comportamento, tipici del tempo capitalistico. Un tempo dove prevale la reificazione e mercificazione dei rapporti umani, il consumo compulsivo, la preponderanza della visione aziendalista e produttivista, il dispotismo aziendale e il controllo totale del tempo di vita dentro e fuori i luoghi di lavoro. Dunque, quale spazio di libertà può esserci per la personalità carismatica, in ultima analisi, di fronte al rullo compressore dei fenomeni sopraesposti, di fronte alla pervasività dei rapporti (antisociali) di produzione capitalistici? Torniamo al problema politico, è ipotizzabile uno scenario di autonomia per la politica svolta nelle sedi istituzionali, rispetto alla pervasività dei rapporti di produzione capitalistici? Le politiche economiche degli esecutivi (e delle relative maggioranze parlamentari), indipendentemente dal colore politico assunto di volta in volta dai governi e dalle maggioranze, sono un fenomeno (a nostro avviso) derivato dalle ‘necessità’ del ciclo capitalistico.

Nei periodi di crisi le politiche economiche tendono a favorire la ripresa con la classica ricetta keinesiana: in altre parole con la leva degli investimenti pubblici miranti a creare occupazione, reddito e domanda. Tuttavia l’indebitamento statale, a fronte di maggiori investimenti pubblici, tende normalmente a crescere, agendo sua volta da fattore depressivo della domanda (in quanto un maggiore debito pubblico significa una maggiore quantità di interessi da pagare ai creditori, e quindi una maggiore imposizione fiscale sulle tasche dei proletari al fine di reperire le somme per pagare i maggiori interessi). Quest’ultima circostanza va a controbilanciare, entro un certo tempo, i benefici economici ottenuti (sul lato della domanda) con i precedenti investimenti pubblici.

Nei periodi di espansione del ciclo economico, la politica fiscale, traendo maggiori entrate dai maggiori profitti delle imprese, può permettere una certa redistribuzione del reddito nazionale, in modo da incrementare la domanda globale di beni e servizi. In entrambi i casi le politiche economiche di rilancio della domanda sono limitate dall’esigenza ‘sistemica’, tipica dell’economia capitalistica, di incrementare il saggio di sfruttamento del proletariato attivo, e di sostituire la forza lavoro umana con il macchinario, al fine di fronteggiare la concorrenza (riducendo i costi aziendali, in primis quello del lavoro). La variazione storica della composizione organica del capitale, determinando la preponderanza della parte costante sulla parte variabile, innesca il triplice fenomeno della caduta del saggio di profitto, dell’aumento compensativo (parziale) del saggio di sfruttamento, e soprattutto della miseria crescente collegata all’aumento della riserva proletaria disoccupata (che si intreccia a sua volta con il calo della domanda).

La legislazione successiva alle ultime elezioni politiche sembrava nata male, infatti dalle urne era emerso un risultato incerto, in sostanza una risicata maggioranza parlamentare del pd, determinata più che altro dalle regole elettorali maggioritarie, e una sostanziale tripartizione (de facto) dei voti fra centrosinistra, centrodestra e Cinque Stelle. Molti analisti politici già paventavano il famoso rischio dell’ingovernabilità; eppure la mano della provvidenza capitalistica non ha lasciato sguarnita, per molto tempo, la cura degli affari, e ben presto sono tornate a splendere le premure legislative del parlamento e le realizzazioni esecutive dei governi. Durante le convulse fasi post-elettorali del 2013 sono state condotte delle trattative e infine raggiunti degli accordi politici, che hanno fatto nascere maggioranze e governi, formati da forze politiche di centrodestra e di centrosinistra (escludendo i riottosi Cinque Stelle). Un compromesso, forse non di levatura storica come quello che voleva il P.C.I negli anni settanta, ma di certo un compromesso efficace al fine di dare al ‘paese’ un esecutivo e una maggioranza parlamentare in grado di legiferare per la crescita e la salute dell’economia (capitalistica). La funzione politico-amministrativa deve esserci, il vuoto di potere non può esistere, quindi, governo sia. Il capo dell’esecutivo all’inizio non era Renzi, costui ha dovuto attendere in panchina per un annetto, poi, alla fine, ha ottenuto l’agognato scettro della candidatura a premier, confermata dal voto della maggioranza dei parlamentari. Il programma dell’esecutivo Renzi (o meglio dei partiti che componevano la sua maggioranza) è stato definito a più riprese ‘riformatore’ e innovativo. Jobs Act, Buona Scuola, Riforma della Pubblica Amministrazione, Pensione anticipata (APE), sono solo alcuni dei nomi dati dall’esecutivo alle riforme ‘messe in cantiere’. Tralasciamo il giudizio sugli effetti sociali di queste riforme, o sull’aumento reale del debito pubblico e della pressione fiscale su cui ci siamo già espressi in vari articoli passati. L’enigma che ci preme di chiarire è la riconferma della fiducia a un leader ridimensionato dai sondaggi e dall’esito del referendum di dicembre. Ebbene, l’enigma è presto sciolto: parlamenti ed esecutivi, e in ogni caso le istituzioni del potere politico, in una società classista, sono condotti a legiferare all’interno di un tracciato immutabile, rappresentato dalle esigenze specifiche di un certo sistema socio-economico. E’ stato così per i precedenti modi di produzione, ed è così per l’attuale modo di produzione capitalistico. Il potere politico-statale, in una società divisa in classi, svolge la funzione di conservare e proteggere i rapporti sociali fondati sul dominio di una classe sulle altre classi; proviamo ad azzardare la seguente formula linguistica parziale: il capitale governa lo stato; ma dobbiamo poi ricordare che il termine capitale non va ridotto alla voce contabile registrata nello stato patrimoniale delle imprese, ma allude e rinvia a un rapporto sociale di dominazione fra attori umani (fondato sul controllo dei mezzi di produzione, un controllo finalizzato all’appropriazione di plus-lavoro nei processi produttivi di merci, e in ogni caso tale controllo non può essere garantito, in ultima istanza, che dal possesso di uno strumento di forza statale, quindi ha più senso scientifico affermare l’esistenza di una interazione dialettica fra struttura economica e sovrastruttura politico-statale, che formulare la semplicistica equazione ‘il capitale governa lo stato’). L’enigma trova dunque spiegazione: più gli attori politici diventano consapevoli di recitare un copione già scritto dal modo di produzione esistente, e più si aggrappano (essi e le masse) alle virtù taumaturgiche di una personalità carismatica, apparentemente in grado di riscrivere liberamente un altro copione. Quasi un desiderio di rivincita sulla dittatura del rapporto causa/effetto (bisogni di valorizzazione del capitale e azione politica) a cui sono costretti, questi soggetti politici, in quanto funzionari dell’economia capitalistica. Il bisogno politico del leader fatale, del capo decisionista, diventa dunque la rappresentazione rovesciata del mondo reale ( nel mondo vero le decisioni sono prese dal meccanismo disumano della produzione per la produzione, dalla produzione per l’appropriazione di plus-lavoro -‘la fame da lupi per il plus-lavoro’- Marx).  Inoltre non è da sottovalutare, proprio in ragione di questo rovesciamento illusorio dei dati reali, l’importanza del ‘fascino’ esercitato dalla personalità carismatica nei confronti del ‘popolo elettore’, quindi il ruolo che tale personalità svolge nel successo delle strategie di marketing politico-elettorale ( un dato che può ulteriormente chiarire l’enigma della riconferma della fiducia a un leader ridimensionato dai sondaggi e dall’esito del referendum di dicembre ).

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