Processi (storici)

Processi (storici)

Una classe oppressa costituisce la condizione vitale per ogni società basata sull’antagonismo di classe” Marx (Miseria della Filosofia)

”I comunisti non hanno costituzioni codificate da proporre. Hanno un mondo di menzogne e di costituzioni cristallizzate nel diritto e nella forza dominante da abbattere. Sanno che, mediante un apparato rivoluzionario e totalitario di forza e di potere, senza esclusione di mezzi, si lotterà per impedire che i relitti infami di un’epoca di barbarie ritornino a galla, che il mostro del privilegio sociale risollevi la testa, affamato di vendetta e di servitù, lanciando per la millesima volta il mentitore grido di libertà”.«BATTAGLIA COMUNISTA», NN. 3, 4, 5 DEL 1951

Punto di partenza: Evidenza storica di una società divisa in classi dominanti e dominate.

PROCESSO STORICO:il marxismo come teoria del mutamento sociale al cui centro troviamo il conflitto come motore del divenire storico (Eraclito: Polemos è la madre dell’essere di tutte le cose). Riportiamo alcune righe del ‘Manifesto’ a comprova ed ulteriore chiarificazione delle formule teoriche precedenti.

La storia di ogni società sinora esistita( Engels aggiunge: fatta eccezione per la storia delle comunità primitive) è storia di lotte di classe. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressori e oppressi, stettero sempre in contrasto fra di loro, sostennero una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese; una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta… La moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha eliminato i contrasti di classe. Essa ha soltanto posto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta in luogo delle antiche. L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti di classe. La società intera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato”. ‘Manifesto’

Sulla base delle seguenti righe possiamo escludere ogni finalismo storico (teleologia) nella teoria marxista, nel senso che le alternative storiche sono almeno due‘’Oppressori e oppressi, stettero sempre in contrasto fra di loro, sostennero una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese; una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta’’.

Conseguenze: permanente conflitto sociale fra dominati e dominanti, formazione di una conoscenza (coscienza di classe) dall’esperienza pratica della lotta (successivamente sistematizzata in teoria invariante), formazione di una organizzazione politica mirante a guidare il conflitto di classe nella direzione del programma derivato dalla teoria invariante.

La teoria del mutamento sociale marxista si basa sulla contraddizione tra sviluppo crescente delle forze produttive (capitale costante e lavoro associato inteso come divisione e specializzazione delle mansioni) e rapporti di produzione che invece tendono a perpetuarsi a causa dell’interesse della classe dominante a mantenere lo status quo.

Nel ‘Manifesto’ Il soggetto del mutamento sociale è il proletariato, a dispetto di ogni posizione che ponga al centro del cambiamento i ceti medi o altri attori (OWS, Nuit debout…): “Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e periscono con la grande industria, mentre il proletariato ne è il prodotto più genuino. I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo negoziante, l’artigiano, il contadino, tutti costoro combattono la borghesia per salvare dalla rovina l’esistenza loro di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancor più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia. Se sono rivoluzionari, lo sono in vista della loro imminente caduta nelle condizioni del proletariato; cioè non difendono i loro interessi presenti, ma i loro interessi futuri, abbandonano il loro proprio modo di vedere per adottare quello del proletariato”. ‘Manifesto’

 

Determinanti oggettive e soggettive nell’intensificazione qualitativa e quantitativa del conflitto: Sul piano oggettivo economico-sociale agisce la legge della miseria crescente, collegata all’aumento della disoccupazione determinato dalla variazione ‘storica’ del rapporto fra capitale costante e capitale variabile nell’ambito economico-aziendale. Inoltre opera nello stesso modo l’aumento del dispotismo aziendale (con relativo aumento del livello di oppressione statale), che nasce come derivato dell’incremento dello sfruttamento e della disoccupazione-miseria crescente collegati alla caduta ‘storica’ del saggio di profitto aziendale. Sul piano soggettivo della formazione del partito comunista operano i processi di maturazione dell’azione di classe, collegati all’esperienza pratica delle vittorie e delle sconfitte parziali verificatesi nell’agone del permanente conflitto di classe fra dominatori e dominati.

Classe in sé e classe per se sono da considerarsi semplici metafore dei due poli estremi della condizione socio-politica della classe oppressa. La classe in sé diventa classe per sé nel fuoco della prassi storica del conflitto sociale, e la forma di questa metamorfosi è il grado di forza energetica formale-organizzativa dei comunisti: ”In pratica, dunque, i comunisti sono la parte più energica, che sempre si spinge lontano, dei partiti operai di tutti i paesi; sotto l’aspetto teorico essi hanno il vantaggio, nei confronti della rimanente massa del proletariato, di penetrare le condizioni, l’andamento e i risultati generali del movimento proletario. Il fine immediato dei comunisti è identico a quello di tutti gli altri partiti proletari. Costituzione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato.

Le affermazioni teoriche dei comunisti non si basano assolutamente su idee, su principi che siano stati inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo.

Esse sono solamente espressioni generali dei rapporti reali di un’attuale lotta di classi, di un movimento storico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi’. Manifesto’.

Notare che il ”movimento storico” figura come espressione-riga successiva rispetto all’espressione-riga ‘‘attuale lotta di classi”, a riconferma del concetto elementare che vede nel movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente non una variabile indipendente dalla storia delle lotte di classe, ma una sua derivazione. Dunque anche la classe in sé diventa classe per sé solo nel fuoco della prassi storica del conflitto sociale.

Ancora nel ‘Manifesto’ ritroviamo alcune righe sul senso dell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione (evidentemente queste righe sono riferibili anche al semplice uso e controllo privatistico-capitalistico dei mezzi di produzione):

‘’La soppressione dei rapporti di proprietà esistenti non è un elemento peculiare e distintivo del comunismo. Tutti i rapporti di proprietà hanno subíto un costante cambiamento storico, un’incessante trasformazione. La Rivoluzione francese, p. es., soppresse la proprietà feudale a vantaggio di quella borghese. Ciò che caratterizza il comunismo non è l’abolizione della proprietà in generale, bensì l’abolizione della proprietà borghese. Ma la moderna proprietà privata borghese è la ultima e più compiuta espressione di quella produzione e appropriazione dei prodotti che si fonda su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri. In questo senso i comunisti possono ridurre le loro teorie a quest’unica proposizione: abolizione della proprietà privata.” Manifesto

Se vogliamo ulteriormente analizzare tale concetto, possiamo ricordare che alla borghesia basta possedere, quindi essere proprietaria, del puro controllo dei processi produttivi per finalizzarli – capitalisticamente – all’appropriazione di plus-valore, e alla conservazione del proprio parassitismo sociale. Quindi possiamo ripetere che l’abolizione della proprietà privata riguarda il controllo parassitario dei processi, e in subordine i mezzi di produzione impiegati in questi processi.

Alcuni testi della corrente possono chiarificare molti aspetti del processo storico (in cui si interconnettono periodi alterni della lotta di classe. Fasi storicamente favorevoli (rivoluzionarie) e storicamente sfavorevoli (controrivoluzionarie). Eccone un esempio:

‘’TESI 1.
In ogni epoca le dominanti opinioni, la cultura, l’arte, la religione, la filosofia, sono determinate dalla situazione degli uomini rispetto alla economia produttiva e dai rapporti sociali che ne derivano. Quindi ogni epoca, specie al suo culmine e nel centro del suo ciclo, vede tutti gli individui tendere ad opinioni, che non solo non discendono da eterne verità o luci dello spirito, ma che restano lontane dallo stesso interesse del singolo, della categoria o della classe, per essere in larga misura plasmate sugli interessi della classe dominante e delle istituzioni che le convengono.
Solo dopo lungo e penoso contrasto di interessi e di bisogni, dopo lunghe lotte fisiche provocate dai contrasti di classe, si forma una nuova opinione e una dottrina propria della classe soggetta, che attacca i motivi di difesa dell’ordine costituito e ne prospetta una violenta demolizione. Fino a molto tempo dopo la vittoria fisica, preludio al lungo
smantellamento delle influenze e menzogne tradizionali, solo una minoranza della classe interessata è in grado di porsi con sicurezza sulla via del nuovo corso.

(N.N) Quindi, ancora una volta, il testo della corrente sottolinea che è la prassi del conflitto socio-politico a provocare il mutamento (anche nella sfera coscienziale), e la formazione di una dottrina invariante:‘’dopo lunghe lotte fisiche provocate dai contrasti di classe, si forma una nuova opinione e una dottrina propria della classe soggetta, che attacca i motivi di difesa dell’ordine costituito e ne prospetta una violenta demolizione’’.

 TESI 2.
Il rovesciamento della prassi secondo la giusta visione del determinismo marxista significa che, mentre ogni singolo agisce secondo determinazioni ambientali (che non sono i soli suoi bisogni fisiologici ma anche tutte le innumeri influenze della tradizionali forme di produzione) e solo dopo avere agito tende ad avere una “coscienza”, in diversa misura imperfetta, e della sua azione, e dei motivi di essa; e mentre questo avviene anche per le azioni collettive, che sorgono spontanee e per effetto di condizioni materiali prima di divenire formulazioni ideologiche, il partito di classe raggruppa gli elementi avanzati della classe e della società che posseggono la dottrina del corso avvenire. È quindi il solo partito che, non ad arbitrio o per effetto di entusiasmi emotivi, ma procedendo razionalmente, è elemento di intervento attivo che nel linguaggio dei filosofi di professione si direbbe “cosciente” e “volontario”. Conquista del potere di classe, e dittatura, sono funzioni del partito.

 

 (N.N) Doppiamente importante è la sequenza di considerazioni che troviamo nella tesi 2, in essa si sostiene che il ‘rovesciamento della prassi’ è raffigurabile come l’elemento di intervento attivo del partito nel corso storico del conflitto di classe: ’’ il partito di classe raggruppa gli elementi avanzati della classe e della società che posseggono la dottrina del corso avvenire. È quindi il solo partito che, non ad arbitrio o per effetto di entusiasmi emotivi, (agisce, n.n.) procedendo razionalmente’’. Mentre il singolo individuo ‘’agisce secondo determinazioni ambientali (che non sono i soli suoi bisogni fisiologici ma anche tutte le innumeri influenze della tradizionali forme di produzione) e solo dopo avere agito tende ad avere una “coscienza”, in diversa misura imperfetta, e della sua azione, e dei motivi di essa; e (…) questo avviene anche per le azioni collettive, che sorgono spontanee e per effetto di condizioni materiali prima di divenire formulazioni ideologiche’’.

(N.N)In primo luogo l’azione del partito rovescia la prassi tipica del singolo o del gruppo che agiscono secondo determinazioni ambientali costringenti, ‘’operando invece, non ad arbitrio o per effetto di entusiasmi emotivi, ma procedendo razionalmente’’. In secondo luogo da questo deriva che‘’Conquista del potere di classe, e dittatura, sono funzioni del partito’’.

(N.N) Abbiamo ritrovato questi concetti in tanti testi della corrente, mai contraddetti da testi (della corrente) di segno opposto. Dunque i fautori (più o meno abili e dichiarati) della negazione del ruolo storico del partito di classe, in quanto si proclamino continuatori della corrente, sono in grave contraddizione con se stessi ( e inoltre svolgono anche opera di confusione teorica). Movimento reale non è sinonimo di terremoto o di frana, ma di processo storico inteso come conflitto di classe. Inoltre gli esiti storici del conflitto possono essere decifrati come tendenze di sviluppo, non come la certezza assoluta che un certo fatto debba accadere. Il capitalismo non è eterno, tuttavia questo non implica che la sua fine coincida con l’avvento di un altro modo di produrre. Su questo aspetto abbiamo scritto già in passato nel testo dal titolo ‘La mineralizzazione’. Dunque vanno evitate con cura le ingenue letture finalistiche o collassiste del divenire storico reale. La natura della specie umana è la storia, i processi storici sono di tipo dialettico, cioè complessi, stratificati, reversibili, e si sviluppano su un piano di interconnessione fra fenomeni di segno distinto e talvolta contrario. La rivoluzione sociale si interseca con la controrivoluzione, e nello spazio-tempo reale i due fenomeni sono di tipo tendenziale, alle volte prevale uno e alle volte un altro (almeno fino a quando esiste una società divisa in classi antagonistiche).

Dopo l’ultima fase rivoluzionaria conclusasi con l’avvento dello stalinismo (e di tutto quello che tale termine significa nelle analisi della corrente), prevale la tendenza controrivoluzionaria (nel senso che essa è attualizzata sul piano storico, mentre la tendenza opposta è relegata nel piano della potenzialità)

TESI 3.
Una storica lotta di rivoluzione di classe, ed un partito che la rappresenta, sono fatti reali e non dottrinaria illusione, in quanto il corpo della nuova teoria (che altro non è che la discriminazione delle linee di eventi non ancora realizzati ma di cui si sono potute individuare le condizioni e le premesse nella precedente realtà) è stato formato quando storicamente la classe è apparsa in una nuova disposizione di forme di produzione sociale. La continuità, nel più ampio campo di tempo e di spazio, della dottrina e del partito della classe è la riprova della giustezza della previsione rivoluzionaria.
Ad ogni sconfitta fisica delle forze della rivoluzione segue un periodo di smarrimento che prende la forma di revisioni di capitoli del corpo teorico, sotto il pretesto di nuovi dati ed eventi. Tutto il tracciato rivoluzionario sarà risultato valido soltanto quando e soltanto se, nel corso compiuto, si confermerà che dopo ogni scontro perduto le forze si ricostituiscono sulla stessa base e sullo stesso programma, che fu stabilito alla “dichiarazione di guerra di classe” (1848). Ogni accingersi a costruzioni nuove e diverse della teoria – come dimostra non una filosofica o scientifica elucubrazione ma una somma di esperienze storiche tratte dalla lotta secolare del proletariato moderno – vale per i marxisti una confessione di avere defezionato.

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Le delucidazioni su questi sintetici cenni sono sparse in numerosi scritti di partito, e relazioni su convegni e riunioni.
Il freno ad improvvisazioni pericolose non significa che di tale lavoro possa pensarsi un monopolio o una esclusiva in mano di chicchessia.
Può con miglior cura darsi ordine agli argomenti, e può con maggiore chiarezza ed efficacia dettarsi l’esposizione. Con attività e studio può essere fatto meglio, in altri sette anni e in sette ore per settimana.
Se poi avanzano bruciatori di tappe, ed a mazzetti, converrà dire (come ricordammo una volta del frigido Zinovief) che sono venuti uomini di quelli che appaiono ad ogni cinquecento anni; ed egli lo diceva di Lenin.
Aspetteremo che siano imbalsamati. Noi non ci sentiamo da tanto.

(Battaglia Comunista – n. 11 del 1952)

(N.N). Ripetiamo (dirà qualcuno pappagallescamente) un concetto importante della tesi 3, ovvero dopo una sconfitta materiale, fisica, le forze proletarie si ricostituiscono ”sulla stessa base e sullo stesso programma, che fu stabilito alla “dichiarazione di guerra di classe” (1848). In quanto la base teorica e il programma derivato contenuti nel ‘Manifesto’, sono la diretta espressione della massima conoscenza possibile raggiunta dalla classe proletaria, nell’esperienza pratica dello scontro con l’avversario sociale borghese.


 

 

Rivoluzione: Rottura dei precedenti rapporti sociali e politici di dominazione di classe, risultante dall’intensificazione qualitativa e quantitativa del conflitto sociale (sotto la spinta dell’interconnessione fra cause oggettive e soggettive), e quindi dalla modificazione generale dei rapporti di forza fra le classi in conflitto.

”Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura… Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”. Dalla Introduzione alla “Critica dell’Economia politica” di Karl Marx (1859)

Ripetiamolo: Nell’introduzione Marx scrive che ”Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza”. Chi legge queste righe può concludere erroneamente che esistendo le condizioni materiali (macchinario, lavoro associato…), debbano sorgere inevitabilmente ”nuovi e superiori rapporti di produzione”. Invece non è così, perché il processo storico è guidato dagli esiti della lotta di classe, e un sistema di potere morente può ancora avere la forza di condannare il nascituro (nuovo sistema sociale) a perire nel fuoco dell’autodistruzione: ”una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta” Manifesto. Inoltre ”il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione” è un conflitto di classe che coinvolge esseri umani concreti e reali, e si svolge sui piani interconnessi dei condizionamenti storico-sociali oggettivi (da individuare e valutare attentamente), e delle volizioni politiche soggettive (forza teorico-organizzativa del partito di classe).

Dittatura proletaria: Conseguenza di una precedente rottura rivoluzionaria, essa va considerata (sul piano della conoscenza-esperienza storica della comune e dell’ottobre 17) un mezzo per consentire il superamento-soppressione dei precedenti rapporti sociali e politici di dominazione di classe.

Postilla

”Nasce il proletariato, e già prima dei moti del 1905 si pone la questione della sua strategia di classe in Russia. Non mancano i marxisti ammaestrati che propongono di saltar via ogni programma politico e fare solo dell’economismo proletario. Ma la necessità di rovesciare il potere degli Zar è chiarissima sebbene in Russia manchi un vero movimento di liberali borghesi, perché una classe audace, decisa e rivoluzionaria di intraprenditori capitalisti non vi si è mai, in pratica, cristallizzata. Si pone il classico problema dell’alleanza insurrezionale, visto dal marxismo per la Germania: alleanza, ma con chi? Il problema genera un immenso lavoro dei socialisti russi.

Di utilità immensa a questa preparazione – e non lo hanno dimostrato dei libri ben scritti ma la vittoria gigantesca del 1917 – fu il rovescio del 1905, in cui la forza dell’autocrazia, del suo esercito e dei suoi poliziotti strozzò nelle grandi città il sollevamento della massa lavoratrice, mentre la democrazia borghese compariva solo nelle vuote polemiche dei socialisti menscevichi e di destra.

Guardando di scorcio la polemica Trotzky-Lenin tra le due rivoluzioni, va rilevato che entrambi prevedevano con sicurezza il ritorno della rivoluzione, ed entrambi erano sicuri che la borghesia capitalista e la democrazia borghese non ne sarebbero minimamente state protagoniste. Era dunque sicuro che in questa rivoluzione il proletariato non si doveva solo alleare, ma sostituire alla borghesia. Ma allora con quale programma politico e sociale? E con quali altri alleati? La formula di Lenin era
«dittatura democratica del proletariato e dei contadini».
Ciò vuol dire che la classe operaia industriale avrebbe trovato un potente alleato nei contadini della campagna e con essi avrebbe lottato per prendere il potere. Per
consegnarlo alla borghesia capitalista? Mai. Per gestirlo a fini di trasformazione capitalistica dell’economia arretrata? Sì, in gran parte, Lenin aveva il coraggio di rispondere. Fin dall’aprile 1917 Lenin, sulla linea della grande battaglia contro i socialtraditori e la guerra imperialista mondiale, sviluppa la sua linea nella formula precisa: dittatura del proletariato; tutto il potere ai Soviet. Alleanza sì coi contadini, ma liquidazione di tutti i partiti «affini» compreso ad un dato momento quello contadino: il socialrivoluzionario.

È anche noto come Trotzky, con un certo grado di ragione, abbia rivendicato di avere dodici anni prima anticipata la formula della dittatura socialista e della rivoluzione internazionale. Comunque su questo punto i bolscevichi convengono, sotto la spinta formidabile di Lenin; il proletariato ed il partito russo assumeranno intera la dittatura, e getteranno tutte le forze sulla bilancia della rivoluzione europea.

Se alla rivoluzione di Ottobre e di Lenin è succeduta una controrivoluzione apparentemente incruenta – non vi sono state invasioni restauratrici dal di fuori, né cambiamenti formali al potere e al governo, ma d’altra parte è storia che una serie di purghe tremende hanno debellato masse di militanti operai e di partito, della corrente radicale – è poco dire che, Lenin malato e impotente dal 1922, e morto poi nel 1924, Stalin ha sfigurata e tradita la rivoluzione.

Lenin, morto prima di essere battuto sui campi della guerra civile, o a sua volta trascinato in una fatale «involuzione», ha vinto teoricamente. Quello che lui volle impedire, ma che aveva preveduto, è avvenuto. Nemmeno la mano di Lenin ferma la storia; forse la sua mente poté un giorno contenerla. E non fu meno giusto che egli gridasse di andare più avanti, come nel 1848 e nel 1871 fu giusto gridare.

Si è verificata la peggiore delle tre eventualità. Non la rivoluzione permanente che voleva la Lega nel 1850, e il generoso Trotzky dal 1903, che arrivasse alla dittatura europea del proletariato: solo risultato che le avrebbe dato il diritto di fermarsi. Non la controrivoluzione armata che schiacciasse insieme borghesi democratici e operai socialisti, rimettendo le cose al punto di prima, al punto del 1905, quando fu chiaro che, parafrasando,
«ogni rivoluzione proletaria russa avrebbe accompagnata una guerra mondiale».
Si è verificato il peggio. I vincoli feudali sono stati spezzati, ma al loro posto è ingigantita la virulenza del capitalismo.

Il proletariato russo ha fatta la rivoluzione, ha tentato con Lenin di farla, per sé, ma alla fine dei conti l’ha fatta per il capitalismo.

Il capitalismo in Russia non ha avuto né fasi eroiche né ebbrezze ideologiche e filosofiche, se non nei circoli di pochi smarriti intellettuali. Come ha accettato di essere tenuto a balia dall’autocrazia, così vive oggi, elefantiaco, e cresce ancora, nella serra di un bonapartismo statolatra e totalitario irto di sbirri e di divisioni.

Solo che mentre il bonapartismo del grande Napoleone era sulla più alta cresta di un’ondata rivoluzionaria, ed era allora la più ardente punta della storia europea, questo russo di oggi è la retroguardia di un esercito non vinto, ma che marcia tuttavia con le spalle rivolte al fronte.

Dalla rivoluzione permanente esso non vuole andare alla guerra permanente! Se forse le ombre di Robespierre e Danton aleggiarono sui campi di Austerlitz; non erano più quelle di Lenin e di Trotzky sulle ridotte di Stalingrado.

Tanto è vero che si leva oggi la consegna capitolarda al proletariato mondiale: pace permanente!

Ma se le controrivoluzioni del secolo scorso insegnarono quanto è consegnato nella storia della Comune, e della rivoluzione soviettista, questa controrivoluzione di oggi non potrà nemmeno essa passare invano; e se avrà portato il capitalismo verso gli Urali e verso i mari del Levante, anche questo segnerà la strada per la rivoluzione proletaria, che batterà dall’Atlantico al Pacifico le forze mostruose del Capitale; sola prospettiva storica che esso debba finalmente, e dopo tanti bestiali ritorni, piegare la testa”.

«Battaglia comunista», n. 18 del 1951.

”Ogni lotta di classe è una lotta politica (Marx). La lotta che si limita ad ottenere una diversa ripartizione dei guadagni economici, in quanto non sia diretta contro la struttura sociale dei rapporti di produzione, non è ancora una lotta politica. Lo sconvolgimento dei rapporti di produzione propri di un’epoca sociale e del dominio di una determinata classe è lo sbocco di una lotta politica prolungata e spesso alterna, la cui chiave è la questione dello Stato, il problema: «chi ha il potere!» (Lenin). La lotta del proletariato moderno si manifesta e si generalizza come lotta politica con la formazione e l’attività del partito di classe. La caratterizzazione specifica di questo partito risiede nella seguente tesi: il fatto dello spiegamento completo del sistema capitalista industriale e del potere della borghesia, discendente dalle rivoluzioni liberali e democratiche, non solo non esclude storicamente ma prepara ed acuisce sempre più la svolgersi del contrasto fra gli interessi di classe in guerra civile, in lotta armata. II. Il partito comunista, definito da questa previsione e da questo programma, finché la borghesia conserva il potere assolve i seguenti compiti: a) elabora e diffonde la teoria dello sviluppo sociale, delle leggi economiche caratterizzanti il sistema attuale dei rapporti produttivi, dei conflitti di forze di classe che ne sgorgano, dello Stato e della rivoluzione; b) assicura la unità e persistenza storica dell’organizzazione proletaria. La unità non è il raggruppamento materiale degli strati operai e semi-operai che subiscono, per il fatto stesso del dominio della classe sfruttatrice, l’influenza di direzioni politiche e di metodi di azione dissonanti, ma lo stretto legame internazionale delle avanguardie pienamente orientate sulla linea rivoluzionaria integrale. La persistenza è la rivendicazione continua della linea dialettica senza rotture che lega le posizioni di critica e di battaglia assunte successivamente dal movimento nella serie delle condizioni mutevoli; c) prepara di lunga mano la mobilitazione e l’offensiva di classe con l’impiego armonico di ogni possibilità di propaganda di agitazione e di azione in ogni lotta particolare scatenata dagli interessi immediati, culminando nell’organizzazione dell’apparato illegale ed insurrezionale per la conquista del potere. Quando le condizioni generali ed il grado di solidità organizzativa, politica e tattica del partito di classe pervengono a far scoppiare la lotta generale per il potere, il partito, che ha condotto nella guerra sociale la classe rivoluzionaria vittoriosa, la dirige egualmente nel compito fondamentale di infrangere e demolire gli organi di difesa armata e di amministrazione in generale, di cui lo Stato capitalista si compone. Questa demolizione colpisce ugualmente la rete, qualunque essa sia, di pretesa rappresentanza delle opinioni o degli interessi corporativi attraversa corpi di delegati. Lo Stato borghese di classe, mentitrice espressione interclassista della maggioranza dei cittadini, o dittatura più o meno confessa esercitata da un apparato di governo che si pretende rivestito di una missione nazionale razziale o socialpopolare, dev’essere allo stesso titolo distrutto; se ciò non avviene, è la rivoluzione che rimane schiacciata. III. Nella fase storica successiva alla dispersione dell’apparato di dominio capitalista, il compito del partito politico operaio rimane ugualmente fondamentale, poiché la lotta fra le classi continua, dialetticamente rovesciata. La linea caratteristica della teoria comunista sullo Stato e la rivoluzione esclude: anzitutto l’adattamento del meccanismo legislativo ed esecutivo dello Stato borghese alla trasformazione socialista delle forme economiche (socialdemocratismo). Ma esclude ugualmente la possibilità di identificare in una breve crisi violenta la distruzione dello Stato, ed il mutamento dei rapporti economici tradizionali che fino all’ultimo ha protetto (anarchismo) o l’abbandono del processo di generazione della nuova organizzazione produttiva all’azione spontanea e sparpagliata dei raggruppamenti di produttori per azienda o per mestiere (sindacalismo). Ogni classe sociale il cui potere è stato rovesciato, anche col terrore, sopravvive a lungo nel tessuto dell’organismo sociale, e non abbandona la speranza di rivincita ed i tentativi di riorganizzazione politica, di restaurazione violenta ed anche mascherata. È passata da classe dominante a classe vinta e dominata, ma non è scomparsa di colpo. Il proletariato, che con l’organizzazione del comunismo sparirà a sua volta come classe, e con ogni altra classe, nel primo stadio dell’epoca post-capitalista si organizza esso stesso in classe dominante («Manifesto»). È, dopo la distruzione del vecchio Stato, il nuovo Stato proletariato, è la dittatura del proletariato. Per andar oltre il sistema capitalista, prima condizione era il rovesciamento del potere borghese e la distruzione del suo Stato. Per la trasformazione sociale profonda e radicale che si inaugura, la condizione è la creazione di un apparato di Stato nuovo, proletario, capace come ogni Stato storico di impiegare la forza e la costrizione. La presenza di un simile apparato non caratterizza la società comunista, ma la sua fase di costruzione. Assicurata questa, non esiste più classe né dominazione di classe. Ma l’organo per la dominazione di classe è lo Stato – e lo Stato non può essere altro. Perciò lo Stato proletario preconizzato dai comunisti – ma la cui rivendicazione non ha affatto il valore di una credenza mistica, di un assoluto, di un ideale – sarà uno strumento dialettico, un’arma di classe, e si dissolverà lentamente (Engels) attraverso la stessa realizzazione delle sue funzioni, man mano che, in un lungo processo, l’organizzazione sociale si trasformerà da un sistema sociale di costrizione degli uomini (com’è stato sempre dopo la preistoria) in una rete unitaria, scientificamente costruita, di esercizio delle cose e delle forze naturali. IV. Molte differenze fondamentali si presentano nel ruolo dello Stato in rapporto alle classi sociali ed alle organizzazioni collettive, così come si presenta nella storia dei regimi sorti dalla rivoluzione borghese e come si presenterà dopo la vittoria proletaria. a) L’ideologia borghese rivoluzionaria, prima della lotta e della vittoria finale, presentò il suo futuro Stato post-feudale non come uno Stato di classe, ma come lo Stato popolare, fondato sulla soppressione di ogni ineguaglianza davanti alla legge, ciò che si pretende corrisponda alla libertà ed alla uguaglianza di tutti i membri della società. La teoria proletaria proclama apertamente che il suo Stato avvenire sarà uno Stato di classe, cioè uno strumento maneggiato, finché le classi esisteranno, da una classe unica. Le altre saranno, in principio non meno che di fatto, messe’ fuor dello Stato e «fuori legge». La classe operaia, pervenuta al potere, «non lo dividerà con nessuno» (Lenin). b) Dopo la vittoria politica borghese, sulla tradizione di una campagna ideologica tenace, si proclamarono solennemente nei diversi paesi come base e fondamento dello Stato delle carte costituzionali o dichiarazioni di principio considerate come immutabili nel tempo, come espressione definitiva delle regole immanenti, infine scoperte, della vita sociale. Da quel momento, tutto il gioco delle forze politiche avrebbe dovuto svolgersi nel quadro invalicabile di questi statuti. Lo Stato proletario non è affatto annunciato, durante la lotta contro il regime attuale, come una realizzazione stabile e fissa di un insieme di regole dei rapporti sociali dedotte da una ricerca ideale sulla natura dell’uomo e della società. Nel corso della sua vita, lo Stato operaio evolverà incessantemente fino a disperdersi: la natura dell’organizzazione sociale, dell’associazione umana, cambierà in modo radicale secondo le modificazioni della tecnica e delle forze di produzione, e la natura dell’uomo si modificherà altrettanto profondamente allontanandosi sempre più da quelle del bue da lavoro e dello schiavo. Una costituzione codificata e permanente da proclamare dopo la rivoluzione operaia è un assurdo, non può figurare nel programma comunista; tecnicamente converrà adottare regole scritte che non avranno però nulla di intangibile e manterranno un carattere «strumentale» e transitorio, facendo a meno delle facezie sull’etica sociale ed il diritto naturale. c) La classe capitalista vittoriosa, conquistato e perfino spezzato l’apparato feudale di potere, non esitò a impiegare la forza dello Stato per reprimere i tentativi controrivoluzionari e di restaurazione. Tuttavia, le misure più risolutamente terroristiche furono giustificate come dirette non contro i nemici di classe del capitalismo, ma contro i traditovi del popolo, della nazione, della patria, della società civile, identificando tutti questi concetti vuoti con lo Stato medesimo, ed in fondo col governo e col partito al potere. Il proletariato vincitore, servendosi del suo Stato «per schiacciare la resistenza inevitabile e disperata della borghesia» (Lenin), colpirà gli antichi dominatori ed i loro ultimi partigiani ogni volta che si opporranno, nella logica difesa dei loro interessi di classe, ai provvedimenti destinati a sradicare il privilegio economico. Questi elementi sociali manterranno, di fronte all’apparato di potere, una posizione estranea e passiva: quando cercheranno di uscire dalla passività loro imposta, la forza materiale li piegherà. Non saranno partecipi di alcun «contratto sociale», non avranno alcun «dovere legale o patriottico». Veri e propri prigionieri sociali di guerra (come del resto furono, per la borghesia giacobina, in linea di fatto, gli ex-aristocratici ed ecclesiastici) non avranno nulla da tradire, perché non si sarà chiesto loro alcun ridicolo giuramento di lealtà. d) Appena dissimulati dal bagliore storico delle assemblee popolari e delle convenzioni democratiche, lo Stato borghese ebbe subito dei corpi armati ed una guardia di polizia per la lotta interna ed esterna contro le forze dell’antico regime; si affrettò a sostituire la forca con la ghigliottina. Questo apparato esecutivo incaricato di amministrare la forza legale, sul grande piano storico come contro le violazioni isolate delle regole di attribuzione e di scambio proprie dell’economia privatista, agisce in modo perfettamente naturale contro i primi movimenti proletari che minacciano, anche solo per istinto, le forme di produzione borghese. La realtà imponente del nuovo dualismo sociale fu coperta dal gioco dell’apparato«legislativo» che pretendeva di realizzare la partecipazione di tutti i cittadini e di tutte le opinioni di partito allo Stato e alla sua direzione in un equilibrio perfetto di pace sociale. Lo Stato proletario, dotato dei caratteri manifesti di dittatura di classe, non conterrà questa distinzione fra i due stadi, esecutivo e legislativo del potere, che saranno esercitati dagli stessi organi, poiché tale distinzione è propria del regime che dissimula la dittatura di una classe e la protegge sotto una struttura esterna policlassista e polipartitista. «La Comune non fu una corporazione parlamentare, fu un organismo di lavoro» (Marx). e) Nella sua forma classica, lo Stato borghese, coerente a una ideologia individualista che la finzione teorica estende nella stessa misura a tutti i cittadini, riflesso mentale della realtà dell’economia di proprietà privata monopolio di una classe, non volle ammettere fra il suddito isolato ed il centro statale legale altre organizzazioni intermedie che le assemblee elettive costituzionali. Tollerò i club e i partiti politici, necessari nella fase insurrezionale, in forza dell’affermazione demagogica del libero pensiero e come puri raggruppamenti confessionali ed agenzie elettorali. In una seconda fase la realtà della repressione di classe costrinse lo Stato a tollerare le organizzazioni degli interessi economici, i sindacati operai, di cui diffidava come di uno «Stato nello Stato». Infine, il sindacato da una parte divenne una forma di solidarietà adottata dai capitalisti per i loro fini di classe e dall’altra lo Stato intraprese, sotto il pretesto di vi conoscerli legalmente, l’assorbimento e la sterilizzazione dei sindacati operai, privandoli di ogni autonomia per impedirne la direzione ad opera del partito rivoluzionario. Nello Stato proletario – dato che sussistano in quanto sopravvivono datori di lavoro, o almeno esistono aziende impersonali i cui operai sono sempre dei salariati pagati in danaro – i sindacati di lavoratori vivranno per proteggere il livello di vita della classe lavoratrice, la loro azione essendo, in questo, parallela all’azione del partito e dello Stato. I sindacati delle categorie non operaie saranno proibiti. In realtà, sul terreno della distribuzione dei redditi con le classi non proletarie o semi-proletarie, il trattamento dell’operaio potrebbe essere minacciato da considerazioni diverse dalle esigenze superiori della lotta generale rivoluzionaria contro il capitalismo internazionale. Ma questa possibilità, che sarà a lungo presente, giustifica il ruolo di second’ordine del sindacato in rapporto al partito politico comunista, avanguardia rivoluzionaria, internazionale, formante un tutto unitario coi partiti che lottano nei paesi ancora capitalisti ed avente come tale la direzione dello Stato operaio. Lo Stato proletario non può essere animato che da un solo partito, e non ha alcun senso che vada oltre la congiuntura concreta la condizione ch’esso organizzi nei suoi ranghi e riceva nelle «consultazioni popolari», vecchia trappola borghese, l’appoggio di una maggioranza statistica. Fra le possibilità storiche c’è l’esistenza di partiti politici che sembrano composti di proletari ma che subiscono l’influenza delle tradizioni controrivoluzionarie o dei capitalismi esterni. Non si può ridurre la soluzione di questo contrasto, il più pericoloso di tutti, a diritti formali od a consultazioni in seno ad una astratta «democrazia nella classe». Sarà anche questa una crisi da liquidare sul terreno del rapporto di forza. Non v’è gioco statistico che possa assicurare la buona soluzione rivoluzionaria; questa dipenderà unicamente dal grado di solidità e chiarezza del movimento rivoluzionario comunista nel mondo. Ai democratici ingenui di un secolo fa in occidente e di mezzo secolo fa nell’impero zarista, i marxisti ebbero ragione di contestare che i capitalisti ed i proprietari sono la minoranza e quindi il solo vero regime di maggioranza è quello dei lavoratori. Se la parola democrazia significa potere dei più, i democratici dovrebbero mettersi dalla nostra parte di classe. Ma la parola democrazia, sia in senso letterale («potere del popolo») che per lo sporco uso che sempre più se ne fa, significa «potere non appartenente a una classe ma a tutte». Per questo motivo storico, come respingiamo con Lenin la «democrazia borghese» e «la democrazia in generale», dobbiamo escludere politicamente e teoricamente la contraddizione in termini di una «democrazia di classe» e di una «democrazia operaia». La dittatura preconizzata dal marxismo non rischierà d’essere confusa con le dittature di uomini e gruppi di uomini che abbiano assunto il controllo governativo e si sostituiscono alla classe proletaria, appunto perché proclamerà apertamente di essere necessaria in quanto l’unanimità della sua accettazione è impossibile, e che la maggioranza dei suffragi, se fosse seriamente constatabile, non sarebbe una condizione in mancanza della quale la dittatura avrebbe l’ingenuità di abdicare. Alla rivoluzione occorre la dittatura, perché sarebbe ridicolo subordinarla al 100% o al 51%. Dove si esibiscono queste cifre, la rivoluzione è stata tradita. Si conclude che il partito comunista governerà solo, e non abbandonerà mai il potere senza combattere materialmente. Questa dichiarazione coraggiosa di non cedere all’inganno delle cifre e di non farne uso aiuterà a lottare contro la degenerazione rivoluzionaria. I sindacati si svuoteranno della loro ragione d’essere nello stadio superiore del comunismo, non mercantile, non monetario, non uni-nazionale, stadio che vedrà d’altronde la morte dello Stato. Il partito come organizzazione di combattimento sarà necessario finché esisteranno nel mondo resti di capitalismo. Potrà, inoltre, aver sempre il compito di depositario e propulsore della dottrina sociale, visione generale dello sviluppo dei rapporti fra la società umana e la natura materiale. V. La nozione marxista di sostituzione dei corpi parlamentari con organi di lavoro non ci riconduce neppure ad una «democrazia economica» che adatti gli organi dello Stato ai luoghi di lavoro, alle unità produttive o commerciali ecc., eliminando da ogni funzione rappresentativa i padroni sopravvissuti e gli individui economici che ancora dispongono di una proprietà. La soppressione del padrone e del proprietario non definisce che la metà del socialismo; l’altra metà, e la più espressiva, consiste nell’eliminazione dell’anarchia economica capitalista (Marx). Quando la nuova organizzazione socialista sorgerà ed ingrandirà, il partito e lo Stato rivoluzionario essendo in primo piano, non ci si limiterà a colpire soltanto i padroni ed i loro contro-mastri di un tempo, ma soprattutto si ridistribuiranno in modo affatto originale e nuovo i compiti e gli oneri sociali degli individui. La rete di imprese e di servizi, cosi come sarà ereditata dall’ambiente capitalista, non potrà quindi essere posta a base di un apparato di cosiddetta «sovranità», di delegazione di poteri nello Stato e fino ai suoi organi centrali. È appunto la presenza dello stato uni-classista, e del partito solidamente e qualitativamente unitario ed omogeneo, ad offrire il massimo di condizioni favorevoli al riordinamento della macchina sociale, guidato il meno possibile dalla pressione degli interessi limitati dei piccoli gruppi ed il più possibile dai dati generali e dal loro studio scientifico applicato al benessere’ collettivo. I cambiamenti nell’ingranaggio produttivo saranno enormi; basti pensare al programma di reversione dei rapporti fra città e campagna sul quale Marx ed Engels hanno tanto insistito e che è in perfetta antitesi con la tendenza attuale in tutti i paesi conosciuti. La rete aderente ai luoghi di lavoro è dunque un’espressione insufficiente che ricalca le antiche posizioni proudhoniane e lassalliane che il marxismo si è gettato da molto tempo alle spalle. VI. La definizione dei tipi di collegamento con la base degli organi dello Stato di classe dipende soprattutto dagli apporti della dialettica storica, e non può essere dedotta dai «principi eterni», dal «diritto naturale» o da una carta costituzionale sacra e inviolabile. Ogni dettaglio in merito non sarebbe che utopistico. Non c’è un granello di utopia in Marx, dice Engels. La stessa idea della famosa delega di potere dell’individuo isolato (elettore) grazie a un atto platonico derivante dalla libera opinione, quando l’opinione è in realtà un riflesso delle condizioni materiali e delle forme sociali, quando il potere consiste in un intervento di forza fisica, deve essere abbandonata alle brume della metafisica. La caratterizzazione negativa della dittatura operaia è stabilita nettamente: borghesi e semi-borghesi non avranno più diritti politici, si impedirà loro con la forza di riunirsi in corpi di interessi comuni o di agitazione politica, non potranno mai alla luce del giorno votare, eleggere, delegare altri a non importa che «posto» e funzione. Ma neppure il rapporto fra lavoratore, membro riconosciuto ed attivo della classe che ha il potere, e l’apparato statale manterrà il carattere fittizio ed ingannatore di una delega ad essere rappresentato da un deputato, da una lista, da un partito. Delegare è, in effetti, rinunciare alla possibilità di azione diretta, la pretesa funzione «sovrana» del diritto democratico non è che un’abdicazione, per lo più a favore di un mariolo. I membri lavoratori della società si raggrupperanno in organismi locali, territoriali, secondo la residenza, in certi casi secondo lo spostamento imposto dalla loro partecipazione all’ingranaggio produttivo in piena palingenesi. Grazie alla loro azione ininterrotta, senza intermittenze, si realizzerà la partecipazione di tutti gli elementi sociali attivi agli ingranaggi dell’apparato statale, e per ciò stesso alla gestione e all’esercizio del potere di classe. Disegnare questi ingranaggi prima che il rapporto di classe si sia concretamente determinato è impossibile. VII. La Comune stabilì come criteri della più alta importanza (Marx, Engels, Lenin) la revocabilità in ogni momento dei suoi membri e dei suoi funzionari, e la limitazione della mercede di questi al salario operaio medio. Ogni separazione fra produttori alla periferia e burocrati al centro è così soppressa mediante rotazioni sistematiche. Il servizio dello Stato dovrà cessare d’essere una carriera e perfino una professione. È certo che, in pratica, questi controlli creeranno difficoltà insormontabili. Lenin ha espresso da tempo il suo disprezzo per i progetti di rivoluzione senza difficoltà! I conflitti inevitabili non saranno completamente risolti redigendo scartoffie regolamentari, costituiranno un problema storico e politico, un rapporto reale di forza. La rivoluzione bolscevica non si è fermata davanti all’assemblea costituente, e l’ha dispersa. I consigli di operai contadini e soldati erano sorti. Dal villaggio a tutto il Paese la formazione di questo tipo originale, apparso già nel 1905, di organi di Stati per stadi sovrapposti di unità di territorio, nati nell’incendio della guerra sociale, non rispondeva a nessuno dei pregiudizi sul «diritto degli uomini» sul suffragio «universale, libero, diretto e segreto»! Il partito comunista scatena e vince la guerra civile, occupa le posizioni-chiave in senso militare e sociale, moltiplica per mille, in virtù della conquista di stabilimenti, edifici ecc., i suoi mezzi di propaganda e di agitazione, forma senza perder tempo e senza fisime procedurali i «corpi di operai armati» di Lenin, la guardia rossa, la polizia rivoluzionaria. Alle assemblee dei Soviet diventa maggioranza sulla parola d’ordine «tutto il potere ai Soviet!». È, questa maggioranza, un fatto giuridico, un fatto freddamente e banalmente numerico! Niente affatto! Chiunque, spia o illuso in buona fede, voti che il Soviet deponga, o fornichi, il potere conquistata col sangue dei combattenti proletari, sarà buttato fuori a colpi di calcio del fucile dai suoi compagni di lotta. Ne ci si fermerà a calcolarlo nella «minoranza legale», colpevole ipocrisia di cui la rivoluzione fa a meno, la controrivoluzione si pasce. VIII. Dati storici diversi da quelli russi del 1917 – caduta recentissima del dispotismo feudale, guerra disastrosa, ruolo dei capi opportunisti – potranno determinare, sulle stesse direttive fondamentali, altre configurazioni pratiche della rete di base dello Stato. Da quando si e buttato dietro le spalle l’utopismo, il movimento proletario assicura la propria via ed il proprio successo Con l’esperienza esatta del modo attuale di produzione, della struttura dello Stato presente e degli errori della strategia della rivoluzione proletaria, sia sul campo della guerra sociale «calda», sul quale i federati del 1871 caddero gloriosamente, che «fredda», sul quale abbiamo perduto, dopo il 1917 e fino al 1926, la grande battaglia di Russia fra l’Internazionale di Lenin e il capitalismo del mondo intero, sostenuto in prima linea dalla complicità miserabile di tutti gli opportunisti. I comunisti non hanno costituzioni codificate da proporre. Hanno un mondo di menzogne e di costituzioni cristallizzate nel diritto e nella forza dominante da abbattere. Sanno che, mediante un apparato rivoluzionario e totalitario di forza e di potere, senza esclusione di mezzi, si lotterà per impedire che i relitti infami di un’epoca di barbarie ritornino a galla, che il mostro del privilegio sociale risollevi la testa, affamato di vendetta e di servitù, lanciando per la millesima volta il mentitore grido di libertà. «BATTAGLIA COMUNISTA», NN. 3, 4, 5 DEL 1951

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