Grecia anno zero: parte terza (Giornate capitalistiche: Governance e sfida della crescita, tenere i conti a posto e contemporaneamente accompagnare la crescita)

 

Grecia anno zero 

C’è la lotta di classe, e siamo noi, la classe dei ricchi, che la vinciamo”

La perla di un finanziere, anno 2006.

Nel 2010 la Grecia presentava i seguenti dati economici: il PIL ammontava a 222,151 mld mentre Il debito pubblico era al 148,3% in rapporto al PIL. La disoccupazione era al 12,5%. I Greci che vivevano sotto la soglia della povertà erano il 27,6%. Si trattava di dati molto negativi, all’origine di proteste e tensioni socio-politiche durate vari anni. Poi sull’onda delle proteste è andata al governo una coalizione di ‘sinistra’, la quale ha stipulato degli accordi con varie entità economico-finanziarie creditrici internazionali (rinegoziando le scadenze del debito). In una logica di puro risanamento dei conti sono stati richiesti ulteriori ‘sacrifici’ a una parte della popolazione, e gli effetti sono oggi ben visibili: il PIL è ridotto a 186,54 mld, mentre il debito pubblico è ora al 176% in rapporto al PIL. Le cifre percentuali sulla disoccupazione ci dicono che essa riguarda il 26%, soprattutto giovani. La percentuale di Greci che vivono sotto la soglia di povertà è pari al 34,6% del totale, cioè 3.795.100 persone. Da un punto di vista macroeconomico (per la Grecia) si tratta di una catastrofe, in quanto una economia già in fase recessiva (in base ai dati del 2010), subendo una politica di ulteriore spremitura fiscale e di austerità, imposta dal capitale internazionale (tagli al welfare e alla spesa pubblica), è piombata in un gorgo formato da debito-recessione-austerità.

La pauperizzazione in questo caso opera sia sul proletariato che sulla classe media, accelerando i processi di discesa del tenore di vita e del reddito sia per il ceto medio che per alcune frazioni di aristocrazia operaia, aggravando ulteriormente anche le condizioni di vita della frazione occupata e inoccupata della classe operaia. La falcidia sociale prodotta dal meccanismo capitalistico dunque non lascia scampo a parti crescenti di popolazione, relegando soprattutto nel ghetto della sovrappopolazione stagnante le vittime di questo strano ‘modello di sviluppo’ chiamato capitalismo.

Quando la coperta del parassitismo borghese (sull’onda delle crisi economico-finanziarie periodiche) si fa più corta, i fratelli coltelli che formano la classe dominante (su base nazionale e internazionale) ingaggiano una lotta ulteriore per il bottino di risorse di capitali, risorse naturali, plus-lavoro a basso costo, da sottrarre ai rivali capitalistici più deboli. Lo stato nazionale si fa collettore dei desiderata del capitale usuraio-finanziario internazionale, imponendo misure fiscali volte a sottrarre quote di reddito ai lavoratori per pagare gli interessi sulle cedole dei titoli del debito pubblico. I sacrifici richiesti alla classe lavoratrice (occupata e inoccupata) ridanno linfa vitale al cadavere di un sistema che ancora cammina, allontanando ancora una volta il momento della sua definitiva sparizione dalla scena della storia.

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