Cineserie (aggiornamento del secondo capitolo)

Capitolo secondo: Un proletariato che si muove dentro le scatole cinesi delle concessioni e della repressione

L’economia cinese negli ultimi anni ha subito dei lievi rallentamenti nella crescita (se paragonati a quelli della concorrenza). Ad esempio il crac della borsa di Shanghai, e la svalutazione dello Yuan, sono dei segnali di questo rallentamento. Bisogna ricordare che stiamo ragionando sulle cifre ufficiali, quindi con dei dati probabilmente ottimistici. La popolazione cinese rappresenta il 20% della popolazione mondiale, quindi si comprende l’importanza dell’andamento economico di un paese come la Cina (per l’intero sistema capitalistico globale). Cosa intendiamo affermare? Intendiamo affermare che questo paese ha sostenuto (e sostiene) l’economia capitalistica internazionale attraverso il suo proletariato (rurale e industriale), fonte preziosa di plus-valore e profitto per molte importanti imprese aziendali mondiali. I tassi di appropriazione di plus-lavoro operaio in Cina sono infatti più convenienti dei tassi concorrenti europei e USA. A fronte di questa maggiore ‘spremitura’ di plus-lavoro (con annessa e successiva mietitura di plus-valore), si registra inevitabilmente un rapporto PIL/numero di abitanti (cioè il reddito medio pro-capite) decisamente da paese sottosviluppato. Al livello attuale la ‘fabbrica del mondo’ cinese consuma il 40% dei metalli prodotti nell’economia mondiale, e circa il 30% delle materie prime di natura differente. I bassi salari sono stati finora il ‘segreto’ dell’enorme sviluppo dell’economia, questo dato (il basso costo del lavoro) ha funzionato come attrattore di capitali da altri paesi. Negli ultimi due decenni una parte del proletariato cinese ha prodotto enormi quantitativi di merci per conto di imprese europee, USA e giapponesi. In relazione a tale dato sono sorte delle zone industriali ‘franche’, con fiscalità e normativa sul lavoro favorevoli per i capitali investiti da parte dei grandi trust internazionali, in particolare nell’area di Shanghai, Shenzhen, Hong Kong.

Al netto degli attuali cambiamenti nel confronto commerciale-politico fra potenze capitalistiche, determinato anche dalla recente capacità di investimento cinese nei mercati esteri ( AIIB, OBOR), resta assodato dunque che per alcuni decenni l’economia cinese ha garantito (con i bassi salari dei lavoratori) un adeguato saggio di profitto al capitale internazionale in cerca di valorizzazione. Una piccola ricognizione storica ci consente di comprendere il tipo di interconnessione fra investimento di capitale internazionale ed economia nazionale (cinese). Si parte in primo luogo dalle industrie locali che importano le materie prime o i semilavorati e li trasformano in prodotti finiti (o li assemblano) per conto di imprese straniere. Il prodotto finale appartiene al committente estero (in genere una impresa multinazionale) che ottiene, con questo giro di percorsi produttivi, una sensibile riduzione dei costi aziendali di produzione. Il basso costo del lavoro garantisce dunque l’appetibilità dell’investimento, il plus-valore ricavato dalla vendita (sul mercato globale) dei beni ottenuti da tale meccanismo produttivo viene poi suddiviso fra il committente estero e l’appaltatore/commissionario nazionale. Da un punto di vista quantitativo la parte maggiore di questo plus-valore va all’impresa estera, mentre una parte più o meno marginale va a finire nelle tasche della borghesia locale ( dirigenti e sotto-dirigenti aziendali innanzitutto).

Il proletariato cinese nell’ultimo decennio è stato protagonista di varie lotte a sfondo economico. Molto spesso queste lotte sono contrassegnate da scontri con la polizia.

Lo sviluppo capitalistico cinese nel corso del tempo ha parzialmente svuotato le campagne per fornire manodopera al settore industriale dell’economia, tuttavia, seguendo le leggi di funzionamento dell’economia capitalistica, è stata prodotta una sovrappopolazione relativa crescente, funzionale alle alterne fasi del ciclo industriale. Una parte di questa sovrappopolazione alle volte ritorna nel luogo di origine, mediamente nel tentativo di mettersi in proprio nel settore terziario (commercio elettronico, servizi vari…). Le lotte dell’ultimo decennio sono condotte da un proletariato (in prevalenza) mobile e flessibile, interessato spesso all’ottenimento di obiettivi già previsti nella legislazione del lavoro vigente (nondimeno negligentemente ‘dimenticati’ dalle imprese). La ‘mobilità’ di una parte di questo proletariato è connessa, spesse volte, alla velocità delle informazioni (sulle migliori condizioni di lavoro e di paga) che circolano sulla rete. Sulla base di migliori prospettive di lavoro una quota non irrilevante di proletari (soprattutto giovani) si sposta di azienda in azienda, oppure permane nello stesso luogo di lavoro (ma a fronte della minaccia di andare via, ottiene di converso migliori condizioni contrattuali). Dunque almeno una quota di proletari cinesi riesce a ottenere dei relativi miglioramenti economici, seppure all’interno del vigente sistema di relazioni industriali fra capitale e lavoro. Questo ultimo aspetto, sicuramente reversibile e transitorio (come tutte le conquiste dei lavoratori a capitalismo vigente), funge tuttavia da parziale fattore di demotivazione del conflitto sociale.

Accennavamo in precedenza al ritorno al luogo di origine (campagna) di una parte della sovrappopolazione relativa prodotta dal capitalismo; spesso i soggetti coinvolti in queste dinamiche tendono a sviluppare attività collegate al settore terziario dei servizi. Nell’economia capitalistica il settore terziario è d’altronde in crescita (per numero di aziende e di addetti) rispetto agli altri settori economici (primario e secondario). Questa è una tendenza ‘storica’ che coinvolge l’economia capitalistica si base mondiale.

Non ci si deve stupire, allora, se i dati sulle lotte economiche ‘immediate’ del 2016 mostrano che nel settore terziario è concentrato il 22% delle lotte, mentre nel settore manifatturiero (escluse le imprese di costruzioni che totalizzano oltre il 40%) solo il 20%.

I lavoratori ‘migranti’, cioè di recente spostatisi dalla campagna alle periferie industriali, sono oltre 270 milioni, quindi più di un terzo della popolazione attiva. La situazione contrattuale di quasi il 70% di questi lavoratori ‘migranti’ è quantomeno suscettibile di miglioramenti ( nel senso di maggiori vincoli a carico delle imprese). Dunque, considerando anche i salari (mediamente più bassi al confronto con le altre tipologie di lavoratori), emerge un quadro di vita poco entusiasmante per la popolazione rurale recentemente proletarizzata. Considerando il proletariato cinese nel suo complesso possiamo rilevare che il salario medio mensile si aggira intorno ai 400 dollari; un dato numerico inferiore a quello europeo e USA. Questo dato salariale medio è comunque superiore a quello di alcuni paesi dell’area. Gli scioperi e le lotte sono stati uno dei fattori alla base degli aumenti (insieme alla prospettiva aziendale di un aumento delle vendite attraverso la crescita salariale). Tuttavia, come detto in precedenza, le concessioni salariali vengono spesso vanificate dall’inflazione, e quindi il risultato della lotta economica immediata si rivela in breve tempo nullo.

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