Cineserie. Capitolo terzo: Prospettive

Cineserie. Capitolo terzo: Prospettive

La crisi economico-finanziaria del 2008 ha ribassato anche il tasso di crescita dell’economia cinese. Diminuendo la domanda globale di merci la produzione industriale globale, e nello specifico la produzione cinese, hanno subito dei rallentamenti e in certi casi degli arresti.

In parziale alternativa alla valorizzazione del capitale nel settore industriale, dopo il 2008 è stata seguita la strada degli investimenti in infrastrutture (sia all’interno del paese, sia all’esterno). L’AIIB rappresenta proprio la sublimazione di questa tendenza all’investimento in infrastrutture (soprattutto nei paesi in via di sviluppo capitalistico). Dal punto di vista del capitale aziendale (sia esso basato su fonti di finanziamento proprie o di terzi) questa tendenza è definibile con il termine ‘differenziazione degli impieghi’. Negli ultimi dieci anni è dunque aumentata l’attività di costruzione di aeroporti, ferrovie, ponti, fabbricati ad uso civile e industriale, strade ed autostrade, scuole, ospedali, musei e teatri. In certi casi, come accade d’altronde in altri paesi, le costruzioni restano inutilizzate per lunghi periodi, a dimostrazione del fatto che il fine della loro produzione (come d’altronde accade per le merci) non era una intrinseca utilità d’uso, ma la valorizzazione del capitale (e dunque l’impiego di una forza-lavoro salariata da cui estrarre plus-lavoro/plus-valore adeguati). In termini tecnici, l’investimento di capitale nella produzione di beni immobiliari destinati ad un prevalente inutilizzo (in mancanza di acquirenti o di utilizzatori), può definirsi sovra-investimento (in effetti esso è il risvolto della sovrapproduzione). Da un punto di vista economico generale siamo nell’ambito della categoria dello spreco (sciupio) tipici del capitalismo (soprattutto nella fase matura). Non deve meravigliare, dunque, che negli ultimi anni la sola economia cinese abbia impiegato qualche migliaia di ml di dollari nella realizzazione di opere prive tuttora (in prevalenza) di un verificabile uso pratico. Parlando in termini di economia capitalistica globale, è giusto ricordare che intorno alla costruzione di beni immobiliari si realizza (al di là della mancata utilizzazione pratica delle costruzioni) un giro di affari che vede coinvolti (in veste di beneficiari) varie figure economiche: imprenditori immobiliari, produttori di materie prime, appaltatori e sub-appaltatori. La storia delle opere pubbliche inutili (1) dimostra anche che la copertura dei costi aziendali avviene, in modo regolare, con l’aumento dell’imposizione fiscale a carico dei soliti noti (in primis Pantalone, cioè i lavoratori salariati). In tal senso andrebbe riletto un testo del P.C.Internazionale degli anni 50, dal titolo e dal contenuto appropriato anche alle attuali vicende: ‘Imprese economiche di Pantalone’. Un altro termine ricorrente, nella analisi del sovra-investimento di capitali, è quello di ‘crescita drogata’. In questo caso il capitalismo, almeno quello posizionato nella fase matura-senile, viene assimilato a un organismo dipendente dall’uso massiccio di droghe economiche. Lo spreco di risorse umane e materiali nella realizzazione di opere inutili, mentre una fetta considerevole dell’umanità langue nell’indigenza, è d’altronde tipica del capitalismo (maturo-senile). La ‘giovane’ economia capitalistica cinese affronta, dopo solo pochi decenni dal suo decollo industriale, gli stessi problemi in cui sono incappate le vecchie economie capitalistiche dopo qualche secolo di sviluppo. La rapidità dei processi capitalistici qualificabili come sovra-investimento, crescita drogata, sovrappopolazione stagnante, è posta in essere in Cina dall’elevato grado di sviluppo tecnico-scientifico del capitale costante esistente nell’economia globale. Il capitale costante mediamente impiegato dalle imprese nel 2017 (il macchinario, le attrezzature, la loro tecnologia di costruzione) è in grado di sostituire un numero 100 volte maggiore di salariati rispetto al capitale costante utilizzato dalle imprese economiche nel 1817, o 50 volte maggiore rispetto alle imprese del 1917. Un capitalismo ‘giovane’ dei nostri tempi, senza nessun paradosso, è dunque destinato a diventare già ‘vecchio e decrepito’ dopo qualche decennio di vita. Infatti le avanzate caratteristiche tecnologiche del capitale costante (mediamente diffuso nell’economia globale), riducendo in modo intensivo la parte variabile del capitale aziendale (la forza-lavoro umana) nei processi produttivi, erodono già in partenza la base del profitto aziendale (cioè il plus-lavoro proletario). Sulla base di questi dati si può comprendere il senso economico dei meccanismi gestionali e organizzativi (come la fabbrica totale) volti ad aumentare la produttività del lavoro (e quindi l’appropriazione di plus-lavoro relativo), o il meccanismo del puro aumento dell’orario giornaliero di lavoro senza alcun corrispettivo aumento salariale (plus-lavoro in termini assoluti). In altre parole questi meccanismi funzionano come una controtendenza rispetto alla caduta tendenziale del saggio di profitto, insita nella riduzione progressiva dell’impiego di forza-lavoro umana nei processi produttivi. Negli ultimi tre anni sono stati registrati dei segnali di rallentamento anche nel campo degli investimenti in infrastrutture: la causa principale di questo dato si trova nelle fonti di finanziamento scelte per sostenere il settore delle costruzioni. Lo stato cinese ha reperito i finanziamenti (soprattutto a partire dal 2009) attraverso la crescita del prestito obbligazionario, e in secondo luogo vendendo i terreni dei contadini agli imprenditori del settore delle costruzioni. Mentre con l’impiego della prima fonte di finanziamento il debito totale (pubblico e privato) è passato in pochi anni dal 150% del PIL al 260% (con relativo aumento del costo degli interessi passivi), con la seconda fonte di finanziamento è stato costruito (in oltre venti anni) un vasto esercito di riserva per il capitale industriale (ma anche una sovrappopolazione di riserva potenziale fattore di turbolenza sociale). Sul piano macroeconomico la crescita del debito e del connesso aumento di spesa per il pagamento degli interessi passivi, implica inevitabilmente l’incremento del carico fiscale sulle tasche del solito Pantalone proletario. L’aumento del carico fiscale generale (in assenza di paralleli e proporzionali aumenti del reddito medio della classe proletaria) porta al conseguente peggioramento del potere di acquisto medio e quindi delle condizioni di vita popolari. Anche quest’ultimo aspetto, inutile dirlo, è inquadrabile nella categoria dei fattori di crescita del conflitto di classe (ma l’aumento fiscale e la diminuzione del potere d’acquisto vanno anche intesi come fattori di calo della domanda generale). In questi ultimi anni, in considerazione delle difficoltà di valorizzazione del capitale nel settore della produzione industriale di merci e delle crescenti difficoltà di valorizzazione nel settore delle costruzioni, l’economia cinese ha registrato forti investimenti nel settore terziario dei servizi. La domanda interna di servizi tuttavia risente, chiaramente in negativo, delle stesse condizioni (in primis il calo del potere di acquisto) che ostacolano la crescita della domanda nel mercato delle merci e dei beni immobiliari. Allo scopo di incrementare, o almeno di mantenere inalterato il volume annuo delle esportazioni, nel 2016 il governo cinese ha svalutato ripetutamente lo Yuan. Tuttavia anche questa misura, mentre da un lato favorisce l’acquisto di prodotti dall’estero (a patto beninteso che le altre economie nazionali non svalutino a loro volta la propria valuta), dall’altro lato funge da fattore depressivo della  domanda interna. Infatti, con la svalutazione della moneta nazionale, in assenza di adeguate e contemporanee riduzioni dei prezzi delle merci e dei servizi, si verificherà inevitabilmente una parallela riduzione del volume della domanda generale. Sul piano macroeconomico è dunque da valutare se la contabilità delle esportazioni è in grado di segnare degli aumenti sufficienti a coprire/superare i mancati guadagni causati dal calo della domanda sul mercato interno, calo determinato dall’aumento combinato della pressione fiscale e della svalutazione competitiva della moneta nazionale.

Da un punto di vista socio-economico, i ‘sacrifici’ richiesti dalla ‘crescita drogata’ capitalistica, in linea generale, vengono accollati al solito Pantalone proletario (maggiori tasse e minore valore del salario reale in termini di potere di acquisto). Quest’ultimo aspetto conferma la validità della legge della miseria crescente e la persistenza dei suoi effetti collegati (ovvero l’aumento della conflittualità sociale e quindi la potenziale minaccia politica al dominio della classe borghese).

Nell’ultimo decennio sono aumentati gli scioperi per motivi salariali. Questi scioperi trovano una ragione contingente anche nella esigenza di assicurare una pensione sufficiente al lavoratore, considerando che essa è quasi totalmente a carico dei contribuiti versati dalle imprese allo stato (e quindi si basa in ultima analisi sul valore della retribuzione erogata). Gli scioperi nell’anno 2010 hanno coinvolto, in una sola provincia ai confini con la Corea, quasi 70.000 lavoratori. Nel 2014, nel centro industriale di Dongguan, hanno scioperato invece quasi 40.000 lavoratori. Lo stesso proletariato giovanile ha dimostrato negli ultimi anni una elevata combattività (scioperi, proteste, manifestazioni), nei confronti della tendenza all’aumento dello sfruttamento attraverso l’aumento della giornata lavorativa (plus-lavoro assoluto). Nel 2015/2016 sono aumentate le azioni di protesta contro i tagli all’occupazione, ma anche per gli aumenti salariali o il pagamento degli arretrati (per lavoro straordinario). I tagli all’occupazione (si parla di milioni di licenziamenti) sono collegati a una valutazione di scarsa economicità di alcuni settori decotti ( ad esempio carbone, edilizia, cantieri navali) delle imprese pubbliche, sostenute finora dal credito di stato.

In conclusione l’analisi dei dati macroeconomici cinesi (in linea con le tendenze dell’economia globale) non rivela altro che l’esistenza delle solite contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico. Il fuoco del conflitto sociale di classe è continuamente alimentato da queste contraddizioni, in ogni landa del capitalismo globale. La classe operaia cinese, tuttavia, sia per le proprie dimensioni quantitative che per il grado di combattività dimostrato negli ultimi dieci anni, può rivelarsi una delle punte avanzate della lotta di classe internazionale contro il regime sociale borghese.

(1). Il termine ‘inutile’ non indica l’esistenza di una produzione totalmente priva di uno scopo. In questo caso la produzione di costruzioni edili di vario tipo soddisfa gli interessi di alcune categorie di operatori economici borghesi (imprenditori edili, imprese industriali produttrici di materie prime utilizzate nell’edilizia, appaltatori e subappaltatori…). Tuttavia, quando si parla di ciclo di ritorno del capitale investito, si ipotizza una sequenza di fasi cronologiche in cui l’iniziale impiego di capitale monetario (D) nel processo produttivo di merci (M)  contenenti una quota di plus-valore prodotta dal plus-lavoro proletario, si converte poi in (D+1) attraverso la vendita nella sfera della circolazione-distribuzione (il mercato di sbocco). Nel caso delle costruzioni in oggetto (o almeno di una parte di esse) ci troviamo in una situazione in cui non esiste un mercato di sbocco, cioè un utilizzatore-cliente liberamente disposto a trasformare in ricavo di vendita (con il proprio atto di acquisto) il plusvalore contenuto nel prodotto edile. Eppure alla fine qualcuno paga le opere realizzate dalle imprese di costruzioni: Il pagatore è lo stato suggerirà qualcuno. In effetti l’amministrazione pubblica figura come ente pagatore, tuttavia le somme utilizzate per i pagamenti vengono reperite attraverso le entrate fiscali annue, cioè dalle tasche del Pantalone proletario. Da un punto di vista economico viene dunque realizzata una doppia appropriazione di plus-lavoro: la prima volta in modo diretto, quando l’impresa si appropria di una parte del lavoro dell’operaio edile, la seconda volta in modo indiretto, quando lo stato capitalista si appropria di una parte della retribuzione del lavoratore edile sotto forma di ‘tasse’ (per pagare alle imprese le costruzioni di opere inutilizzate in cui il lavoratore era stato inizialmente sfruttato in modo diretto). In questo processo di sfruttamento su sfruttamento rifulge insostituibile (ancora una volta) il ruolo dell’apparato di potenza e dominio della classe parassitaria borghese: lo stato.

 

Postilla (Stralci tratti da ‘Imprese economiche di Pantalone’)

Si sono fatti sulla scena, per discutere la dottrina moderna della produzione nei suoi rapporti con l’investimento dei capitali, l’impiego del lavoro, e le oscillazioni del potere di acquisto della moneta, tenori di forza della scienza economica, come i Dayton, i De Gasperi, i Togliatti; ed hanno posto in modo perentorio al vecchio Pantalone, che personifica l’erario pubblico italiano, i quesiti sul modo di collocare i suoi quattrini. Pantalone è molto intrigato tra le suggestioni di casa e quelle di fuori, da occidente e da oriente.

Uditi i professori, vedremo di ripassare la lezione riducendola in termini accessibili a noi poveri scolaretti, un poco intimiditi dall’astruso aspetto dei teoremi economici.

Ricordammo altra volta che investe chi ha tanti soldi da non poterseli “mangiare”. Sedete Crapotti, e non dite sciocchezze, affermando che i soldi non si mangiano. Una volta investiva, dunque, chi aveva molto guadagnato, un privato ricco, disposto a diventare più ricco, e benemerito della “produzione”.

Nella “class di asen” si da questa definizione del socialismo quando chi investe non è più il privato, ma lo Stato, questo è il socialismo.

Crapotti, alla lavagna.

IERI

Questa faccenda dello Stato investitore diretto, e dello Stato direttore di investimenti privati (secondo la geniale formula del prof. Alcide, veramente lapidaria: investimenti diretti dello Stato, investimenti diretti dallo Stato) è per molti un fatto recentissimo, novecentocinquantistico, che obbliga a rimettere su in modo diverso tutta l’analisi del mondo capitalistico.

Sembra che nessuno abbia mai dettato a costoro un pensum da scrivere sul quaderno di classe novecentocinquanta volte, e così compilato: il capitalismo non sarebbe mai sorto, se lo Stato non avesse investito capitali e diretto investimenti di capitali. Incartapecorito che sembri Alcide non era ancora nato.

Ci dispiace, ma apriamo la Bibbia.

Un certo seguito di versetti, verso la fine, riguardano quel fattaccio di cronaca nera che figura nella fedina penale del signor Uomo: l’accumulazione primitiva. Già, già.

Per l’impiego in massa delle forze produttive, materie ed uomini con la piccola u, occorse del denaro concentrato. Nelle epoche precapitalistiche ve ne era? Indubbiamente. Secondo Marx evangelista la cosa è andata così, giusta le magre notizie che si potevano raccogliere un secolo fa, e quindi con sopportazione dei dotti odierni, che dispongono di ben altro “materiale”, di ben più ricca “informazione”, di una ulteriore montagna di “esperienze”, su cui hanno istituita la loro aggiornatissima indagine, la loro analisi luminosa.

“La genesi del capitalista industriale non ha seguìto la stessa via graduale di quella del fittavolo”.

Ci dobbiamo fermare per darvi la nota 238: due righe, ma ne faremmo un timbro a secco da apporre su tutte le meningi: Industriell hier (qui) im Gegensatz (in contrapposto) zu Agrikol. Im “kategorischen” Sinn (non è la lingua che importa tradurre: i marxisti non hanno lingua: in senso categorico vuol dire ai fini di classificazione, di definizione) ist der Pächter (lo affittaiuolo di terra) ein industrieller Kapitalist so gut wie (tanto bene come) der Fabrikant (il padrone di fabbrica). La genesi degli affittaiuoli capitalisti era stata trattata nel paragrafo antiprecedente.

Vediamo dunque come nacque “stu chiapp’e mpise” (trad. libera: pendaglio da forca) del capitalista industriale, e facciamo un poco di silenzio, lasciando leggere la Bibbia.

“Indubbiamente, molti piccoli mastri artigiani e un numero anche maggiore di piccoli artigiani indipendenti o perfino operai salariati si trasformarono in piccoli capitalisti e, grazie ad uno sfruttamento a poco a poco più esteso del lavoro salariato e a un’accumulazione corrispondente, divennero capitalisti sans phrase”.

Marx stesso si spassa a dire in francese: capitalisti senza frase, e tra parentesi spiega in tedesco:schlechthin: semplicemente; capitalisti puri e semplici, veri e propri; è l’italiano che bisogna tradurre in italiano quando il sordo non vuol sentire. Capofila del primo banco, piantatela, e passate al corso di esegesi biblica; di questo passo a Dayton chi Dozza ci arriva? – Posso rilevare che da questi fondamentali versetti emerge una tesi da martellare ad una prossima occasione, che le classi non sono caste chiuse e che personalmente i capitalisti sono molte volte operai che hanno passato il Rubicone, il che non toglie nulla alla dottrina della lotta di classe? – Bravo, ma sia l’ultima interruzione.

“Nel periodo d’infanzia della produzione capitalistica, le cose sono spesso andate come nel periodo d’infanzia dei comuni medievali, dove il problema chi dei servi della gleba fuggiti dovesse essere padrone e chi servo, era in gran parte deciso dalla data più antica o più recente della fuga”.

E’ irresistibile! qui c’è tutta la critica storica delle “liberazioni” borghesi: ad esempio in Italia ci ammorbano e comandano quegli antifascisti, che sono stati i primi a scappare fuori per paura di Mussolini. Insomma!

“Ma il passo da lumaca di questo metodo non corrispondeva in alcun modo alle esigenze commerciali del nuovo mercato mondiale che le grandi scoperte alla fine del secolo XV avevano dischiuso. Il medioevo aveva però tramandato due forme diverse di capitale, che maturano nelle più differenti formazioni sociali ed economiche e, prima dell’era del modo di produzione capitalistico, valgono come capitale quand méme – il capitale usuraio e il capitale commerciale”.

“Il capitale denaro costituitosi mediante l’usura e il commercio era inceppato nella sua trasformazione in capitale industriale dalla costituzione feudale nelle campagne e dalla costituzione corporativa nelle città”.

Queste barriere caddero a poco a poco, e si formarono delle zone dove il capitale manifatturiero, fuori dai feudi e dalle città corporative, per lo più sulle coste e nei porti (Inghilterra) o sotto la protezione del regio potere (Francia) poté liberamente svilupparsi. L’accumulazione iniziale dei giganteschi moderni capitali ha preso il suo slancio; essa ha grandissimo impulso dalla conquista commerciale e coloniale del mondo, e dai bestiali procedimenti di preda, di saccheggio, di sterminio sulle popolazioni di oltre Oceano.

Questo procedere travolgente della forza del Capitale si poggia, al tempo stesso, sulla possibilità tecnica data dai nuovi mezzi di avere molti prodotti con minori spese e sulla forza politica degli Stati metropolitani, nei quali mano mano la classe borghese diventa più influente e potente: la serie è classica e tante volte ricordata: Portogallo; Spagna; Olanda; Francia; Inghilterra; un nuovo soggetto tenta di entrare in lista: Germania; poi fiammeggia una tappa ben preveduta da Marx: America.

Quale, in questo investimento del capitale nel mondo, la funzione dello Stato?

“E’ noto che, oltre al dominio politico nelle Indie Orientali, la Compagnia inglese delle Indie Orientali si assicurò il monopolio esclusivo del commercio del tè, dei traffici con la Cina in generale, e del trasporto dei beni da e per l’Europa”.

Potere politico: amministrazione pubblica: i capitalisti della Compagnia a mezzo dei loro funzionari negrieri comandavano alta polizia locale, alla stessa flotta di Sua Maestà Britannica: monopolio: una nave non della Compagnia che portasse tè od altro era legalmente affondata a cannonate. L’epoca? 1750. Proto: sette, non nove.

Non possiamo riportare la famosa descrizione delle gesta dei colonizzatori bianchi dall’est all’ovest: dal 1769 al 1770 gli Inglesi provocano una carestia artificiale, comprando tutto il riso per rivenderlo a prezzi favolosi: crepano milioni di Indiani. In America nel 1744 i “puritani” emigrati fissano cento sterline di premio per ogni “cotenna” di indiano (scalp). Se l’indiano è vivo solo cinque sterline di più. Gli Stati Uniti hanno speso nell’ultima guerra 350 miliardi di dollari; mettiamo che i morti siano stati venti milioni, ogni cadavere 17.500 dollari, ossia un settecento sterline, un po’ svalutate, ma almeno quattro volte più della puritana scotennatura. Il capitalismo produce caro vita e caro morte: ma nella prossima guerra, con la bomba atomica, ci sarà una economia: duecentomila morti di Hiroshima e Nagasaki fanno 3 miliardi e mezzo di dollari; sarà stato certo minore il costo di produzione delle due bombe, compresa la dipintura su una di esse delle fattezze della Gilda, oggi M.ma Ali Khan, bianca formosa sultana di centomila scheletriti indiani. Per gli studi atomici generali si è stanziato e speso ancor di più; ma con uninvestimento pari a quello della seconda guerra, ce la facciamo a levare di mezzo tutta l’umanità.

Il Capitale offre tutti i miliardi di quattro secoli di accumulazione per lo scalp del suo grande nemico: l’Uomo.

Tornando alla accumulazione iniziale, lo Stato vi gioca una parte di primo ordine, come con Federico di Prussia nel costringere coattivamente i liberi coltivatori nelle manifatture tessili fondate dal governo. Ogni passo di Marx sottolinea questo intervento dello Stato.

“Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le “Società Monopolia” agirono come leve potenti della concentrazione capitalistica. Alle manifatture nascenti la colonia assicurava un mercato di sbocco e un’accumulazione potenziata dal monopolio dello smercio. I tesori catturati fuori d’Europa direttamente per mezzo del saccheggio, della riduzione in schiavitù e dello sterminio per rapina, rifluivano nella madrepatria per ritrasformarvisi in capitale”.

Sapete da chi Marx prende a prestito il termine, mezzo tedesco, mezzo latino, “Gesellschaften Monopolia”, o società commerciali di monopolio? Sicuro: dall’ultimo fascicolo dell’Economist! C’è un piccolo equivoco: lo prende da Lutero.

Ma ora: attenzione, come dicono al microfono:

“Oggi, la supremazia industriale porta con sé la supremazia commerciale. Nel vero e proprio periodo manufatturiero, invece, è la supremazia commerciale che dà il predominio industriale. Di qui il ruolo preponderante del sistema coloniale a quell’epoca”.

Sembrerebbe che noi vogliamo barare tra l’analisi della fase di costituzione del capitalismo, e quella della recentissima fase ultra-imperialistica, tra le quali si sarebbe inserita la “terza specie” di capitalismo, a Stato assente, ed iniziativa privata fiorente e libera da ogni vincolo.

Il capitalismo è uno solo, inteso come epoca storica e tipo di produzione.

Nella fase iniziale, come abbiamo visto con Marx, ricava quella tra le forze produttive che gli occorrono, ossia la massa monetaria, dal prodotto delle forme storiche di capitale usurario e commerciale, esistenti anche quando la produzione era fondamentalmente terriera ed artigiana. La forza produttiva dei lavoratori associati in masse la libera con quell’agente economico che è la forza, emancipando i servi della gleba e pauperizzando i produttori indipendenti. Per creare le masse di numerario che abbisognano sovviene il commercialismo estero e oltre marino, il colonialismo. La violenza, sempre.

Ben altre forze produttive può mobilitare il capitale quando alla semplice cooperazione operaia aggiunge le risorse, date dalla tecnica e subito monopolizzate dalla classe imprenditrice borghese, del macchinismo prima operatore e poi motore. Bastano i danari a riunire nella manifattura mille filatori coi loro telai a mano; ci vogliono nuove invenzioni per passare ai telai meccanici e avere dai mille il lavoro di tremila, per azionare poi i telai con un impiego di forza motrice a vapore ed elettrica, ricavando il lavoro di diecimila.

Con l’avanzato macchinismo divengono di prima importanza le dotazioni di materie prime, come per i minerali ferrosi, il carbone, il petrolio: in queste condizioni la supremazia è industriale, non commerciale, non può più gareggiare una Spagna, lo possono ben Gran Bretagna, Germania e Russia anche.

Presto la lotta per la supremazia industriale ridiventa lotta per i mercati e i giacimenti coloniali; siamo alla terza fase imperialista attuale, in cui, con Lenin, vediamo gli aspetti parassitari del capitalismo, il capitale finanziario, l’esportazione del capitale, la finanza statale, ritornare in piena luce.

Nell’ultimo colonialismo, i bianchi colonizzano i bianchi.

Le tre fasi hanno strettamente comune il comportarsi della borghesia come classe, l’esercizio del suo monopolio sociale sulle forze produttive, dal cui controllo sono escluse le classi lavoratrici, l’impiego della forza di Stato senza limiti e scrupoli come “agente economico” e del governo come borghese “comitato di interessi”, anche quando può essere spinto al massimo inganno ideologico della libera iniziativa economica e della democrazia politica. Non occorre richiamare tutto questo per mostrare che il confronto tra i fenomeni delle due fasi estreme, e più espressive, della tirannia capitalista, è pieno e probante.

Marx dice che fu il colonialismo a proclamare l’accrescimento del capitale unico supremo scopo dell’umanità, e passa subito alla descrizione del sistema del debito pubblico e del credito bancario. Il debito pubblico, il prestito di Stato, è la creazione di un attivo per i capitalisti, di un passivo per la popolazione nullatenente.

“Come per un colpo di bacchetta magica, esso dota il denaro improduttivo della capacità di procreare, e così lo converte in capitale”… “… anche a prescindere dalla ricchezza improvvisato dagli appaltatori delle imposte, dei commercianti, degli imprenditori privati, ai quali una bella fetta di prestito di Stato rende il servizio di un capitale piovuto dal cielo” e oltre tutto questo dà vita “alle società per azioni, al commercio in effetti negoziabili di ogni sorta, all’aggiotaggio: insomma, al gioco in borsa e alla moderna Bancocrazia”.

Il testo illustra ora il sistema fiscale, nella sua influenza deleteria sulla retribuzione della classe operaia, e come potente leva di espropriazione dei piccoli produttori e quindi di accumulazione capitalistica, e il sistema protezionistico mezzo statale artificiale per la formazione di capitali e di capitalisti.

Ci fermeremo a questo passo:

“La sorgente incantata donde il capitale primitivo scaturiva per arrivare direttamente agli imprenditori sotto forma di anticipazione e anche di dono gratuito, fu spesso il tesoro pubblico”.

OGGI

Il capitale americano ha accusato di timidi investimenti non i borghesi italiani, ma il loro governo, che andrebbe coi piedi di piombo per paura della svalutazione della moneta. Sembra dunque assodato che oramai nessuno dei borghesi che avviano intraprese vuole mettere a rischio danaro proprio o patrimonio proprio, per formare nuovi impianti produttivi, impiegarvi operai disoccupati, e guadagnarvi lauti profitti; ma tutti pretendono che anticipi il tesoro pubblico. Questo tesoro ha avuto dall’America aiuti che non è molto chiaro come avvengano a fini di cassa. Oro e dollari pare non ne arrivino, arrivano delle merci di cui non si chiede il pagamento e che costituiscono un “debito pubblico” dello Stato italiano, che dovrà essere rimborsato a furia di ore lavoro dei proletari. Forse non si stanno lasciando dei veri e propri titoli di credito di Stato verso Stato, e non si tratta di una semplice “usura statale”, ma l’impegno si trasforma palesemente in soggezione politica; i lavoratori anziché pagarlo con riduzione di salario effettivo potranno pagarlo dando la pelle combattendo per la democrazia contro la Russia.

Comunque lo Stato vende a privati queste merci che gli arrivano in conto ERP, e dovrebbe riscuotere delle lire. Rimettendo in circolazione queste lire per pagare salari e acquistare macchine o altro non si vede perché si dovrebbe gonfiare la circolazione. Ma per stavolta non ingolfiamoci nell’altro trucco borghese della inflazione e della simulata paura di essa.

In realtà lo Stato si mangia il ricavo ERP o facendo a sua volta credito ai borghesoni, cui molla le merci “regalate” a vuoto o sottoprezzo, o gettandolo nel baratro del suo deficit di gestione e mantenendo la sua pletorica burocrazia aumentata soprattutto nel reparto polizia. Quindi per finanziare industrie nuove o ossigenare industrie vecchie traballanti dovrebbe stampare carta.

Qui viene la bella politica economica dei partiti che dovrebbero “rappresentare le masse lavoratrici”. Questi sono disperatamente e decisamente per l’investimento di Stato e per il finanziamento da parte dello Stato alle intraprese industriali che, per non avere numerario, macchine aggiornate, possibilità di acquisto anche all’estero di materie prime, simulano di rimettere sulla gestione, e licenziano operai. Quando si decide di chiudere la benitesca creazione del FIM, istituto per la ricostruzione delle tasche degli industriali metallurgici, pure assicurando che alle diecine e diecine di miliardi, già regalati ai “complessi” capitalistici, altre se ne verranno ad aggiungere, i deputati e senatori socialisti e comunisti fanno i pazzi, si strappano i capelli, e si sottoporrebbero allo squartamento se ognuno potesse contare due nell’appello nominale.

Essi non mostrano affatto di capire che quei miliardi sono miliardi regalati agli imprenditori della classe proletaria; mostrano solo di essere ben sicuri che la classe operaia non lo capisce, e questo, nel loro metodo, conta.

Quindi la formula: piano di investimenti, impiego in essi di tutte le risorse della tesoreria di Stato, di tutti i ricavi Marshall, ERP, ECA, che si considerano i benvenuti. E soprattutto destinazione di questo alla industria, alla grande industria. Il peculiare comunismo del gruppo che portò via il partito, sente del suo disperato vizio di origine officinista, aziendista; tendenza anacronistica di una sinistra borghese provinciale lanciata contro i mulini a vento di un feudalismo scomparso, che se vede “den Fabrikant” tripudia per questa vittoria del progresso, e se lo stringe al cuore. Vuole uccidere Torlonia, frascheggia con Cademartori. Fa il gioco migliore ad entrambi.

Quando Dayton ha fatto il “cazziatone” a Pella, De Gasperi e C. al grido di: mettete le lire al vento! Investite! Comprate macchine, anticipate miliardi a gruppi industriali, impiegate operai, producete a tutta forza!, un grido di trionfo si doveva levare dal banco di Di Vittorio, come da quello dell’on. Di Benito.

La faccenda si è un pochino imbrogliata.

De Gasperi si è subito difeso, cifre alla mano. In Italia si investe, e come. Nel 1950-51 tutto il reddito nazionale è calcolato a ottomila miliardi di lire; dai 6700 di cui fin qui si è detto, abbiamo guadagnato il 20 per cento: allegri sempre, si dice in galera.

Del reddito si investe il 21 per cento in nuovi lavori ed impianti. Sono ben 1650 miliardi, ripartiti in tre economie che De Gasperi definisce, sia pure con altre parole, economia capitalistica, economia socialistica, economia… di tipo mezzano, socialcristiana, all’acqua benedetta. I privati investono 620 miliardi, lo Stato 608, infine vi sono 422 miliardi che i privati investono, assistiti, in questo difficile sacrificio, dallo Stato e dalle sue casse.

Signor Pantalone de’ Bisognosi, de te fabula narratur, si tratta di te, delle decorose toppe con cui copri l’antica miseria.

In te il buonsenso popolare ha ben personificato l’immagine marxista del popolo, cui di statale e di pubblico appartiene solo il debito, mentre la “ricchezza nazionale” è appannaggio di lor signori.

I privati tirano fuori, dai guadagni accumulati nel 1949-50, ben 620 miliardi, e questo si deve alla loro astinenza, poiché ci comprano macchine, ferro e carbone, laddove avrebbero pieno diritto di comprarci champagne, ville fiabesche sul lago di Como, e colonnelli italo americani. Oppure li dedicano all’impresa di ripescare dai fondi del Tirreno le corazzate dai nomi imperiali, se non dai fondi del laghetto, sotto il campo del golf, casse del tesoro di Dongo e cadaveri inzuppati.

Questi 620 miliardi, sommati con quelli dello champagne e del resto, sono lavoro dei proletari, divenuto plusvalore e profitto dopo pagati i salari, sono la stoffa per il pantaloni nuovo sostituita dalle toppe al vecchio.

I 422 miliardi che i privati investono, ma che tira fuori Pella e, con un gioco complesso di mutui, pagamenti differiti, e obbligazioni, le banche che cristianamente stanno a cavallo tra Stato e privati, quelli, c’è poco da fare, li paga in pieno Pantalone: se volete, signori professori, li anticipa solo, ma i profitti se li papperanno lo stesso i privati: vanno sommati al plusvalore.

Coi 608 miliardi che lo Stato investe in aziende proprie, siamo al socialismo pieno, o Pantalone: sei tu che li investi, è vero; ma sei ormai ricco, sei salito al rango di Fabrikant, e qualche giorno ti sederai allo stesso tavolo di Di Vittorio; come se fossi un Cademartori anche tu. Gli utili saranno tuoi, nessun plusvalore, e nessuna inflazione, perché questi ricchi dividendi andranno nelle tue tasche, il cui cassiere è Pella, nel tuo ricco conto alla Banca d’Italia, e saranno tanti di meno chiesti ai torchi.

Pantalone non sembra convinto e scuote la testa. Non gli è riuscito finora di fare un affare lucrativo, ha sempre rimesso del suo, e stavolta non gli resterebbe che portare al Monte le toppe, con grave disdoro per la dignità nazionale, cara a Palmiro. Quando lo Stato specula e intraprende, delega tutte le mansioni ad appaltatori, mediatori, funzionari, e uomini politici, che pianificano, amministrano, e poi spiegano a Pantalone come è andata, con teoremi di economia politica e caldi appelli al patriottismo del contribuente italiano.

Una sola cosa potrebbe consolare Pantalone, che a questo squadernare ministeriale di possenti investimenti, seguisse il crepitare dell’applauso dai banchi della opposizione, ove siedono i fieri, popolari e progressivi suoi protettori. Invece perplessità, silenzio, discorso cauto, prudente, bifronte delmigliore al comitato comunista.

Alcide ha annunziato: tutto questo è niente. Abbiamo votato altri 50 miliardi per la difesa, ne prepariamo altri cento. Spenderemo anche altri mille miliardi in Italia, se ve li investe lo stato maggiore dell’ONU ed il PAM per fare cannoni e divisioni corazzate.

Ed allora l’economismo aziendista e fabbricista entra in crisi. Vogliamo investimenti “produttivi” ma non per l’armamento: anche questi danno impiego e salario agli operai nostri elettori, è ben vero, ma, vedi caso, possono condurre all’inflazione e a una nuova degradazione economica. Distinguo. Se tutto ciò avviene ad esempio in Romania, allora anche la siderurgia e metallurgia di guerra è produttiva e non inflazionista, ma in Italia, in Italia: Pantalone, non fare imprese arrischiate, firma i tremila miliardi a Di Vittorio, ma non i cinquanta a Pacciardi.

Pantalone cerca con gli occhi il figlio minorenne Crapotti, e vede i teoremi dell’economia, non diciamo marxista, ma perfino ordinovista, disperdersi nella nebbia più scura. Eppure, Palmiro, mi hai sempre promesso di essere limpido e concreto… Ma Palmiro ha dietro di sé la risorsa di due grandi partiti. Libera da debolezze teoretiche sul marxismo, il cristi-socialismo o l’aziendismo taurinense, tuona la voce romagnola di Nenni: politique d’abord!

Le toppe nel didietro, après!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...