Riccardo Salvador: un militante comunista

Riccardo Salvador: un militante comunista

Nel 1983 il compagno Riccardo Salvador espose e riassunse in una intervista alcune posizioni del gruppo politico di cui il sito, ‘la sinistra comunista internazionale’, è l’attuale espressione diretta. Le risposte alle domande vennero trascritte e pubblicate negli anni successivi. L’intervista ha determinato, anche di recente, un certo interesse associato a volte alla nascita di equivoci e fraintendimenti. 

Nell’intervista ritroviamo due punti importanti: in primo luogo la valutazione circostanziata delle condizioni che hanno giocato un ruolo importante nella rottura politico-organizzativa del 1982. In secondo luogo l’analisi della società capitalistica, e delle prospettive relative al conflitto di classe nel medio periodo. A titolo informativo, Il testo ’31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della sinistra comunista’, pubblicato nel 2004, e presente sul sito, riprende anche le tematiche dell’intervista e fornisce valide e ampie risposte ai dubbi e alle perplessità che potrebbero sorgere in merito alle nostre posizioni politiche. Ora proviamo a rispondere in modo sintetico ad alcune critiche, particolarmente paradigmatiche del fraintendimento più diffuso in merito alle nostre posizioni.  

Il compagno Riccardo, nei riguardi delle problematiche esplose con la crisi politico-organizzativa del 1982, si limita a ripetere (giustamente) le valutazioni espresse in occasione di precedenti crisi interne. E non si tratta (in questo caso) di ripetizione pappagallesca di argomentazioni del passato, ma della presa d’atto dei fattori di realtà insiti nei condizionamenti della società borghese. Condizionamenti che spingono in modo frequente, sulla traiettoria attivistica, un certo numero di militanti. Nella risposta del compagno Riccardo non c’è nessuna personalizzazione dei problemi, egli prende semplicemente atto che la parte momentaneamente svolta da alcuni attori (sulla base della nostra conoscenza di esperienze simili del passato) risultava prevedibile e scontata negli esiti finali. Dunque sono in errore coloro che rintracciano nelle risposte di Riccardo Salvador una mancata valutazione delle circostanze sociali, o del quadro generale che ha racchiuso le vicende culminate nella crisi interna del 1982. Infatti, la deriva politica del 1982 (incubata negli anni precedenti) è comprensibile solo alla luce di una esatta individuazione della funzione svolta dalla falsa risorsa dell’attivismo all’interno del quadro socio-politico capitalistico. In una fase storicamente sfavorevole per la lotta di classe proletaria, le scelte tattiche del partito dovrebbero sempre essere ben soppesate con il metro del realismo, pena l’inutile, e anzi dannoso dispendio delle poche risorse di militanza disponibili. Puntualmente, la noncuranza/disattenzione di questa elementare precauzione, come già accaduto nel 1952, poi alla metà degli anni sessanta, agli inizi degli anni settanta e infine nel 1982, ha determinato la dispersione delle poche energie militanti esistenti. Un vero favore (piccolo o grande che sia) al sistema di dominio borghese. Dunque, eccolo qui il quadro generale in cui si inseriscono (ricorrentemente) anche le vicende che, almeno secondo alcuni critici, il compagno Riccardo avrebbe affrontato in modo insufficiente. Il succo della questione è nel fatto che le crisi ‘attivistiche’ sono un segnalatore, da inserire nel quadro sociale più ampio della persistente forza della borghesia come classe dominante.

Il secondo aspetto dell’intervista, suscitante altri interrogativi in qualche lettore, riguarda il rapporto fra la ‘crisi’ del capitalismo e il movimento della lotta di classe.

Il compagno Riccardo, nel breve lasso di una risposta verbale, sostiene che pur in presenza della ‘crisi’, cioè dei risultati contingenti derivati dalle permanenti contraddizioni dell’organismo economico-sociale capitalistico (sul piano macro-economico e in parte su quello sociale), si è comunque costretti a constatare che l’attuale (pluridecennale) fase storica della lotta di classe è sfavorevole al proletariato ( sul piano sociale ed economico delle lotte e poi di conseguenza sul piano politico, in quanto l’organo energetico della classe, il partito, è ridotto, sul piano organizzativo, ai minimi termini storici ). Qualche lettore ipercritico si chiede come sia possibile sostenere le due cose contemporaneamente, cioè la crisi economico-sociale e l’inazione complessiva del proletariato.

 Proviamo a riassumere la tesi dei critici; se nel marxismo la lotta di classe è il motore del divenire storico, allora come si può sostenere che la crisi capitalistica (emersa dal divenire storico) non è  prodotta essa stessa dal motore principale di questo divenire, cioè la lotta di classe? Il problema è mal posto, sia sul piano logico formale, sia sul piano storico: in primo luogo, perché la lotta di classe si svolge fra due attori sociali principali, e come sostiene il nostro gruppo politico le sorti del conflitto pendono da quasi un secolo a favore della borghesia (controrivoluzione). L’attuale forza di dominazione della borghesia è un dato di fatto, i segni di questa realtà sono il suo monopolio della violenza latente/cinetica racchiusa nell’attrezzatura statale e la pervasività e interiorizzazione dei suoi modelli culturali, da buona parte della classe dominata (sindrome di Stoccolma?). Come al solito i critici, alla ricerca di presunte incoerenze nelle risposte del compagno Riccardo Salvador, dimenticano poi bellamente l’esistenza degli attuali rapporti di forza fra le classi; di conseguenza queste critiche sfociano verso la riproposizione di un attivismo sterile e velleitario (alternativo al presunto attendismo di Riccardo Salvador e quindi del nostro gruppo politico).

Il secondo motivo di infondatezza delle critiche è nella incomprensione delle cause degli squilibri economico-sociali del sistema capitalistico. La lotta di classe proletaria è un fattore di causa, tuttavia non bisogna mai dimenticare che la concorrenza e l’anarchia della produzione capitalistica, quindi il grado di elevata conflittualità socio-economica e politica (pensiamo solo alle due ultime guerre mondiali) interno alla classe sociale dominante, determinano a loro volta una parte degli squilibri economico-sociali, che i critici individuano univocamente nella pressione anti-sistema del proletariato. E’ vero, d’altronde, che la classe proletaria esercita una continua azione di conflitto nei confronti dei suoi oppressori sociali (tuttavia è innegabile che quest’azione, manifestantesi innanzitutto dentro il quadro delle rivendicazioni economiche immediate, solo raramente riesce a travalicare tale quadro e a raggiungere il livello dell’organizzazione politica e della lotta per il programma comunista). Tale situazione, definibile nei termini di stagnazione e riflusso del conflitto sociale (con annessa e conseguente immaturità politica della classe), non può essere ignorata, o illusoriamente sostituita con il solito attivismo velleitario incapace di valutare realisticamente i rapporti di forza esistenti. 

Come insegna Sun Tzu, nel testo ‘L’Arte della guerra’, un bravo comandante sa scegliere il momento migliore per attaccare e il momento in cui è meglio stare fermi ad aspettare. Questa è la vita reale, il resto sono favole per i bambini. Le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico (caduta tendenziale del saggio medio di profitto, anarchia della produzione, crescita della sovrappopolazione relativa, miseria crescente, aumento dello sfruttamento con correlato aumento del dispotismo aziendale e della potenza repressiva degli stati, distruzione del capitale costante e variabile in eccesso per far ripartire il ciclo di valorizzazione) sono fattori di debolezza intrinseca del sistema: riconoscere l’esistenza di queste leggi, e dunque la condizione permanente di ‘crisi’ del capitalismo, come ha fatto Riccardo Salvador, e nel contempo sostenere che il proletariato non riusciva, e non riesce tuttora, ad esprimere un livello di conflitto in grado di spezzare il domino borghese non è contraddittorio. E’ coerente con la realtà. E’ un esercizio di realismo. 

 

Postilla

Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Attivismo

Nota redazionale: abbiamo sottolineato, o accentuato con il corsivo e il grassetto alcune parti del testo.

 

Non può considerarsi un “chiodo”, cioè un’idea fissa, una mania delirante, perché non si tratta affatto di una concezione dottrinale, di una posizione teorica comunque fondata su una determinata considerazione della realtà sociale. Esso, infatti, presuppone l’assenza e il sovrano disprezzo per il lavoro teorico bastandogli qualche formoletta tattica e la esperienza della manovra politica, l’empirismo agnostico, la praticaccia dell’organizzazione e il gergo della terminologia. L’attivismo non è dunque un “chiodo”, ma il terreno di coltura di tutti i “chiodi” e fissazioni che affliggono ricorrentemente il movimento operaio. Ma le ondate epidemiche di attivismo non capitano a caso. Si può affermare che la teoria marxista si è formata in una continua incessante lotta critica contro le infatuazioni attiviste, che poi sono le manifestazioni sensibili del modo di pensare idealistico. Le epoche in cui il fenomeno raggiungeva l’acme erano invariabilmente contrassegnate dal trionfo della controrivoluzione. Prendiamo a testimonianza un brano di Engels, tratto dall’articolo Programma dei blanquisti profughi della Comune, pubblicato sul Volkstaat, anno 1874.

Esso dice testualmente:

“Dopo ogni rivoluzione naufragata od ogni controrivoluzione, si sviluppa tra i profughi scampati all’estero una attività febbrile. Le diverse gradazioni di partiti si raggruppano, si accusano reciprocamente di aver condotto il carro nel fango, si incolpano gli uni e gli altri di tradimenti e di tutti i possibili peccati mortali. Si rimane così in istretto legame con la patria, si organizza, si cospira, si stampano fogli volanti e giornali, si giura che in ventiquattro ore si tornerà a ricominciare, che la vittoria è certa e si distribuiscono nell’attesa di già gli uffici governativi. Naturalmente i disinganni seguono ai disinganni, e poiché questi non si vogliono ascrivere alle condizioni storiche ineluttabili, che non si vogliono capire, ma ai fortuiti errori dei singoli,così si accumulano le reciproche accuse e tutto finisce in una baruffa generale”.

Sostituite alle circostanze dell’epoca post-Comune, successiva cioè ad una tremenda e devastante sconfitta del movimento rivoluzionario, quelle analoghe di un qualsiasi periodo di riflusso del movimento e di vittoria totalitaria della reazione capitalistica; sostituite ai profughi blanquisti della Comune scampati all’estero qualsiasi gruppo di scalmanati, ostinatamente decisi a non accettare le “condizioni storiche ineluttabili”, di cui parla Engels, e vedrete che la realistica caratterizzazione dell’attivismo anno 1874 è perfettamente applicabile, poniamo, all’anno 1926 o all’anno 1952.

L’anno 1926 segnò la vittoria dell’attivismo fronteunista, del fusionismo, dei blocchi interclassisti in funzione antifascista, contro il “settarismo dogmatico e l’immobilismo” della Sinistra Italiana. Successe cioè ai “profughi” della fallita rivoluzione in Germania, della mancata offensiva di classe contro il fascismo mussoliniano, della disfatta rivoluzionaria in Ungheria, ecc., quello che succedeva ai “profughi blanquisti” della Comune del 1871. Non si volle capire che se le “condizioni storiche ineluttabili” della ripresa della borghesia e della disfatta della rivoluzione su scala mondiale allontanavano lo scoppio del successivo conflitto di classe, questo non si poteva affrettarlo con nuove inopinate giravolte tattiche, che cozzavano stridentemente con i principii. Si gridò allora, nella stalinizzata Terza Internazionale, che la Sinistra Comunista dissimulava sotto la fedeltà incrollabile ai principii, la teorizzazione dell’immobilità, dell’inazione politica, della paleontologia politica.

Sentite quello che il relatore Bucharin, in sede di discussione del 1° punto all’O.d.G. dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (25 febbraio 1926) diceva: “Esistono due metodi, a fondo differenti, di lotta per la prospettiva rivoluzionaria. Il primo è il metodo marxista: esso consiste[udite, udite] nell’adattare alla realtà concreta la nostra lotta per la prospettiva rivoluzionaria, nel prendere la realtà così com’è, anche se sfavorevole. L’altro metodo è quello di Bordiga, il quale fa completamente astrazione dalla situazione e si contenta di affermare che noi siamo dei rivoluzionari e che dobbiamo combattere per la rivoluzione. Quanto alla analisi marxista della situazione obiettiva e alla tattica che ne scaturisce, essa è, presso Bordiga, completamente assente. Non è un caso fortuito se nel suo lungo discorso non abbiamo udito una sola parola sugli indizi specifici della situazione attuale. Ciò non gli importa affatto, perché egli considera tutto da un punto di vista generale ed astrattamente rivoluzionario e si contenta di coniugare il verbo ‘fare la rivoluzione’. Inutile dire che questo metodo conduce a rendere volgare la nostra tattica, il che non ha niente di marxista”.

Occorre il commento? Ognuno di noi sa che non a caso la tattica preconizzata dall’attivista Bucharin, a quel tempo alleato di Stalin, doveva condurre dove ha condotto, cioè prima al patto russo-tedesco, poi alle Conferenze di Yalta e Potsdam, ai Comitati di Liberazione Nazionale, al Tripartito, alla Conferenza economica di Mosca, eventi che il fiero oppositore della Sinistra Italiana non potette vedere perché pietosamente fucilato in precedenza dagli attivisti di Stalin. La tattica “adattata alla realtà concreta” doveva condurre, niente niente, la Terza Internazionale comunista a finire in “baruffa generale”, come diceva Engels nei riguardi dei Bucharin 1874. Ma in compenso si aveva la vittoria completa dell’attivismo, che oggi furoreggia nelle campagne per la pace e per la difesa della Costituzione borghese!

Occupiamoci ora dell’anno 1952. I “profughi” della III Internazionale che fanno? Abbiamo visto il lavoro rivoluzionario “concreto” dei Partigiani della Pace, con relativo variopinto codazzo elettorale. Ma essi non esauriscono il campo dell’attivismo uscito trionfante dalla lotta contro “l’immobilismo dogmatico” della Sinistra Comunista. Volete che vi nominiamo ad uno ad uno i vari gruppi che ne fanno parte? Ne diremo uno, per intenderci: Socialisme ou Barbarie, rappresentante del vitalissimo, energico, dinamico, modernizzato attivismo francese. Ma è chiaro che alludiamo a tutti gli altri movimenti consimili in Francia e fuori, cui il presente dizionarietto è dedicato.

Siamo eternamente accusati di fare “astrazione dalla situazione”, siccome diceva Bucharin. Ebbene, guardiamola un momento codesta famosa situazione. Ecco come si presenta il mondo borghese, anno corrente: la classe dominante è riuscita, manovrando le leve dell’opportunismo, a schiacciare fino alle midolla il movimento rivoluzionario, in una guerra maledetta che doveva concludere il processo di involuzione controrivoluzionaria dei partiti operai. Una macchina statale di proporzioni e di capacità repressiva inaudite tiene incatenate le masse allo sfruttamento, peggio che alla ruota il corpo del suppliziato. La confusione caotica e le sofferenze delle masse sono tali e tante che la classe operaia è trasformata in un troncone sanguinante che si dimena incoscientemente: il suo cervello è oscurato e intossicato, la sua sensibilità narcotizzata, gli occhi non vedono, le mani torcono sé stesse. Al posto della lotta di classe, c’è il raccapricciante strazio della lotta intestina, propria dei naufraghi sulla zattera in balìa delle onde. Nelle fabbriche, e non è cosa nuova nella storia, impera lo spionaggio, la delazione, il rancore, la vendetta meschina e farabutta, l’opportunismo più stolido e bestiale, la prepotenza, il sopruso nevrastenico, ma nelle masse, oppresse dalle conseguenze di trent’anni di tremende sconfitte, non esiste nemmeno la forza di provare autentica nausea, perché questa si esprime nelle esalazioni miasmatiche dell’aziendismo, del corporativismo e, sul piano politico, del conciliazionismo sociale e del pacifismo imbelle.

In siffatte condizioni di tragica devastazione delle forze di classe, che fa il proletariato cosciente, il rivoluzionario serio, cioè non dilettante, non teatralista, non rincoglionito dalla brama velleitaria del successo immediato e personale? Egli capisce anzitutto, pur fremendo di repressa impazienza per il lento spietato decorso storico, che la funzione del partito rivoluzionario, nelle condizioni odierne, è di prendere coscienza chiara della controrivoluzione imperante e delle cause obiettive del ristagno sociale, di salvare dai dubbi revisionisti il patrimonio teorico e critico della classe battuta, di fare opera di diffusione delle concezioni rivoluzionarie, di dispiegare una ragionevole attività di proselitismo. Anzitutto, il rivoluzionario non pagliaccesco si rende conto realisticamente del rapporto di forze tra le classi e teme, quanto la perdita della vista, di dissipare le forze del partito, forze minime, forze ridotte a un filo organizzativo, in imprese improntate all’attivismo spaccone ed inconcludente, votato al fallimento demoralizzante o al rammollimento opportunista.

Che fanno invece i maniaci dell’attivismo pseudorivoluzionario? Tartarin de Tarascon pretendeva di allevare in un vaso di geranio un baobab, cioè il più gigantesco albero dell’Africa. I nostri tartarini, smaniosi di successi visibili, pretendono di allevare il movimento rivoluzionario nel vaso da notte di un mal dissimulato personalismo che si contenta di qualche formoletta tattica non nuova ed imparata bestialmente a memoria in quarant’anni di vana milizia, che fa esistenzialisticamente a meno di ogni inquadratura teorica degna di considerazione, che smania di sfogarsi in una girandola effimera di iniziative predestinate al nulla di fatto (rivoluzionario) e al ridicolo. Tutto quel poco di sano che sanno l’hanno imparato da testi, tesi e programmi cui mai hanno collaborato, nonostante la boria critica; il loro attivismo è in effetti… l’attivismo altrui, perché si distinguono per spiccata pigrizia mentale e organizzativa; hanno in aristocratico orrore l’umile e oscuro lavoro di rifacimento paziente della tela organizzativa strappata dal nemico di classe, sognano fanciullescamente di costituire dall’oggi al domani un partito rivoluzionario forte di decine di deputati al parlamento e di senatori, di consistente influenza nei sindacati e di falangi di iscritti, e se ciò non avviene nello spazio di due o tre anni balzano alla gola dei dirigenti del movimento, accusandoli di sostenere la “linea tattica sbagliata”, e montando sconce polemiche personalistiche su eventuali “errori fortuiti” della dirigenza, già noti al vecchio Engels, urlano che il partito, che ancora non ha sviluppato le gambe e le braccia, si metterà per incanto a marciare come una panzer-division non appena si inviino alla conquista degli organismi di fabbriche i nostri gruppi di fabbrica, per contare i cui effettivi non occorre davvero la calcolatrice elettronica; pretendono, facendo ridere i polli e le oche, che i blocchi imperialistici sono identici per peso, forma e colore come altrettanti birilli, e con questa boiata esauriscono la tanto decantata “analisi della situazione”, che negano agli altri di saper fare; si rammolliscono infine nelle morbide tentazioni che su vecchie natiche suscita la poltrona parlamentare o assessoriale…

Tutti i salmi attivisti finiscono nella gloria elettorale. Alla data 1917, la vedemmo la fine schifosa dei superattivisti della socialdemocrazia: in decenni di attività spesi per intero nella conquista di seggi parlamentari, di leve sindacali, di influenze politiche, diedero spettacolo di inarrestabile attivismo. Ma quando scoccò l’ora dell’insurrezione armata contro il capitalismo si vide che a farlo ci riuscì solo un partito che meno di tutti aveva “lavorato nelle grandi masse” durante gli anni di preparazione, che più di tutti aveva lavorato alla messa a punto della teoria marxista. Si vide allora che chi possedeva una salda preparazione teorica marciava contro il nemico di classe, mentre chi aveva un ‘glorioso’ patrimonio di lotte si impappinava vergognosamente e passava al nemico.

Oh, se li conosciamo i maniaci dell’attivismo. Al loro cospetto i ciarlatani da fiera sono dei galantuomini. Perciò sosteniamo che esiste un solo mezzo per salvarsi dal loro contagio: il classico calcio nel sedere.

Su questa voce giova insistere. Al pari di certe infezioni del sangue, che sono fomite di una caterva di morbi, non esclusi quelli curabili al manicomio, l’attivismo è una malattia del movimento operaio che richiede cure continue.

Pretende sempre di avere una esatta cognizione delle circostanze della lotta politica, di essere “all’altezza della situazione”, ma è incapace di svolgere una realistica valutazione dei rapporti di forza, esagerando enormemente le possibilità dei fattori soggettivi della lotta di classe. È naturale quindi che gli affetti da attivismo reagiscano alla critica accusando gli avversari di sottovalutare i fattori soggettivi della lotta di classe e di ridurre il determinismo storico a quel meccanicismo automatico, che costituisce poi il solito argomento della critica borghese del marxismo. Perciò, abbiamo detto al punto 2 della Parte IV della Base per l’organizzazione:“Nella giusta accezione del determinismo storico si considera che, mentre lo sviluppo del tipo capitalistico di produzione nei singoli paesi e come diffusione in tutta la terra procede senza soste o quasi, nell’aspetto tecnico, economico e sociale, le alternative, invece, delle forze di classe in urto, si collegano alle vicende della generale lotta storica, alle battaglie vinte e perdute e agli errori di metodo strategico”. Ciò equivale a dire che noi sosteniamo che la fase di ripresa del movimento operaio rivoluzionario non coincide unicamente con le spinte provenienti dalle contraddizioni del materiale svolgimento economico e sociale della società borghese, la quale può attraversare periodi di gravissime crisi, di contrasti violenti, di collassi politici, senza per questo che il movimento operaio si radicalizzi su posizioni estreme, rivoluzionarie. Cioè, non esiste automatismo nel campo dei rapporti tra economia capitalistica e partito proletario rivoluzionario.

Può accadere, come succede odiernamente, che il mondo economico e sociale borghese sia sconvolto da formidabili scosse, che danno luogo a violenti contrasti, senza per questo che il partito rivoluzionario abbia possibilità di ingigantire la sua attività, senza che le masse gettate nello sfruttamento più atroce e nella strage fratricida riescano a smascherare gli agenti opportunisti che ne legano le sorti alle contese dell’imperialismo, senza che la controrivoluzione allenti la sua presa di ferro sulla classe dominata, sulle masse dei nullatenenti.

Dicendo: “Esiste una situazione obiettivamente rivoluzionaria, ma è deficiente l’elemento soggettivo della lotta di classe, il partito rivoluzionario”, si sballa in ogni momento del processo storico, un grossolano non senso, un’assurdità patente. È invece vero che in qualunque frangente, anche il più periglioso dell’esistenza della dominazione borghese, anche allorché tutto sembra franare e andare in rovina (la macchina statale, la gerarchia sociale, lo schieramento politico borghese, i sindacati, la macchina propagandistica), la situazione non sarà mai rivoluzionaria, ma sarà a tutti gli effetti controrivoluzionaria, se il partito rivoluzionario di classe sarà deficitario, male sviluppato, teoricamente traballante.

Una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché “gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera” (Lenin, L’estremismo), cioè quando la classe dirigente non riesce più a far funzionare il proprio meccanismo di repressione e di oppressione, e la maggioranza dei lavoratori abbia “pienamente compreso la necessità del rivolgimento”. Ma siffatta coscienza dei lavoratori non può esprimersi che nel partito di classe che in definitiva è il fattore determinante della trasformazione della crisi borghese in catastrofe rivoluzionaria di tutta la società. È necessario dunque affinché la società esca dal marasma in cui è piombata, e che la classe dominante è impotente a sanare, perché impotente a scoprire le nuove forme adatte a scarcerare le forze di produzione e avviarle verso nuovi sviluppi, che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse. Il “non voler vivere alla vecchia maniera” delle masse, la volontà di lottare, l’impulso ad agire contro il nemico di classe, presuppongono, nell’ambito dell’avanguardia proletaria chiamata a svolgere la funzione di guida delle masse rivoluzionarie la cristallizzazione di una salda teoria rivoluzionaria. Nel partito la coscienza precede l’azione, contrariamente a quanto accade nelle masse e negli individui.

Ma se si dicono queste cose non nuove, non aggiornate, è perché si tenta di scambiare il partito rivoluzionario con un cenacolo di studiosi, di osservatori teorici della realtà sociale? Mai più. Nella parte IV, punto 7 della Base per l’organizzazione del 1952 è detto: “Il partito sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato, sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori e di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri e che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente…”. Più chiari di così!

La trasformazione della crisi borghese in guerra di classe e in rivoluzione, presuppone l’obiettivo sfacelo dell’impalcatura sociale e politica del capitalismo, ma non può porsi nemmeno potenzialmente se la maggioranza dei lavoratori non è conquistata o influenzata dalla teoria rivoluzionaria incarnata nel partito, la quale non si improvvisa sulle barricate. Ma si distilla forse nel chiuso dei gabinetti di lavoro di studiosi avulsi dalle masse? A questa stupida accusa mossa dagli energumeni dell’attivismo, si risponde benissimo che l’infaticabile assiduo lavoro di difesa del patrimonio dottrinario e critico del movimento, la quotidiana fatica di immunizzazione del movimento contro i veleni del revisionismo, la spiegazione sistematica alla luce del marxismo delle più recenti forme di organizzazione della produzione capitalistica, lo smascheramento dei tentativi dell’opportunismo di presentare tali “innovazioni” come misure anticapitalistiche ecc., tutto ciò è lotta, lotta contro il nemico di classe, lotta per educare l’avanguardia rivoluzionaria, è, se volete, lotta attiva, se pure non attivista.

Credete voi sul serio che (mentre tutta l’enorme macchina della propaganda borghese è impegnata da mane a sera non tanto, fate attenzione, a confutare la tesi rivoluzionaria, quanto a dimostrare che alle rivendicazioni socialiste si possa arrivare marciando contro Marx e contro Lenin, e quando non partiti politici soltanto ma governi costituiti giurano di governare, cioè di opprimere le masse, nel nome del comunismo) l’aspro faticoso lavoro di restaurazione critica della teoria rivoluzionaria marxista sia soltanto un lavoro teorico? Chi oserebbe dire che non è anche un lavoro politico, una lotta attiva contro il nemico di classe? Solo chi è posseduto dal demone dell’azione attivista può pensarlo. Il movimento, sia pure povero di effettivi, che lavora sulla stampa, in riunioni, in discussioni di fabbrica, a liberare la teoria rivoluzionaria dagli inauditi adulteramenti, dalle contaminazioni opportunistiche, compie con ciò un lavoro rivoluzionario, lavora per la Rivoluzione proletaria.

Non si può assolutamente dire che noi concepiamo il compito del partito alla stregua di una “lotta di idee”. Il totalitarismo, il capitalismo di Stato, il fallimento della rivoluzione socialista in Russia, non sono “idee” a cui noi contrapponiamo le nostre: sono fenomeni storici reali che hanno spezzato le reni al movimento proletario conducendolo sul terreno minato del partigianesimo antifascista o filofascista, dell’unione nazionale, del pacifismo ecc. Coloro i quali sia pure in ristretto numero e al di fuori dei clamori della “grande politica” conducono un lavoro di interpretazione marxista di questi fenomeni reali e di conferma delle previsioni marxiste nonostante essi (e non ci risulta che una seria trattazione di questi problemi esista al di fuori delle fondamentali esposizioni del nostro Prometeo, in particolare dello studio Proprietà e Capitale) sicuramente fanno un lavoro rivoluzionario, perché fissano fin da ora l’itinerario e il punto di approdo della Rivoluzione proletaria.

La ripresa del movimento rivoluzionario non abbisogna, per realizzarsi, della crisi del sistema capitalistico, in quanto eventualità potenziale; la crisi del tipo di produzione capitalistico è in atto, la borghesia ha sperimentato tutte le fasi possibili del suo corso storico, il capitalismo di Stato e l’imperialismo sono il limite estremo della sua evoluzione, ma le contraddizioni fondamentali del sistema permangono e si acutizzano. La crisi del capitalismo non si trasforma in crisi rivoluzionaria della società, in guerra di classe rivoluzionaria, la controrivoluzione resta trionfante anche se il caos capitalistico aumenta, perché il movimento operaio è ancora schiacciato sotto il peso delle sconfitte subite in trent’anni per gli errori di metodo strategico commessi dai partiti comunisti della Terza Internazionale, errori che dovevano condurre il proletariato a considerare proprie le armi della controrivoluzione. La ripresa del movimento rivoluzionario non si verifica ancora perché la borghesia, operando audaci riforme nell’organizzazione della produzione e dello Stato (capitalismo di Stato, totalitarismo ecc.) ha enormemente sconquassato, seminando il dubbio e la confusione, non le basi teoriche e critiche del marxismo, che restano inattaccate e inattaccabili, ma sibbene la capacità delle avanguardie proletarie a giustamente applicarle nella interpretazione della fase odierna borghese.

In tali condizioni di smarrimento teorico, il lavoro di restaurazione del marxismo contro le deformazioni opportuniste, è un mero lavoro intellettuale? No, è lotta attiva e sostanziale, conseguente contro il nemico di classe”.

L’attivismo spaccone pretende di far girare la ruota della storia con giri di valzer sculettanti sulla sinfonia elettorale. E’ una malattia infantile del comunismo, ma fermenta a meraviglia anche nel gerontocomio, ove vegetano i… pensionati del movimento operaio.Requiescant in pace…

Battaglia comunista, n. 6, 20 marzo – 3 aprile e n. 7, 4-17 aprile 1952

Nota redazionale: Abbiamo pubblicato alla fine di maggio 2015 una analisi critica della cosiddetta lettura ‘fatalista/collassista’ dei fenomeni sociali, tale critica è stata poi ulteriormente approfondita in due testi successivi (‘Storia e dialettica’, ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’). Cosa c’entra questo con il testo del 1952?

L’attivismo, nella sua incapacità di valutare i fattori oggettivi e soggettivi realmente esistenti un una situazione storica determinata, fa da paio con le posizioni da noi definite ‘collassiste’ e fataliste (ancora oggi diffuse in certi contesti). Il testo appena ripubblicato fa invece  giustizia e chiarisce ( a nostro avviso) ogni residuo dubbio, non solo sulla inesistente coerenza marxista, ma anche sulla non aderenza alla realtà contenuta in determinate posizioni da noi precedentemente criticate. In modo particolare, viene potentemente confutata l’idea che il partito possa sbrigativamente sorgere (nella sua base teorica e programmatica) in prossimità dei fermenti sociali associabili al collasso del sistema (infatti, ecco cosa dice il testo) ‘La trasformazione della crisi borghese in guerra di classe e in rivoluzione, presuppone l’obiettivo sfacelo dell’impalcatura sociale e politica del capitalismo, ma non può porsi nemmeno potenzialmente se la maggioranza dei lavoratori non è conquistata o influenzata dalla teoria rivoluzionaria incarnata nel partito, la quale non si improvvisa sulle barricate’.

Esso (il partito) preesiste ai fermenti sociali e politici rivoluzionari, che potrebbero (  non necessariamente) accompagnare il collasso (bisognerebbe infatti riflettere sul dato di fatto, volendo fare un paragone, che un organismo vivente, biologico o sociale, può anche sopravvivere diverse volte ai vari infarti e collassi nel corso della sua esistenza). Ecco cosa dice il testo  ‘È invece vero che in qualunque frangente, anche il più periglioso dell’esistenza della dominazione borghese, anche allorché tutto sembra franare e andare in rovina (la macchina statale, la gerarchia sociale, lo schieramento politico borghese, i sindacati, la macchina propagandistica), la situazione non sarà mai rivoluzionaria, ma sarà a tutti gli effetti controrivoluzionaria, se il partito rivoluzionario di classe sarà deficitario, male sviluppato, teoricamente traballante’. Dunque, ci permettiamo di ripetere l’intera sequenza del mutamento sociale di sistema che emerge anche dal testo del 1952: lotta di classe, partito, rivoluzione, dittatura del proletariato(ecco una schematica equazione, non esattamente spontaneista e collassista,  che tuttavia speriamo sarà apprezzata anche dai patiti della matematica e della scienza). I nostri critici potranno sostenere che il testo del 1952 non è più attuale (e noi siamo dunque i suoi pappagalleschi ripetitori, incapaci di aggiornarci) , oppure che esso non dice esattamente le cose che noi pensiamo di leggervi ( in entrambi i casi auguriamo buona fortuna a coloro che dovranno arrampicarsi sugli specchi per formulare tali sofismi). Purtroppo nella vita reale la verità prima o poi torna a galla, e allora è amaro e doloroso mettere da parte le illusioni sull’auto-produzione‘frattalica’ dei fenomeni sociali, ed essere costretti a riconoscere che l’ISIS ( quando ormai è di pubblico dominio) è la risultante dialettica dell’interazione fra fattori strutturali (crisi economico-sociali) e sovrastrutturali ( strategie imperiali del caos). Il tempo è galantuomo, e quindi prima o poi la potenza dei fatti si afferma sulle letture ‘fantasiose’ e ‘creative’ del divenire sociale, tuttavia le posizioni sbagliate sono un elemento di confusione che arreca danno al progresso della lotta di classe, togliendo lucidità di visione all’avanguardia proletaria che si scontra quotidianamente con il sistema di oppressione sociale borghese, e quindi per questo motivo il nostro compito è quello di continuare a confutarle con l’arma della critica. Il testo del 1952 dice a chiare lettere che la crisi sociale e politica, il collasso del sistema, non significa necessariamente la sua fine. Per parlare di fine o di morte del sistema capitalista non basta un collasso temporaneo delle sue funzioni principali, è invece indispensabile che si verifichi una concomitanza di fattori oggettivi e soggettivi, strutturali e sovrastrutturali, espressione di determinati rapporti di forza fra le classi in lotta (leggiamo cosa dice il testo del 1952) ‘Una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché “gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera(Lenin, L’estremismo), cioè quando la classe dirigente non riesce più a far funzionare il proprio meccanismo di repressione e di oppressione, e la maggioranza dei lavoratori abbia “pienamente compreso la necessità del rivolgimento”. Ma siffatta coscienza dei lavoratori non può esprimersi che nel partito di classe che in definitiva è il fattore determinante della trasformazione della crisi borghese in catastrofe rivoluzionaria di tutta la società. È necessario dunque affinché la società esca dal marasma in cui è piombata, e che la classe dominante è impotente a sanare, perché impotente a scoprire le nuove forme adatte a scarcerare le forze di produzione e avviarle verso nuovi sviluppi, che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse. Il “non voler vivere alla vecchia maniera” delle masse, la volontà di lottare, l’impulso ad agire contro il nemico di classe, presuppongono, nell’ambito dell’avanguardia proletaria chiamata a svolgere la funzione di guida delle masse rivoluzionarie la cristallizzazione di una salda teoria rivoluzionaria. Nel partito la coscienza precede l’azione, contrariamente a quanto accade nelle masse e negli individui’.

 Non vogliamo insistere ulteriormente con queste ‘illuminanti’ citazioni tratte dal testo del 1952, tuttavia ci è sembrato e ci sembra politicamente importante ribattere i chiodi della dottrina invariante (soprattutto in presenza di posizioni che mentre compiono un certo ossequio formale a questa dottrina , negano invece di fatto il suo contenuto reale proponendo letture irrealistiche del divenire storico-sociale). Non si tratta di dispute teoriche astratte, ma di ribadire l’importanza di una chiara e lucida visione del terreno di lotta fra le classi, cioè della fisionomia dell’avversario di classe borghese, del suo strumento statale potenziato (non indebolito) di repressione e oppressione, e infine della  necessità ‘che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse’.

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