Giornate capitalistiche: L’ape e l’architetto

L’ape e l’architetto: L’allarme di una associazione di agricoltori; in Italia il caldo incide sulle api facendogli dimezzare la produzione di miele. Giornate capitalistiche

Chi non ricorda il passo del Capitale in cui Marx esplicita la differenza fra l’ape e l’architetto umano? Riportiamo il passaggio per intero, così la memoria ne trae giovamento:  “In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccie e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio potere. (…) Il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all’uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell’idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà”. (K. Marx. Ibidem. Terza sezione: La produzione del plusvalore assoluto. p. 195-196) “Il processo lavorativo, come l’abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d’uso; appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura; condizione naturale eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana”. (K. Marx Ibidem p. 202)
Un bel ripasso fa sempre bene, anche se stavolta viene da riflettere sull’ironia della storia. L’architetto umano che costruisce sulla base di un precedente progetto, diversamente dalla pura ripetizione sequenziale di azioni istintive dell’ape, ora mette in pericolo la vita delle api, e in definitiva la stessa esistenza umana. Infatti, se dobbiamo ritenere verosimile la notizia che circola su alcuni  media di larga diffusione, la vita delle api è di fondamentale importanza per l’agricoltura e quindi per la stessa vita degli umani che si nutrono dei prodotti dell’agricoltura. Quando pensiamo alle api al massimo facciamo delle associazioni con gli orsi golosi di miele, oppure con la colazione e l’eventuale uso di miele nel latte. Difficilmente l’uomo medio avrebbe associato (almeno in passato) il destino delle api alla propria sopravvivenza. Eppure la folle corsa consumistica e produttivistica del capitalismo (e i collegati e derivati cambiamenti del clima) stanno compromettendo la riproduzione di una specie fondamentale per l’ecosistema (e dunque per l’uomo).  Secondo i dati diffusi dagli addetti ai lavori, la produzione annua di miele è più che dimezzata rispetto agli anni precedenti, riducendosi a diecimila tonnellate complessive. Allo stato delle cose importiamo quasi due terzi del miele per il consumo nazionale. Da un punto di vista tecnico, le gelate primaverili e la successiva siccità hanno rinsecchito i fiori, rendendo difficile il lavoro delle api. Questo lavoro, ovviamente, è importante non solo per il miele, ma soprattutto per l’impollinazione delle piante, che sono a loro volta fondamentali per l’esistenza dell’uomo. Nel testo titolato ‘Mineralizzazione’ abbiamo analizzato il quadro dei cambiamenti climatici indotti dal capitalismo, le tendenze di sviluppo e le minacce al biosistema insite in queste tendenze. Dopo quasi un decennio dalla pubblicazione di quella ricerca i fattori critici ivi analizzati sono ulteriormente progrediti, minacciando con maggiore forza l’ecosistema. La crisi economica e finanziaria del 2008 ha inoltre spostato l’attenzione dei governi borghesi su priorità diverse da quelle della tutela ambientale (già in se stessa impossibile nel contesto del capitalismo). Nel testo ‘Drammi gialli e sinistri…’, già nei lontani anni 50, veniva analizzato il modus operandi capitalistico sul piano dei disastri ambientali, e in particolare veniva evidenziata la stretta connessione fra profitto e disastri ‘naturali’. Dunque nulla di nuovo sotto il sole, ma solo la conferma di tendenze storicamente invarianti del capitalismo. Con lo sviluppo quantitativo e qualitativo dell’economia industriale capitalistica contemporanea, i processi di trasformazione, in senso negativo, dei parametri vitali dell’ecosistema hanno fatto ulteriori passi in avanti (rispetto ai dati contenuti nel testo degli anni 50). La causa è la stessa, ovvero il capitalismo, gli effetti pure (distruzione di varie forme di vita: fauna animale, flora, insetti, esseri umani), mentre quello che cambia è soprattutto la dimensione quantitativa degli effetti distruttivi. Pensiamo agli incendi, anch’essi sono una emergenza ambientale, e solo negli ultimi anni hanno provocato la morte di oltre dieci milioni di api. In Italia ci sono 1,2 milioni di alveari e oltre 45.000 apicoltori. L’attività di apicoltura ha un fatturato stimato in 150milioni di euro (produzione di miele) , mentre   l’attività di impollinazione (ben piu importante per l’agricoltura) viene stimata intorno ad un valore di due miliardi di euro. Siamo abituati a dare per scontata l’esistenza di alcune cose, da questa falsa certezza ne deriviamo poi che queste cose sono poco importanti. L’impollinazione delle coltivazioni ci ricorda al massimo le lezioni ascoltate da bambini alle scuole elementari, e invece è una funzione importante per l’agricoltura e quindi per la specie umana. Questa funzione rischia di essere compromessa seriamente dall’attuale modello di sviluppo. Ai lettori lasciamo il piacere di trarre le conclusioni del caso.

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