Precarietà lavorativa e amorosa a confronto: giornate capitalistiche

Precarietà lavorativa e amorosa a confronto: giornate capitalistiche

Un articolo pubblicato sul solito quotidiano a larga tiratura nazionale racconta della  generazione del precariato sentimentale: un problema dei nostri tempi, a detta del giornalista, collegato alla diffusione del lavoro atipico e a tempo determinato. Fior di psicologi e di sessuologi vengono citati, nell’articolo, al fine di descrivere il problema, evidentemente di grande peso per le sorti della moderna vita di coppia. La visuale del problema è concentrata sulle nuove caratteristiche relazionali di tipo sentimentale, e non sulla piaga del precariato lavorativo, oramai tanto diffuso da determinare degli effetti anche nella sfera sentimentale. Il precariato viene assunto come un dato di fatto, una costante oramai invariante della vita sociale, sebbene individuato come causa principale di successivi fenomeni sociali. In un recente articolo abbiamo affrontato il fenomeno del ‘poliamore ‘, inquadrandolo nella categoria della decadenza borghese (a confutazione di chi vi vedeva un segnale del comunismo che avanza). Non vorremmo che anche l’avanzamento di questa nuova (presunta) flessibilità e liquidità dei rapporti sentimentali, potesse essere scambiata per un segnale del comunismo incombente ( mentre, addirittura, uno dei maggiori quotidiani della borghesia nazionale collega, giustamente, il fenomeno della maggiore incertezza e brevità delle relazioni affettive contemporanee al grado di precarietà del lavoro, e quindi a condizionamenti materiali decisamente diversi dal comunismo avanzante). Dicevamo che il taglio dell’articolo è concentrato sulle nuove dimensioni della vita (effimera) di coppia, e quindi sulla percezione di queste nuove dimensioni da parte dei soggetti direttamente coinvolti. Sembrerebbe, a parere dei sociologi e psicologi citati, che in fin dei conti la precarietà affettiva non sia molto gradita, ma venga in effetti vissuta come una semplice conseguenza dell’impossibilità di fare progetti duraturi di vita in comune. Dover accettare le opportunità di lavoro dove capita, quindi nei luoghi e nelle città più diverse, per periodi limitati a pochi mesi o settimane, non è molto propedeutico (sia economicamente che psicologicamente) per i progetti di vita di coppia. Il fenomeno della precarietà lavorativa è già stato studiato da Marx, nel Capitale, quando vengono delineate le varie tipologie di sovrappopolazione proletaria (l’esercito industriale di riserva). Dunque la precarietà, lungi dall’essere un fenomeno nuovo, in realtà è solo una variabile capitalistica in costante crescita quantitativa, correlata alla legge della miseria crescente. Descrivere gli effetti dei processi economici capitalistici sulle relazioni umane di tipo amoroso può essere utile, quantomeno come mezzo di denuncia del degrado esistenziale indotto da questi processi. Tuttavia, l’articolo da cui traggono spunto le nostre riflessioni non ha, chiaramente, questa pretesa, esso invece aleggia sottile e lieve sulla condizione esistenziale dei precari dell’amore, prendendo atto del mondo così com’è, senza esprimere alcuna critica reale nei suoi confronti. Considerando che i gruppi umani, nel corso dei successivi adattamenti alle mutevoli condizioni dell’esistenza, sono stati costretti a non fermarsi al mondo così come è, non sarà peregrino ipotizzare che la critica della società esistente è invece il comportamento più naturale, almeno dal punto di vista evolutivo. La nostra è una società malata proprio perché, al suo interno, prevalgono le forze economico-sociali conservatrici, espressione del parassitismo borghese. Ma una specie vivente sopravvive, in definitiva, solo se dimostra una forza di adattamento ai mutamenti ambientali incessanti, rivelando l’energia e l’intelligenza per cambiare/adeguare i suoi parametri di comportamento. Il capitalismo putrescente, in quanto dato di fatto presente nell’attuale spazio storico ( scambiato nella percezione di massa per una realtà immutabile), è solo un segno della forza della classe sociale parassitaria borghese e, al contempo, della debolezza adattiva (intesa come capacità di sopravvivenza) della specie umana nel suo complesso (ma in particolare del proletariato). Nel ‘Manifesto’  del 1848 si descrive – in modo chiarissimo – la prospettiva/possibilità storica di una ‘rovina comune delle classi sociali in lotta’, in barba ad ogni successiva lettura finalistica compiuta da singoli – o anche da interi gruppi – ‘marxisti’. La teleologia è il discorso sul limite (fine, scopo) inevitabile della storia. Ma nel Capitale si delineano solo delle possibilità di sviluppo storico (crisi economiche e fenomeni correlati di tipo socio-politico) determinabili sulla base dell’esistenza di specifiche contraddizioni, inerenti al modo di produzione capitalistico. Queste contraddizioni esistono realmente, e sono continuamente verificate – in quanto fattori agenti – nel divenire storico del modello economico e sociale capitalistico. Un modello sociale basato sulla divisione fondamentale fra una classe di sfruttati e una di sfruttatori implica, inevitabilmente, un certo grado variabile di conflitto fra le classi suddette. Il conflitto è definito variabile in relazione proprio ai progressivi stadi di intensificazione delle contraddizioni capitalistiche, sfocianti in fenomeni come le crisi economiche ricorrenti, la sovrappopolazione/disoccupazione, la povertà crescente, il degrado sociale, le guerre. L’ultimo fenomeno (la guerra) viene utilizzato dal capitalismo principalmente come fattore di distruzione (di capitale costante e variabile in eccesso), funzionale alla rigenerazione del ciclo di valorizzazione del capitale. Nella categoria del degrado/alienazione della vita umana ritroviamo, invece, le condizioni di sfruttamento e di estraneazione dai mezzi di produzione e da una parte del prodotto del proprio lavoro. Partendo da questa base di estraneazione/alienazione capitalistica del lavoro sorgono, successivamente, anche le correnti di comportamento come il ‘poliamore’ o l’amore precario. Espressione dell’impossibilità di vivere in modo non alienato, ogni ulteriore sfera dell’esistenza, quando la sfera fondamentale, cioè quella economica della produzione, è invece prigioniera dell’alienazione. L’articolo del quotidiano a larga tiratura nazionale ha il pregio di mettere in correlazione il precariato lavorativo con il precariato sentimentale, e tuttavia si ferma a questo, senza spiegare la natura (alienata) del lavoro (precario o a tempo indeterminato) nella società capitalistica reale, e quindi senza neppure comprendere il senso autenticamente alienato dell’amore precario/flessibile.

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