Stato e Rivoluzione

Vladimir Lenin
Stato e Rivoluzione
I. La società classista e lo Stato
1. Lo Stato, prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi
Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle
dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro
liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari,
durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta
con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di
menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone
inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro
nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del
contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La
borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per
sottoporre il marxismo a un tale “trattamento”. Si dimentica, si respinge, si snatura il
lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e
si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i socialsciovinisti – non ridete!
– sono oggi “marxisti”. E gli scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello
sterminio del marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx “nazionaltedesco” che
avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una
guerra di rapina!
Così stando le cose, e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in
modo inaudito, compito nostro è, innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo
Stato. Dovremo a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di Marx e di Engels.
Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno più pesante l’ esposizione e non
contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma è assolutamente impossibile farne a
meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi fondamentali di Marx e di Engels sullo Stato,
debbono essere riportati in maniera quanto più è possibile completa, perchè il lettore
possa farsi un’idea personale dell’insieme delle concezioni dei fondatori del socialismo
scientifico, dello sviluppo di queste concezioni e anche per dimostrare, con le prove alla mano, in modo evidente, che il “kautskismo” attualmente dominante le ha snaturate.
Cominciamo con l’opera più diffusa di F. Engels, L’origine della famiglia, della
proprietà privata e dello Stato, pubblicata già nella sesta edizione a Stoccarda nel 1894.
Dobbiamo tradurre dall’originale tedesco perchè le traduzioni russe, per quanto
numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose.
“Lo Stato dunque – dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi storica
– non è affatto una potenza imposta alla società dall’esterno e nemmeno “la realtà
dell’idea etica”, “l’immagine e la realtà della ragione”, come afferma Hegel. Esso è
piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la
confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se
stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma
perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non
distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'”ordine”; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato” (pp. 177-178, sesta edizione tedesca).
Qui è espressa, in modo perfettamente chiaro, l’idea fondamentale del marxismo
sulla funzione storica e sul significato dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la
manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel
momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non
possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l’esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili.
E’ precisamente su questo punto di capitale e fondamentale importanza che
comincia la deformazione deI marxismo, deformazione che segue due linee principali.
Da un lato gli ideologi borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a
riconoscere, sotto la pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, “correggono” Marx in modo tale che lo Stato appare come l’organo della conciliazione delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei – che molto spesso si riferiscono con compiacimento a Marx – è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori.
Così nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della
funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un
problema di azione immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialistirivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della “conciliazione” delle classi “per opera dello Stato”. Innumerevoli risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due partiti sono profondamente impregnati di questa teoria piccolo-borghese e filistea della “conciliazione”. Che lo Stato sia l’organo di dominio di una classe determinata, che non può essere conciliata col suo antipode (la classe che è al polo opposto), la democrazia piccolo-borghese non sarà mai in grado di capirlo. L’atteggiamento dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi verso lo Stato è una delle prove più evidenti che essi non sono affatto dei socialisti (ciò che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista.
D’altra parte, la deformazione “kautskiana” del marxismo è molto più sottile.
“Teoricamente” non si contesta che lo Stato sia l’organo del dominio di classe, né che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si trascura o attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto dell’inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e che “si estranea sempre più dalla società”, è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel quale questa “estraneazione” si è materializzata. Questa conclusione, teoricamente di per sé chiara, è stata tratta da Marx con perfetta precisione,come vedremo più tardi, dalla analisi storica concreta dei compiti della rivoluzione.
Kautsky ha… “dimenticato” e travisato appunto questa conclusione, come dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra esposizione.
2. Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc.
“…Nei confronti dell’antica organizzazione gentilizia [della tribù o del clan] –
continua Engels – il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini…”
Questa divisione a noi sembra “naturale”, ma essa richiese una lunga lotta con
l’antica organizzazione per clan o per stirpi.
“…Il secondo punto è l’istituzione di una forza pubblica che non coincide più
direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa
forza pubblica particolare è necessaria perchè un’organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi… Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la società
gentilizia… “.
Engels sviluppa la nozione di questa “forza”, chiamata Stato, forza che è sorta
dalla società ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che
consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.
Abbiamo il diritto di parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perchè il
potere pubblico proprio di ogni Stato “non coincide più direttamente” con la
popolazione armata, con la sua “organizzazione armata autonoma”.
Come tutti i grandi pensatori rivoluzionari, Engels si sforza di attirare l’attenzione
dei lavoratori coscienti su ciò che il filisteismo dominante considera come meno degno
d’attenzione, come più usuale, come cosa consacrata da pregiudizi non solo tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L’esercito permanente e la polizia sono i principali
strumenti di forza del potere statale. Ma potrebbe forse essere altrimenti?
Per la gran maggioranza degli europei della fine del secolo decimonono, a cui
Engels si rivolgeva, e che non avevano vissuto né osservato da vicino nessuna grande
rivoluzione, non poteva essere altrimenti. Essi non comprendevano assolutamente che
cosa fosse questa “organizzazione armata autonoma della popolazione”. Perchè è
apparsa la necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia, esercito
permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da essa? A tale domanda i filistei dell’Europa occidentale o della Russia sono inclini a rispondere con una copia di frasi prese in prestito da Spencer o da Mikhailovski e tirano in ballo la crescente complessità della vita sociale, la differenziazione delle funzioni, ecc.
Questi argomenti sembrano “scientifici” ed assopiscono meravigliosamente il
buon pubblico, velando la cosa principale, essenziale: la scissione della società in classi inconciliabilmente nemiche.
Se non ci fosse questa scissione, “l’organizzazione armata autonoma della
popolazione” differirebbe per la sua complessità, per la sua tecnica progredita, ecc.
dall’organizzazione primitiva d’un branco di scimmie armate di bastoni, o da quella di
uomini primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe possibile.
Essa è impossibile perchè la società civile è divisa in classi ostili, e per di più
inconciliabilmente ostili, il cui armamento “autonomo” determinerebbe una lotta armata
fra di esse. Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si creano distaccamenti speciali di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo l’apparato statale, ci dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si sforza di ricostruire distaccamenti speciali di uomini armati che la servano, e come la classe oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione dello stesso genere, capace di servire non più gli sfruttatori, ma gli sfruttati.
Nel passo citato, Engels pone teoricamente lo stesso problema che ogni grande
rivoluzione pone praticamente davanti a noi con evidenza, e, inoltre, nell’ampiezza di
una azione di massa, e precisamente: il problema del rapporto tra i distaccamenti
“speciali” di uomini armati e l’ “organizzazione armata autonoma della popolazione”.
Vedremo come questo problema è concretamente illustrato dalla esperienza delle
rivoluzioni europee e russe.
Ma torniamo all’ esposizione di Engels.
Egli mostra che talvolta, per esempio in certe regioni dell’America del Nord, il
potere pubblico è debole (si tratta di un’eccezione assai rara nella società capitalistica e delle regioni dell’ America del Nord in cui, nel periodo preimperialistico, predominava
il colono libero), ma che, in generale, esso va rafforzandosi:
[ La forza pubblica] “…si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe
all’interno dello Stato si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e
popolosi. Basta guardare la nostra Europa di oggi, in cui la lotta di classe e la
concorrenza nelle conquiste ha portato il potere pubblico a un’altezza da cui minaccia di inghiottire l’intera società e perfino lo Stato”.
Queste righe furono scritte poco dopo il 1890, non più tardi. L’ultima prefazione di
Engels ha la data del 16 giugno 1891. L’evoluzione verso l’imperialismo – sia nel senso
del dominio assoluto dei trust che dell’onnipotenza delle grandi banche e della politica
coloniale in grande, ecc. – era in quel tempo appena ai primi albori in Francia; ed ancora più debole era in America e in Germania. Da allora la “concorrenza nelle conquiste” ha fatto passi da gigante, tanto più che il globo terrestre si era trovato all’inizio del decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra questi “concorrenti nelle conquiste”, cioè fra le grandi potenze predatrici. Da allora gli armamenti di terra e di mare si sono accresciuti in proporzioni incredibili, e la guerra di rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo dell’Inghilterra o della Germania e per una ripartizione del bottino, ha avvicinato a una catastrofe completa il processo grazie al quale un potere statale vorace “minaccia di inghiottire” tutte le forze della società.
Sin dal 1891 Engels aveva saputo denunciare la “concorrenza nelle Conquiste”
come una delle più importanti caratteristiche della politica estera delle grandi potenze,
mentre i mascalzoni del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando appunto questa
rivalità, diventata ancora più acuta, ha generato la guerra imperialista, coprono la loro
difesa degli interessi predatori della “loro” borghesia con frasi sulla “difesa della patria”,
sulla “difesa della repubblica e della rivoluzione”, ecc.!
3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono
necessarie delle imposte e un debito pubblico.
“…In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, – scrive
Engels – i funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla.” Si fanno leggi speciali sulla santità e
sull’inviolabilità dei funzionari. Il “più misero poliziotto” ha più “autorità” degli organi
della società gentilizia, ma persino …il capo dell’esercito di un paese civile potrebbe
invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata”
Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale.
Il punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912.
“…Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe,
ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo
Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere
sottomessa e per sfruttare la classe oppressa”…Non solo lo Stato antico e lo Stato
feudale erano organi deIlo sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche “lo Stato
rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte
del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno
forze pressoché eguali, cosicchè il potere statale, in qualità di apparente mediatore,
momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe”. Così la
monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, Bismarck in Germania.
Così aggiungiamo noi, il governo di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo
ch’esso è passato alle persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel momento in
cui i Soviet sono già impotenti per causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la
borghesia non è ancora abbastanza forte per scioglierli senz’altro.
Nella repubblica democratica – continua Engels – “la ricchezza esercita il suo
potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura”, in primo luogo con la
“corruzione diretta dei funzionari” (America), in secondo luogo con “l’alleanza tra
governo e Borsa” (Francia e America).
Nel momento attuale, l’imperialismo e il dominio delle banche “hanno sviluppato”
sino a farne un’arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di
difesa e di realizzazione dell’onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio, fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così dire, la luna di miele del connubio dei “socialisti” – socialisti-rivoluzionari e menscevichi – con la borghesia nel governo di coalizione, il signor Palcinski ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti a frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro dell’erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski, uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo stesso stampo), è stato “gratificato” dai capitalisti di una piccola sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli all’anno, – che cosa è questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le organizzazioni dei capitalisti o “semplicemente” relazioni di buona amicizia?
Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli Skobelev? Sono
alleati “diretti”, o soltanto indiretti, dei milionari concussionari?
L’onnipotenza della “ricchezza” è, in una repubblica democratica, tanto più sicura
in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica
democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il
capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e
consorti) di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente
saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di
partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.
Bisogna ancora rilevare che Engels definisce in modo categorico il suffragio
universale come uno strumento di dominio della borghesia. Il suffragio universale, egli
dice, tenendo evidentemente conto della lunga esperienza della socialdemocrazia
tedesca, è “la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno”.
I democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei
nostri menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti dell’Europa
occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio qualche cosa “di più”. Essi
condividono e inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa
“nello Stato odierno” esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e
assicurarne la realizzazione.
Noi possiamo qui soltanto rilevare che questa concezione è falsa e far notare che
l’affermazione chiara, precisa e concreta di Engels è ad ogni passo travisata nella
propaganda e nell’agitazione dei partiti socialisti “ufficiali” (cioè opportunisti).
Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la concezione che Engels qui
respinge, esponendo più avanti le teorie di Marx e di Engels sullo Stato odierno.
Nella sua opera più popolare, Engels dà un riassunto conclusivo delle sue
concezioni con le parole seguenti:
“Lo Stato non esiste dunque dall’eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto
a meno e che non avevano alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato
grado dello sviluppo economico, necessariamente legato alla divisione della società in
classi, proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una necessità. Ci
avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel quale la
esistenza di queste classi non solo ha cessato di essere una necessità ma diventa un
ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così ineluttabilmente come
sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la
produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l’intera
macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo”.
Questa citazione non accade di incontrarla spesso nella letteratura di propaganda e
di agitazione della socialdemocrazia contemporanea. E quando la si ricorda, lo si fa per lo più come se ci si volesse genuflettere davanti a un’icona, per rendere cioè
ufficialmente omaggio a Engels, senza il minimo tentativo di riflettere sull’ampiezza e la
profondità della rivoluzione che è presupposta in questo “relegare l’intera macchina
statale nel museo delle antichità”. Il più delle volte non si arriva neppure a comprendere
ciò che Engels intende per macchina dello Stato.
4. L'”estinzione” dello Stato e la rivoluzione violenta
Le parole di Engels sull'”estinzione” dello Stato godono di una così larga
notorietà, sono così spesso citate, mettono così bene in rilievo l’essenza stessa della
falsificazione abituale del marxismo acconciato alla maniera opportunista, che è
necessario soffermarsi su di esse in modo particolare. Citiamo tutto il passo da cui sono tratte:
“Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i
mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso come
proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora, muoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè di una organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua
produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle
condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù, servitù della
gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di
tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di
quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società:
nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della
nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine
effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione, non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta per l’esistenza individuale fondata
sull’anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene ” abolito”: esso si estingue. Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase “Stato popolare libero”, tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitivainsufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al
domani” ( Antidühring. [La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring], pp. 302-
303, terza ed. tedesca, 1894).
Si può dire senza timore di sbagliare che di tutto questo ragionamento di Engels,
straordinariamente ricco di idee, i partiti socialisti di oggi non hanno veramente
acquisito nel loro pensiero che la formula secondo cui, per Marx, lo Stato “si estingue”,
in contrapposizione alla dottrina anarchica dell'”abolizione” dello Stato. Amputare in tal
modo il marxismo vuol dire ridurlo all’opportunismo, poichè, dopo una tale
“interpretazione” non rimane che il concetto vago di un cambiamento lento, uguale,
graduale, senza sussulti né tempeste, senza rivoluzione. La “estinzione” dello Stato nel concetto corrente, generalmente diffuso, di massa, se così si può dire, è senza dubbio la scomparsa, se non la negazione, della rivoluzione.
Ebbene, questa “interpretazione” è la piu grossolana deformazione del marxismo,
utile solo alla borghesia, ed è teoricamente possibile solo se si trascurano i principali
elementi e, per esempio, gli argomenti indicati nello stesso ragionamento “conclusivo”
di Engels che abbiamo citato per esteso.
Primo. Proprio al principio del suo ragionamento Engels dice che il proletariato,
impadronendosi del potere sopprime con ciò “Lo Stato in quanto Stato”. Riflettere sul
significato di questa frase è cosa che “non entra nelle abitudini”. Per lo più o si trascura completamente questo pensiero o vi si vede una specie di “debolezza hegeliana” di Engels. In realtà, in queste parole è espressa in forma incisiva l’esperienza di una delle più grandi rivoluzioni proletarie, l’esperienza della Comune di Parigi del 1871, di cui parleremo a lungo più avanti. In realtà, Engels parla qui di “soppressione” dello Stato della borghesia per opera della rivoluzione proletaria, mentre ciò ch’egli dice sull’estinzione dello Stato riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non “si estingue”; esso viene “soppresso” dal proletariato nel corso della rivoluzione. Ciò che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo Stato proletario o semi-Stato.
Secondo. Lo Stato è una “forza repressiva particolare”. Questa definizione di
Engels, meravigliosa e in sommo grado profonda, è qui enunciata con perfetta
chiarezza. E ne deriva che questa “forza repressiva particolare” del proletariato da parte della borghesia, di milioni di lavoratori da parte di un pugno di ricchi, deve essere
sostituita da una “forza repressiva particolare” della borghesia da parte del proletariato
(dittatura del proletariato). In ciò appunto consiste “la soppressione dello Stato in quanto Stato”. In ciò consiste 1′”atto” della presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società. E’ ovvio che questa sostituzione di una “forza particolare” (quella della borghesia) con un’altra “forza particolare” (quella del proletariato), non può avvenire nella forma di “estinzione”.
Terzo. Questa “estinzione”, o, per parlare con più risalto e più colore, questo
“assopimento”, Engels lo riferisce in modo chiaro ed evidente al periodo che segue “la
presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società”, cioè al periodo
che segue la rivoluzione socialista. E’ noto a tutti noi che la forma politica dello “Stato”
in tale momento è la democrazia più completa. Ma a nessuno degli opportunisti che
snaturano sfrontatamente il marxismo viene in mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell'”assopimento” e dell'”estinzione” della democrazia. A prima vista ciò pare molto strano; ma è “incomprensibile” soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia è uno Stato e che anch’essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la rivoluzione può “sopprimere” lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cioè la democrazia più completa, non può che “estinguersi”.
Quarto. Enunciando la sua celebre tesi: “Lo Stato si estingue”, Engels si affretta a
precisare che essa è diretta e contro gli opportunisti e contro gli anarchici. Inoltre da
Engels è posta in primo piano quella conclusione dalla tesi sull'”estinzione dello Stato”
che è diretta contro gli opportunisti.
Si può scommettere che su diecimila persone che hanno letto o hanno sentito
parlare dell'”estinzione” dello Stato, novemilanovecentonovanta ignorano assolutamente
o hanno dimenticato che Engels dirigeva le conclusioni di questa tesi non soltanto
contro gli anarchici. E sulle dieci che restano, ce ne sono certamente nove che non
sanno che cosa sia “lo Stato popolare libero”, e perchè mai nell’attacco contro questa
parola d’ordine è contenuto un attacco contro gli opportunisti. Così si scrive la storia!
Così si altera in sordina la grande dottrina rivoluzionaria accomodandola alla maniera
del filisteismo dominante. La conclusione contro gli anarchici è stata mille volte
ripetuta, banalizzata, conficcata nel modo più semplicista nei cervelli e ha acquistato la tenacia di un pregiudizio. E la conclusione contro gli opportunisti è stata messa in
ombra e “dimenticata “!
Lo “Stato popolare libero” era una rivendicazione programmatica, una parola
d’ordine corrente dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa parola
d’ordine non v’è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione piccolo borghese della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente allusione alla
repubblica democratica, Engels era disposto a “giustificarla” “temporaneamente” dal
punto di vista dell’agitazione. Ma questa parola d’ordine era opportunista, non soltanto
perché imbelliva la democrazia borghese, ma anche perché esprimeva l’incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale. Noi siamo per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle repubbliche borghesi, è la schiavitù salariata.
Proseguiamo. Ogni Stato è una “forza repressiva particolare” della classe oppressa.
Quindi uno Stato, qualunque esso sia, non è libero e non è popolare. Marx ed Engels
l’hanno spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli anni 1870-1880.
Quinto. La stessa opera di Engels, in cui si trova il ragionamento sull’estinzione
dello Stato che tutti ricordano, contiene anche una considerazione sul significato della
rivoluzione violenta. La valutazione storica della sua funzione si trasforma in Engels in
un vero panegirico della rivoluzione violenta. Nessuno “se ne ricorda”; nei partiti
socialisti contemporanei non usa parlare dell’importanza di questa idea e nemmeno
pensarvi; nella propaganda e nell’agitazione quotidiana fra le masse queste idee non
trovano nessun posto. Eppure esse sono indissolubilmente legate all’idea
dell'”estinzione” dello Stato, con la quale formano un tutto.
Ecco questa considerazione di Engels:
“…che la violenza abbia nella società ancora un’altra funzione [oltre al male che
essa produce], una funzione rivoluzionaria, che essa, secondo le parole di Marx, sia la
levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova, che essa sia lo strumento con cui si compie il movimento della società, e che infrange forme politiche irrigidite e morte, di tutto questo nel sig. Dühring non si trova neanche una parola. Solo con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilità che per abbattere l’economia dello sfruttamento sarà forse necessaria la violenza…purtroppo! Infatti [secondo Dühring] ogni uso di violenza demoralizza colui che la usa. E questo di fronte all’elevato slancio morale e intellettuale che è stato il risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove una violenta collisione, che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno il vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a causa dell’ avvilimento conseguente alla guerra dei trenta anni, ha permeato la coscienza nazionale. E questa mentalità da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la pretesa di imporsi al partito più rivoluzionario che la storia conosca?” (p. 193, terza ed. tedesca, fine del 4° capitolo, II parte).
Come unire nella stessa dottrina questo panegirico della rivoluzione violenta,
tenacemente presentato da Engels ai socialdemocratici tedeschi dal 1878 al 1894, cioè fino alla sua morte , e la teoria dell’ “estinzione” dello Stato?
Di solito li si unisce con un procedimento eclettico, ricorrendo senza criterio e in
modo sofistico, arbitrariamente (o per compiacere ai detentori del potere), ora all’uno,
ora all’altro di questi ragionamenti, e novantanove volte su cento, se non di più, è
precisamente 1′”estinzione” che è messa in primo piano. L’eclettismo è sostituito alla
dialettica; nei confronti del marxismo questa è la cosa più consueta, più frequente nella letteratura socialdemocratica ufficiale dei nostri giorni. Questa sostituzione non è certo una novità; si poté osservarla persino nella storia della filosofia greca classica. Nella falsificazione opportunista del marxismo, la falsificazione eclettica della dialettica
inganna con più facilità le masse, dà loro una apparente soddisfazione, finge di tener
conto di tutti gli aspetti del processo di tutte le tendenze dello sviluppo e di tutte le
influenze contraddittorie ecc., ma in realtà non dà alcuna nozione completa e
rivoluzionaria del processo di sviluppo della società.
Abbiamo già detto prima, e lo dimostreremo in modo più particolareggiato nel
seguito della nostra argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla necessità della rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di “estinzione”; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della rivoluzione violenta. Il
panegirico con cui Engels esalta la rivoluzione violenta concorda pienamente con le
numerose dichiarazioni di Marx (ricordiamo la conclusione della Miseria della filosofia
e del Manifesto del Partito comunista che proclama fieramente e categoricamente
l’ineluttabilità della rivoluzione violenta; ricordiamo la critica del programma di Gotha
nel 1875, circa trent’anni più tardi, dove Marx flagella implacabilmente l’opportunismo
di questo programma). Questo panegirico non è per nulla effetto di una “infatuazione”,
né una declamazione, né una trovata polemica. La necessità di educare sistematicamente
le masse in questa – e precisamente in questa – idea della rivoluzione violenta, è alla
base di tutta la dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato
dalle tendenze socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con particolare
rilievo nell’oblio di questa propaganda, di questa agitazione da parte dell’una e dell’altra.
La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza
rivoluzione violenta. La soppressione dello Stato proletario, cioè la soppressione di ogni
Stato, non è possibile che per via di “estinzione”.
Marx ed Engels svilupparono queste concezioni in modo particolareggiato e
concreto, studiando ogni situazione rivoluzionaria particolare, analizzando gli
insegnamenti forniti dall’esperienza di ogni rivoluzione. Passiamo a questa parte, –
indubbiamente la più importante, – della loro dottrina.
II. Lo Stato e la rivoluzione. L’esperienza del 1848-1851
1. La vigilia della rivoluzione
Le prime opere del marxismo giunto a maturità, la Miseria della filosofia e il
Manifesto del Partito comunista, appartengono appunto al periodo che precede
immediatamente la rivoluzione del 1848. Grazie a questa circostanza, noi troviamo in
esse, in una certa misura, accanto all’esposizione dei princípi generali del marxismo, un riflesso della situazione rivoluzionaria concreta di quel tempo; conviene quindi, io
credo, studiare ciò che gli autori di queste opere dicono dello Stato, immediatamente
prima di esporre le loro conclusioni sull’esperienza degli anni 1848-1851.
” …La classe lavoratrice scrive Marx nella Miseria della filosofia – sostituirà, nel
corso del suo sviluppo, all’antica società civile un’associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poiché il
potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell’antagonismo [delle classi] nella
società civile” (p. 182, ed. tedesca, 1885).
E’ istruttivo mettere a confronto questa esposizione generale dell’idea della
scomparsa dello Stato dopo l’abolizione delle classi con l’esposizione fattane nel
Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx e da Engels alcuni mesi più tardi, cioè nel novembre del 1847.
“…Tratteggiando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo
seguito la guerra civile più o meno occulta entro la società attuale fino al momento in
cui essa esplode in una rivoluzione aperta, e col rovesciamento violento della borghesia
il proletariato stabilisce il suo dominio…
“…Abbiamo già visto sopra come il primo passo nella rivoluzione operaia sia
l’elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia.
“Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia,
a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle
mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive” (pp. 31 e 37, settima edizione tedesca, 1906).
Vediamo qui formulata una delle più notevoli e importanti idee del marxismo a
proposito dello Stato, l’idea della “dittatura del proletariato” ( espressione che Marx ed
Engels cominciano ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in seguito una
definizione dello Stato del più alto interesse e che fa anch’essa parte delle “parole
dimenticate” del marxismo: “lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come
classe dominante”.
Questa definizione dello Stato non solo non è mai stata commentata nella
letteratura di propaganda e di agitazione che predomina nei partiti socialdemocratici
ufficiali. Peggio ancora, essa è stata dimenticata appunto perché è assolutamente
inconciliabile col riformismo e perché contrasta in modo irriducibile con i pregiudizi
opportunistici abituali e con le illusioni piccolo-borghesi sullo “sviluppo pacifico della
democrazia”.
Il proletariato ha bisogno di uno Stato, ripetono tutti gli opportunisti, i
socialsciovinisti e i kautskiani, assicurando che questa è la dottrina di Marx, ma
“dimenticando” di aggiungere che innanzi tutto il proletariato, secondo Marx, ha
bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione, organizzato cioè in modo tale che cominci subito ad estinguersi, e non possa non estinguersi. E, in secondo luogo, che i lavoratori hanno bisogno dello “Stato”, “cioè del proletariato organizzato come classe dominante”.
Lo Stato è un’organizzazione particolare della forza, è l’organizzazione della
violenza destinata a reprimere una certa classe. Qual è, dunque, la classe che il
proletariato deve reprimere? Evidentemente una sola: la classe degli sfruttatori, vale a
dire la borghesia. I lavoratori hanno bisogno dello Stato solo per reprimere la resistenza
degli sfruttatori, e solo il proletariato è in grado di dirigere e di attuare questa
repressione, perché il proletariato è la sola classe rivoluzionaria fino in fondo, la sola
classe capace di unire tutti i lavoratori e tutti gli sfruttati nella lotta contro la borghesia,
per soppiantarla completamente.
Le classi sfruttatrici hanno bisogno del dominio politico per il mantenimento dello
sfruttamento, vale a dire nell’interesse egoistico di un’infima minoranza contro
l’immensa maggioranza del popolo. Le classi sfruttate hanno bisogno del dominio
politico per sopprimere completamente ogni sfruttamento, vale a dire nell’interesse
dell’immensa maggioranza del popolo, contro l’infima minoranza dei moderni schiavisti:
i proprietari fondiari e i capitalisti.
I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla
lotta delle classi le loro fantasticherie sull’intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la trasformazione socialista come una fantasticheria; non come l’abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma come la sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri compiti. Questa utopia piccolo-borghese, indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici, come è stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del 1848 e del 1871, come è stato provato dall’esperienza della partecipazione “socialista” ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e all’inizio del secolo ventesimo.
Marx lottò tutta la vita contro un tale socialismo piccolo-borghese, risuscitato oggi
in Russia dai partiti socialista-rivoluzionario e menscevico. Marx sviluppò la dottrina
della lotta di classe in modo coerente, ricavando da essa la dottrina del potere politico,
dello Stato.
L’abbattimento del dominio borghese è possibile soltanto ad opera del proletariato,
come classe particolare, preparata a questo rovesciamento dalle proprie condizioni
economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo. Mentre la
borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa
concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie alla sua funzione economica
nella grande produzione, solo il proletariato è capace di essere la guida di tutti i
lavoratori e di tutte le masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime,
schiaccia non meno e anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare
indipendentemente per la loro emancipazione.
La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione
socialista, porta necessariamente a riconoscere il dominio politico del proletariato, la sua dittatura, il potere cioè ch’esso non divide con nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse. L’abbattimento della borghesia non è realizzabile se non attraverso la trasformazione del proletariato in classe dominante, capace di reprimere la resistenza inevitabile, disperata della borghesia, di organizzare per un nuovo regime economico tutte le masse lavoratrici e sfruttate.
Il potere statale, l’organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della
violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori,
sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia,
semiproletariato – nell’ opera di “avviamento” dell’economia socialista.
Educando il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato,
capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di
dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti
i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la
borghesia e contro la borghesia. L’opportunismo oggi dominante educa invece il partito
operaio in modo da farne il rappresentante dei lavoratori meglio retribuiti, che si
staccano dalle masse, “si sistemano” abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cioè alla loro funzione di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia.
“Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante”, – questa
teoria di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione
rivoluzionaria del proletariato nella storia. Questa funzione culmina nella dittatura
proletaria, nel dominio politico del proletariato.
Ma se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione particolare
della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la
creazione di una tale organizzazione è concepibile senza che sia prima annientata,
distrutta la macchina dello Stato che la borghesia ha creato per sé? Il Manifesto del
Partito comunista conduce direttamente a questa conclusione, ed è di questa
conclusione che Marx parla quando fa il bilancio dell’esperienza della rivoluzione del
1848-1851.
2. Il bilancio di una rivoluzione
Sul problema dello Stato che ci interessa, Marx, nella sua opera Il 18 Brumaio di
Luigi Bonaparte, fa con questo ragionamento il bilancio dei risultati della rivoluzione
del 1848-l851.
“…Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il
purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre [1851]” (data del colpo di Stato di
Luigi Bonaparte) “non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione;
ora sta compiendo l’altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere
parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, si leva di fronte ad esso come l’unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione” ( il corsivo è nostro). “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!
“Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare,
col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di
mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo
spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società
francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al
cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida.” La prima
rivoluzione francese sviluppò la centralizzazione, “e in pari tempo dovette sviluppare
l’ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla
perfezione questo meccanismo dello Stato. La monarchia legittima e la monarchia di
luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una più grande divisione del lavoro…
” …La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare nella sua lotta
contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la
centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che
perfezionare questa macchina, invece di spezzarla” (il corsivo è nostro). “I partiti che
successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme
edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore” (Il 18 Brumaio di Luigi
Bonaparte, pp. 98-99, quarta ed. tedesca, Amburgo, 1907).
In questo ammirevole ragionamento il marxismo fa un grandissimo passo in avanti
in confronto al Manifesto del Partito comunista. Il problema dello Stato nel Manifesto
era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici. Qui il
problema è posto concretamente e la conclusione è estremamente precisa, ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla.
Questa conclusione è la cosa principale, essenziale della dottrina marxista sullo
Stato. E appunto questa cosa essenziale non solo è stata completamente dimenticata dai partiti socialdemocratici ufficiali dominanti, ma è stata perfino snaturata (come
vedremo) dal più eminente teorico della Seconda Internazionale, K. Kautsky.
Nel Manifesto del Partito comunista si ricavano gli insegnamenti generali della
storia; questi insegnamenti ci mostrano lo Stato come l’organo del dominio di una classe e ci portano a questa necessaria conclusione: il proletariato non potrebbe rovesciare la borghesia senza aver prima conquistato il potere politico, senza essersi assicurato il dominio politico, senza trasformare lo Stato in “proletariato organizzato come classe dominante”; e questo Stato proletario comincerà ad estinguersi subito dopo la sua vittoria, poiché lo Stato è inutile ed impossibile in una società senza antagonismi di classe. Il problema di determinare in che cosa consista – dal punto di vista dello sviluppo storico – questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese qui non è posto.
Proprio questo è il problema che Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua
filosofia, il materialismo dialettico, Marx prende come base l’esperienza storica dei
grandi anni rivoluzionari 1848-l851. Qui, come sempre, la dottrina di Marx è il bilancio
di un’esperienza, bilancio illuminato da una profonda concezione filosofica del mondo e
da una vasta conoscenza della storia.
Il problema dello Stato si pone in modo concreto: come è sorto storicamente lo
Stato borghese, la macchina statale necessaria al dominio della borghesia ? Quali
trasformazioni, quali evoluzioni ha subito nel corso delle rivoluzioni borghesi e di
fronte ai movimenti autonomi delle classi oppresse? Quali sono i compiti del
proletariato rispetto a questa macchina statale ?
Il potere statale centralizzato, proprio della società borghese, apparve nel periodo
della caduta dell’assolutismo. Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina
statale sono: la burocrazia e l’esercito permanente. Marx ed Engels parlano molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste istituzioni appunto con la
borghesia. L’esperienza acquisita da ogni lavoratore gli spiega in modo estremamente
evidente e convincente questi legami. La classe operaia impara a conoscerli a proprie
spese. Per questo essa afferra con tanta facilità ed assimila così bene la scienza che
afferma l’ineluttabilità di questi legami, scienza che i democratici piccolo-borghesi
negano per ignoranza o per leggerezza, quando non abbiano la leggerezza ancora
maggiore di ammetterla “in generale”, trascurando però di trarne le corrispondenti
conclusioni pratiche.
La burocrazia e l’esercito permanente sono dei “parassiti” sul corpo della società
borghese, parassiti generati dalle contraddizioni interne che dilaniano questa società, ma parassiti appunto che ne “ostruiscono” i pori vitali. L’opportunismo kautskiano, oggi
prevalente nella socialdemocrazia ufficiale, ritiene che questa concezione dello Stato,
considerato come organismo parassitario, sia propria degli anarchici, ed esclusivamente degli anarchici. Questa deformazione del marxismo è certo, estremamente vantaggiosa ai piccoli borghesi che hanno portato il socialismo all’inaudita vergogna di giustificare e di imbellire la guerra imperialistica applicandole il concetto di “difesa della patria”, ma rimane tuttavia una deformazione incontestabile.
Questo apparato burocratico e militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza
attraverso le numerose rivoluzioni borghesi di cui l’Europa è stata teatro dalla caduta del feudalesimo in poi. Tra l’altro, la piccola borghesia si lascia attrarre dalla parte della
grande borghesia, ed è sottomessa a quest’ultima, in misura notevole proprio per mezzo di questo apparato che dà agli strati superiori dei contadini, dei piccoli artigiani, dei commercianti, ecc. impieghi relativamente comodi, tranquilli ed onorifici e che
pongono i loro titolari al di sopra del popolo. Si pensi a quello che è avvenuto in sei
mesi, dopo il 27 febbraio 1917, in Russia: i posti di funzionari, una volta riservati di
preferenza agli ultra-reazionari, sono divenuti il bottino dei cadetti, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari. Non si è pensato, in fondo, a nessuna riforma seria; si è cercato di rinviare le riforme “fino all’Assemblea costituente”, e di rinviare a poco a poco l’Assemblea costituente fino alla fine della guerra! Ma per la divisione del bottino, per l’attribuzione di sinecure ministeriali, di sottosegretariati di Stato, di posti di governatori generali, ecc. ecc. non si è perso tempo e non si è aspettata nessuna Assemblea costituente! Il gioco delle combinazioni ministeriali non è stato, in fondo, che l’espressione di questa divisione e nuova spartizione del “bottino” alla quale si procede, dall’alto al basso, in tutto il paese, in tutte le amministrazioni centrali e locali. E’ chiaro il risultato, il risultato obiettivo, dopo sei mesi – dal 27 febbraio al 27 agosto 1917 – di tutto ciò: le riforme sono rinviate, la spartizione degli impieghi è compiuta e gli “errori” commessi in questa spartizione sono stati corretti con qualche nuova spartizione.
Ma più si procede a “nuove spartizioni” dell’apparato amministrativo fra i diversi
partiti borghesi e piccolo-borghesi (cadetti. socialisti-rivoluzionari e menscevichi, se si
prende l’esempio della Russia), e con maggiore evidenza appare alle classi oppresse, e al proletariato che ne è il capo, la loro ostilità irriducibile alla società borghese nel suo insieme. Di qui la necessità per tutti i partiti borghesi, anche i più democratici e
“democratici rivoluzionari”, di accentuare la repressione contro il proletariato
rivoluzionario, di rafforzare l’apparato di coercizione, cioè questa stessa macchina
statale. Questo corso degli avvenimenti obbliga perciò la rivoluzione a “concentrare
tutte le sue forze di distruzione” contro il potere dello Stato; le impone il compito non di
migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.
Non le deduzioni logiche, ma il corso reale degli avvenimenti, l’esperienza vissuta
del 1848-1851, hanno condotto a porre il problema in questi termini. Fino a che punto
Marx si attenga strettamente alla base reale della esperienza storica, è dimostrato dal
fatto che nel 1852 egli non si domanda ancora in concreto che cosa si debba sostituire a questa macchina dello Stato che deve essere distrutta. L’esperienza non aveva allora
fornito degli esempi che potessero far sorgere questa questione, che solo più tardi, nel
1871, la storia mise all’ordine del giorno.
Nel 1852 si poteva unicamente constatare, con la precisione propria delle scienze
naturali, che la rivoluzione proletaria affrontava il compito di “concentrare tutte le sue
forze di distruzione” contro il potere dello Stato, il compito di “spezzare” la macchina
statale.
Si potrebbe a questo punto porre la domanda se sia giusto generalizzare
l’esperienza, le osservazioni e le conclusioni Marx e applicarle a un campo più vasto
della storia di tre anni della Francia: daI 1848 al 1851. Ricordiamo innanzi tutto, per
analizzare la questione, un’osservazione di Engels. Passeremo poi all’esame dei fatti.
“…La Francia – scriveva Engels nella prefazione alla terza edizione del 18
Brumaio – è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla
soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli
forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro
risultati, prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese
classico, a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati, la Francia
ha, con La Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della
borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del
proletariato in ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che
altrove è sconosciuta” (p. 4, edizione del 1907).
Quest’ultima osservazione è invecchiata, poichè dopo il 1871 la lotta
rivoluzionaria del proletariato francese ha subíto una interruzione; interruzione però
che, per quanto lunga, non esclude affatto che la Francia possa, nel corso della futura
rivoluzione proletaria, rivelarsi ancora una volta come il paese classico della lotta delle
classi condotta risolutamente fino in fondo.
Ma gettiamo uno sguardo d’insieme sulla storia dei paesi avanzati alla fine del
secolo decimonono e al principio del secolo ventesimo. Vedremo come, più lentamente,
in forme più varie, su un’area molto più estesa, si sia svolto lo stesso processo: da un
lato, l’elaborazione di un “potere parlamentare”, tanto nei paesi repubblicani (Francia,
America, Svizzera), quanto in quelli monarchici (Inghilterra, Germania, fino a un certo
punto, Italia, paesi scandinavi, ecc.); dall’altro, la lotta per il potere dei diversi partiti
borghesi e piccolo-borghesi che si dividono e si ridistribuiscono il “bottino” degli
incarichi statali, mentre immutate restano le basi del regime borghese; finalmente un
processo di perfezionamento e di rafforzamento del “potere esecutivo”, del suo apparato burocratico e militare.
Non v’è alcun dubbio che questi sono i caratteri comuni a tutta l’evoluzione
moderna degli Stati capitalistici in generale. In tre anni, dal 1848 al 1851, la Francia
mostrò, in una forma rapida, netta e concentrata, i processi di sviluppo propri
dell’insieme del mondo capitalistico.
L’imperialismo – epoca del capitale bancario e dei giganteschi monopoli
capitalistici, epoca in cui il capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo
monopolistico di Stato – mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento
della “macchina statale”, l’inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e
militare per accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici che nei più liberi paesi repubblicani.
La storia universale pone oggi, senza alcun dubbio, e su scala incomparabilmente
più ampia che neI 1852, il compito della “concentrazione di tutte le forze” della
rivoluzione proletaria per la “distruzione” della macchina statale.
Con che cosa il proletariato la sostituirà? La Comune di Parigi ci ha fornito a
questo proposito gli esempi più istruttivi.
3. Come Marx poneva la questione nel 1852
Mehring pubblicava nel 1907 nella Neue Zeit ( XXV, 2, 164 ) alcuni estratti di una
lettera di Marx a Weydemeyer, del 5 marzo 1852. Questa lettera contiene fra l’altro il
seguente importantissimo passo:
“Per quello che mi riguarda, a me non appartiene né il merito di aver scoperto
l’esistenza delle classi nella società moderna né quello di aver scoperto la lotta tra di
esse. Già molto tempo prima di me degli storici borghesi avevano esposto la evoluzione storica di questa lotta delle classi, e degli economisti borghesi avevano esposto l’anatomia economica delle classi. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare: l.
che l’esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della
produzione [historische Entwicklungsphasen der Produktion]; 2. che la lotta di classe
necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3. che questa dittatura stessa
costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza
classi…”.
In queste righe Marx è riuscito in primo luogo a esprimere con una impressionante
nitidezza l’elemento essenziale e fondamentale che distingue la sua dottrina dalle
dottrine dei più profondi e avanzati pensatori della borghesia. In secondo luogo, egli ha
qui indicato la sostanza della sua dottrina dello Stato.
L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosí si dice e si
scrive molto spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di
solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel
senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perchè la dottrina della lotta di classe non è
stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx. e può, in generale, essere
accettata dalla borghesia. Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non
è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero
borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle
classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può
accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi
sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza
più profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese (e anche il grande). E’ questo il
punto attorno al quale bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento
effettivi del marxismo. E non vi è da meravigliarsi che, nel momento in cui la storia
dell’Europa ha condotto la classe operaia a porsi praticamente questa questione, non
solo tutti gli opportunisti e i riformisti, ma anche tutti i “kautskiani” (gente che oscilla
tra il riformismo e il marxismo) abbiano rivelato di essere dei miserabili filistei e dei
democratici piccolo-borghesi che negano la dittatura del proletariato. L’opuscolo di
Kautsky La dittatura del proletariato, uscito nell’agosto 1918, cioè molto tempo dopo la
pubblicazione della prima edizione del presente libro, è un modello di deformazione
piccolo-borghese del marxismo e di vile rinuncia ad esso nei fatti, unite a un
riconoscimento ipocrita di esso a parole (si veda il mio opuscolo: La rivoluzione
proletaria e il rinnegato Kautsky, Pietrogrado e Mosca 1918).
L’opportunismo contemporaneo, personificato dal suo maggiore rappresentante,
l’ex marxista K. Kautsky, rientra completamente nella caratteristica attribuita da Marx
alla posizione borghese, perchè esso riconosce la lotta di classe soltanto nei limiti dei
rapporti borghesi. (Ma entro questi limiti, nel quadro di questi rapporti, nessun liberale
colto si rifiuta di riconoscere “in linea di principio” la lotta di classe!) L’opportunismo
non porta il riconoscimento della lotta di classe sino al punto precisamente essenziale,
sino al periodo del passaggio dal capitalismo al comunismo, sino al periodo
dell’abbattimento della borghesia e del suo annientamento completo. In realtà, questo
periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un’asprezza inaudita, un
periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi anche lo
Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i
proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la
borghesia).
Ancora. L’essenza della dottrina dello Stato di Marx può essere compresa fino in
fondo soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria
non solo per ogni società classista in generale, non solo per il proletariato dopo aver
abbattuto la borghesia, ma per un intero periodo storico, che separa il capitalismo della
“società senza classi”, dal comunismo. Le forme degli Stati borghesi sono
straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti questi Stati sono in un modo
o nell’altro, ma in ultima analisi, necessariamente, una dittatura della borghesia. Il
passaggio dal capitalismo al comunismo, naturalmente, non può non produrre
un’enorme abbondanza e varietà di forme politiche, ma la sostanza sarà inevitabilmente
una sola: la dittatura del proletariato.
III. Lo Stato e la rivoluzione. L’ esperienza della Comune di Parigi (1871).
L’analisi di Marx
1. In che cosa consiste l’eroismo del tentativo dei comunardi?
E’ noto che alcuni mesi prima della Comune, nell’ autunno del 1870, Marx metteva
in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo
sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione . Ma quando, nel marzo 1871,
la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l’accettarono cosicchè l’insurrezione
divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la
rivoluzione proletaria. Egli non si ostinò a condannare per pedanteria un movimento
“inopportuno”, come fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato russo del
marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli operai e i contadini
alla lotta e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera dei liberali: “Non bisognava
prendere le armi”.
Marx non si limitò tuttavia ad entusiasmarsi per l’eroismo dei comunardi che,
com’egli diceva, “davano l’assalto al cielo”. Nel movimento rivoluzionario delle masse,
benchè esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di
enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un
tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti. Analizzare
questa esperienza, ricavarne delle lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa
esperienza, la sua teoria – questo fu il compito che Marx si pose.
L’unico “emendamento” che Marx giudicò necessario apportare al Manifesto del
Partito comunista, lo fece sulla base dell’esperienza rivoluzionaria dei comunardi di
Parigi.
L’ultima prefazione a una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito
comunista firmata insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa
prefazione Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del
Partito comunista “è oggi qua e là invecchiato”.
“…La Comune, specialmente, – essi aggiungono, – ha fornito la prova che “la
classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina
statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”…” .
Le ultime parole, fra virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori
dall’opera di Marx: La guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale
e fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels
un’importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al Manifesto del
Partito comunista.
E’ estremamente caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio
questo emendamento sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei
lettori del Manifesto del Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su
questa deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in
modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che l'”interpretazione” corrente,
volgare, della famosa formula di Marx, da noi citata, è che Marx vi avrebbe sottolineato
l’idea dell’evoluzione lenta, in contrapposizione con la conquista del potere, ecc.
In realtà, è proprio il contrario. L’idea di Marx è che la classe operaia deve
spezzare, demolire la “macchina statale già pronta”, e non limitarsi semplicemente ad
impossessarsene.
Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a
Kugelmann:
“…Se tu rileggi l’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il
prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano
ad un’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello
spezzarla” (il corsivo è di Marx; zerbrechen nell’originale) “e che tale è la condizione
preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il
tentativo dei nostri eroici compagni parigini” (Neue Zeit, XX, I, 1901-1902. p. 709). (Le
lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in russo almeno in due edizioni, una
delle quali da me curata e preceduta da una mia prefazione.)
“Spezzare la macchina burocratica e militare”: in queste parole è espresso in modo
incisivo l’insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella
rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è l’insegnamento che non
solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura deformato dall'”interpretazione”
dominante, kautskiana, del marxismo!
Quanto al passo del 18 Brumaio al quale Marx si riferisce, l’abbiamo citato più
sopra integralmente.
E’ interessante segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto
Marx limita la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871,
quando l’Inghilterra era ancora il modello d’un paese capitalistico puro, ma senza
militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva l’Inghilterra,
dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si presentava ed era allora
possibile senza la condizione preliminare della distruzione della “macchina statale già
pronta”.
Attualmente, nel 1917, nell’epoca della prima grande guerra imperialista, questa
riserva di Marx cade: l’Inghilterra e l’America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori
e le ultime rappresentanti della “libertà” anglosassone per quanto riguarda l’assenza di
militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano,
comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a
sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la “condizione preliminare di
ogni reale rivoluzione popolare” è la rottura, la distruzione della “macchina statale già
pronta” (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione “europea”,
imperialistica).
In secondo luogo, merita un’ attenzione particolare la osservazione
straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e
militare dello Stato è “la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare”.
Questo concetto di rivoluzione “popolare” sembra strano in bocca a Marx, e i
plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che vogliono farsi passare
per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un “lapsus”. Essi hanno
deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste per loro
all’infuori dell’antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche
quest’antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare.
Se si prendono come esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben
riconoscere che sia la rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni
borghesi. Ma né l’una né l’altra furono “popolari”; né nell’una né nell’altra, infatti, la
massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo attivo, indipendente, con
le sue particolari esigenze economiche e politiche. La rivoluzione borghese russa del
1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i “brillanti” successi riportati in certi
momenti dalle rivoluzioni portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione
“veramente popolare”, poichè la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati
sociali “inferiori”, più profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento, si sollevarono
in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione l’impronta delle loro esigenze,
dei loro tentativi di costruire a modo loro una nuova società al posto dell’antica ch’essi
distruggevano.
Nell’Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in
nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere “popolare”, mettere in
movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato
e i contadini. Queste due classi costituivano allora il “popolo”. Queste due classi sono
unite dal fatto che la “macchina burocratica e militare dello Stato” le opprime, le
schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla, ecco il vero interesse del
“popolo”, della maggioranza del popolo, degli operai e della maggioranza dei contadini,
ecco la “condizione preliminare” della libera alleanza dei contadini poveri con i
proletari. Senza quest’alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una
trasformazione socialista.
E’ noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma
non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno.
Parlando quindi di una “reale rivoluzione popolare”, senza dimenticare affatto le
particolarità della piccola borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx teneva
dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi della maggior parte
degli Stati continentali dell’Europa del 1871. D’altra parte egli costatava che gli operai e
i contadini sono egualmente interessati a spezzare la macchina statale, che ciò li unisce
e pone di fronte a loro il compito comune di sopprimere il “parassita” e di sostituirlo con
qualche cosa di nuovo.
Con che cosa precisamente ?
2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?
A questa domanda Marx non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito
comunista, che una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e
non i mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con
1′”organizzazione del proletariato come classe dominante”, con la “conquista della
democrazia”: questa era la risposta del Manifesto del Partito comunista.
Senza cadere nell’utopia, Marx aspettava dall’esperienza di un movimento di
massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa
organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente
questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente “conquista
della democrazia”.
Nella Guerra civile in Francia Marx sottopone l’esperienza della Comune, per
quanto breve essa sia stata, a un’analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo
scritto:
Nel secolo decimonono, trasmesso dal medioevo, si sviluppava “il potere statale
centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia,
burocrazia, clero e magistratura”. A misura che l’antagonismo di classe tra capitale e
lavoro si accentuava, “il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere […] di forza
pubblica organizzata per l’asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di
classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il
carattere puramente repressivo del potere dello Stato risaltava in modo sempre più
evidente”. Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere dello Stato diviene uno
“strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro”. Il Secondo Impero non fa
che consolidarlo.
“La Comune fu l’antitesi diretta dell’Impero.” “Fu la forma positiva” di “una
repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio
di classe, ma lo stesso dominio di classe…”.
In che cosa consisteva questa forma “positiva” di repubblica proletaria, socialista?
Quale era lo Stato ch’essa aveva cominciato a creare?
“…Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell’esercito permanente, e la
sostituzione ad esso del popolo armato…”
Questa rivendicazione figura oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano
chiamarsi socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo
migliore la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che,
appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare questa
rivendicazione!
“…La Comune fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale
nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La
maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti
della classe operaia… Invece di continuare ad essere agente del governo centrale, la
polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in
strumento responsabile della Comune revocabile in qualunque momento. Lo stesso
venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell’amministrazione. Dai membri
della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I
diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato
scomparvero insieme coi dignitari stessi… Sbarazzatisi dell’esercito permanente e della
polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di
spezzare la forza di repressione spirituale, il “potere dei preti”… I funzionari giudiziari
furono spogliati di quella sedicente indipendenza… dovevano essere elettivi,
responsabili e revocabili…”.
La Comune avrebbe dunque “semplicemente” sostituito la macchina statale
spezzata con una democrazia più completa: soppressione dell’esercito permanente,
assoluta eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa
“semplicemente” sostituire – opera gigantesca – a istituzioni di un certo tipo altre
istituzioni basate su princípi diversi. E’ questo precisamente un caso di “trasformazione
della quantità in qualità”: da borghese che era, la democrazia, realizzata quanto più
pienamente e conseguentemente sia concepibile, è diventata proletaria; lo Stato (forza
particolare destinata a opprimere una classe determinata) s’è trasformato in qualche cosa
che non è più propriamente uno Stato.
Ma la necessità di reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per
la Comune era particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo
fatto con sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l’organo di
repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come era
sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù salariata. E dal
momento che è la maggioranza stessa del popolo che reprime i suoi oppressori, non c’è
più bisogno di una “forza particolare” di repressione! In questo senso lo Stato comincia
ad estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata (
funzionari privilegiati, capi dell’esercito permanente), la maggioranza stessa può
compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni
del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere.
A questo proposito è da notare in particolar modo un provvedimento preso dalla
Comune e che Marx sottolinea: la soppressione di tutte le indennità di rappresentanza,
la soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi
assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello di “salari da operai”. Qui appunto si fa
sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia borghese alla democrazia
proletaria, dalla democrazia degli oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo
Stato come “forza particolare” destinata a reprimere una classe determinata, alla
repressione degli oppressori ad opera della forza generale della maggioranza del
popolo, degli operai e dei contadini. Ed è precisamente su questo punto particolarmente
evidente – il più importante forse nella questione dello Stato – che gli insegnamenti di
Marx sono stati più dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne
fanno cenno! E’ “consuetudine” tacere su questo punto, come su di una “ingenuità” che
ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani “dimenticarono”, quando il loro culto
divenne religione di Stato, le “ingenuità” del cristianesimo primitivo e il suo spirito
democratico rivoluzionario.
La riduzione delle retribuzioni degli alti funzionari pare “semplicemente”
l’esigenza di un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei “fondatori” del moderno
opportunismo, l’ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s’è molte volte esercitato a ripetere
banali motteggi borghesi a proposito del democratismo “primitivo”. Come tutti gli
opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, Bernstein non ha assolutamente
compreso che, in primo luogo, il passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile
senza un certo “ritorno” al democratismo “primitivo” (come si potrebbe altrimenti far
compiere alla maggioranza della popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni
dello Stato?); in secondo luogo, che il “democratismo primitivo” sulla base del
capitalismo e della civiltà capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche
patriarcali e precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la grande produzione, le
officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su questa base, l’immensa maggioranza
delle funzioni del vecchio “potere statale” si sono a tal punto semplificate e possono
essere ridotte a così semplici operazioni di registrazione, d’iscrizione, di controllo, da
poter essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un
normale “salario da operai”; si può (e si deve) quindi togliere a queste funzioni ogni
minima ombra che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di “gerarchia”.
Eleggibilità assoluta, revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza
alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del “salario da operaio”:
questi semplici e “naturali” provvedimenti democratici, mentre stringono pienamente in
una comunità di interessi gli operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari
tempo da passerella tra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono
la riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi, naturalmente,
assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la
“espropriazione degli espropriatori” realizzata o preparata; in legame cioè con la
trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà
sociale.
“La Comune – scriveva Marx – fece una realtà della frase pubblicitaria delle
rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di
spese, l’esercito permanente e il funzionarismo statale”.
Fra i contadini, come fra le altre categorie della piccola borghesia, solo un’infima
minoranza “si eleva”, “arriva” nel senso borghese della parola; solo alcuni individui
divengono cioè delle persone agiate, dei borghesi o dei funzionari con posizione sicura e
privilegiata. L’immensa maggioranza dei contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui
esistono dei contadini (e questi paesi sono la maggioranza), è oppressa dal governo e
aspira a rovesciarlo, aspira ad un governo “a buon mercato”. Solo il proletariato può
assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la
riorganizzazione socialista dello Stato.
3. La soppressione del parlamentarismo
“La Comune – scrisse Marx – non doveva essere un organismo parlamentare, ma di
lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo…
“…Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe
dominante dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel Parlamento, il
suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio
individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli
organizzatori della sua azienda.”
Questa mirabile critica del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi
anch’essa, grazie al dominio del socialsciovinismo e dell’opportunismo, alle “parole
dimenticate” del marxismo. Ministri e parlamentari di professione, traditori del
proletariato e socialisti “d’affari” dei nostri tempi hanno abbandonato agli anarchici il
monopolio della critica del parlamentarismo e per questa ragione, di eccezionale
saviezza, hanno qualificato di “anarchismo” qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla
di strano quindi che il proletariato dei paesi parlamentari “progrediti”, disgustato dalla
vista di “socialisti” come gli Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli
Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, abbia
riversato sempre più spesso le sue simpatie sull’anarco-sindacalismo, per quanto questo
sia fratello dell’opportunismo.
Ma per Marx la dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla
moda, quel gingillo in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe
romperla implacabilmente con l’anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la
“stalla” del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente che la situazione
non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una critica veramente proletaria e
rivoluzionaria del parlamentarismo.
Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba
opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: – ecco la vera essenza del
parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma
anche nelle repubbliche le più democratiche.
Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come
una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo
campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno?
Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio
della Comune, sono stati dimenticati così bene che il “socialdemocratico”
contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente
incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli
anarchici o dei reazionari.
Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le
istituzioni rappresentative e il principio dell’eleggibilità, ma nel trasformare queste
istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che “lavorino” realmente.
“La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di lavoro, esecutivo e
legislativo allo stesso tempo.”
Un organismo “non parlamentare, ma di lavoro”: questo colpisce direttamente voi,
moderni parlamentari e “cagnolini” parlamentari della socialdemocrazia! Considerate
qualsiasi paese parlamentare, dall’America alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra,
alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro “di Stato” si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le
cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che
chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il “popolino”. Questo è talmente
vero che anche nella repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte queste
magagne del parlamentarismo si fanno già sentire ancor prima che essa sia riuscita a
darsi un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli Tsereteli, i
Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in
mulini di parole sul tipo del parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i
signori ministri “socialisti” ingannano con la loro fraseologia e le loro risoluzioni i
fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia permanente, da un lato, per
sistemare a turno attorno alla “torta” dei posticini remunerativi e onorifici il più gran
numero possibile di socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d’altro lato, per “occupare
l’ attenzione” del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori “si sbrigano” le
faccende “dello Stato”.
In un articolo di fondo, il Dielo Naroda, organo dei “socialisti rivoluzionari”,
partito al governo, confessava recentemente, con l’impareggiabile franchezza propria
della gente della “buona società”, in cui “tutti” si abbandonano alla prostituzione
politica, che anche nei ministeri appartenenti ai “socialisti” (si passi la parola!), persino
in essi tutto l’apparato amministrativo rimane in fondo lo stesso, funziona come per il
passato e sabota in piena “libertà” le riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa
confessione, la storia effettiva della partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei
menscevichi al governo non è forse la migliore prova di ciò? L’unica cosa caratteristica
è qui che, trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov,
Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso del
pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse di un affare
da nulla, che “da loro”, nei loro ministeri, tutto procede come prima!! Fraseologia
democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti di campagna e trafila
burocratica per “farsi ben volere” dai capitalisti: ecco il fondo di questa “onesta”
coalizione.
La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della società
borghese con istituzioni in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in
inganno; poichè i parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro
leggi, verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi direttamente davanti ai
loro elettori. Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come
sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione
privilegiata per i deputati, non esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia,
sia pur una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e
dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è
per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della
borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase “elettorale” destinata a scroccare
voti degli operai, come lo è per i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli
Scheidemann e i Legien, i Sembat e i Vandervelde.
E’ molto significativo che Marx, parlando delle funzioni di questo personale
amministrativo necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come
termine di paragone il personale di “ogni altro imprenditore”, cioè un’ordinaria impresa
capitalistica con “operai, sorveglianti e contabili”.
In Marx non v’è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una
società “nuova”. No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della
nuova società che sorge dall’antica, le forme di transizione tra l’una e l’ altra. Egli si basa
sui fatti, sull’ esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne
insegnamenti pratici. Egli “si mette alla scuola” della Comune, come tutti i grandi
pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della
classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la “morale” (come faceva Plekhanov
dicendo: “Non bisognava prendere le armi”, o Tsereteli: “Una classe deve sapersi
autolimitare”).
Non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente,
la burocrazia. Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa
per cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale
soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l’esperienza della Comune, è il compito
primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.
Il capitalismo semplifica i metodi d’amministrazione “dello Stato”, permette di
eliminare la “gerarchia” e di ridurre tutto a un’organizzazione dei proletari (in quanto
classe dominante) che assume, in nome di tutta la società, “operai, sorveglianti e
contabili”.
Noi non siamo degli utopisti. Non “sogniamo” di fare a meno, dall’ oggi al
domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici,
fondati sull’incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che nulla
hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a rinviare la
rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati. No, noi
vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono oggi, e che non potranno
fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né di “sorveglianti, né di contabili”.
Ma bisogna subordinarsi all’avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i
lavoratori: al proletariato. Si può e si deve subito, dall’oggi al domani, cominciare a
sostituire la specifica “gerarchia” dei funzionari statali con le semplici funzioni “di
sorveglianti e di contabili”, funzioni che sono sin da ora perfettamente accessibili al
livello generale di sviluppo degli abitanti delle città e possono facilmente essere
compiute per “salari da operai”.
Organizziamo la grande industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato;
organizziamola noi stessi, noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo
una rigorosa disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale
dei lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici
esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di “sorveglianti e ai contabili”,
modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i tecnici di
ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito proletario; è da questo che si
può e si deve cominciare facendo la rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla
grande produzione, porta da se alla graduale “estinzione” di ogni burocrazia, alla
graduale instaurazione di un ordine – ordine senza virgolette, ordine diverso dalla
schiavitù salariata – in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di
contabilità saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi un’abitudine e finalmente
scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di persone.
Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un
modello di impresa socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un’azienda
organizzata sul modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco
l’imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I “semplici”
lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi alla stessa burocrazia
borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale è già pronto. Una volta abbattuti i
capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli operai armati la resistenza di questi
sfruttatori, demolita la macchina burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un
meccanismo mirabilmente attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal
“parassita”, e che i lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare
assumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come
quelli di tutti i funzionari “dello Stato” in generale, con un salario da operaio. E’ questo
il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti di tutti i trust e
che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto dell’esperienza praticamente
iniziata (soprattutto nel campo dell’organizzazione dello Stato) dalla Comune.
Tutta l’economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, i
contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno stipendio non superiore
al “salario da operaio”, sotto il controllo e la direzione del proletariato armato: ecco il
nostro fine immediato. Ecco lo Stato, ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo
bisogno. Ecco ciò che ci darà la distruzione del parlamentarismo e il mantenimento
delle istituzioni rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le classi lavoratrici della
prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia.
4. L’organizzazione dell’unità nazionale
“…In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe
il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma
politica anche del più piccolo borgo…” Le comuni avrebbero eletto la “delegazione
nazionale” di Parigi.
“…Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo
centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede,
ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili…
“L’unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata
dalla costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di
quel potere statale che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità, indipendente e
persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un’escrescenza parassitaria.
Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere
amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che
usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti
responsabili della società.!
Sino a qual punto gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non
abbiano capito, o per meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di
Marx, è provato nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti
della socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una fama alla
maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx, Bernstein scrisse che
questo programma “per il suo contenuto politico, rivela, in tutti i suoi tratti essenziali,
una straordinaria affinità col federalismo di Proudhon… Nonostante tutte le altre
divergenze tra Marx e il “piccolo-borghese” Proudhon [Bernstein scrive “piccoloborghese”
tra virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso
ironico], il loro modo di vedere, è sotto questo aspetto, il più possibile simile”. Certo,
continua Bernstein, l’importanza delle municipalità aumenta, ma “mi pare cosa dubbia
che il primo compito della democrazia sia l’abolizione [Auflösung, letteralmente:
scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento [Umwandlung,
metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo raffigurano Marx e
Proudhon: formazione di un’assemblea nazionale di delegati delle assemblee provinciali
o dipartimentali, che a loro volta sarebbero composte di delegati delle comuni, in modo
che le rappresentanze nazionali nella loro forma attuale scomparirebbero
completamente” (Bernstein, Le premesse, pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899).
E’ semplicemente mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla
“soppressione del potere dello Stato parassita” col federalismo di Proudhon! Ma non è
per caso, giacchè all’opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla
affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione della
vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi.
All’opportunista viene in mente soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo
ambiente di filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione “riformista”, vale a dire le
sole “municipalità”! Quanto alla rivoluzione del proletariato, l’opportunista ha
disimparato persino a pensarci.
E’ ridicolo. Ma è degno di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto
Bernstein. Molti hanno confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura
russa e Kautsky in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa
deformazione di Marx ad opera di Bernstein.
L’opportunista ha disimparato così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere
sulla rivoluzione, ch’egli attribuisce del “federalismo” a Marx, confondendolo così con
Proudhon, fondatore dell’anarchismo. E Kautsky e Plekhanov, che pretendono di essere
marxisti ortodossi e di difendere la dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su
questo punto! Ecco una delle ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio
tanto dei kautskiani quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare
la differenza esistente tra il marxismo e l’anarchismo.
Nelle considerazioni di Marx già citate sull’ esperienza della Comune non c’è la
minima traccia di federalismo. Marx è d’accordo con Proudhon proprio su un punto che
l’opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove Bernstein
vede la concordanza.
Marx è d’ accordo con Proudhon in quanto entrambi sono per la “demolizione”
dell’attuale macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l’ anarchismo (sia
con Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti né i
kautskiani, perchè su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo.
Marx dissente sia da Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del
federalismo (per non parlare poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, il
federalismo deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell’anarchismo. Marx è centralista. E
in tutti i passi citati non si troverà la minima rinuncia al centralismo. Soltanto gente
imbevuta di una volgare “fede superstiziosa” nello Stato può scambiare la distruzione
della macchina borghese con la distruzione del centralismo!
Ma se il proletariato e i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, si
organizzano in piena libertà nelle comuni e coordinano l’azione di tutte le comuni per
colpire il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, rimettere a tutta la nazione, a
tutta la società la proprietà privata delle ferrovie, delle officine, della terra, ecc, non è
questo forse centralismo? Non è forse il centralismo democratico più conseguente, e,
con ciò, un centralismo proletario?
Bernstein è semplicemente incapace di concepire la possibilità di un centralismo
volontario, di un’unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria fusione
delle comuni proletarie nell’opera di distruzione del dominio borghese e della macchina
statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si rappresenta il centralismo come un
qualcosa che, venendo unicamente dall’alto, non può essere imposto e mantenuto se non
dalla burocrazia e dal militarismo.
Marx, quasi avesse previsto che le sue idee potevano essere travisate, sottolinea
intenzionalmente che accusare la Comune di aver voluto distruggere l’unità nazionale e
sopprimere il potere centrale equivale a commettere scientemente un falso. Marx
adopera intenzionalmente l’espressione “organizzare l’unità della nazione” per
contrapporre il centralismo proletario cosciente, democratico, al centralismo borghese,
militare, burocratico.
Ma… non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della
socialdemocrazia contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di distruggere il
potere dello Stato, di amputare questo parassita.
5. La distruzione dello Stato parassita
Abbiamo già citato, su questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo ora
completarli.
“…E’ comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di
essere prese a torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte forme di vita sociale,
con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che
spezza [bricht] il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei
comuni medioevali… una federazione di piccoli Stati, come era stata sognata da
Montesquieu e dai Girondini… una forma esagerata della vecchia lotta contro l’eccesso
di centralizzazione…
“…La costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le
energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre alle spalle della società e
ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione
della Francia..
“…In realtà, la costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la
direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli
operai, i naturali tutori dei loro interessi. L’esistenza stessa della Comune portava con
se, come conseguenza naturale, la libertà municipale locale, ma non più come un
contrappeso al potere dello Stato ormai diventato superfluo…”
“Distruzione del potere totale”, questa “escrescenza parassitaria”, “amputazione”,
“demolizione” di questo potere, “il potere dello Stato ormai diventato superfluo”: è in
questi termini che Marx parla dello Stato, giudicando e analizzando l’ esperienza della
Comune.
Tutto ciò è stato scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi a
degli scavi archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse questo
marxismo non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall’ultima grande rivoluzione
ch’egli visse, sono state dimenticate proprio quando è giunta l’ora di nuove grandi
rivoluzioni del proletariato.
” …La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la
molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione,
mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le
precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto
fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della
lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica
finalmente scoperta. nella quale si poteva compiere la emancipazione economica del
lavoro…
“…Senza quest’ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una
cosa impossibile e un inganno…”
Gli utopisti si sono sempre sforzati di “scoprire” le forme politiche nelle quali
doveva prodursi la trasformazione socialista della società. Gli anarchici si sono
disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli opportunisti
dell’odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche borghesi dello Stato
democratico parlamentare come un limite al di là del quale è impossibile andare; si sono
rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a questo “modello” e hanno tacciato come
anarchico ogni tentativo di demolire queste forme.
Da tutta la storia del socialismo e della lotta politica Marx trasse la conclusione
che lo Stato è condannato a scomparire e che la forma transitoria dello Stato in via di
sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sarà “il proletariato organizzato come
classe dominante”. In quanto alle forme politiche di questo avvenire, Marx non si
preoccupò di scoprirle. Si limitò all’osservazione esatta della storia francese, alla sua
analisi e alla conclusione che scaturiva dall’ anno 1851: le cose marciano verso la
distruzione della macchina dello Stato borghese.
E quando il movimento rivoluzionario di massa del proletariato scoppiò, Marx,
nonostante l’insuccesso del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua
impressionante debolezza, si mise a studiare le forme ch’esso aveva rivelato.
La Comune è la forma “finalmente scoperta” dalla rivoluzione proletaria sotto la
quale poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro.
La Comune è il primo tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la
macchina dello Stato borghese; è la forma politica “finalmente scoperta” che può e deve
sostituire quel che è stato spezzato.
Vedremo più avanti che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in
una situazione differente, in altre condizioni, l’opera della Comune e confermano la
geniale analisi storica di Marx.
IV. Seguito. Spiegazioni complementari di Engels
Marx ha detto ciò che è essenziale sull’importanza dell’esperienza della Comune.
Engels è ritornato più volte su questo tema, interpretando l’analisi e le conclusioni di
Marx e spiegando talvolta altri aspetti della questione con tale vigore e con tale rilievo
che è necessario soffermarsi in modo particolare su queste spiegazioni.
1. “La questione delle abitazioni”
Nella sua opera sulla questione delle abitazioni (1872) Engels si basa già
sull’esperienza della Comune quando, a più riprese, si sofferma sui compiti della
rivoluzione nei confronti dello Stato. E’ interessante vedere come in questo tema
concreto appaiano con chiarezza, da un lato, i tratti di affinità tra lo Stato proletario e lo
Stato attuale, – tratti che permettono in entrambi i casi di parlare di Stato – e, dall’altro
lato, i tratti che li distinguono l’uno dall’altro, o il passaggio alla soppressione dello
Stato.
“Come risolvere dunque la questione delle abitazioni? Nell’odierna società,
esattamente come si risolve qualsiasi altra questione sociale: mediante la graduale
perequazione economica di domanda ed offerta, soluzione che crea sempre nuovamente
la stessa questione, e che quindi non è una soluzione. La soluzione che darebbe alla
questione una rivoluzione sociale non dipende soltanto dalle condizioni del momento,
ma anche è connessa ad una serie di questioni di molto maggior ampiezza, fra le quali
una delle più importanti è quella dell’eliminazione dell’antitesi fra città e campagna.
Dato che noialtri non siamo di quelli che creano dei sistemi utopistici per l’instaurazione
della società futura, dilungarci in proposito sarebbe superfluo. Però un fatto è sicuro fin
da adesso, e cioè che nelle grandi città vi sono già sufficienti edifici di abitazioni da
permettere di porre immediato riparo, con una utilizzazione razionale delle abitazioni
medesime, ad ogni reale “insufficienza di abitazioni”. Ciò può naturalmente farsi solo a
condizione che siano espropriati gli attuali proprietari o siano occupate le loro case da
parte dei senza tetto o degli operai che in precedenza vivevano ammassati in numero
eccessivo nelle loro abitazioni; e non appena il proletariato avrà conquistato il potere
politico. una tale misura – prescritta dal bene pubblico – sarà facile a compiere
esattamente quanto sono facili oggi altre espropriazioni ed occupazioni da parte dell’
attuale Stato” (p. 22, edizione tedesca del 1887).
Non si prende qui in considerazione il cambiamento di forma del potere statale,
ma soltanto il contenuto della sua attività. Anche per ordine dello Stato attuale si
procede ad espropriazioni e a requisizioni di alloggi. Dal punto di vista formale, lo Stato
proletario “ordinerà” esso pure delle requisizioni di alloggi e delle espropriazioni di
case. Ma è evidente che il vecchio apparato esecutivo, la burocrazia legata alla
borghesia, sarebbe semplicemente incapace di applicare le decisioni dello Stato
proletario.
“…D’altronde si deve costatare che la “effettiva presa di possesso” di tutti gli
strumenti di lavoro, la presa di possesso di tutta l’industria da parte del popolo
lavoratore, sono esattamente il contrario del “riscatto” proudhoniano. Col riscatto il
singolo lavoratore diviene proprietario dell’abitazione, della cascina, degli strumenti di
lavoro; con l’espropriazione il “popolo lavoratore” rimane proprietario in toto delle case,
delle fabbriche e degli attrezzi, e – almeno nel periodo di trapasso – sarà difficile che ne
conceda l’usufrutto a singoli o a società senza corresponsione delle spese. Proprio come
l’abolizione della proprietà fondiaria non è l’abolizione della rendita fondiaria, ma il suo
trasferimento, sia pure in forma modificata, alla società. La presa di possesso effettiva di
tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude dunque affatto il
permanere dei rapporti di affittanza.” (p. 69).
Esamineremo nel capitolo seguente la questione qui accennata, e cioè quella delle
basi economiche dell’estinzione dello Stato. Engels si esprime con estrema prudenza
dicendo che lo Stato proletario “probabilmente”, “almeno nel periodo transitorio”, non
distribuirà gli alloggi gratuitamente. L’affitto degli alloggi, proprietà di tutto il popolo, a
queste o quelle famiglie col corrispettivo di una certa pigione, suppone dunque la
percezione di questa pigione, un certo controllo e l’istituzione di certe norme di
ripartizione degli alloggi. Tutto ciò esige una certa forma di Stato, ma non rende affatto
necessario uno speciale apparato militare e burocratico, con funzionari che godano
d’una situazione privilegiata. Il passaggio a uno stato di cose tale in cui gli alloggi
possono essere assegnati gratuitamente è connesso alla totale “estinzione” dello Stato.
Parlando dei blanquisti che, dopo la Comune e influenzati dalla sua esperienza,
aderirono alle posizioni di principio del marxismo, Engels così definisce di sfuggita la
loro posizione:
“…necessità dell’azione politica del proletariato e della sua dittatura, come fase di
transizione verso l’abolizione delle classi e, con esse, dello Stato…” (p. 55).
Dilettanti di critica letterale o borghesi “distruttori del marxismo” vedranno forse
una contraddizione tra questo riconoscimento dell'”abolizione dello Stato” e la
negazione di questa stessa formula, considerata come anarchica, nel passo da noi già
citato dell’Antidühring. Non ci sarebbe di che meravigliarsi nel vedere gli opportunisti
classificare anche Engels fra gli “anarchici”: accusare gli internazionalisti di anarchismo
è un’abitudine oggi sempre più diffusa fra i socialsciovinisti.
Il marxismo ha sempre insegnato che con l’abolizione delle classi si compie anche
l’abolizione dello Stato. Il passo a tutti noto dell’Antidühring sull'”estinzione dello Stato”
rimprovera gli anarchici non tanto di essere per l’abolizione dello Stato, quanto di
pretendere che sia possibile abolire lo Stato “dall’oggi al domani”.
Poichè la dottrina “socialdemocratica” oggi dominante ha completamente
deformato l’atteggiamento del marxismo verso l’anarchismo circa la questione della
soppressione dello Stato, sarà particolarmente utile ricordare una polemica di Marx e di
Engels con gli anarchici.
2. Polemica con gli anarchici
Questa polemica risale al 1873. Marx ed Engels avevano pubblicato, in una
raccolta socialista italiana,degli articoli contro i proudhoniani, “autonomisti” o “antiautoritari”,
articoli che solo nel 1913 comparvero in traduzione tedesca nella Neue Zeit.
“…Se la lotta politica della classe operaia – scriveva Marx deridendo gli anarchici e
la loro negazione della politica – assume forme violente, se gli operai sostituiscono la
loro dittatura rivoluzionaria alla dittatura della classe borghese, essi commettono il
terribile delitto di leso-principio, perché per soddisfare i loro miserabili bisogni profani
di tutti i giorni, per schiacciare la resistenza della classe borghese, invece di abbassare le
armi e di abolire lo Stato, essi gli dànno una forma rivoluzionaria e transitoria…” (Neue
Zeit, 1913-1914, A. XXXII, vol. I, p. 40).
E’ contro questa “abolizione” dello Stato, – e solo contro questa, – che Marx si
levava nella sua polemica contro gli anarchici! Non contro I’idea che lo Stato scompare
con la scomparsa delIe classi, o sarà abolito con la abolizione delIe classi, ma contro la
rinuncia degli operai a fare uso delle armi, della violenza organizzata, vale a dire dello
Stato, che deve servire a “schiacciare la resistenza deIla classe borghese”.
Perchè non si travisi il vero significato della sua lotta contro l’anarchismo. Marx
sottolinea intenzionalmente “la forma rivoluzionaria e transitoria”dello Stato necessario
al proletariato. Il proletariato ha bisogno dello Stato solo per un certo periodo di tempo.
Quanto all’abolizione dello Stato, come fine, noi non siamo affatto in disaccordo con gli
anarchici. Affermiamo che per raggiungere questo fine è indispensabile utilizzare
temporaneamente, contro gli sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere
statale, così com’è indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura
temporanea della classe oppressa. Nel porre la questione contro gli anarchici, Marx
sceglie il modo più incisivo e più chiaro: abbattendo il giogo dei capitalisti, gli operai
debbono “deporre le armi” o rivolgerle contro i capitalisti per spezzare la loro
resistenza? E se una classe fa sistematicamente uso delle armi contro un’altra classe, che
cosa è questo se non una “forma transitoria” di Stato?
Si domandi quindi ogni socialdemocratico: è così che egli ha posto il problema
dello Stato nella polemica contro gli anarchici? è così che il problema è stato posto
dall’immensa maggioranza dei partiti socialisti ufficiali della Seconda Internazionale?
Engels sviluppa le stesse idee in modo ancor più particolareggiato e popolare. Egli
deride innanzi tutto la confusione di idee dei proudhoniani che si chiamavano “antiautoritari”,
negavano cioè ogni autorità, ogni subordinazione, ogni potere. Prendete una
fabbrica, una ferrovia, un piroscafo in alto mare, – dice Engels, – non è evidente che
senza una certa subordinazione, e quindi senza una certa autorità o un certo potere, non
è possibile far funzionare nemmeno uno di questi complicati apparati tecnici, fondati
sull’impiego delle macchine e la metodica collaborazione di un gran numero di persone?
“…Allorchè io sottoposi simili argomenti ai più furiosi anti-autoritari, – scrive
Engels, – essi non seppero rispondermi che questo: ” Ah! Ciò vero, ma qui non si tratta
di un’autorità che noi diamo ai delegati, ma di un incarico!”. Questi signori credono
aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi…”
Dopo aver così dimostrato che autorità ed autonomia sono nozioni re1ative, che il
campo della loro applicazione varia secondo le differenti fasi dello sviluppo sociale, e
che è assurdo considerarle come qualcosa
di assoluto; dopo aver aggiunto che il campo di applicazione delle macchine e
della grande industria va sempre più estendendosi, Engels passa dalle considerazioni
generali sull’autorità al problema dello Stato.
” …Se gli autonomisti – egli scrive – si limitassero a dire che l’organizzazione
sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti nei quali le condizioni della
produzione la rendono inevitabile, si potrebbe intendersi; invece, essi sono ciechi per
tutti i fatti che rendono necessaria la cosa, e si avventano contro la parola.
“Perchè gli anti-autoritari non si limitano a gridare contro l’autorità politica, lo
Stato? Tutti i socialisti sono d’accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui l’autorità
politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione sociale, e cioè che le
funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico, e si cangieranno in semplici
funzioni amministrative veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari
domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d’un tratto, prima ancora che si
abbiano distrutte le condizioni sociali, che l’hanno fatto nascere. Eglino domandano che
il primo atto della rivoluzione sociale sia l’abolizione dell’autorità. Non hanno mai
veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più
autoritaria che vi sia; è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua
volontà all’altra parte col mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, se ce ne
sono; e il partito vittorioso, se non vuol avere combattuto invano, deve continuare
questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi
sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato,
in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita
abbastanza largamente?
“Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che si dicono, e
in questo caso non seminano che la confusione; o essi lo sanno, e in questo caso
tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la
reazione” (p. 39).
In questo passo si fa accenno a questioni che devono essere esaminate in
connessione con il problema dei rapporti fra la politica e l’economia nel periodo
dell’estinzione dello Stato. (Il capitolo seguente è dedicato a questo tema.) Tali sono i
problemi relativi alla trasformazione delle funzioni pubbliche da funzioni politiche in
semplici funzioni amministrative; tale è il problema dello “Stato politico”. Quest’ultima
espressione, particolarmente suscettibile di far sorgere malintesi, mostra il processo
dell’estinzione dello Stato: lo Stato che si estingue, a un certo punto dalla sua estinzione,
può essere chiamato uno Stato non politico.
La cosa più notevole in questo passo di Engels è ancora una volta il modo con cui
egli imposta la questione contro gli anarchici. I socialdemocratici, che pretendono di
essere allievi di Engels, hanno polemizzato milioni di volte con gli anarchici dopo il
1873, ma non hanno discusso come i marxisti possono e debbono fare. L’idea che si
fanno gli anarchici dell’abolizione dello Stato è confusa e non rivoluzionaria: ecco come
Engels impostò la questione. E’ proprio la rivoluzione, nel suo sorgere e nel suo
sviluppo, nei suoi compiti specifici rispetto alla violenza, all’autorità, al potere, allo
Stato, che gli anarchici si rifiutano di vedere.
Per i socialdemocratici contemporanei la critica dell’anarchismo si riduce
abitualmente a questa pura banalità piccolo-borghese: “Noi ammettiamo lo Stato, gli
anarchici no!”. Naturalmente una tale banalità non può non suscitare l’avversione degli
operai con un minimo di raziocinio e rivoluzionari. Ben altro è ciò che dice Engels: egli
sottolinea che tutti i socialisti riconoscono che la scomparsa dello Stato è una
conseguenza della rivoluzione socialista. In seguito egli pone in modo concreto la
questione della rivoluzione, la questione appunto che i socialdemocratici, per il loro
opportunismo, generalmente eludono, abbandonando agli anarchici il monopolio della
pseudo “elaborazione” di questo problema. E ponendo tale questione, Engels prende il
toro per le corna: la Comune non avrebbe dovuto forse servirsi maggiormente del potere
rivoluzionario dello Stato, vale a dire del proletariato armato, organizzato come classe
dominante?
La socialdemocrazia ufficiale e dominante ha eluso di solito il problema dei
compiti concreti del proletariato nella rivoluzione, o con un semplice sarcasmo da
filisteo, o, nel migliore dei casi, con questa battuta sofistica ed evasiva: “Si vedrà poi!”.
Gli anarchici erano in diritto di rimproverare, a una tale socialdemocrazia, di venir
meno al suo dovere di educare in uno spirito rivoluzionario gli operai. Engels mette a
profitto l’esperienza dell’ultima rivoluzione proletaria appunto per studiare nel modo più
concreto quello che il proletariato deve fare per ciò che riguarda sia le banche che lo
Stato, e come deve farlo.
3. Una lettera a Bebel
Una delle considerazioni più notevoli, se non la più notevole, che troviamo negli
scritti di Marx e di Engels sullo Stato, è nel seguente passo di una lettera di Engels a
Bebel del 18-28 marzo 1875. Notiamo tra parentesi che questa lettera è stata pubblicata
per la prima volta, per quanto mi è noto, nel secondo volume delle memorie di Bebel
(Ricordi della mia vita), apparse nel 1911, cioè trentasei anni dopo che era stata scritta e
inviata.
Engels aveva scritto a Bebel criticando il progetto del programma di Gotha, che
anche Marx aveva criticato nella sua nota lettera a W. Bracke. Parlando in particolare
del problema dello Stato, Engels scrive :
” …Lo Stato popolare libero si è trasformato in Stato libero. Secondo il senso
grammaticale di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi
cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe ora di farla finita con tutte
queste chiacchiere sullo Stato, specialmente dopo la Comune che non era più uno Stato
nel senso proprio della parola. Gli anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo “Stato
popolare”, benchè già il libro di Marx contro Proudhon e in seguito il Manifesto del
Partito comunista dicano esplicitamente che con l’instaurazione del regime sociale
socialista lo Stato si dissolve da sé [sich auflöst] e scompare. Non essendo lo Stato altro
che un’istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per
tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno “Stato popolare libero” è
pura assurdità: finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non
nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e
quando diventa possibile parlare di libertà allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi
proporremo quindi di mettere ovunque invece della parola Stato la parola Gemeinwesen,
una vecchia eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese Commune”
(p. 322 dell’originale tedesco).
Bisogna ricordare che questa lettera si riferisce al programma del partito, criticato
in una lettera di Marx scritta solo poche settimane dopo questa (la lettera di Marx è del
5 maggio 1875), e che Engels viveva allora con Marx a Londra. E’ dunque certo che
Engels, dicendo nella sua ultima frase “noi”, propone, a nome suo e di Marx, al capo del
partito operaio tedesco di sopprimere nel programma la parola “Stato” e di sostituirla
con la parola “Comune”.
Come griderebbero all’ “anarchia” i capi del moderno “marxismo” adattato alle
comodità degli opportunisti, se si proponesse loro un simile emendamento del
programma!
Gridino pure! La borghesia li loderà.
Noi, da parte nostra, continueremo la nostra opera. Nel rivedere il programma del
nostro partito dovremmo assolutamente tener conto del consiglio di Engels e di Marx,
per accostarci alla verità, per ristabilire il marxismo, purificandolo da tutte le
deformazioni, per meglio dirigere la classe operaia nella lotta per la sua liberazione. E’
certo che la raccomandazione di Engels e di Marx non troverà oppositori tra i
bolscevichi. Non ci sarà, crediamo, che una difficoltà: la scelta del termine. In tedesco
vi sono due parole che significano “Comune”; Engels scelse quella che indica non una
singola comune, ma un insieme, un sistema di comuni. In russo non esiste una parola
simile e bisognerà forse ricorrere alla parola francese “Commune”, quantunque presenti
anch’essa certi inconvenienti.
“La Comune non era più uno Stato nel senso proprio della parola”: ecco
l’affermazione di Engels, fondamentale dal punto di vista teorico. Dopo l’esposizione
che precede, questa affermazione è perfettamente comprensibile. La Comune cessava di
essere uno Stato nella misura in cui essa non doveva più opprimere la maggioranza della
popolazione, ma una minoranza (gli sfruttatori); essa aveva spezzato la macchina dello
Stato borghese; invece di una forza particolare di oppressione, era la popolazione stessa
che entrava in campo. Tutto ciò non corrisponde più allo Stato nel senso proprio della
parola. Se la Comune si fosse consolidata, le tracce dello Stato si sarebbero “estinte” da
sé: la Comune non avrebbe avuto bisogno di “abolire” le sue istituzioni: queste
avrebbero cessato di funzionare a mano a mano che non avrebbero più avuto nulla da
fare.
“Gli anarchici ci rinfacciano lo “Stato popolare”.” Così dicendo Engels allude
soprattutto a Bakunin e ai suoi attacchi contro i socialdemocratici tedeschi. Engels
riconosce che questi attacchi sono in qualche modo giusti in quanto lo “Stato popolare”
è un nonsenso e una deviazione dal socialismo, come lo è lo “Stato popolare libero”.
Engels si sforza di correggere la lotta dei socialdemocratici tedeschi contro gli
anarchici, di farne una lotta giusta nei principi, di sbarazzarla dai pregiudizi opportunisti
sullo “Stato”. Ahimè! La lettera di Engels è rimasta per ben trentasei anni in un cassetto.
Vedremo più avanti che, anche dopo la pubblicazione di questa lettera, Kautsky si
ostina a ripetere in sostanza i medesimi errori contro i quali Engels aveva messo in
guardia.
Bebel rispose a Engels il 21 settembre 1875, con una lettera nella quale dichiarava
tra l’altro di essere “completamente d’accordo” con il giudizio da lui esposto sul progetto
del programma e di aver rimproverato a Liebknecht di essere stato troppo accomodante
(p. 304 dell’ed. tedesca delle memorie di Bebel, vol. II). Ma se prendiamo l’opuscolo di
Bebel intitolato I nostri scopi vi troveremo delle considerazioni sullo Stato
completamente sbagliate:
“Lo Stato fondato sulla dominazione di una classe deve essere trasformato in uno
Stato popolare” (Unsere Ziele, ed. tedesca, 1886, p. 14).
E questo è pubblicato nella nona (nona!) edizione dell’opuscolo di Bebel! Non c’è
da meravigliarsi che la socialdemocrazia tedesca si sia imbevuta di concezioni
opportunistiche sullo Stato così ostinatamente ripetute, tanto più quando i commenti
rivoluzionari di Engels giacevano in un cassetto e le circostanze della vita facevano
“disimparare” per lungo tempo la rivoluzione.
4. Critica del progetto del programma di Erfurt
Non si può, in un’analisi della dottrina marxista sullo Stato, trascurare la critica del
progetto del programma di Erfurt inviata da Engels a Kautsky il 29 giugno 1891 ,e
pubblicata solo dieci anni dopo nella Neue Zeit, perchè essa è soprattutto dedicata alla
critica delle concezioni opportuniste della socialdemocrazia sui problemi
dell’organizzazione dello Stato.
Rileviamo di sfuggita che Engels dà anche, sulle questioni economiche, una
indicazione estremamente preziosa, che mostra con quale attenzione e quale profondità
di pensiero egli seguisse le trasformazioni del capitalismo moderno, e come sapesse
quindi, in una certa misura, presentire i problemi della nostra epoca imperialista. Ecco
questa indicazione: a proposito della parola Planlosigkeit (assenza di piano) adoperata
nel progetto di programma per caratterizzare il capitalismo, Engels scrive:
“…Se poi dalle società per azioni passiamo ai trust, che dominano e
monopolizzano intere branche dell’industria, non soltanto non esiste più produzione
privata, ma non possiamo parlare più neppure di assenza di un piano” (Neue Zeit, A.
XX, vol. I, 1901-1902, p. 8).
Nella valutazione teorica del capitalismo moderno, cioè dell’imperialismo, è colto
qui l’essenziale, vale a dire che il capitalismo si trasforma in capitalismo monopolistico.
E da sottolineare capitalismo perchè uno degli errori più diffusi è l’affermazione
riformista borghese, secondo la quale il capitalismo monopolistico o monopolistico di
Stato non è già più capitalismo e può essere chiamato “socialismo di Stato”, ecc.
Naturalmente i trust non hanno mai dato, non danno sinora e non possono dare la
regolamentazione di tutta l’economia secondo un piano. Ma per quanto essi stabiliscano
un piano, per quanto i magnati del capitale calcolino in anticipo il volume della
produzione su scala nazionale e persino internazionale, per quanto essi regolino questa
produzione in base a un piano, rimaniamo tuttavia in regime capitalistico, benchè in una
sua nuova fase, ma, indubbiamente, in regime capitalistico. La “vicinanza” di tale
capitalismo al socialismo deve essere per i veri rappresentanti del proletariato un
argomento in favore della vicinanza, della facilità, della possibilità, dell’urgenza della
rivoluzione socialista, e non già un argomento per mostrarsi tolleranti verso la
negazione di questa rivoluzione e verso l’abbellimento del capitalismo, nella qual cosa
sono impegnati tutti i riformisti.
Ma ritorniamo al problema dello Stato. Engels ci dà qui indicazioni
particolarmente preziose su tre punti: primo, sul problema della repubblica; secondo, sul
legame esistente tra la questione nazionale e l’organizzazione dello Stato; terzo,
sull’amministrazione autonoma locale.
Engels fa della questione della repubblica il punto cruciale della sua critica nel
programma di Erfurt. Se ricordiamo quale importanza il programma di Erfurt aveva
assunto per tutta la socialdemocrazia internazionale, come era servito di modello a tutta
la Seconda Internazionale, si potrà dire, senza timore di esagerare, che Engels critica qui
l’opportunismo di tutta la Seconda Internazionale.
“Le rivendicazioni politiche del progetto – egli scrive – hanno un grosso difetto. In
esse manca proprio ciò che invece doveva essere detto” (il corsivo è di Engels).
E più avanti dimostra che la Costituzione tedesca è, in sostanza, una copia
ricalcata della Costituzione ultrareazionaria del 1850; che il Reichstag non è altro, come
diceva Wilhelm Liebknecht, che “la foglia di fico dell’assolutismo”, e che voler
realizzare – sulla base di una Costituzione che consacra l’ esistenza di piccoli Stati
tedeschi e della confederazione di questi piccoli Stati – la “trasformazione dei mezzi di
lavoro in proprietà comune” è “manifestamente privo di senso”.
“E’ pericoloso toccare questo tasto”, – aggiunge Engels, il quale sa benissimo che
non si può, in Germania, enunciare legalmente in un programma la rivendicazione della
repubblica. Tuttavia Engels non si adatta puramente e semplicemente a questa
considerazione evidente di cui “tutti” si accontentano. Egli continua: “Ma l’argomento,
in un modo o nell’altro, va affrontato. Quanto sia necessario lo sta dimostrando proprio
ora l’opportunismo che è penetrato [einreissende] in una grande parte della stampa
socialdemocratica. Per timore di una ripresa delle leggi antisocialiste, a causa del
ricordo di tutte le varie dichiarazioni prematuramente espresse quando quelle leggi
erano in vigore, all’improvviso l’attuale situazione legale in Germania dovrebbe essere
sufficiente al partito per attuare per via pacifica tutte le sue rivendicazioni…”
I socialdemocratici tedeschi hanno agito per paura di un rinnovo delle leggi
eccezionali: – è questo il fatto essenziale che Engels pone in primo piano e definisce,
senza mezzi termini, opportunismo, dichiarando che, appunto perchè in Germania non
v’è repubblica e non v’è libertà, sognare una via “pacifica” è cosa insensata. Engels è
abbastanza prudente per non legarsi le mani. Egli riconosce che nei paesi retti a
repubblica o che godono di una grandissima libertà “si può concepire” (soltanto
“concepire”!) un’evoluzione pacifica verso il socialismo, ma in Germania, egli ripete,
“…in Germania, dove il governo è quasi onnipotente e il Reichstag e gli altri
organismi rappresentativi sono privi di reale potere, e per di più proclamarlo senza
necessità, significa togliere all’assolutismo la foglia di fico e servirsene per coprire le
proprie nudità…”.
A fare da copertura all’assolutismo furono infatti, nella loro grande maggioranza, i
capi ufficiali della socialdemocrazia tedesca, che aveva messo “nel dimenticatoio” gli
avvertimenti di Engels.
“…Una simile politica, alla lunga, non può non indurre in errore il partito. Si
pongono in prima linea questioni politiche astratte, generali, e si celano così le questioni
concrete e più urgenti, quelle questioni che al primo grande avvenimento, alla prima
crisi politica, si pongono da sé all’ordine del giorno. Che altro può derivarne, se non il
fatto che al momento decisivo il partito si trovi improvvisamente perplesso, che sui
punti decisivi regnino la confusione e la discordia perchè questi punti non sono mai stati
discussi?…
“Questo dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi
passeggeri del momento, questo lottare e tendere al successo momentaneo senza
preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del
movimento per il presente del movimento, può essere considerato onorevole, ma è e
rimane opportunismo, e l’opportunismo “onorevole” è forse il peggiore di tutti…
“Se vi è qualcosa di certo, è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia
possono giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi,
questa è la forma specifica per la dittatura del proletariato, come già ha dimostrato la
Grande Rivoluzione francese…”
Engels ripete qui, mettendola particolarmente in rilievo, l’idea fondamentale che
attraversa, come un filo ininterrotto, tutte le opere di Marx: la repubblica democratica è
la via più breve che conduce alla dittatura del proletariato. Questa repubblica, infatti,
benchè non sopprima affatto il dominio del capitale, e quindi l’oppressione delle masse
e la lotta di classe, porta inevitabilmente questa lotta a un’estensione, a uno sviluppo, a
uno slancio e ad un’ampiezza tale che, una volta apparsa la possibilità di soddisfare gli
interessi essenziali delle masse oppresse, questa possibilità si realizza necessariamente e
unicamente con la dittatura del proletariato, con la direzione di queste masse da parte
del proletariato. Per tutta la Seconda Internazionale anche queste sono state “parole
dimenticate” del marxismo, e questa dimenticanza si è manifestata con particolare
evidenza nella storia del partito menscevico durante i primi sei mesi della rivoluzione
russa del 1917.
Sul problema della repubblica federativa in relazione con la composizione
nazionale della popolazione, Engels scriveva:
“Che cosa dovrebbe subentrare al loro posto?” (al posto della costituzione
monarchica reazionaria dell’attuale Germania e della sua non meno reazionaria
suddivisione in piccoli Stati, che perpetua le caratteristiche specifiche del
“prussianesimo” anziché dissolverle in una Germania come un tutto unico). “A mio
giudizio, il proletariato può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e
indivisibile. La repubblica federale ancora oggi, nel complesso, è una necessità, data la
gigantesca estensione territoriale degli Stati Uniti, sebbene nella loro parte orientale
costituisca già un impedimento. Sarebbe un progresso in Inghilterra, dove sulle due
isole vivono quattro nazioni, e dove nonostante un Parlamento unico sussistono già
oggi, uno accanto all’altro, tre tipi di sistemi legislativi. Già da tempo essa è divenuta un
ostacolo nella piccola Svizzera, sopportabile soltanto perché la Svizzera si accontenta di
essere un membro puramente passivo del sistema degli Stati europei. Per la Germania
una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro. Due punti
dividono lo Stato federale dallo Stato unitario, cioè il fatto che ogni singolo Stato
federato, ogni Cantone, ha la propria legislazione civile e penale e la propria
organizzazione giudiziaria, e il fatto che accanto al Parlamento del popolo (Volkshaus)
esiste un Parlamento degli Stati (Staatenhaus), nel quale ogni Cantone, grande o
piccolo, vota come tale.”
In Germania lo Stato federale rappresenta una forma di transizione verso uno Stato
completamente unitario; non si deve far retrocedere la “rivoluzione dall’alto”, compiuta
nel 1866 e nel 1870, ma si deve completarla con un “movimento dal basso” .
Ben lontano dal disinteressarsi delle forme dello Stato, Engels si sforza al
contrario di analizzare con la massima attenzione proprio le forme transitorie, per
determinare in ogni caso specifico, in base alle particolarità storiche concrete, quale
passaggio, da che cosa e verso che cosa, rappresenti la forma transitoria esaminata
Come Marx, Engels difende, dal punto di vista del proletariato e della rivoluzione
proletaria, il centralismo democratico, la repubblica una e indivisibile. Egli considera la
repubblica federale o come un’eccezione alla regola e un ostacolo allo sviluppo, o come
una transizione tra la monarchia e la repubblica centralizzata, come un “passo avanti”,
in certe condizioni particolari. E fra queste condizioni particolari, mette in evidenza la
questione nazionale.
Sia in Engels che in Marx, benché essi abbiano criticato implacabilmente il
carattere reazionario degli staterelli in quanto tali e l’utilizzazione, in casi concreti, della
questione nazionale per mascherare questo carattere reazionario, non si troverà, in
nessuno dei loro scritti, neppur l’ombra della tendenza ad eludere la questione nazionale,
tendenza di cui parlano spesso i marxisti olandesi e polacchi, pur partendo dalla lotta del
tutto legittima contro il nazionalismo angustamente piccolo-borghese dei “loro” piccoli
Stati.
Persino in Inghilterra, dove le condizioni geografiche, la comunanza della lingua e
una storia multisecolare sembrerebbero “aver messo fine” alla questione nazionale per
singole piccole suddivisioni del paese, – persino qui Engels tiene conto del fatto
evidente che la questione nazionale non è ancora superata e riconosce perciò che la
repubblica federale costituirebbe un “passo in avanti”. Ma non vi è qui neppur l’ombra
della rinuncia a criticare i difetti della repubblica federale e a condurre la propaganda e
la lotta più decisa in favore della repubblica unitaria, democratica, centralizzata.
Ma Engels non concepisce affatto il centralismo democratico nel senso
burocratico dato a questa nozione dagli ideologi borghesi e piccolo-borghesi, compresi,
fra questi ultimi, gli anarchici. Per Engels il centralismo non esclude affatto una larga
autonomia amministrativa locale, la quale, mantenendo le “comuni” e le regioni
volontariamente l’unità dello Stato, sopprime recisamente ogni burocrazia e ogni
“comando” dall’alto.
“…Dunque repubblica unitaria, – scrive Engels sviluppando le concezioni
programmatiche del marxismo a proposito dello Stato. – Ma non nel senso di quella
francese odierna, che non è altro se non l’impero senza imperatore, fondato nel 1798.
Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune (Gemeinde) godettero di una
amministrazione completamente autonoma, secondo il modello americano, e anche noi
dobbiamo averla.
L’ America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si
debba istituire l’amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della
burocrazia, e ancor oggi ce lo dimostrano l’Australia, il Canadà e le altre colonie inglesi.
Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale è assai più libera che, ad
esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone è bensì assai indipendente rispetto alla
Confederazione, ma lo è anche rispetto al distretto e al comune. I governi cantonali
nominano governatori distrettuali e prefetti, mentre di tutto questo non si ha traccia nei
paesi di lingua inglese, e anche noi in futuro vorremmo garbatamente fare a meno di
essi come dei presidenti distrettuali e dei consiglieri di prefettura prussiana.”
Engels propone quindi di formulare nel modo seguente l’articolo del programma
relativo all’autonomia amministrativa: “Amministrazione completamente autonoma
nella provincia,” (governatorato o regione) “nei distretti e nei comuni, da parte di
impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità locale e provinciale
nominata dallo Stato”.
Nella Pravda (n. 68, 28 maggio 1917), proibita dal governo di Kerenski e dagli
altri ministri “socialisti”, ho già avuto occasione di mostrare che, su questo punto, – il
quale evidentemente è tutt’altro che il solo, – i nostri rappresentanti pseudosocialisti di
una pseudodemocrazia pseudorivoluzionaria si allontanano in modo clamoroso dai
princípi democratici. Si comprende come questa gente, legata dalla sua “coalizione” con
la borghesia imperialista, sia rimasta sorda a queste considerazioni.
E’ molto importante rilevare che Engels, prove alla mano, smentisce con il più
preciso degli esempi il pregiudizio straordinariamente diffuso – specie nella democrazia
piccolo-borghese, – secondo il quale una repubblica federale significhi necessariamente
maggiore libertà di quanto non si abbia in una repubblica centralizzata. E’ falso. I fatti
citati da Engels relativi alla repubblica francese centralizzata del 1792-l798 e alla
repubblica federale svizzera confutano questa affermazione. In realtà la repubblica
centralizzata, effettivamente democratica, diede maggiore libertà che non la repubblica
federale. In altri termini: la maggiore libertà locale, regionale, ecc., che la storia abbia
conosciuta è stata data dalla repubblica centralizzata e non dalla repubblica federale.
La nostra propaganda e la nostra agitazione di partito hanno dedicato e dedicano
tuttora una insufficiente attenzione a questo fatto, come, in generale, a tutto il problema
della repubblica federale e centralizzata e della autonomia amministrativa locale.
5. La prefazione del 1891 alla “Guerra civile” di Marx
Nella sua prefazione alla terza edizione della Guerra civile in Francia – prefazione
in data del 18 marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella rivista Neue Zeit -,
accanto ad alcune interessanti riflessioni incidentali sui problemi connessi
all’atteggiamento nei confronti dello Stato, Engels dà un riassunto meravigliosamente
incisivo degli insegnamenti della Comune. Questo riassunto, – arricchito di tutta
l’esperienza del periodo di vent’anni che separa il suo autore dalla Comune, e in
particolar modo rivolto contro la “fede superstiziosa nello Stato” tanto diffusa in
Germania, – può a buon diritto essere considerato come l’ultima parola del marxismo
sulla questione in esame.
In Francia, dopo ogni rivoluzione, – osserva Engels, – gli operai erano armati; “per
i borghesi che si trovavano ancora al governo dello Stato il disarmo degli operai era
quindi il primo comandamento. Ecco quindi sorgere dopo ogni rivoluzione vinta dagli
operai una nuova lotta, la quale finisce con la disfatta degli operai”.
Questo bilancio dell’esperienza delle rivoluzioni borghesi è tanto succinto quanto
eloquente. Il fondo del problema – come, fra l’altro, nella questione dello Stato (la classe
oppressa dispone di armi?) – è individuato in modo ammirevole. Ed è proprio questo
fondo che tanto i professori influenzati dall’ideologia borghese quanto i democratici
della piccola borghesia eludono cosí spesso. Nella rivoluzione russa del 1917 fu al
“menscevico” Tsereteli, “marxista anche lui”, che toccò l’onore (l’onore d’un Cavaignac)
di svelare inavvertitamente questo segreto delle rivoluzioni borghesi. Nel suo “storico”
discorso dell’11 giugno, Tsereteli ebbe l’imprudenza di annunziare che la borghesia era
decisa a disarmare gli operai di Pietrogrado, decisione ch’egli naturalmente presentò
anche come propria e, in generale, come una necessità “di Stato”!
Lo storico discorso di Tsereteli, pronunciato l’11 giugno, sarà certamente per tutti
gli storici della rivoluzione del 1917 una delle migliori illustrazioni del passaggio del
blocco dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, con a capo il signor Tsereteli, dalla
parte della borghesia, contro il proletariato rivoluzionario.
Un’altra riflessione incidentale di Engels, anch’essa legata al problema dello Stato,
riguarda la religione. E’ noto che la socialdemocrazia tedesca, a mano a mano che si
incancreniva e diventava sempre più opportunista, scivolava con sempre maggiore
frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della celebre formula: “La
religione è un affare privato”. Questa formula infatti era interpretata come se, anche per
il partito del proletariato rivoluzionario, la questione della religione fosse un affare
privato!! Contro questo completo tradimento del programma rivoluzionario del
proletariato si levò Engels, che, non potendo ancora, nel 1891, osservare nel suo partito
se non dei debolissimi germi di opportunismo, si esprimeva quindi con grande
prudenza:
“Come nella Comune vi erano quasi solo operai o rappresentanti riconosciuti degli
operai, così anche le sue deliberazioni avevano una decisa impronta proletaria. O
decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva trascurato soltanto per viltà,
ma che rappresentavano una base necessaria per la libertà d’azione della classe operaia,
come l’attuazione del principio che di fronte allo Stato la religione non è che un
semplice affare privato; oppure emettevano deliberazioni nell’interesse diretto della
classe operaia, che talvolta incidevano anche profondamente sull’antico ordinamento
sociale…”
E’ con intenzione che Engels ha sottolineato le parole “di fronte allo Stato”; in tal
modo egli attaccava in pieno l’opportunismo tedesco che dichiarava la religione un
affare privato di fronte al partito e abbassava così il partito del proletariato
rivoluzionario al livello del più volgare piccolo-borghese “libero pensatore”, che è
disposto ad ammettere che si possa rimanere fuori della religione, ma rinnega il compito
del partito di lottare contro la religione, quest’oppio che inebetisce il popolo.
Il futuro storico della socialdemocrazia tedesca, ricercando le prime fonti della sua
vergognosa bancarotta nel 1914, troverà numerosi documenti interessanti su questa
questione, a cominciare dalle dichiarazioni evasive fatte nei suoi articoli dal capo
ideologico del partito, Kautsky, dichiarazioni che spalancavano le porte
all’opportunismo, per finire con l’atteggiamento del partito verso il Los-von-Kirche-
Bewegung (movimento per la separazione dalla Chiesa) nel 1913.
Ma vediamo come, vent’ anni dopo la Comune, Engels riassumeva gli
insegnamenti ch’essa – aveva dato al proletariato in lotta.
Ecco gli insegnamenti che Engels poneva in primo piano:
“…Proprio l’opprimente potere del precedente governo centralizzato, il potere dell’
esercito della polizia politica, della burocrazia, che Napoleone aveva creato nel 1798 e
che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come uno strumento ben
accetto e aveva sfruttato contro i suoi avversari, proprio quel potere doveva cadere
dappertutto, come già era caduto a Parigi.
“La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta
giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale;
che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una
parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già sfruttato contro di essa,
e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili
senza alcuna eccezione e in ogni momento…”.
Engels sottolinea ancora una volta che non solo in una monarchia, ma anche nella
repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica
fondamentale: trasformare i funzionari, da “servitori della società” e suoi organi, in
padroni della società.
“…Contro questa trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, dello Stato e
degli organi dello Stato da servitori della società in padroni della società, la Comune
applicò due mezzi infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente tutti gli impieghi
amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto
costante di revoca da parte di questi. In secondo luogo, per tutti i servizi, alti e bassi,
pagò solo lo stipendio che ricevevano gli altri lavoratori. Il più alto assegno che essa
pagava era di 6.000 franchi . In questo modo era posto un freno sicuro alla caccia agli
impieghi e al carrierismo, anche senza i mandati imperativi per i delegati ai Corpi
rappresentativi, che furono aggiunti per soprappiù…”
Engels affronta qui l’interessante limite, passato il quale la democrazia
conseguente da un lato si trasforma in socialismo, e dall’altro richiede il socialismo.
Infatti, per sopprimere lo Stato è necessario trasformare le funzioni del servizio statale
in operazioni di controllo e di registrazione, talmente semplici da essere alla portata
dell’immensa maggioranza della popolazione e, in seguito, di tutta la popolazione. Ma
per sopprimere completamente il carrierismo, bisogna che un impiego statale
“onorifico”, anche se non retribuito, non possa servire di passerella per raggiungere
impieghi molto lucrativi nelle banche e nelle società anonime, come sistematicamente
avviene in tutti i paesi capitalistici, anche i più liberi.
Engels non cade però nell’errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a
proposito del diritto delle nazioni all’autodecisione: in regime capitalistico, essi dicono,
questo diritto è irrealizzabile, e in regime socialista diventa superfluo. Questo
ragionamento, che vorrebbe essere spiritoso, ma è soltanto sbagliato, potrebbe essere
applicato a qualsiasi istituzione democratica, compreso il modesto stipendio assegnato
ai funzionari, poichè un sistema democratico rigorosamente conseguente non è possibile
in regime capitalistico, e in regime socialista ogni democrazia finirà per estinguersi.
E’ un sofisma del genere della vecchia barzelletta: in quel momento l’uomo che
perde ad uno ad uno i suoi capelli può essere considerato calvo?.
Sviluppare la democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo sviluppo,
metterle alla prova della pratica, ecc.: tutto ciò costituisce uno dei problemi
fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale. Preso a sé, nessun sistema
democratico, qualunque esso sia, darà il socialismo; ma nella vita il sistema
democratico non sarà mai “preso a sé”, sarà “preso nell’insieme” ed eserciterà la sua
influenza anche sull’economia di cui stimolerà la trasformazione, mentre esso stesso
subirà l’influenza dello sviluppo economico, ecc. E’ questa la dialettica della storia viva.
Engels continua:
“…Questa distruzione violenta [Sprengung] del potere dello Stato esistente e la
sostituzione ad esso di un nuovo potere veramente democratico, è descritta
esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra civile. Era però necessario ritornar qui
brevemente sopra alcuni tratti di essa, perchè proprio in Germania la fede superstiziosa
nello Stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e
perfino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato è “la realizzazione
dell’Idea” ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel
quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui una
superstiziosa venerazione dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con lo Stato, che
subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che
gli affari comuni a tutta la società non possono venir curati altrimenti che come sono
stati curati fino a quel momento cioè per mezzo dello Stato e dei suoi ben pagati
funzionari. E si crede è liberati dalla fede nella monarchia ereditata e si giura nella
repubblica democratica. Però lo Stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione
di una classe da parte di un’ altra, nella repubblica democratica non meno che nella
monarchia; e nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato
riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori il proletariato non
potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile come fece la Comune,
finchè una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di
scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”.
Engels metteva in guardia i tedeschi perchè non dimenticassero, nell’eventualità
della sostituzione della monarchia con la repubblica, i princípi del socialismo sul
problema dello Stato in generale. Questi suoi avvertimenti appaiono oggi come una
lezione impartita direttamente ai signori Tsereteli e Cernov, che hanno manifestato,
nella loro pratica di “coalizione”, la loro fede superstiziosa nello Stato e la loro
superstiziosa venerazione verso di esso!
Ancora due osservazioni: 1) Quando Engels dice che nella repubblica democratica
“non meno” che nella monarchia, lo Stato rimane “una macchina per l’oppressione di
una classe da parte di un’altra”, ciò non significa affatto che la forma d’oppressione sia
indifferente per il proletariato, come “insegnano” certi anarchici. Una forma più larga,
più libera, più aperta, di lotta di classe e di oppressione di classe facilita immensamente
al proletariato la sua lotta per la soppressione delle classi in generale. 2) Perchè soltanto
una nuova generazione sarà in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale?
Questo problema è connesso a quello del superamento della democrazia, del quale
parleremo ora.
6. Engels sul superamento della democrazia
Engels ha avuto modo di pronunciarsi su questo punto trattando della inesattezza
scientifica della denominazione “socialdemocratico”.
Nella prefazione alla raccolta dei suoi articoli degli anni 1870 su diversi temi,
dedicati in prevalenza ad argomenti “internazionali” (Internatiolanes aus dem Volkstaat
), – prefazione in data 3 gennaio 1894, cioè scritta un anno e mezzo prima della sua
morte, – Engels scrive che in tutti i suoi articoli egli ha impiegato la parola “comunista”
e non “socialdemocratico”, perchè a quell’epoca si chiamavano socialdemocratici i
proudhoniani in Francia e i lassalliani in Germania.
“…Per Marx come per me, continua Engels, – era dunque assolutamente
impossibile adoperare un’espressione così elastica per definire la nostra posizione. Oggi
la cosa è diversa, e questa parola” (“socialdemocratico”) “può forse andare [mag
passieren] per quanto rimanga imprecisa [unpassend, impropria] per un partito il cui
programma economico non è semplicemente socialista in generale, ma veramente
comunista; per un partito il cui scopo politico finale è la soppressione di ogni Stato e,
quindi, di ogni democrazia. Del resto, i veri (il corsivo è di Engels) partiti politici non
hanno mai una denominazione che loro convenga perfettamente; il partito si sviluppa, la
denominazione rimane.”
Il dialettico Engels nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. Marx
ed io, egli dice, avevamo per il partito un nome eccellente, scientificamente esatto, ma
allora non c’era un vero partito, cioè un partito proletario di massa. Ora (fine del secolo
decimonono) esiste un vero partito, ma la sua denominazione è scientificamente
inesatta. Non importa, essa “può andare” purchè il partito si sviluppi, purchè
l’inesattezza scientifica del suo nome non gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi
in una giusta direzione!
Qualche burlone potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla maniera
di Engels: noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore dei modi: dunque il
nome assurdo e barbaro di “bolscevico”, che non esprime assolutamente nulla se non il
fatto puramente accidentale che al congresso di Bruxelles-Londra del 1903 avemmo la
maggioranza, può anch’esso “andare”… Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito
da parte dei repubblicani e della democrazia piccolo-borghese “rivoluzionaria” nel
luglio-agosto 1917, hanno reso così popolare, così onorevole il titolo di bolscevico e
hanno inoltre confermato l’immenso progresso storico del nostro partito nel corso del
suo sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in aprile, di cambiare il
nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un “compromesso”: chiamarci
Partito comunista, conservando, fra parentesi, la parola “bolscevico”…
Ma la questione del nome del partito è infinitamente meno importante di quella
dell’atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso lo Stato.
Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell’errore contro il quale Engels
mette qui in guardia e che noi abbiamo già prima segnalato di sfuggita: si dimentica
cioè che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che
l’estinzione dello Stato è l’estinzione della democrazia.
A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni
potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l’avvento di un ordinamento
sociale in cui non verrebbe osservato il principio della sottomissione della minoranza
alla maggioranza; perché in definitiva che cos’è la democrazia se non il riconoscimento
di questo principio?
No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla
maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza
alla maggioranza, cioè l’organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da
una classe contro un’altra, da una parte della popolazione contro l’altra.
Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni
violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in
generale. Noi non auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non venga
osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma,
aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in
comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza
contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della
popolazione a un’altra, perchè gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni
elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione.
Per mettere in risalto questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova
generazione, “cresciuta in condizioni sociali nuove, libere” e che sarà “in grado di
scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”, ogni forma di Stato, compresa la
repubblica democratica.
Per chiarire questo punto dobbiamo analizzare le basi economiche dell’estinzione
dello Stato.
V. Le basi economiche dell’estinzione dello Stato
Lo studio più approfondito di questo problema lo troviamo in Marx, nella sua
Critica del programma di Gotha (lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata
soltanto nel 1891 nella Neue Zeit, IX, l, e di cui apparve una edizione separata in russo).
La parte polemica di questa importante opera, che contiene la critica del lassallismo, ha
lasciato per così dire nell’ombra la parte positiva, cioè l’analisi della connessione tra lo
sviluppo del comunismo e l’estinzione dello Stato.
l. L’impostazione della questione in Marx
Se si sottopongono a un superficiale confronto la lettera di Marx a Bracke del 5
maggio 1875 e la lettera del 28 marzo 1875 di Engels a Bebel, esaminata più sopra, può
sembrare che Marx sia molto più “statalista” di Engels e che la differenza fra le
concezioni dei due scrittori sullo Stato sia molto notevole.
Engels invita Bebel a smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire
completamente dal programma la parola “Stato” e a sostituirla con la parola “Comune”;
Engels dichiara persino che la Comune non era più uno Stato nel senso proprio della
parola. Marx invece parla del “futuro Stato della società comunista”, cioè sembra
ammettere la necessità dello Stato anche in regime comunista.
Ma una tale interpretazione sarebbe profondamente errata. Un più attento esame
mostra che le idee di Marx e di Engels sullo Stato e sull’estinzione dello Stato
coincidono perfettamente e che l’espressione di Marx citata si riferisce appunto
all’organizzazione statale in via di estinzione.
Non è possibile evidentemente determinare il momento in cui avverrà questa
futura “estinzione”, soprattutto perchè essa sarà inevitabilmente un processo di lunga
durata. L’apparente differenza tra Marx ed Engels si spiega con la differenza degli
argomenti trattati e degli scopi da essi perseguiti. Engels si propone di dimostrare a
Bebel, in modo clamoroso, incisivo, a grandi linee, tutta l’assurdità dei pregiudizi
correnti (condivisi in gran parte da Lassalle) sullo Stato. Marx sfiora soltanto questo
problema; un altro argomento l’interessa: lo sviluppo della società comunista.
Tutta la teoria di Marx è l’applicazione al capitalismo contemporaneo della teoria
dell’evoluzione, nella sua forma più conseguente e completa, meditata e ricca di
contenuto. Si comprende quindi che Marx abbia visto il problema dell’applicazione di
questa teoria all’imminente fallimento del capitalismo e al futuro sviluppo del futuro
comunismo.
Su quali dati ci si può dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo del
futuro comunismo?
Sul fatto che il comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente
dal capitalismo, è il risultato dell’azione di una forza sociale prodotta dal capitalismo. In
Marx non vi è traccia del tentativo di inventare delle utopie, di fare vane congetture su
quel che non si può sapere. Marx pone la questione del comunismo come un naturalista
porrebbe, per esempio, la questione dell’evoluzione di una nuova specie biologica, una
volta conosciuta la sua origine e la linea precisa della sua evoluzione.
Marx respinge innanzitutto la confusione in cui cade il programma di Gotha nella
questione dei rapporti tra lo Stato e la società.
“…La “società odierna” – egli scrive, – è la società capitalistica, che esiste in tutti i
paesi civili, più o meno libera di aggiunte medioevali, più o meno modificata dallo
speciale svolgimento storico di ogni paese, più o meno evoluta. Lo “Stato odierno”,
invece, muta con il confine di ogni paese. Nel Reich tedesco-prussiano esso è diverso
che in Svizzera; in Inghilterra è diverso che negli Stati Uniti. Lo “Stato odierno ” è
dunque una finzione. ”
Tuttavia i diversi Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro variopinte
differenze di forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno sul terreno della moderna
società borghese, che è soltanto più o meno evoluta dal punto di vista capitalistico. Essi
hanno perciò in comune anche alcuni caratteri essenziali. In questo senso si può parlare
di uno “Stato odierno”, in contrapposto al futuro, in cui la presente radice dello Stato, la
società borghese, sarà perita.
“Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società
comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora. che siano
analoghe alle odierne funzioni statali? A questa questione si può rispondere solo
scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato
non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna…”
Avendo così ridicolizzato tutte le chiacchiere sullo “Stato popolare”, Marx mostra
come si deve impostare la questione, e avverte che non le si può dare in qualche modo
una risposta scientifica se non basandosi su dati scientifici solidamente stabiliti.
Il primo punto, stabilito con la massima precisione da tutta la teoria
dell’evoluzione e, in generale, da tutta la scienza – punto che gli utopisti dimenticavano
e che dimenticano gli opportunisti odierni, i quali temono la rivoluzione sociale – è il
seguente: è storicamente certo che fra il capitalismo e il comunismo dovrà
necessariamente esserci uno stadio particolare o una tappa particolare di transizione.
2. La transizione dal capitalismo al comunismo
“…Tra la società capitalistica e la società comunista, – prosegue Marx, – vi è il
periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde
anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura
rivoluzionaria del proletariato…”
Questa conclusione si basa, in Marx, sull’analisi della funzione che il proletariato
ha nella società capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di questa società e sulla
inconciliabilità degli opposti interessi del proletariato e della borghesia.
Prima la questione veniva posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione il
proletariato deve rovesciare la borghesia, conquistare il potere politico, stabilire la sua
dittatura rivoluzionaria.
Ora la questione si pone in modo un po’ diverso: il passaggio dalla società
capitalistica, che si sviluppa in direzione del comunismo, alla società comunista è
impossibile senza un “periodo politico di transizione”, e lo Stato di questo periodo non
può esser altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Ma qual è l’atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia?
Abbiamo visto che il Manifesto del Partito comunista pone semplicemente uno
accanto all’altro i due concetti: “trasformazione del proletariato in classe dominante” e
“conquista della democrazia”. Tutto ciò che precede permette di determinare nel modo
più preciso le modificazioni che subirà la democrazia nella transizione dal capitalismo
al comunismo.
La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più
favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa.
Ma questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento
capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole
classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre
più o meno quella che fu nelle repubbliche dell’antica Grecia: la libertà per i proprietari
di schiavi. Gli odierni schiavi salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico,
sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che “hanno altro pel capo che la
democrazia”, “che la politica”, sicchè, nel corso ordinario e pacifico degli avvenimenti,
la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale.
L’esattezza di questa affermazione è confermata. forse con la maggiore evidenza,
dall’esempio della Germania, perchè è proprio in questo paese che la legalità
costituzionale si mantenne, per quasi mezzo secolo (1871-1914), con una costanza e una
durata sorprendenti. e durante questo periodo la socialdemocrazia seppe, molto più che
negli altri paesi, “usufruire della legalità” e organizzare in un partito politico una parte
di operai molto più grande che in qualsiasi altro paese del mondo.
Quale è dunque questa parte – la più elevata fra quelle che si osservano nella
società capitalistica – degli schiavi salariati politicamente coscienti e attivi? Un milione
di membri del partito socialdemocratico su 15 milioni di operai salariati! Tre milioni di
operai organizzati nei sindacati su 15 milioni di operai!
Democrazia per un’infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo è il sistema
democratico della società capitalistica. Se osserviamo più da vicino il meccanismo della
democrazia capitalistica, si vedranno sempre dovunque – sia nei “piccoli” (i pretesi
piccoli) particolari della legislazione elettorale (durata della residenza, esclusione delle
donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di
fatto al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i “poveri”!), sia nell’
organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. – si vedranno
restrizioni su restrizioni al sistema democratico. Queste restrizioni, eliminazioni,
esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli soprattutto a coloro che non hanno mai
conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle
masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei
pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i
poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia.
Marx afferrò perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia
capitalistica, quando, nella sua analisi dell’esperienza della Comune, disse: agli oppressi
è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della
classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!
Ma l’evoluzione da questa democrazia capitalistica – inevitabilmente ristretta, che
respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda – “a
una democrazia sempre più perfetta”, non avviene così semplicemente, direttamente e
senza scosse come immaginano i professori liberali e gli opportunisti piccolo-borghesi.
No. Lo sviluppo progressivo, cioè l’evoluzione verso il comunismo, avviene passando
per la dittatura del proletariato e non può avvenire altrimenti, poichè non v’è nessun’altra
classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.
Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l’organizzazione dell’avanguardia degli
oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e
semplice allargamento della democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della
democrazia, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e
non una democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di
restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li
dobbiamo reprimere, per liberare l’umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare
con la forza la loro resistenza; ed è chiaro che dove c’è repressione, dove c’è violenza,
non c’è libertà, non c’è democrazia.
Engels lo ha espresso in modo mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come il
lettore ricorda, che “finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno
non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari,
e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere”.
Democrazia per l’immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza,
vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale
è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al
comunismo.
Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è
definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi
(non v’è cioè più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi
sociali di produzione), soltanto allora “lo Stato cessa di esistere e diventa possibile
parlare di libertà”. Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente
completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a
estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli
innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli
uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza
sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a
osservarle senza violenza, senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale
apparato di costrizione che si chiama Stato.
L’espressione: “lo Stato si estingue” è molto felice in quanto esprime al tempo
stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l’abitudine può produrre
un tale effetto, e senza dubbio lo produrrà, poichè noi osserviamo attorno a noi milioni
di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro
indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla
provoca l’indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.
La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile,
falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del
proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una
democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della
minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia
realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà
superflua e si estinguerà da sé.
In altri termini: noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della
parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un’altra e per
di più della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende come per realizzare un
simile compito – la sistematica repressione della maggioranza degli sfruttati da parte di
una minoranza di sfruttatori – siano necessarie una crudeltà e una ferocia di repressione
estreme: fiumi di sangue attraverso cui l’umanità prosegue il suo cammino, sotto il
regime della schiavitù, della servitù della gleba e del lavoro salariato.
In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione
è ancora necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una
minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina speciale di repressione, lo
“Stato”, è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato
propriamente detto, perchè la repressione di una minoranza di sfruttatori da parte della
maggioranza degli schiavi salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e
naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione delle
rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno caro all’umanità. Ed
essa è compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della
popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale
di repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in grado di reprimere il popolo
senza una macchina molto complicata destinata a questo compito; il popolo, invece, può
reprimere gli sfruttatori anche con una “macchina” molto semplice, quasi senza
“macchina”, senza apparato speciale, mediante la semplice organizzazione delle masse
in armi (come – diremo anticipando – i Soviet dei deputati operai e soldati).
Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perchè non c’è
da reprimere nessuno, “nessuno” nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica
contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non
escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non
escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi. Ma anzitutto, per questo non c’è
bisogno d’una macchina speciale, di uno speciale apparato di repressione; lo stesso
popolo armato si incaricherà di questa faccenda con la stessa semplicità, con la stessa
facilità con cui una qualsiasi folla di persone civili, anche nella società attuale, separa
delle persone in rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna.
Sappiamo inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono
infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse, la loro
povertà, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli eccessi cominceranno
infallibilmente a “estinguersi”. Non sappiamo con quale ritmo e quale gradualità, ma
sappiamo che si estingueranno. E con essi si estinguerà anche lo Stato.
Marx, senza abbandonarsi all’utopia, definì più in particolare ciò che è ora
possibile definire di questo avvenire, e precisamente ciò che distingue la fase (gradino,
tappa) inferiore dalla fase superiore della società comunista.
3. La prima fase della società comunista
Nella Critica del programma di Gotha Marx confuta minuziosamente l’idea di
Lassalle che l’operaio debba ricevere in regime socialista il reddito “non ridotto” o il
“reddito integrale del suo lavoro”. Marx dimostra che dal prodotto sociale complessivo
di tutta la società bisogna detrarre: un fondo di riserva, un fondo per l’allargamento della
produzione, un fondo destinato a reintegrare il macchinario “consumato”, ecc.; inoltre
bisogna detrarre dagli oggetti di consumo un fondo per le spese di amministrazione, per
le scuole, per gli ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc.
Invece della formula nebulosa, oscura e generica di Lassalle (“all’operaio il frutto
integrale del suo lavoro”), Marx stabilisce lucidamente come deve essere la gestione di
una società socialista. Egli affronta l’analisi concreta delle condizioni di vita di una
società in cui non esisterà il capitalismo, e aggiunge:
“Quella con cui abbiamo da far qui” (analizzando il programma del partito
operaio) “è una società comunista. non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma,
viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni
rapporto. economico, morale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno
essa è uscita”.
E’ questa società comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta
ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia società, che Marx chiama “la prima
fase” o fase inferiore della società comunista.
I mezzi di produzione non sono già più proprietà privata individuale. Essi
appartengono a tutta la società. Ogni membro della società, eseguendo una certa parte
del lavoro socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino da cui risulta
ch’egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai magazzini pubblici
di oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti. Detratta la quantità di
lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio riceve quindi dalla società tanto quanto le
ha dato.
Si direbbe il regno dell'”uguaglianza”.
Ma quando, a proposito di quest’ordinamento sociale (abitualmente chiamato
socialismo, e che Marx chiama prima fase del comunismo), Lassalle dice che c’è in esso
“giusta ripartizione”, “uguale diritto di ciascuno all’uguale prodotto del lavoro”, egli si
sbaglia e Marx spiega perchè.
Un “uguale diritto”, – dice Marx, – qui effettivamente l’abbiamo, ma è ancora il
“diritto borghese”, che, come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni diritto
consiste nell’ applicazione di un’unica norma a persone diverse, a persone che non sono,
in realtà, né identiche, né uguali. L'”uguale diritto” equivale quindi a una violazione
dell’uguaglianza e della giustizia. Infatti, per una parte uguale di lavoro sociale fornito,
ognuno riceve un’uguale parte della produzione sociale (con le detrazioni indicate più
sopra).
Gli individui però non sono uguali: uno è più forte, l’altro è più debole, uno è
ammogliato, l’altro no, uno ha più figli, l’altro meno, ecc.
“…Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo
sociale, – conclude Marx, – l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro
e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale,
dovrebbe essere disuguale..”
La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e
l’uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più
possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, poichè non sarà più possibile
impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine,
terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla
“uguaglianza” e la “giustizia” in generale, Marx indica il corso dello sviluppo della
società comunista, costretta da principio a distruggere solo l'”ingiustizia” costituita
dall’accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace
di distruggere di punto in bianco l’altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo
“secondo il lavoro” (e non secondo i bisogni).
Gli economisti volgari, e fra essi i professori borghesi, compreso il “nostro”
Tugan, rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza degli
individui e di “sognare” la soppressione di questa disuguaglianza. Questi rimproveri,
come si vede, dimostrano soltanto l’estrema ignoranza dei signori ideologi borghesi.
Non solo Marx tiene conto con molta precisione di questa inevitabile
disuguaglianza delle persone, ma non trascura nemmeno il fatto che, da sola, la
socializzazione dei mezzi ai produzione (“socialismo” nel senso abituale della parola)
non elimina gli inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza del “diritto
borghese” che continua a dominare fino a quando i prodotti sono divisi “secondo il
lavoro”.
“…Ma questi inconvenienti – continua Marx – sono inevitabili nella prima fase
della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società
capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e
dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società…”
Così, nella prima fase della società comunista (comunemente chiamata
socialismo), il “diritto borghese” non è completamente abolito, ma solo in parte,
soltanto nella misura in cui la rivoluzione economica è compiuta, cioè unicamente per
quanto riguarda i mezzi di produzione. Il “diritto borghese” riconosce la proprietà
privata su questi ultimi a individui singoli. Il socialismo ne fa una proprietà comune. In
questa misura – e soltanto in questa misura – il “diritto borghese” è abolito.
Ma esso sussiste nell’altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore
determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società.
“Chi non lavora non mangia”: questo principio socialista è già realizzato; “a uguale
quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti”: quest’altro principio socialista è anche
esso già realizzato. Tuttavia ciò non è ancora il comunismo, non abolisce ancora il
“diritto borghese” che attribuisce a persone disuguali e per una quantità di lavoro
disuguale (di fatto disuguale) una quantità uguale di prodotti.
E’ un “inconveniente”, dice Marx, ma esso è inevitabile nella prima fase del
comunismo, in quanto non si può pensare, senza cadere nell’utopia, che appena
rovesciato il capitalismo gli uomini imparino, dall’oggi al domani, a lavorare per la
società senza alcuna norma giuridica; d’altra parte, l’abolizione del capitalismo non dà
subito le premesse economiche per un tale cambiamento.
E non vi sono altre norme, all’infuori di quelle del “diritto borghese”. Rimane
perciò la necessità di uno Stato che, mantenendo comune la proprietà dei mezzi di
produzione, mantenga l’uguaglianza del lavoro e l’uguaglianza della distribuzione dei
prodotti.
Lo Stato si estingue nella misura in cui non ci sono più capitalisti, non ci sono più
e quindi non è più possibile reprimere alcuna classe.
Ma lo Stato non si è ancora estinto completamente, poichè rimane la salvaguardia
del “diritto borghese” che consacra la disuguaglianza di fatto. Perchè lo Stato si estingua
completamente occorre il comunismo integrale.
4. La fase superiore della società comunista
Marx continua:
“…In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la
subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il
contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto
mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo
onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti
della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto
orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue
bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”.
Ora soltanto possiamo apprezzare tutta la giustezza delle osservazioni di Engels,
che colpisce implacabilmente con i suoi sarcasmi l’assurdo accoppiamento delle parole
“libertà” e “Stato”. Finchè esiste lo Stato non vi è libertà; quando si avrà la libertà non vi
sarà più Stato.
La condizione economica della completa estinzione dello Stato è che il
comunismo giunga a un grado così elevato di sviluppo che ogni contrasto di lavoro
intellettuale e fisico scompaia, e che scompaia quindi una delle principali fonti della
disuguaglianza sociale contemporanea, fonte che la sola socializzazione dei mezzi di
produzione, la sola espropriazione dei capitalisti non può inaridire di colpo.
Questa espropriazione renderà possibile uno sviluppo gigantesco delle forze
produttive. E vedendo come, già ora, il capitalismo intralci in modo assurdo questo
sviluppo, e quali progressi potrebbero essere realizzati grazie alla tecnica moderna già
acquisita, abbiamo il diritto di affermare con assoluta certezza che l’espropriazione dei
capitalisti darà necessariamente un gigantesco impulso alle forze produttive della
società umana. Ma non sappiamo e non possiamo sapere quale sarà la rapidità di questo
sviluppo, quando esso giungerà a una rottura con la divisione del lavoro, alla
soppressione del contrasto fra il lavoro intellettuale e fisico, alla trasformazione del
lavoro nel “primo bisogno della vita”.
Abbiamo perciò diritto di parlare unicamente dell’inevitabile estinzione dello
Stato, sottolineando la durata di questo processo, la sua dipendenza dalla rapidità di
sviluppo della fase più elevata del comunismo, lasciando assolutamente in sospeso la
questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione
assumerà, poichè non abbiamo dati che ci permettano di risolvere simili questioni.
Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il
principio. “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, cioè
quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della
convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno
volontariamente secondo le loro capacità. “L’angusto orizzonte giuridico borghese”, che
costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: – non avrò per caso lavorato
mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo
ristretto orizzonte sarà allora sorpassato. La distribuzione dei prodotti non renderà più
necessario che la società razioni i prodotti a ciascuno: ciascuno sarà libero di attingere
“secondo i suoi bisogni”.
Dal punto di vista borghese è facile dichiarare che un tale regime sociale è “pura
utopia” e coprire di sarcasmi i socialisti che promettono a ogni cittadino di ricevere
dalla società, senza alcun controllo del suo lavoro, tutti i tartufi, tutte le automobili, tutti
i pianoforti che desidera. Ancor oggi la maggior parte degli “scienziati” borghesi se la
cavano con sarcasmi del genere rivelando in tal modo sia la loro ignoranza che la loro
interessata difesa del capitalismo.
Ignoranza, perchè non a un solo socialista è mai venuto in mente di “promettere”
l’avvento della fase superiore del comunismo; in quanto alla previsione dei grandi
socialisti sul suo avvento, essa presuppone una produttività del lavoro diversa da quella
attuale e non l’attuale borghese, capace, come i seminaristi di Pomialovski , di
sperperare “a destra e a sinistra” le ricchezze pubbliche e di pretendere l’impossibile.
Fino all’avvento della fase “più elevata” del comunismo, i socialisti reclamano
dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo della misura del
lavoro, e della misura del consumo; ma questo controllo deve cominciare con
l’espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai sui capitalisti, e deve essere
esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma dallo Stato degli operai armati.
La difesa interessata del capitalismo da parte degli ideologi borghesi (e dei loro
reggicoda del tipo di Tsereteli, Cernov e consorti) consiste precisamente nell’eludere
con discussioni e frasi su un lontano avvenire, la questione urgente e di scottante
attualità della politica d’oggi: l’espropriazione dei capitalisti, la trasformazione di tutti i
cittadini in lavoratori e impiegati di un unico e grande “cartello”, vale a dire lo Stato
intero, e la completa subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo cartello a uno Stato
veramente democratico, allo Stato dei Soviet dei deputati operai e soldati.
In fondo quando un dotto professore, e dopo di lui il filisteo, e dopo di lui i signori
Tsereteli e i signori Cernov parlano delle utopie insensate, delle promesse demagogiche
dei bolscevichi, della impossibilità di “introdurre” il socialismo essi alludono appunto a
questo stadio o a questa fase superiore del comunismo, che non solo nessuno ha mai
promesso, ma non ha neppure mai pensato di “introdurre”, per la sola ragione che è
impossibile “introdurla”.
Ci troviamo qui di fronte al problema della distinzione scientifica tra socialismo e
comunismo, problema toccato da Engels nel brano precedentemente citato sulla
denominazione non esatta di “socialdemocratico”. Dal punto di vista politico, la
differenza fra la prima fase o fase inferiore e la fase superiore del comunismo
probabilmente diventerà col tempo molto notevole, ma oggi, in regime capitalistico,
sarebbe ridicolo farne caso, e forse solo certi anarchici potrebbero metterla in primo
piano (se ci sono ancora fra gli anarchici uomini a cui la metamorfosi “plekhanoviana”
dei Kropotkin, dei Grave, dei Cornelissen e di altre “stelle” dell’anarchismo in
socialsciovinisti o anarchici delle trincee – per usare l’espressione di Gay, uno dei pochi
anarchici che abbiano conservato l’onore e la coscienza – non ha insegnato nulla).
Ma la differenza scientifica fra socialismo e comunismo è chiara. Marx chiama
“prima” fase o fase inferiore della società comunista ciò che comunemente viene
chiamato socialismo. La parola “comunismo” può essere anche qui usata nella misura in
cui i mezzi di produzione divengono proprietà comune, purchè non si dimentichi che
non è un comunismo completo. Ciò che conferisce un grande pregio all’esposizione di
Marx è ch’egli applica conseguentemente anche qui la dialettica materialistica, la teoria
dell’evoluzione, e considera il comunismo come un qualcosa che si sviluppa dal
capitalismo. Anziché attenersi a definizioni “escogitate”, scolastiche e artificiali, a sterili
dispute su parole (che cos’è il socialismo? che cos’è il comunismo?), Marx analizza
quelli che si potrebbero chiamare i gradi della maturità economica del comunismo.
Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto
di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e
dalle vestigia del capitalismo. Di qui il fenomeno interessante qual è il mantenimento
dell'”augusto orizzonte giuridico borghese” nella prima fase del regime comunista.
Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo,
suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poichè il diritto è nulla senza un
apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme.
Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il
diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia!
Ciò può sembrare un paradosso o un giuoco dialettico del pensiero e questo
rimprovero è stato spesso mosso al marxismo da gente che non si è mai data la minima
pena di studiarne la sostanza estremamente profonda.
Ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società, che vestigia
del passato sopravvivono nel presente. Marx non introdusse arbitrariamente nel
comunismo una particella del diritto “borghese”; egli si rese conto soltanto di ciò che,
economicamente e politicamente, è inevitabile nella società uscita dal seno del
capitalismo.
La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta della classe operaia
contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non è affatto un limite,
un limite insuperabile; è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al
capitalismo e dal capitalismo al comunismo.
Democrazia vuol dire uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza
hanno la lotta del proletariato per l’uguaglianza e la parola d’ordine dell’uguaglianza se
si comprende quest’ultima in modo giusto, nel senso della soppressione delle classi. Ma
democrazia significa soltanto uguaglianza formale. E appena realizzata l’uguaglianza di
tutti i membri della società per ciò che concerne il possesso dei mezzi di produzione,
vale a dire l’uguaglianza del lavoro, l’uguaglianza del salario, sorgerà inevitabilmente
davanti all’umanità la questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare
dall’uguaglianza formale all’uguaglianza reale, cioè alla realizzazione del principio:
“Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”. Noi non sappiamo
né possiamo sapere per quali tappe, attraverso quali provvedimenti pratici l’umanità
andrà verso questo fine supremo. Ma quel che importa è vedere quanto sia falsa l’idea
borghese corrente che il socialismo sia qualche cosa di morto, di fisso, di dato una volta
per sempre, mentre in realtà soltanto col socialismo incomincerà, in tutti i campi della
vita sociale e privata, un rapido, vero, movimento progressivo, effettivamente di massa,
a cui parteciperà la maggioranza della popolazione prima, e tutta la popolazione poi.
La democrazia è una forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi. come
ogni Stato, l’applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo,
da un lato. Ma dall’altro lato, la democrazia è il riconoscimento formale dell’uguaglianza
fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare la forma dello Stato e di
amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo
luogo unisce contro il capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la
possibilità di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la
macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l’esercito permanente,
la polizia, la burocrazia. e di sostituirli con una macchina più democratica, ma che
rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse operaie armate, e poi da
tutto il popolo che partecipa alla milizia.
Qui la “quantità si trasforma in qualità”; arrivata a questo grado, il sistema
democratico esce dal quadro della società borghese e comincia a svilupparsi verso il
socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla gestione dello Stato, il
capitalismo non può più mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo crea a sua volta le
premesse necessarie a che “tutti” effettivamente possano partecipare alla gestione dello
Stato. Queste premesse sono, tra l’altro, l’istruzione generale, già realizzata in molti
paesi capitalistici più avanzati, poi l'”educazione e l’abitudine alla disciplina” di milioni
di operai per opera dell’enorme e complesso apparato socializzato delle poste, delle
ferrovie, delle grandi officine, del grande commercio, delle banche, ecc.
Con tali premesse economiche, è perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i
capitalisti e i funzionari, sostituirli immediatamente dall’oggi al domani, – per il
controllo della produzione e della distribuzione, per la registrazione del lavoro e dei
prodotti, – con gli operai armati, con tutto il popolo in armi. (Non bisogna confondere la
questione del controllo e della registrazione con quella del personale tecnico
scientificamente preparato, ingegneri, agronomi, ecc.; questi signori lavorano oggi agli
ordini dei capitalisti, lavoreranno ancor meglio domani agli ordini degli operai armati.)
Registrazione e controllo: ecco l’essenziale, ciò che è necessario per
l'”avviamento” e il funzionamento regolare della società comunista nella sua prima fase.
Tutti i cittadini si trasformano qui in impiegati salariati dello Stato, costituito dagli
operai armati. Tutti i cittadini diventano gli impiegati e gli operai d’un solo “cartello” di
tutto il popolo, dello Stato. Tutto sta nell’ottenere che essi lavorino nella stessa misura,
osservino la stessa misura di lavoro e ricevano nella stessa misura. La registrazione e il
controllo in tutti questi campi sono stati semplificati all’estremo dal capitalismo che li ha
ridotti a operazioni straordinariamente semplici di sorveglianza e di conteggio, e al
rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia leggere e scrivere e fare le
quattro operazioni.
Quando la maggioranza del popolo procederà ovunque essa stessa a questa
registrazione e a questo controllo dei capitalisti (trasformati allora in impiegati) e dei
signori intellettuali che avranno conservato ancora delle abitudini capitaliste, questo
controllo diventerà veramente universale, generale, nazionale, e nessuno potrà in alcun
modo sottrarvisi, “non saprà dove cacciarsi” per sfuggirvi.
L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di
lavoro e uguaglianza di salario.
Ma questa disciplina “di fabbrica” che il proletariato, vinti i capitalisti e rovesciati
gli sfruttatori, estenderà a tutta la società, non è affatto il nostro ideale né la nostra meta
finale: essa è soltanto la tappa necessaria per ripulire radicalmente la società dalle
brutture e dalle ignominie dello sfruttamento capitalistico e assicurare l’ulteriore marcia
in avanti.
Dal momento in cui tutti i membri della società, o almeno l’immensa maggioranza
di essi, hanno appreso a gestire essi stessi lo Stato, si sono messi essi stessi all’opera,
hanno “organizzato” il loro controllo sull’infima minoranza dei capitalisti, sui signori
desiderosi di conservare le loro abitudini capitaliste e sugli operai profondamente
corrotti del capitalismo, – da quel momento la necessità di qualsiasi amministrazione
comincia a scomparire. Quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il
momento in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo “Stato” composto
dagli operai armati, che “non è più uno Stato nel senso proprio della parola”, tanto più
rapidamente incomincia ad estinguersi ogni Stato.
Infatti quando tutti avranno imparato ad amministrare ed amministreranno
realmente essi stessi la produzione sociale, quando tutti procederanno essi stessi alla
registrazione e al controllo dei parassiti, dei figli di papà, dei furfanti e simili “guardiani
delle tradizioni del capitalismo”, ogni tentativo di sfuggire a questa registrazione e a
questo controllo esercitato da tutto il popolo diventerà una cosa talmente difficile,
un’eccezione così rara, provocherà verosimilmente un castigo così pronto e così
esemplare (poichè gli operai armati sono gente che hanno il senso pratico della vita e
non dei piccoli intellettuali sentimentali; non permetteranno che si scherzi con loro), che
la necessità di osservare le regole semplici e fondamentali di ogni società umana
diventerà ben presto un costume.
Si spalancheranno allora le porte che permetteranno di passare dalla prima fase
alla fase superiore della società comunista e, quindi, alla completa estinzione dello
Stato.
VI. La degradazione del marxismo negli opportunisti
Il problema dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della rivoluzione sociale e
della rivoluzione sociale nei confronti dello Stato, come del resto il problema della
rivoluzione generale, ha preoccupato assai poco i teorici e i pubblicisti più in vista della
Seconda Internazionale (1889-1914). Ma ciò che è più caratteristico nel processo dello
sviluppo graduale dell’opportunismo, processo che è sboccato nel fallimento della
Seconda Internazionale nel 1914, è che, persino nei momenti in cui il problema si
imponeva con maggior acutezza, ci si sforzava di evitarlo o di non vederlo.
Si può dire in generale che la tendenza a eludere il problema dell’atteggiamento
della rivoluzione proletaria verso lo Stato, tendenza vantaggiosa per l’opportunismo
ch’essa alimentava, ha portato al travisamento del marxismo e alla sua completa
degradazione.
Per caratterizzare, sia pure brevemente, questo deplorevole processo,
consideriamo i teorici più in vista del marxismo: Plekhanov e Kautsky.
1. La polemica di Plekhanov con gli anarchici
Plekhanov dedicò al problema dell’atteggiamento dell’anarchismo verso il
socialismo un opuscolo speciale: Anarchismo e socialismo , uscito in tedesco nel 1894.
Plekhanov si ingegnò a trattar questo tema eludendo completamente la questione
più attuale, più scottante e, politicamente, più essenziale nella lotta contro l’anarchismo,
e precisamente l’atteggiamento della rivoluzione nei confronti dello Stato e la questione
dello Stato in generale! lI suo opuscolo comprende due parti: una storico-letteraria, ricca
di preziosi documenti sulla storia delle idee di Stirner, di Proudhon, ecc.; l’altra filistea,
con grossolane considerazioni su temi come quello che un anarchico non si distingue da
un bandito.
Questa combinazione di temi è molto spassosa e caratterizza perfettamente tutta
l’attività di Plekhanov alla vigilia della rivoluzione e nel corso di tutto il periodo
rivoluzionario in Russia: semi-dottrinario, semi-filisteo, a rimorchio della borghesia in
politica, tale si mostrò Plekhanov nel periodo 1905- l 917.
Abbiamo visto come, nelle loro polemiche con gli anarchici, Marx ed Engels
avessero chiarito con la massima cura i loro punti di vista sull’atteggiamento della
rivoluzione nei confronti dello Stato. Pubblicando nel 1891 la Critica del programma di
Gotha di Marx, Engels scriveva: “Noi [cioè Engels e Marx] eravamo impegnati allora,
appena due anni dopo il Congresso dell’Aja della [Prima] Internazionale, in una
violentissima lotta contro Bakunin e i suoi anarchici”.
Gli anarchici tentarono appunto di presentare la Comune di Parigi come una cosa
per così dire “loro”, che confermava la loro dottrina, ma non capirono niente degli
insegnamenti della Comune e dell’analisi che Marx ne fece. Sulle questioni politiche
concrete: bisogna spezzare la vecchia macchina dello Stato? e con che cosa sostituirla?
l’anarchia non ha dato nulla che si avvicini, sia pur approssimativamente, alla verità.
Ma parlare di “anarchismo e socialismo” eludendo totalmente la questione dello
Stato, senza vedere tutto lo sviluppo del marxismo prima e dopo la Comune, voleva dire
cadere inevitabilmente nell’opportunismo. Ciò che infatti occorre all’opportunismo è che
le due questioni che noi abbiamo qui indicate non siano affatto poste. Ciò costituisce di
per sé una vittoria dell’opportunismo.
2. La polemica di Kautsky con gli opportunisti
La letteratura russa possiede certamente assai più traduzioni di Kautsky che non
qualsiasi altra. Non è senza ragione che alcuni socialdemocratici tedeschi dicono
scherzando che Kautsky è molto più letto in Russia che in Germania. (C’è in questa
battuta, sia detto tra parentesi, un fondamento storico molto più profondo di quanto non
sospettino quelli che l’hanno lanciata; cioè gli operai russi. avendo presentato nel 1905
una richiesta straordinariamente elevata, mai vista, delle migliori opere della migliore
letteratura socialdemocratica del mondo e avendo ricevuto traduzioni e edizioni di
queste opere in quantità non conosciuta negli altri paesi, hanno, per così dire, trapiantato
a un ritmo accelerato, nella giovane terra del nostro movimento proletario, la notevole
esperienza di un paese vicino più avanzato.)
Oltre che per la sua esposizione popolare del marxismo, Kautsky è conosciuto da
noi soprattutto per la sua polemica con gli opportunisti, capeggiati da Bernstein. Ma c’è
un fatto quasi ignorato e che non si può passare sotto silenzio se si vuole studiare come
Kautsky abbia potuto perdere così vergognosamente la testa e cadere, durante la grande
crisi del 1914-1915, nella difesa del social-sciovinismo. Questo fatto è che prima della
sua campagna contro i rappresentanti più in vista dell’opportunismo in Francia
(Millerand e Jaurès) e in Germania (Bernstein), Kautsky aveva manifestato grandi
esitazioni. La rivista marxista Zarià, che usciva a Stoccarda nel 1901-l902 e difendeva
le idee proletarie rivoluzionarie, aveva dovuto polemizzare con Kautsky e qualificare
come risoluzione “di caucciù” la risoluzione mitigata, evasiva, conciliante verso gli
opportunisti, da lui proposta al Congresso socialista internazionale di Parigi del 1900.
Nella stampa tedesca furono pubblicate lettere di Kautsky che rivelano esitazioni non
meno rilevanti prima della sua campagna contro Bernstein.
Una importanza molto maggiore ha tuttavia il fatto che nella stessa polemica di
Kautsky con gli opportunisti, nel suo modo di porre e di trattare la questione, noi
costatiamo ora, studiando la storia del suo recente tradimento verso il marxismo, una
deviazione sistematica verso l’opportunismo proprio sul problema dello Stato.
Prendiamo la prima opera importante di Kautsky contro l’opportunismo, il suo
libro Bernstein e il programma socialdemocratico . Qui egli confuta minutamente
Bernstein, ma ecco ciò che vi è di caratteristico.
Nelle sue Premesse del socialismo, che gli hanno fruttato una fama alla maniera di
Erostrato, Bernstein accusa il marxismo di “blanquismo” (accusa in seguito mille volte
ripetuta dagli opportunisti e dai borghesi liberali in Russia contro i bolscevichi,
rappresentanti del marxismo rivoluzionario). Bernstein si sofferma qui specialmente
sulla Guerra civile in Francia di Marx e tenta molto infelicemente, come abbiamo visto,
di identificare il modo di vedere di Marx sugli insegnamenti della Comune con quello di
Proudhon. Ciò che attrae soprattutto l’attenzione di Bernstein è la conclusione che Marx
sottolineò nella prefazione del 1872 al Manifesto del Partito comunista, dove è detto:
“La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina
statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”.
Questa espressione è talmente “piaciuta” a Bernstein ch’egli la ripete non meno di
tre volte nel suo libro, interpretandola nel senso, più deformato, più opportunistico.
Come abbiamo visto, Marx vuol dire che la classe operaia deve spezzare,
demolire, far saltare (Sprengung, esplosione. Il termine è di Engels) tutta la macchina
dello Stato. Ora, secondo Bernstein, Marx avrebbe con ciò messo in guardia la classe
operaia contro un ardore troppo rivoluzionario nel momento della presa del potere.
Non si può immaginare una falsificazione più grossolana e più mostruosa del
pensiero di Marx.
Come ha proceduto dunque Kautsky nella sua minuziosissima confutazione del
bernsteinismo?
Egli si è ben guardato dall’analizzare in tutta la sua profondità la falsificazione del
marxismo da parte degli opportunisti su questo punto. Egli ha riprodotto il brano già
citato nella prefazione di Engels alla Guerra civile di Marx dicendo che, secondo Marx,
la classe operaia non può impadronirsi puramente e semplicemente della macchina
statale già pronta, ma che, in generale, essa può impadronirsene, e nient’altro. Che
Bernstein attribuisse a Marx esattamente il contrario del suo vero pensiero e che, fin dal
1852, Marx avesse assegnato alla rivoluzione proletaria il compito di “spezzare” la
macchina statale, di tutto ciò in Kautsky non vi è nemmeno una parola.
Ne risulta che ciò che distingue in modo radicale il marxismo dall’opportunismo
nella questione dei compiti della rivoluzione proletaria è da Kautsky fatto sparire!
“Possiamo in tutta tranquillità, – scrive Kautsky “contro” Bernstein, – lasciare
all’avvenire la cura di risolvere il problema della dittatura del proletariato” (p. 172, ed.
tedesca).
Questa non è una polemica contro Bernstein, ma, in sostanza, una concessione a
Bernstein, una capitolazione di fronte all’opportunismo, perchè gli opportunisti non
domandano di meglio che di “lasciare in tutta tranquillità all’avvenire” tutte le questioni
capitali relative ai compiti della rivoluzione proletaria.
Per quarant’anni, dal 1852 al 1891, Marx ed Engels insegnarono al proletariato che
esso deve spezzare la macchina dello Stato. E Kautsky nel 1899, di fronte al completo
tradimento del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto, sostituisce con un
giochetto il problema se si debba spezzare questa macchina, con il problema delle forme
concrete di questa demolizione e si trincera dietro questa “incontestabile” (e sterile)
verità filistea: non possiamo conoscere in anticipo queste forme concrete!
Fra Marx e Kautsky c’è un abisso nell’atteggiamento verso il compito del partito
del proletariato, che è di preparare la classe operaia alla rivoluzione.
Prendiamo l’opera successiva, più matura, di Kautsky, dedicata essa pure in
notevole misura alla confutazione degli errori dell’opportunismo. E’ l’opuscolo sulla
Rivoluzione sociale . Qui l’autore ha scelto come tema specifico il problema della
“rivoluzione proletaria” e del “regime proletario”. Egli enuncia molte idee estremamente
preziose ma tralascia proprio il problema dello Stato. Nell’opuscolo si parla sempre
della conquista del potere statale, e basta; viene scelta cioè una formula che è una
concessione agli opportunisti, poiché essa ammette la conquista del potere senza la
distruzione della macchina dello Stato. Nel 1902 Kautsky risuscita appunto ciò che
Marx nel 1872 dichiarava “sorpassato” nel programma del Manifesto del Partito
comunista.
L’opuscolo dedica un particolare paragrafo “alle forme e alle armi della
rivoluzione sociale”. Vi si parla e dello sciopero politico di massa, e della guerra civile,
e di quegli “strumenti di dominio di un grande Stato moderno quali sono la burocrazia e
l’esercito”; ma degli insegnamenti che la Comune ha già fornito ai lavoratori non una
parola. Evidentemente Engels aveva ragione di mettere in guardia soprattutto i socialisti
tedeschi contro la “venerazione superstiziosa” dello Stato.
Kautsky presenta la cosa in questi termini: il proletariato vittorioso “realizzerà il
programma democratico”, e ne espone i paragrafi. Di ciò che l’anno 1871 ha fornito di
nuovo circa la sostituzione della democrazia proletaria alla democrazia borghese, non
un cenno! Kautsky se la cava con alcune banalità dall’apparenza “seria”, come questa:
“E’ ovvio che non arriveremo al potere nell’attuale regime. La rivoluzione stessa
presuppone una lotta prolungata, che vada in profondità e avrà quindi il tempo di
modificare la nostra attuale struttura politica e sociale”.
Certo, ciò è “ovvio”, come è sicuro che i cavalli mangiano l’avena e che il Volga si
getta nel Caspio. C’è solo da rimpiangere il fatto che con una frase vuota e reboante
sulla lotta “che va in profondità” si eluda la questione capitale per il proletariato
rivoluzionario, quella di sapere in che cosa consista la “profondità” della sua
rivoluzione nei confronti dello Stato, nei confronti della democrazia, a differenza delle
precedenti rivoluzioni non proletarie.
Eludendo questa questione, Kautsky fa in realtà, su questo punto capitale, una
concessione all’opportunismo, al quale dichiara a parole una guerra minacciosa
sottolineando l’importanza dell'”idea di rivoluzione” (ma che cosa può valere
quest'”idea” quando si ha paura di diffondere fra gli operai gli insegnamenti concreti
della rivoluzione?) o dicendo: “l’idealismo rivoluzionario innanzi tutto”, o dichiarando
che gli operai inglesi non sono oggi “gran che meglio dei piccoli borghesi”.
“Nella società socialista, – scrive Kautsky, – possono esistere l’una accanto
all’altra… le più svariate forme di imprese: burocratiche [??], sindacali, cooperative,
individuali…” “Ci sono, per esempio, imprese che non possono fare a meno di
un’organizzazione burocratica [??], come le ferrovie. L’organizzazione democratica può
qui assumere la seguente forma: gli operai eleggono dei delegati che formano una
specie di parlamento, e questo parlamento stabilisce il regime del lavoro e sorveglia la
direzione dell’apparato burocratico. Altre imprese possono essere affidate ai sindacati;
altre infine possono essere organizzate secondo i princípi della cooperazione” (pp. 148 e
115 della traduzione russa, pubblicata a Ginevra nel 1903).
Questo ragionamento è sbagliato, è un passo indietro rispetto ai chiarimenti che
Marx ed Engels davano negli anni ’70 sulla base dell’esperienza della comune.
Per quanto riguarda la presunta necessità di una organizzazione “burocratica”, le
ferrovie non si distinguono in nulla da qualsiasi altra azienda della grande industria
meccanizzata, da qualsiasi officina, grande magazzino o grande azienda agricola
capitalista. In tutte queste aziende, la tecnica impone la più rigorosa disciplina, la più
grande puntualità nell’adempimento della parte di lavoro assegnata a ciascuno, pena
l’arresto di tutta l’impresa o il deterioramento del meccanismo o delle merci. In tutte
queste aziende naturalmente gli operai “eleggeranno delegati che formeranno una specie
di parlamento”.
Ma il punto centrale è qui che questa “specie di parlamento” non sarà un
parlamento nel senso delle istituzioni parlamentari borhesi. Il punto centrale è che
questa “specie di parlamento” non si accontenterà di “stabilire il regime del lavoro e di
sorvegliare la direzione dell’apparato burocratico” come immagina Kautsky, il cui
pensiero non esce dal quadro del parlamentarismo borghese. Nella società socialista
“una specie di parlamento” di deputati operai, naturalmente “stabilirà il regime del
lavoro e sorveglierà il funzionamento” dell'”apparato”, ma quest’apparato non sarà
“burocratico”. Gli operai, dopo aver conquistato il potere politico, spezzeranno il
vecchio apparato burocratico, lo demoliranno dalle fondamenta, non ne lasceranno
pietra su pietra e lo sostituiranno con un nuovo apparato, che sarà composto dagli stessi
operai e dagli stessi impiegati; e contro il pericolo che anch’essi diventino dei burocrati,
saranno immediatamente prese le misure minuziosamente studiate da Marx e da Engels:
1) non soltanto eleggibilità ma anche revocabilità ad ogni istante; 2) stipendio non
superiore al salario di un operaio; 3) passaggio immediato a una situazione in cui tutti
assumano le funzioni di controllo e di sorveglianza, in cui tutti diventino
temporaneamente dei “burocrati”, e quindi nessuno possa diventare un “burocrate”.
Kautsky non ha affatto riflettuto sul senso delle parole di Marx: “La Comune
doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo
stesso tempo”.
Kautsky non ha affatto capito la differenza fra il parlamentarismo borghese, che
unisce la democrazia (non per il popolo) alla burocrazia (contro il popolo) e il sistema
democratico proletario che prenderà immediatamente le misure necessarie per tagliare
alle radici il burocratismo e sarà in grado di applicarle sino in fondo, sino alla completa
distruzione della burocrazia, sino all’instaurazione di una completa democrazia per il
popolo.
Kautsky ha qui dato prova della solita “venerazione superstiziosa” dello Stato,
della solita “fede superstiziosa” nel burocratismo.
Passiamo all’ultima e migliore opera di Kautsky contro gli opportunisti, il suo
opuscolo La via del potere (non tradotto, mi sembra, in russo, perchè apparso nel 1909,
quando da noi la reazione era al culmine). Questo opuscolo segna un grande passo
avanti in quanto non tratta né del programma rivoluzionario in generale, come l’opera
del 1899 contro Bernstein, né dei compiti della rivoluzione sociale indipendentemente
dall’epoca del suo avvento, come l’opuscolo La rivoluzione sociale del 1902, ma delle
condizioni concrete che ci costringono a riconoscere che “l’èra delle rivoluzioni”
comincia.
L’autore parla chiaramente dell’acuirsi degli antagonismi di classe in generale, e
dell’imperialismo che ha, sotto questo rapporto, una funzione particolarmente
importante. Dopo il “periodo rivoluzionario del 1789-1871” per l’Europa occidentale,
l’anno 1905 ha inaugurato un periodo analogo per l’Oriente. La guerra mondiale si
avvicina con una paurosa rapidità. “Il proletariato non può più parlare di rivoluzione
prematura”, “Siamo entrati nel periodo rivoluzionario”, “L’èra rivoluzionaria comincia”.
Queste dichiarazioni sono chiarissime. Quest’opuscolo di Kautsky può servire
come utile termine di confronto per vedere ciò che la socialdemocrazia tedesca
prometteva di essere prima della guerra imperialistica e quanto in basso essa (e Kautsky
con essa) sia caduta allo scoppio della guerra. “La situazione attuale – scriverà Kautsky
nell’opuscolo citato – comporta il pericolo che ci si possa facilmente prendere [noi,
socialdemocratici tedeschi] per più moderati di quel che in realtà siamo.” E’ risultato che
il partito socialdemocratico tedesco in realtà era incomparabilmente più moderato e più
opportunista di quanto non sembrasse!
Tanto più caratteristico è il fatto che dopo aver proclamato in modo così
categorico che l’èra delle rivoluzioni incominciava, Kautsky, in un opuscolo dedicato,
secondo le sue stesse parole, proprio all’analisi del problema della “rivoluzione
politica”, abbia ancora una volta completamente trascurato la questione dello Stato.
Dalla somma di queste omissioni, silenzi, reticenze, non poteva alla fin fine
risultare che quel completo passaggio all’opportunismo, di cui parleremo subito.
La socialdemocrazia tedesca aveva l’aria di proclamare, per bocca di Kautsky: Io
conservo le mie idee rivoluzionarie (1899). Riconosco in particolar modo l’ineluttabilità
della rivoluzione sociale del proletariato (1902). Riconosco che una nuova èra di
rivoluzioni comincia (1909). Ma tuttavia, nel momento in cui si pone la questione dei
compiti della rivoluzione proletaria verso lo Stato (1912), vado indietro in confronto a
ciò che Marx disse già nel 1852.
Così appunto fu posta la questione nella polemica di Kautsky con Pannekoek.
3. La polemica di Kautsky con Pannekoek
Pannekoek, quando entrò in polemica con Kautsky, era uno dei rappresentanti
della tendenza “radicale di sinistra”, che contava nelle sue file Rosa Luxemburg, Karl
Radek e altri, i quali, difendendo la tattica rivoluzionaria, concordavano nel riconoscere
che Kautsky stava passando a una posizione di “centro”, priva di princípi, oscillante tra
il marxismo e l’opportunismo. L’esattezza di questa valutazione è stata pienamente
dimostrata dalla guerra, nel corso della quale la tendenza detta di “centro” (falsamente
chiamata marxista) o “kautskiana” si è rivelata in tutta la sua rivoltante meschinità.
In un articolo, in cui si occupa del problema dello Stato, L’azione di massa e la
rivoluzione (Neue Zeit, 1912, XXX, 2), Pannekoek definiva la posizione di Kautsky
come un “radicalismo passivo”, un “teoria dell’attesa inerte”. “Kautsky non vuol vedere
il processo della rivoluzione” (p. 616). Ponendo in tal modo la questione Pannekoek
affronta l’argomento che ci interessa sui compiti della rivoluzione proletaria nei
confronti dello Stato.
“La lotta del proletariato – egli scriveva – non è soltanto una lotta contro la
borghesia per il potere dello Stato; è anche una lotta contro il potere dello Stato… La
rivoluzione proletaria consiste nell’annientare gli strumenti di forza dello Stato e
nell’eliminarli [letteralmente: dissolverli, Auflösung] mediante gli strumenti di forza del
proletariato… La lotta cessa soltanto quando, raggiunto il risultato finale,
l’organizzazione dello Stato è completamente distrutta. L’organizzazione della
maggioranza prova la sua superiorità annientando l’organizzazione della minoranza
dominante” (p. 548).
Le formule con cui Pannekoek riveste le sue idee sono piene di gravi difetti. Ma
l’idea è tuttavia chiara ed è interessante vedere in che modo Kautsky ha cercato di
confutarla.
“Finora, egli dice, l’opposizione tra i socialdemocratici e gli anarchici consisteva
nel fatto che i primi volevano conquistare il potere dello Stato, i secondi distruggerlo.
Pannekoek vuole l’uno e l’altro” (p. 724).
Se l’esposizione di Pannekoek difetta di chiarezza e di concretezza (per non
parlare degli altri difetti del suo articolo che non si riferiscono al tema qui discusso),
Kautsky da parte sua affronta proprio il principio essenziale del problema accennato da
Pannekoek e in questa questione essenziale di principio egli abbandona completamente
le posizioni del marxismo per passare del tutto all’opportunismo. La distinzione che egli
stabilisce tra socialdemocratici e anarchici è totalmente sbagliata; il marxismo è qui
assolutamente snaturato e degradato.
I marxisti si distinguono dagli anarchici in questo: 1) i primi, pur ponendosi
l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non
dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato
dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono
la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali
condizioni la rendano possibile; 2) i primi proclamano la necessità per il proletariato,
dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la
vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione
degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione
della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il
proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici
rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato
rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria; 3) i primi vogliono che il proletariato si
prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere
contrario.
In questa discussione è Pannekoek che rappresenta il marxismo, contro Kautsky,
proprio Marx infatti ha insegnato che il proletariato non può conquistare puramente e
semplicemente il potere statale, – nel senso che il vecchio apparato dello Stato passi in
nuove mani, – ma deve spezzare, demolire questo apparato e sostituirlo con uno nuovo.
Kautsky abbandona il marxismo per l’opportunismo; nei suoi scritti infatti
scompare appunto questa distruzione della macchina statale, cosa assolutamente
inammissibile per gli opportunisti; egli lascia a questi ultimi una scappatoia che
permette loro di interpretare la “conquista” del potere come un semplice conseguimento
della maggioranza.
Per nascondere questa sua deformazione del marxismo, Kautsky si comporta da
scolastico e ricorre a una “citazione” dello stesso Marx. Nel 1850 Marx parlava della
necessità di una “decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato” .E
Kautsky trionfante domanda: vuole forse Pannekoek distruggere il “centralismo”?
E’ un semplice giuoco di prestigio che ricorda quello di Bernstein, con la sua
identificazione di marxismo e proudhonismo a proposito dell’idea della federazione da
opporre al centralismo.
La “citazione” di Kautsky cade a proposito come i cavoli a merenda. Il
centralismo è possibile sia con la vecchia macchina dello Stato, che con la nuova. Se gli
operai uniscono volontariamente le loro forze armate, si avrà del centralismo, ma questo
centralismo sarà fondato sulla “completa distruzione” dell’apparato statale centralista,
dell’esercito permanente, della polizia, della burocrazia. Kautsky si comporta in modo
assolutamente disonesto eludendo le osservazioni ben note di Marx e di Engels sulla
Comune per andare a cercare una citazione che non ha niente a che fare con la
questione.
“…Vuol forse Pannekoek sopprimere le funzioni statali dei funzionari? – continua
Kautsky. – Ma noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei
sindacati, senza parlare delle amministrazioni dello Stato. Il nostro programma richiede
non l’eliminazione dei funzionari dello Stato, ma la loro elezione da parte del popolo…
Non si tratta ora per noi di sapere quale forma assumerà l’apparato amministrativo nello
“Stato futuro”, ma di sapere se la nostra lotta politica distruggerà [letteralmente:
dissolverà, auflöst] il potere statale prima che noi l’abbiamo conquistato… [il corsivo è
di Kautsky]. Quale ministro coi suoi funzionari potrebbe essere distrutto?” Ed enumera i
ministri dell’Istruzione pubblica, della Giustizia, delle Finanze, della Guerra. “No,
nessuno dei ministeri attuali sarà soppresso dalla nostra lotta politica contro il governo…
Lo ripeto, per evitare malintesi: non si tratta di sapere quale forma la socialdemocrazia
vittoriosa darà allo “Stato futuro”, ma come la nostra opposizione trasforma lo Stato
attuale” (p. 725).
E’ un vero giuoco dei bussolotti. Pannekoek poneva precisamente il problema
della rivoluzione. Il titolo del suo articolo e i brani citati lo dicevano chiaramente.
Saltando alla questione dell'”opposizione” Kautsky non fa che sostituire al punto di
vista rivoluzionario il punto di vista opportunista. Ne risulta quindi: adesso,
opposizione; in quanto a ciò che bisognerà fare dopo la conquista del potere, si vedrà
poi. La rivoluzione scompare… E’ proprio quello che occorre agli opportunisti.
Non è dell’opposizione né della lotta politica in generale che si tratta: si tratta della
rivoluzione. La rivoluzione consiste nel fatto che il proletariato distrugge l'”apparato
amministrativo” e tutto l’apparato dello Stato per sostituirlo con uno nuovo, costituito
dagli operai armati. Kautsky rivela una “venerazione superstiziosa” per i “ministeri”; ma
perché questi non potrebbero essere sostituiti, per esempio, da commissioni di
specialisti presso i Soviet, sovrani e con pieni poteri, dei deputati operai e soldati?
L’essenziale non è affatto di sapere se rimarranno i “ministeri” o se saranno
sostituiti da “commissioni di specialisti” o da altre istituzioni: questo non ha
assolutamente nessuna importanza. La questione essenziale è di sapere se la vecchia
macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di spirito burocratico
e conservatore) sarà mantenuta oppure distrutta e sostituita con una nuova. La
rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per
mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi
per mezzo di una macchina nuova: è questa l’idea fondamentale del marxismo che
Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito.
La sua domanda a proposito dei funzionari mostra in modo evidente ch’egli non ha
capito né gli insegnamenti della Comune né la dottrina di Marx. “Noi non possiamo fare
a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati”…
Non possiamo fare a meno dei funzionari in regime capitalistico, sotto il dominio
della borghesia. Il proletariato è oppresso e le masse lavoratrici sono asservite dal
capitalismo. In regime capitalistico, la democrazia è ristretta, compressa, monca,
mutilata, da tutto l’ambiente creato dalla schiavitù del salario, dal bisogno e dalla
miseria delle masse. Per questo, e solo per questo, nelle nostre organizzazioni politiche
e sindacali i funzionari sono corrotti (o, più esattamente, hanno tendenza a esserlo)
dall’ambiente capitalistico e manifestano l’inclinazione a trasformarsi in burocrati, cioè
in persone privilegiate, staccate dalle masse e poste al di sopra di esse.
Qui è l’essenza del burocratismo; e fino a quando i capitalisti non saranno stati
espropriati, fino a quando la borghesia non sarà stata rovesciata, una certa
“burocratizzazione” degli stessi funzionari del proletariato è inevitabile.
Secondo Kautsky risulta dunque che, poichè vi saranno impiegati eletti, vuol dire
che anche in regime socialista ci saranno dei funzionari, ci sarà la burocrazia! Ma è
proprio questo che è falso. Attraverso appunto l’esempio della Comune, Marx dimostrò
che i detentori di funzioni pubbliche cessano, in regime socialista, di essere dei
“burocrati” dei “funzionari” nella misura in cui viene introdotta, oltre all’eleggibilità,
anche la loro revocabilità in ogni momento, e ancora, si riduce il loro stipendio al
salario medio di un operaio e ancora si sostituiscono gl’istituti parlamentari con istituti
“di lavoro, cioè esecutivi e legislativi allo stesso tempo”.
In fondo tutta l’argomentazione di Kautsky contro Pannekoek, e particolarmente il
suo magnifico argomento sulla necessità dei funzionari nelle organizzazioni sindacali e
di partito, provano che Kautsky ripete i vecchi “argomenti” di Bernstein contro il
marxismo in generale. Nel suo libro Le premesse del socialismo, il rinnegato Bernstein
si scaglia contro l’idea della democrazia “primitiva”, contro quello ch’egli chiama
“democratismo dottrinario”: mandati imperativi, funzionari non rimunerati,
rappresentanza centrale senza poteri, ecc.
Per provare l’inconsistenza di questo sistema democratico “primitivo”, Bernstein
invoca l’esperienza delle trade-unions inglesi, quale è interpretata dai coniugi Webb. Nei
settant’anni del loro sviluppo, le trade-unions, che si sarebbero sviluppate “in piena
libertà” (p. 137 ed. tedesca), si sarebbero convinte appunto della inefficacia del sistema
democratico primitivo e l’avrebbero sostituito con quello abituale: il parlamentarismo
unito al burocratismo.
In realtà le trade-unions non si sono sviluppate “in piena libertà”, ma in piena
schiavitù capitalistica, nella quale, certo, “non si può fare a meno” di una serie di
concessioni al male imperante, alla violenza, alla menzogna, all’esclusione dei poveri
dagli affari di amministrazione “superiore”. In regime socialista rivivranno
necessariamente molti aspetti della democrazia “primitiva”, perchè per la prima volta
nella storia delle società civili la massa della popolazione si eleverà a una
partecipazione indipendente, non solo nelle votazioni e nelle elezioni, ma
nell’amministrazione quotidiana. In regime socialista tutti governeranno, a turno, e tutti
si abitueranno ben presto a far sí che nessuno governi.
Col suo geniale spirito critico e analitico Marx vide nei provvedimenti pratici della
Comune quella svolta che gli opportunisti temono tanto e, per viltà, si rifiutano di
riconoscere perchè rifuggono dal rompere definitivamente con la borghesia, e che anche
gli anarchici si rifiutano di vedere, o perchè sono troppo imprudenti, o in generale
perchè non comprendono le condizioni delle trasformazioni sociali di massa. “Non
bisogna nemmeno pensare a distruggere la vecchia macchina statale; che cosa
diverremmo senza ministeri e senza funzionari”: così ragiona l’opportunista imbevuto di
spirito filisteo e che, in fondo, non solo non crede alla rivoluzione e alla sua potenza
creatrice, ma ha di essa una paura mortale (come i nostri menscevichi e i nostri
socialisti-rivoluzionari).
“Bisogna pensare unicamente alla distruzione della vecchia macchina statale; è
inutile approfondire gli insegnamenti concreti delle rivoluzioni proletarie passate e
analizzare con che cosa e come sostituire ciò che si distrugge”: così ragiona l’anarchico
(il migliore degli anarchici, naturalmente, e non quello che, al seguito dei signori
Kropotkin e compagni, si trascina dietro la borghesia); e l’anarchico arriva in tal modo
alla tattica della disperazione, e non al lavoro rivoluzionario risoluto, inesorabile, che
però al tempo stesso si pone dei compiti concreti e tiene conto delle condizioni pratiche
del movimento delle masse.
Marx ci insegna ad evitare questi due errori; ci insegna a dar prova di illimitato
coraggio nel distruggere tutta la vecchia macchina statale e ci insegna al tempo stesso a
porre il problema in modo concreto: in poche settimane, la Comune potè incominciare a
costruire una nuova macchina statale proletaria; ed ecco i provvedimenti da essa presi
per realizzare una democrazia più perfetta e sradicare la burocrazia. Impariamo dunque
dai comunardi l’audacia rivoluzionaria, cerchiamo di vedere nei loro provvedimenti
pratici un abbozzo dei provvedimenti praticamente urgenti e immediatamente
realizzabili e arriveremo allora, seguendo questa strada, alla completa distruzione della
burocrazia.
La possibilità di questa distruzione ci è garantita dal fatto che il socialismo ridurrà
la giornata di lavoro, eleverà le masse a una vita nuova e metterà la maggioranza della
popolazione in condizioni tali da permettere a tutti, senza eccezione, di adempiere le
“funzioni statali”, ciò che porta in ultima analisi alla completa estinzione di qualsiasi
Stato in generale.
“…Il compito dello sciopero di massa continua Kautsky non può essere di
distruggere il potere statale, ma soltanto di indurre il governo a fare delle concessioni su
una determinata questione o di sostituire un governo ostile al proletariato con un
governo che gli vada incontro [entgegenkommende] …Ma mai, in nessun caso, ciò”
(cioè la vittoria del proletariato su un governo ostile) “può portare alla distruzione del
potere statale, il risultato non può essere che un certo spostamento [Verschiebung] nel
rapporto delle forze all’interno del potere statale… L’obiettivo della nostra lotta politica
rimane dunque, come per il passato, la conquista del potere statale mediante il
conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento
in padrone del governo” (pp. 726, 727, 732).
Questo è già purissimo e banalissimo opportunismo, la rinuncia di fatto alla
rivoluzione, pur riconoscendola a parole. Il pensiero di Kautsky non va oltre un
“governo che vada incontro al proletariato”, ed è un passo indietro verso il filisteismo in
rapporto al 1847, anno in cui il Manifesto del Partito comunista proclamava
“l’organizzazione del proletariato in classe dominante”.
Kautsky sarà costretto a realizzare l'” unità”, che gli sta tanto a cuore, con gli
Scheidemann, i Plekhanov, i Vandervelde, tutti unanimi nel lottare per un governo “che
vada incontro al proletariato”.
Quanto a noi, noi romperemo con questi rinnegati del socialismo e lotteremo per
la distruzione di tutta la vecchia macchina dello Stato affinchè il proletariato armato
diventi esso stesso il governo. Sono due cose del tutto diverse.
Kautsky sarà costretto a rimanere nella piacevole compagnia dei Legien e dei
David, dei Plekhanov, dei Potresov, degli Tsereteli e dei Cernov, che sono pienamente
d’accordo nel lottare per uno “spostamento nel rapporto delle forze all’interno del potere
dello Stato”, per il “conseguimento della maggioranza in Parlamento e della
trasformazione del Parlamento in padrone del governo”, nobilissimo obiettivo che può
essere completamente accettato dagli opportunisti e che non esce per nulla dal quadro
della repubblica borghese parlamentare.
Quanto a noi, noi romperemo con gli opportunisti; e il proletariato cosciente sarà
tutto con noi nella lotta, non per uno “spostamento nel rapporto delle forze”, ma per il
rovesciamento della borghesia, per la distruzione del parlamentarismo borghese, per
una repubblica democratica sul tipo della Comune o della repubblica dei Soviet dei
deputati operai e soldati, per la dittatura rivoluzionaria del proletariato.
Nel socialismo internazionale vi sono tendenze ancora più a destra di quella di
Kautsky: la Rivista mensile socialista in Germania (Legien, David, Kolb e molti altri,
compresi gli scandinavi Stauning e Branting); i jauressisti e Vandervelde in Francia e
nel Belgio; Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra nel Partito socialista
italiano; i fabiani e gli “indipendenti” (il “partito operaio indipendente” è sempre stato,
in realtà, dipendente dai liberali) in Inghilterra e tutti gli altri. Tutti questi signori, che
hanno una parte assai notevole e molto spesso preponderante nell’attività parlamentare e
nella stampa del partito, respingono apertamente la dittatura del proletariato e rivelano
un evidente opportunismo. Per essi la “dittatura” del proletariato è “in contraddizione”
con la democrazia! In fondo niente di serio li distingue dai democratici piccoloborghesi.
Abbiamo quindi diritto di concludere che la Seconda Internazionale, nell’immensa
maggioranza dei suoi rappresentanti ufficiali, è completamente caduta
nell’opportunismo. L’esperienza della Comune è stata non soltanto dimenticata ma
travisata. Invece di infondere nelle masse operaie la convinzione che si avvicina il
momento in cui esse dovranno agire e spezzare la vecchia macchina statale, sostituirla
con una nuova e fare del loro dominio politico la base della trasformazione socialista
della società, si è inculcato in esse la convinzione contraria, e la “conquista del potere” è
stata presentata in modo tale che mille brecce rimanevano aperte all’opportunismo.
La deformazione e la congiura del silenzio intorno al problema dell’atteggiamento
della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato non potevano mancare di esercitare
un’immensa influenza, in un momento in cui gli Stati, muniti di un apparato militare
rafforzato dalle competizioni imperialiste, sono diventati dei mostri militari che
mandano allo sterminio milioni di uomini per decidere chi, tra l’Inghilterra e la
Germania, tra questo o quel capitale finanziario, dominerà il mondo.

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